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UN’ONDA GIOVANE E IMPETUOSA TRAVOLGE MILANO:
“La Giustizia Climatica la vogliamo subito!”

 

2 ottobre 2021 : Anche oggi a Milano continua la  passerella di ministri e primi ministri all’incontro internazionale di preparazione della COP26 (qui) la Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite che si riunirà a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi .

Fuori dal palazzo, in contemporanea, gli attivisti dei movimenti per la lotta al riscaldamento globale ci sono tutti per partecipare al contro-vertice: l’Eco-Social Forum, l’incontro delle associazioni e dei movimenti  (qui il programma degli eventi).
Decine di migliaia di manifestanti, soprattutto giovani e giovanissimi, chiedono a gran voce un reale cambiamento di rotta nella politica e nell’economia degli Stati/Nazioni. Uno STOP definitivo al consumo di fonti fossili per produrre energia, causa principale dell’aumento della temperatura atmosferica  e dei cambiamenti climatici.

L’obiettivo è chiaro ed è sempre lo stesso: bisogna limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi, Un obbiettivo che  purtroppo negli ultimi vertici tra gli Stati è già stato messo in discussione, tanto che ora si parla di non superare i 2 gradi.
Tra i due valori c’è un’enorme differenza rispetto all’impatto sugli ecosistemi e alla vita delle persone che vivono nelle zone più a rischio.

Non è più tempo di raccontare bugie e di fare discorsi inutili, ai quali nessuno crede più. Le connessioni causali esistenti tra quanto succede nel mondo per effetto dei cambiamenti climatici e le attività umane che generano i gas serra – tra cui l’anidride carbonica e il metano sono quantitativamente i più rappresentati –  sono conosciute da almeno 40 anni. E da tanto tempo climatologi e scienziati ne denunciano gli effetti devastanti per la vita umana e animale sul pianeta. Fino ad ora inutilmente.
Oggi non si può più aspettare, denunciano gli attivisti, si deve agire subito e in modo radicale! (leggi l’appello)

Da anni e, più intensamente, negli ultimi mesi, decine di organizzazioni grandi e piccole di ogni parte del mondo si sono preparate, studiando i problemi ambientali del proprio territorio, a questo momento di confronto per elaborare una piattaforma comune da portare alla COP26 di  Glasgow.

Cambiare rotta significa cambiare sistema sociale, economico e produttivo, perché il capitalismo (vecchio e nuovo) non ha prodotto solo gli enormi danni all’ambiente che tutti conosciamo, ma anche una forte ingiustizia climatica.

Ci sono Paesi del Sud del mondo – come Le Filippine, l’India e il Bangladesh, le isole del Pacifico, i Paesi dell’Africa sub-sahariana e dell’America del Sud –  nei quali gli effetti del riscaldamento climatico si fanno già sentire fortemente e gli attivisti denunciano come i Paesi più ricchi, dove vengono prodotte le maggiori quantità di gas climalteranti, sono rimasti completamente indifferenti  ai loro appelli e alle loro proteste, proseguendo colpevolmente nelle loro attività distruttive.

Gli attivisti per il clima di questi Paesi hanno rifiutato di riconoscersi come Sud del Mondo e la discriminazione basata su criteri produttivistici e si sono organizzati in una rete chiamata MAPA (Most Affected People and Areas) che significa: Popoli e Territori Maggiormente Colpiti, sottintendendo dai cambiamenti climatici.
Dalla loro protesta nasce il Movimento per la Giustizia Climatica (Climate Justice), rivendicata anche da molti gruppi europei quali Fridays for Future, Parents for FutureExtintion Rebellion, Ende Gelände, Giudizio Universale. Sono loro ad affermare chiarezza lo stretto legame tra diritti umani e diritto al clima come un unico diritto alla vita.

Milano, Friday for Future (su licenza Wikimedia Commons)
Milano, Friday for Future (su licenza Wikimedia Commons)

Il 29 settembre ha avuto luogo presso l’Università Statale di Milano l’evento Next generation: climate litigation, durante il quale è stata presentata la prima causa climatica contro lo Stato italiano che ha preso il via il 5 giugno scorso-
Più di 200 ricorrenti, tra cui 162 adulti, 17 minori (rappresentati in giudizio dai genitori) e 24 associazioni impegnate nella giustizia ambientale e nella difesa dei diritti umani hanno deciso di intraprendere un’azione legale (qui) contro lo Stato Italiano per inadempienza  climatica, ovvero per l’insufficiente impegno nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni clima-alteranti, cui consegue la violazione di numerosi diritti fondamentali riconosciuti dalla nostra Costituzione.
L’azione legale, attraverso un atto di citazione davanti al Tribunale Civile di Roma, chiede la condanna dello Stato, imponendogli di realizzare un drastico abbattimento delle emissioni di gas serra entro il 2030, in modo da centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima: il contenimento massimo del riscaldamento globale entro 1,5°C

In contemporanea, all’Eco Social Forum, sempre a Milano, si svolgono i lavori e gli eventi della Climate Justice Platform (qui il programma), aperti il 30 settembre e che proseguiranno fino a domenica 3 ottobre.

Che cosa caratterizza questa piattaforma? Due cose: l’analisi della relazione tra la  crisi ecologica/climatica e quella sociale e politica globale e l’età dei partecipanti, in prevalenza giovani e giovanissimi.
Sono loro le vittime predestinate del cambiamento climatico, pertanto i principali soggetti interessati a che la crisi globale venga affrontata dai governi in modo definitivo. Vogliono partecipare ai processi ed essere coinvolti nelle scelte. Vogliono farla finita con il paradigma della crescita infinita, costruita sul dominio esercitato sui territori e sui corpi, sullo sfruttamento e la speculazione sul lavoro.

Salvare il pianeta vuol anche dire mettersi dalla parte dei popoli indigeni, contro la supremazia colonialista che i Grandi del mondo esercitano sui Paesi meno avanzati. Qui a Milano, a difendere i diritti dei popoli nativi e delle società rurali, sono presenti organizzazioni come Survival International, il Movimento per la Decrescita Felice, A SUD onlus, Animal Save international.

Dopo lo sciopero globale per il clima di venerdì 24 settembre che ha visto scendere in piazza tantissimi giovani in 70 città italiane [Vedi qui], il 1 ottobre un fiume di 50,000 ragazze e ragazzi, anche giovanissimi, arrabbiati ma pieni di speranza, hanno sfilato per le strade di Milano per il Friday for Future.

In testa al corteo, due ragazze con le idee chiare, Greta Thunberg (svedese) e Vanessa Nakate (ugandese), per dire che dal Nord al Sud del mondo, i giovani lottano per il medesimo obiettivo: la giustizia climatica. E contro gli stessi nemici: l’indifferenza e le bugie dei politici e degli Stati, la non volontà dei governi a compiere azioni urgenti ed efficaci per ridurre le emissioni inquinanti e contenere il riscaldamento globale.

Infine Ieri, sabato 2 ottobre 2021 – a conclusione di una ‘settimana verdissima’ piena di seminari, incontri, scambi culturali e di lotte – la Global March for Climate Justice, organizzata da Climate Open Platform e Fridays for Future Milano. Un corteo di almeno 30.000 persone, cui hanno aderito decine di gruppi, associazioni e movimenti, nazionale e locali.

A Milano il pensiero e il variegato movimento antagonista ha mostrato tutta la sua forza. Vuole salvare la Terra (“E’ l’unica che abbiamo”) e vuole cambiare il mondo. Dopo Milano la lotta continua, fra meno di un mese c’è un appuntamento importantissimo.
In Scozia, dal 31 ottobre al 20 novembre 2021, si terrà la 26esima edizione della COP, il vertice tra le nazioni del mondo per fare il punto sui cambiamenti climatici. Potrebbe essere l’ultima occasione per trovare un accordo. Ma a Glasgow convergeranno anche tutti i movimenti e gli attivisti ambientalisti. La loro voce è sempre più forte. I governi sono avvertiti.

Cover: Fridays For Future, Berlin, 24.09.21 (licenza Wikimedia Commons)

PER CERTI VERSI
A Milano

A MILANO

Io non so mai
Perché ci vado
Una gita scolastica
Ricordi?
Una persona cara
Un incontro tra l’Italia
E oltralpe
Ma non so mai
Cosa ci sia
Alla luce
Occorre la notte
Per vivere i bisbigli
Le quote di libertà
L’allegria un po’ tumida
Dei Navigli

Verremo una sera d’autunno
A cenare con l’ossobuco
Il risotto
La cotoletta
E basta
Per stare polleggiati
Sfuggire alla sua fretta

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

Il volo

50 anni fa una bomba esplose. 50 anni fa si rischiò la legge marziale. 50 anni fa iniziarono gli anni di piombo. 50 anni fa un anarchico venne arrestato. 50 anni fa una porta si aprì e qualcuno lo fece volare giù. 50 anni fa i depistaggi, le false accuse, le parole non dette e quelle celate. Oggi, 50 anni dopo, Pinelli riposa senza che si sappia chi decise di farlo volare giù. 50 anni senza verità. Mezzo secolo. Una vita…come quella che gli tolsero.

“Quella sera a Milano era caldo.
Ma che caldo che caldo faceva.
“Brigadiere apra un po’ la finestra.
E ad un tratto Pinelli cascò.”

Da “La ballata di Pinelli”, autori vari.

La Milano romana

Superata Porta Ticinese, ci si ritrova immersi in uno spazio suggestivo: la basilica di San Lorenzo e la fila di colonne che si ergono davanti ad essa.
Queste ultime, costituiscono un reperto della Milano imperiale, si tratta di ciò che rimane di un atrio porticato; ammirandole, isolandole dai palazzi cittadini situati dalla parte opposta rispetto alla basilica, sembra davvero di essere a Roma. Colonne imponenti con tanto di capitelli corinzi si stagliano verso il cielo.

IL RICORDO
Ibio Paolucci: il caldo silenzio dell’onestà

Ibio Paolucci

Per conoscere e comprendere un personaggio come Ibio Paolucci è necessario riesumare il clima nel quale viveva Milano dopo la strage di Piazza Fontana, clima che definirei vigliacco sotto molti aspetti e di cui Ibio fu senza dubbio protagonista.
Il capoluogo lombardo era stato assalito e direi conquistato dalle bande dei giovani fascisti agli ordini di vecchi caporioni con la compiacenza di una polizia addomesticata. Se ne era avuto prova il 19 novembre 1969, quando in via Larga le forze dell’ordine attaccarono un mesto corteo di pensionati usciti dal Teatro Lirico dove si era svolto una pacifica manifestazione sindacale: i vecchi vennero accerchiati e attaccati col manganello, non poterono opporsi, ma in loro aiuto arrivarono dalla vicina università statale le schiere degli studenti capitanati da Cafiero e da Toscano. E cominciò la battaglia, conclusasi con la morte del povero agente Annarumma, il quale andò a scontrarsi col suo gippone contro un altro mezzo della polizia. Con una prontezza impensabile, la versione ufficiale venne data alla stampa: il giovane poliziotto era stato ammazzato dagli studenti comunisti. Sulla base di questa incredibile bugia Milano si spaccò in due, da una parte l’invincibile armata della borghesia, con i suoi potenti giornali e le radio nazionali, dall’altra coloro che pensavano di fare la rivoluzione messicana, atteggiamento rivelatosi infine puerile.

In questo bailamme, spesso anche ideologico, non fu semplice trovare la linea più corretta, cavalcata, invece, con intelligente fermezza, dal comunista Paolucci: credo che allora Ibio abbia sbagliato ben poche volte. Era prudente Ibio, come gli avevano insegnato i vecchi compagni, abituati a vivere e a operare in un mondo in cui erano trattati come poveri scemi con tre narici o come bestie feroci: il mondo doveva essere liberalizzato dicevano i pompieri del qualunquismo conformista. Molti giovani giornalisti furono acquistati dalla borghesia, nacquero giornali apparentemente senza ideologie, ovvero con l’ideologia della non ideologia e risultarono spesso i più feroci oppositori di coloro che volevano un altro mondo, un’altra Italia, più pulita, più onesta. Era il tempo dei grandi giornalisti sgravati da generose scrofe: i porcellini usavano come corrispondenti fidati il giudice massone, il carabiniere dei Servizi legati alle bande mafiose, il poliziotto pronto a qualsiasi comoda verità, il cardinale che benedice le armi pronte a sparare sul popolo.

Se ben ricordo, Ibio non si lasciò affascinare dal facile soldo padronale, sempre più di frequente scelse il silenzio, il caldo silenzio delle persone più oneste e più preparate, a volte scontrandosi anche con i compagni che vedevano in fondo ai lunghi corridoi di viale Fulvio Testi, dov’era la sede dell’Unità, vedevano la luce brillante del liberismo sfrenato che oggi intristisce la nostra società.

Questo ricordo di Ibio Paolucci è stato scritto in occasione del premio ‘Marco Nozza’ per il giornalismo d’inchiesta, investigativo e informazione critica, consegnato oggi a Langhirano (Pr) all’interno della rassegna ‘I sapori del giallo’ (leggi qui il programma)

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Cultura in tutti i sensi: ecco una bella idea pronta per essere copiata

A girare per la rete capita di incontrare città della conoscenza, città che apprendono anche qui da noi, nel nostro paese. Spesso non visibili, sono come uno spiraglio tra le due ante di una finestra che apre la vista su una prospettiva, su un panorama inaspettato.
La finestra si chiama Csbno, è l’acronimo di Consorzio Sistema Bibliotecario Nord-Ovest. Un Consorzio formato dalle biblioteche di 34 Comuni della Provincia Nord-Ovest di Milano.
Si scopre che il target di questo Consorzio è il Long Life Learning, un servizio alla cittadinanza per imparare ad imparare lungo tutto il corso della vita, la trasmissione della conoscenza, la mobilitazione dei saperi.
Il Csbno si presenta come luogo che della formazione permanente ha fatto la propria prospettiva di ricerca e di sviluppo, l’elemento più rilevante di un vasto processo di ristrutturazione del campo formativo aperto agli apprendimenti formali, non formali, informali. Il tutto prende avvio dalla corretta lettura dei bisogni della società in cui oggi tutti siamo immersi. Una società in cui sempre più va crescendo il bisogno di una pluralità di canali formativi di base e superiori effettivamente qualificanti sul piano culturale e professionale, mentre contemporaneamente aumenta la necessità di spostare i confini tradizionali della formazione per soddisfare esigenze di apprendimento estese lungo tutto l’arco della vita.
Visitare il sito internet di questo consorzio (http://webopac.csbno.net/) aiuta a comprendere di cosa si tratta e, in particolare, che ci si trova di fronte ad un’idea molto semplice, non difficile né da concepire né da realizzare. Basta abbandonare per un momento i condizionamenti a cui generalmente la nostra mente è soggetta, come la convinzione che vi siano luoghi deputati alla conoscenza e altri no, riconoscere che tutti i saperi hanno uguale dignità, soprattutto quando le sfide di ogni giorno ci fanno toccare con mano quanto ancora siamo disarmati in materia di saperi e di conoscenze.
Si tratta di concepire una visione estesa della cultura e della formazione, al di là dei luoghi ad esse tradizionalmente deputati e pensare che il lavorare in rete oggi ci consente di massimizzare risorse, strutture ed esiti. La rete non è solo interconnessione e comunicazione, che ancora sono mezzi, è portare a sinergia il sommerso facendolo emergere di modo che costituisca un bene, un vantaggio per tutti, un valore aggiunto che diversamente andrebbe perduto a scapito dell’intera comunità. Questa è la filosofia delle città che apprendono, delle città che vogliono essere città della conoscenza, almeno secondo gli intenti dell’Unesco.
È sorprendente la semplicità con cui la pagina web del consorzio mette in rete le opportunità di apprendimento offerte dal territorio dei 34 comuni che aderiscono al Csbno.
Sono cinque link: Cose da fare, Cose da visitare, Cose da non perdere, Cose da provare, Cose da bambini. Chiunque sia interessato può cliccare su ciascuno per conoscere la gamma di occasioni offerte dal territorio. Corsi di informatica, lingue, benessere e salute, musica, tecnologia, lavoro e management, scrittura e comunicazione, cultura. I luoghi della cultura, i beni artistico-architettonici, paesaggistico-ambientali, gli itinerari naturalistici da visitare. Spettacoli, concerti, conferenze, gite da non perdere. E in fine lo sport e i luoghi dove mangiare e bere da provare.
Una rete di biblioteche questa della provincia milanese che ha saputo reiventarsi e riproporsi, affiancando ai servizi bibliotecari tradizionali una pluralità di attività sul territorio al servizio della cittadinanza.
Le scelte compiute dal Csbno ne fanno oggi un ente “forte” nella diffusione del sapere e della cultura a disposizione di tutti gli attori sociali, che si offre anche alle realtà imprenditoriali, in particolare le piccole e micro imprese. Di qui l’idea di valorizzare il circuito della conoscenza di cui è portatore il consorzio per generare un sistema che diventi strumento per la diffusione del sapere e della cultura d’impresa per lo sviluppo del territorio e delle attività imprenditoriali stesse.
Non sappiamo se facendo proprio l’obiettivo della formazione permanente a trecentosessanta gradi le biblioteche dei 34 comuni che si sono messe in rete per un progetto così ambizioso fossero consapevoli di lavorare come e per le città che apprendono.
Il risultato comunque è grande, è quello di aver interconnesso tra loro i fili di un mondo complesso che vive ancora invisibile nella stragrande maggioranza delle nostre città e dei nostri comuni e che attende da tempo di vedere la luce come vantaggio e risorsa per tutti.
Eppure basterebbe iniziare col concepire e realizzare un’idea semplice, semplice come quella del consorzio lombardo. Ma bisogna avercela l’idea! Averla, anche qui, è una questione di cultura che consenta di guardare alle cose di tutti i giorni con altri paradigmi, differenti dalle nostre routines.
Il paradigma, ad esempio, delle città che apprendono, che nasce dalla consapevolezza, innanzitutto politica, che il life long learning non è più un’occasione, ormai da tempo, ma un diritto, un diritto di cittadinanza, la cui soddisfazione e garanzia chiama in causa chi ci governa, a partire dalle nostre realtà locali, dai palcoscenici quotidiani delle nostre vite.

Il Pirellone compie sessant’anni

È il 1956, sessant’anni fà, esattamente il 12 luglio quando viene posta la prima pietra del grattacielo Pirelli: per tutti il Pirellone. Con i suoi 127 metri di altezza per 31 piani è l`edificio più alto dell’Unione europea fino al 1966, anno di costruzione della Tour du Midi di Bruxelles.
Il simbolo del riscatto di Milano, o meglio di una Nazione intera, dopo il devastante evento della Seconda Guerra Mondiale e l`inizio di una vera rinascita economica e sociale: il “boom economico” che caratterizzerà per almeno i vent` anni successivi la vita e le abitudini degli italiani.
Il grattacielo viene costruito tra il 1956 e il 1961 sui terreni degli stabilimenti Pirelli affossati dai bombardamenti. Il progettista incaricato è il milanese Giovanni Ponti detto Giὸ, che dirige anche tutte le fasi costruttive, con la collaborazione di altri importanti progettisti Giuseppe Valtolina, Pier Luigi Nervi, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Rinardi e Egidio Dell’Orto, e per l`ambito strutturale i consulenti Pier Luigi Nervi, Arturo Danusso, Piero Locatelli e Guglielmo Meardi.
E` uno degli edifici in calcestruzzo armato più alti al mondo.
La costruzione terminerà nel 1961.

Ma perché un cristallo? Giὸ Ponti ricorre al rivestimento in vetro e alluminio della stuttura in calcetruzzo armato. Scrive nel 1941 “ ..l`architettura è come un cristallo, è metafora per inseguire una immagine di purezza, di ordine , di slancio e di immobilità, di perennità, di silenzio e di canto (di incanto) nello stesso tempo: di forme chiuse, dove tutto fosse consumato nel rigore dei volume e d`un pensiero”.
Giὸ Ponti interpreta in Italia quel movimento architettonico (anche speculativo) che spinge le architetture in altezza secondo i canoni architettonici espressi dall’International Style. I caposcuola sono oltreoceano: Mies van der Rohe dopo vari falliti tentativi di costruire grattacieli nella Germania del terzo Reich completa nel 1958 il Seagram Building, capolavoro in acciaio e vetro a New York, preceduto da un altro simbolo di New York il Lever House dello studio d’architettura statunitense Skidmore, Owings and Merrill del 1952; di William van Allen il fantasioso Chrysler building del 1938 ed ancora l`Empire state building o il Rockfeller Center sempre a New York degli anni 30 del XX secolo solo per citarne alcuni, preceduti dal “goticheggiante” Woolworth building del 1913 di Cass Gilbert ancora a New York.
Le vetrazioni utilizzate sono innovative e rivoluzionarie considerato che siamo negli anni Cinquanta; per la prima volta questa tecnologia raggiunge l`Italia dall`America. Le vetrate sono funzionali al tema termico, acustico, alla riduzione dei consumi, sono sostenibili e migliorano in modo incomparabile il comfort interno.
Si tratta di una vetrata isolante del tipo Thermopane: due lastre di cristallo (vetro) di spessore 6 mm prodotte dalla società belga UniverGlav, saldate fra loro perimetralmente da un giunto metallico quale distanziatore formante una intercapedine con aria disidratata di 15 mm; le parti a copertura dei solai portano un solo vetro esterno e un materiale isolante retrostante fissato all`interno di un vassoio metallico.
Una assoluta novità per l`Italia che fa immediatamente scuola; infatti di li a poco anche la torre Galfa, innalzata a fianco, utilizzerà la stessa tecnologia di rivestimento vetrario.

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Un’immagine dell’incidente

Il 18 aprile 2002 però un piccolo aereo da turismo pilotato dall’italo-svizzero Luigi Fasulo si schiantò contro il 26º piano del palazzo causando due vittime, dipendenti della Regione, oltre allo stesso pilota. Iniziὸ immediatamente il lungo lavoro di ricerca dei materiali per riparare la ferita e soprattutto del vetro di rivestimento per un intervento di restauro conservativo unico nel suo genere in Italia e che avrebbe avuto da un lato la necessità di mantenere il più possibile la presenza cromatica storica e dall`altro di adeguare il fabbricato alle nuove normative di sicurezza ed energetiche nazionali ed europee in vigore.
Un lungo e attento processo di selezione dei materiali e il lavoro di smontaggio recupero e rimontaggio dei componenti metallici delle pareti esterne originali (salvo la ricostruzione delle parti distrutte dall`impatto aereo) ha consentito ai determinati sostenitori del restauro conservativo di prevalere nell`aver mantenuto sostanzialmente inalterato l`aspetto di questo gigante verso chi avrebbe voluto al contrario un restyling totale della torre. Le operazioni dopo circa due anni di intenso impegno di maestranze, progettisti, esperti del restauro hanno riconsegnato nel rispetto del progetto originario un`opera di ingegneria ardita, un unicum, un simbolo insostituibile, un omaggio dovuto a Giὸ Ponti famoso nel mondo dai milanesi e dall`Italia intera.

ECOLOGICAMENTE
Milano sì, Roma no

Notizia di questi giorni: Milano è la seconda città d’Europa (pare dopo Vienna) per la raccolta differenziata. Sono a quota 54%; bravi. Sono senza cassonetti e hanno importanti impianti sia per riciclare che per incenerire. Anche a Torino hanno chiuso la più grande discarica pubblica d’Italia e hanno costruito il più recente inceneritore. A livello regionale la percentuale di raccolta differenziata maggiore è però in Veneto (67,6), Trentino Alto Adige (67%) e Friuli Venezia Giulia (60,4%). Ma torniamo al livello europeo. L’anno scorso (su dati 2014) Atia Iswa ha fatto una interessante ricerca sulle principali città europee presentando i seguenti dati:
– Parigi, dati 2014: recupero energetico al 70%. Raccolta differenziata al 18%, Il servizio di raccolta e trattamento rifiuti è esternalizzato dal Comune di Parigi ad aziende private all’85% e costa in media 90 euro ad abitante. La tassa sul servizio rifiuti che finanzia l’intero servizio (incluso lo spazzamento), è pari, in media, a 121 euro l’anno per abitante.
– Berlino, propria azienda 100% pubblica. Raccolta differenziata al 39% (2015). Capacità di trattamento del 100% in impianti presenti nel proprio bacino di riferimento, soddisfacendo pienamente il principio di prossimità. Al 39% il recupero termico dei rifiuti. I costi del servizio coperti dalla tariffa puntuale, quota fissa e sulle frequenze degli svuotamenti stabiliti dall’utente. I costi di raccolta e trattamento degli imballaggi è svolto da aziende private selezionate con procedure di appalto pubblico competitivo. Costi medi del servizio 74€ per abitante.
– Vienna, recupero energetico al 60% del 2015. La raccolta differenziata al 32% (dunque non è la prima…) mentre solo il 18% dei rifiuti, per lo più scorie da incenerimento e inerti, vengono smaltiti in discarica (601 kg pro-capite). Il sistema di tariffazione puntuale calcolato sulla base del volume dei contenitori e la frequenza di svuotamento (si passa da 4,41€ per contenitore da 120 litri a 176,40€ per il cassonetto da 4.400 litri). La raccolta degli imballaggi e dei rifiuti elettronici è a carico dei recuperatori che ne sostengono gli oneri economici. L’affidamento del servizio è 100% pubblico.
– Varsavia, ricorso massivo alla discarica al 63% dei rifiuti prodotti. La raccolta differenziata si attesta attorno al 20%, i restanti rifiuti vengono prevalentemente trattati in impianti di selezione meccanica o di recupero biogas. L’affidamento del servizio di raccolta e trattamento avviene tramite gara pubblica ogni tre anni e per il triennio 2014-2017 è stato affidato a tre aziende diverse.
– Roma, 603 kg pro capite; raccolta differenziata al 43% del 2015; il “porta a porta” offerto al 30% della popolazione e la raccolta stradale con cassonetti per il restante 70%. Tariffa 162 € per abitante/anno.
Ma ci dobbiamo credere ai dati di Roma? La situazione romana risulta essere ben più critica. Ci sono 5 mila tonnellate al giorno da smaltire, di cui 2 mila differenziati e 3 mila indifferenziati che dovrebbero andare per un terzo nell’impianto di trattamento meccanico biologico di Ama, altrettanto in un impianto privato e gli altri ad Aprilia, Frosinone e Abruzzo; però si parla anche di altri impianti (in Emilia Romagna, Puglia e Lombardia) oltre a Portogallo, Bulgaria e Romania (fonte articolo Repubblica del 30 luglio).
In sintesi la situazione è complessa e ci sono problemi ovunque, anche nel resto dell’Europa. In media in Europa infatti si sprecano il 16% degli alimenti. Lo dice lo studio Lost water and nitrogen resources due to EU consumer food waste che ha analizzato i dati statistici provenienti da sei stati membri, Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Germania e Romania, dove modelli di consumo sono molto diversi a causa di differenti stili di vita e potere d’acquisto (per altri stati non è stata possibile l’indagine a causa delle lacune di dati). Per l’analisi sono stati considerati sia i rifiuti alimentari generati a livello familiare (principale) che i rifiuti generati nel settore della ristorazione (ad esempio, ristoranti e scuole). I dati evidenziano come gli europei sprechino una media di 123 kg pro capite all’anno di cibo, quasi l’80% (97 kg) di questi sarebbe evitabile in quanto è commestibile che si traduce in 47 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari evitabili ogni anno. Verdura, frutta e cereali sono sprecati più di altri gruppi alimentari in quanto tendono ad avere una durata più breve e sono spesso troppo acquistati.

Dato che ho citato anche qualche dato tariffario e poichè il tema sarà di grande attualità anche a Ferrara per l’avvio il prossimo anno della tariffa puntuale, credo possa interessare il confronto di quanto si paga in Europa e in Italia. Il C.R.E.E.F, Centro Ricerche Economiche Educazione e Formazione Federconsumatori ha realizzato un primo report della IX indagine nazionale sui “Servizi e Tariffe Rifiuti”, in cui sono stati presi in esame gli importi della TARI 2015 nelle 90 su 104 città capoluogo. A grandi linee per un appartamento di 100 metri quadri con un nucleo familiare di 3 persone il rapporto evidenzia un aumento medio nel quinquennio 2010-15 del 21,49% (pari a +51 euro), a fronte di un’inflazione nazionale nello stesso lasso di tempo del +7,5% (dato ISTAT). La spesa media nazionale riferita alle 104 città campione è di 287 Euro.

A Milano spiccano le opere di artisti e intellettuali ferraresi. Tre mostre da vedere

Metti una passeggiata piacevolissima a Milano, un sabato pomeriggio d’aprile. Le vie attorno a corso Magenta sono vive e ricche di fermento, gente che entra ed esce da bar e caffè. Come ferrarese sei aperto a mille e vuoi respirare tutto il resto che c’è oltre le Mura della tua città. Allora visiti due mostre poco pubblicizzate, alcuni direbbero di nicchia, e guarda un po’, scopri che in entrambe sono esposte anche opere di artisti e intellettuali ferraresi.

Alla Fondazione Stelline, tra i quadri che mostrano i protagonisti della vita culturale del capoluogo lombardo nel periodo storico tra le due guerre, ritrovi De Chirico e De Pisis; due portoni più in là, la mostra sui cinquant’anni di cultura del Novecento (dal 1933 al 1983) visti attraverso i libri Einaudi, trovi nientemeno che la prima stampa del 1976 de “La strage di Peteano” di Gian Pietro Testa, giornalista e scrittore molto noto, amico che abbiamo il grande onore di avere tra i collaboratori della nostra testata. Dulcis in fundo, Palazzo Reale, la mostra “Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra” dove tra i grandi artisti europei fanno la loro figura diverse opere di Gaetano Previati.

Clicca le immagini per ingrandirle

Locandina della mostra su “Le collezioni tra le due guerre”, a Milano
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La copertina della prima stampa Eiunaudi de “La strage di Peteano” di Gian Pietro Testa
Locandina della mostra sul Simbolismo a Palazzo Reale, Milano

E ti si apre il cuore, un palpito, era ciò che desideravi: ti senti un po’ milanese anche tu, italiano, europeo… l’eccellenza culturale travalica il tempo e i luoghi.

Gallerie milanesi tra le due guerre“, fino al 22 maggio alla Fondazione Stelline, corso Magenta 61, Milano

I Libri Einaudi 1933-1983“, fino al 23 aprile, Galleria Gruppo Credito Valtellinese, corso Magenta 59, Milano

Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra“, fino al 5 giugno, Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano

Nel segno dello Struzzo: mezzo secolo di cultura e raffinato book design

Quando si pensa a edizioni dal gusto essenziale, unico ed elegante si pensa Einaudi. Per il bianco che incornicia le copertine, per l’equilibrio perfetto tra sfondo, font e disegno. E poi per l’ovale con lo Struzzo – che stringe un chiodo nel becco con, sullo sfondo, un paesaggio con un castello e il motto “Spiritus durissima coquit” (lo spirito digerisce le cose più dure) – che è stato, per molti, indiscusso simbolo di qualità e di eccellenza culturale. Un punto di riferimento ideologico e intellettuale, ma anche grafico-editoriale.

 

einaudi-mostraDa oggi fino al 23 aprile, cinquant’anni di cultura del Novecento visti attraverso i libri pubblicati da Giulio Einaudi dal 1933 al 1983, dalla fondazione fino alla crisi finanziaria del 1983 e alle successive traversie che porteranno, nel 1994, al passaggio alla Mondadori. Riviste, prime edizioni, copertine celebri e le 92 storiche collane disegnate da artisti d’eccezione come Albe Steiner, Max Huber, Bruno Munari, sono esposti alla mostra I libri Einaudi 1933 – 1983 allestita presso la Galleria Gruppo Credito Valtellinese a Milano.

Tutto il materiale documentario è del collezionista Claudio Pavese, che in oltre tremila volumi e documenti ha ricostruito la più ampia e completa storia della casa editrice italiana più influente sul piano culturale e una delle principali a scala internazionale, è possibile per la prima volta vedere da vicino, in un’’articolata sintesi di circa 300 pezzi esposti, l’’intero catalogo storico pubblicato.

einaudi-mostraSi parte dalla ricostruzione del clima cultural-editoriale della Torino di Piero Gobetti e di Carlo Frassinelli, per poi mostrare libri in prima edizione, riviste, pubblicazioni, tutte le collane (ben 92, dai celebri “Coralli” ai “Gettoni” e a “Centopagine”, dalla precorritrice “Collana viola” a “Tantibambini”, solo per citarne alcune) che scorrono sotto i nostri occhi in un intreccio potente di cultura, editoria e grafica, decennio dopo decennio dagli anni Trenta al vivacissimo secondo dopoguerra. Come giustamente sottolinea il collezionista, “dal ‘’33 all ‘’83 due intere generazioni sono ‘cresciute con gli struzzi’; due generazioni di intellettuali e di lettori che in quei cinque decenni hanno trovato nei libri della Casa editrice Einaudi un punto di riferimento centrale per la propria formazione”.

Per leggere il testo del curatore clicca qui

einaudi-mostraDal 30 Marzo 2016 al 23 Aprile 2016
Luogo: Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Milano
Curatori: Andrea Tomasetig, Cristina Quadrio Curzio, Leo Guerra
Con il patrocinio della Fondazione Giulio Einaudi di Torino
Ingresso gratuito
Tel. +39 0248.008.015
E-mail: galleriearte@creval.it
Sito ufficiale: http://www.creval.it/

LA SEGNALAZIONE
In mostra sogni e inquietudini del Simbolismo europeo

di Maria Paola Forlani

Il Palazzo Reale di Milano fino al 5 giugno 2016 ospita la mostra “Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra”, promossa dal Comune di Milano e prodotta da 24 Ore Cultura e Arthemisia Group,
a cura di Fernando Mazzocca e Claudia Zevi in collaborazione con Michel Draguet.
L’imponente rassegna (si snoda in 24 sale) mette per la prima volta a confronto i simbolisti italiani – da Segantini a Previati, da Sartorio a Chini, e molti altri – con quelli stranieri, attraverso la presenza di oltre 100 dipinti, sculture e un’eccezionale selezione di grafica, che rappresenta uno dei versanti più interessanti della produzione artistica del Simbolismo.

simbolismo
Una delle sale della mostra

Il termine Simbolismo è assai vago e serve del resto a designare un movimento dai contorni fluidi, una pluralità di tendenze eterogenee, che si caratterizzano soprattutto per una comune eccezione dell’arte e della vita. Il Simbolismo contrappone l’idea alla realtà, la fantasia alla scienza, il rifugio nel sogno alla volgarità esistenziale. L’artista simbolista assume, infatti, un atteggiamento di netta opposizione sia nei riguardi del realismo sia dell’Impressionismo, escludendo qualsiasi interferenza scientista – mentre persino gli impressionisti erano stati attratti dallo scientismo almeno a livello teorico, nell’elaborazione della loro ottica – egli pretende di agire con l’esclusivo intento di “risvegliare l’Idea con una forma sensibile”.
Le parole sono del poeta Moréas, che su “Le Figaro” del 18 settembre 1886 pubblicava appunto il “Manifesto del Simbolismo”.
Dall’Inghilterra la voce simbolista giungeva con Wordsworth e con Coleridge: “L’artista deve imitare ciò che è dentro alla cosa, ciò che agisce attraverso la forma e la figura, e parla a noi per mezzo di simboli”. Dall’America con Edgar Allan Poe; per non dire del grande Baudelaire, che vedeva l’uomo passare “à travers des forêts de symboles”.

simbolismo interno
Una delle sale della mostra

Il Simbolismo, riuscendo ad abbracciare anche da noi come nel resto d’Europa arti figurative, architettura, letteratura e musica, ha contribuito a rinnovare profondamente la cultura italiana, facendola entrare nella modernità e anticipando il Futurismo. Questo movimento si è manifestato dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento alla vigilia della Prima guerra mondiale, riuscendo a interpretare entusiasmi e inquietudini della cosiddetta Belle Époque. La forza del Simbolismo è stata quella di riuscire a rappresentare, penetrando anche nei territori dell’inconscio, i grandi valori universali dell’umanità – il senso della vita e della morte, la fantasia, il sogno, il mito, l’enigma, il mistero – in un momento in cui tali valori sembravano minacciati dall’avanzare del progresso scientifico e tecnologico. Segantini e Previati hanno rappresentato le due anime del movimento: una più legata alla dimensione della realtà naturale, l’altra a quella del sogno. Pelizza da Volpedo e Morbelli confermano invece come il Divisionismo italiano, assolutamente all’altezza delle altre avanguardie europee, abbia raggiunto i suoi risultati più alti proprio quando, creando “l’arte per l’idea”, è passato dal realismo alle istanze simboliste.
Rispetto al clima milanese, rappresentato soprattutto da Segantini, Previati, Pelizza e Morbelli, la situazione appare molto diversa a Roma, dove anche per l’influenza di d’Annunzio i grandi protagonisti, come Sartorio e De Carolis, hanno elaborato una pittura che si rifaceva alla tradizione, soprattutto del Rinascimento, e privilegiava il mito o l’allegoria, seguendo le orme dei preraffaelliti inglesi come Rossetti, Holman Hunt e Burne-Jones.
Non è mancato un proficuo rapporto con i grandi simbolisti stranieri presenti in Italia, come Böcklin, Klinger, von Stuck, Klimt, conosciuti soprattutto attraverso le Biennali di Venezia, che sono state delle straordinarie occasioni di confronto internazionale. A questo proposito, memorabile fu la famosa Sala dell’Arte Sogno allestita alla Biennale del 1907, che rappresentò la consacrazione, suggellata proprio dall’incontro tra artisti italiani e stranieri, di un movimento che si era affermato come l’interprete privilegiato dello spirito del tempo.

simbolismo mostra
Una delle sale della mostra

La presenza alla stessa rassegna dell’impressionante ciclo monumentale di Sartorio “Il Poema della vita umana”, la decorazione delle otto vele della cupola del Padiglione Centrale dei Giardini realizzata nel 1909 da Chini, con la rappresentazione allegorica de “L’Arte attraverso i tempi” (o le Allegorie dell’Arte e della Civiltà), e infine i diciotto panelli sul tema della Primavera che perennemente si rinnova – eseguiti sempre da Chini per l’edizione del 1914 e destinati alla sala che esponeva le sculture del dalmata Ivan Meštrović – sembravano consacrare il Simbolismo, declinato in due stili molto diversi, ma nella stessa trascinante dimensione eroica e visionaria, come il linguaggio figurativo in cui l’Italia potesse riconoscersi, ritrovando una sua unità e grandezza. Del resto era stato lo stesso Sartorio, designato nel ruolo di pittore vate, a interpretare attraverso un sofisticato e complesso itinerario simbolico lo spirito della nazione nel monumentale fregio realizzato tra il 1908 e il 1912 nell’aula del Parlamento a Montecitorio.
Contro il fronte indistruttibile dei tradizionalisti, si affermò una notevole avanguardia letteraria e artistica che, soprattutto sul versante del movimento simbolista, seppe farsi interprete dei problemi, del disagio non solo sociale ma anche esistenziale, dell’atmosfera contraddittoria di quel periodo pieno di entusiasmi progressisti e di fiducia nel futuro, ma dominato allo stesso tempo dalla morte.
Alle vittime del lavoro, delle rivolte sociali e delle guerre bisogna aggiungere il terrificante bilancio del terremoto che nel 1908 devastò Reggio Calabria e Messina, provocando la scomparsa di quasi centomila persone.

simbolismo

Anche sul versante figurativo si verificava il passaggio di consegne tra il naturalismo, dominante nella pittura e nella scultura più impegnate a denunciare le difficoltà e le ingiustizie della ‘nuova Italia’ che non era riuscita a realizzare gli ideali e le attese del Risorgimento, e un idealismo simbolista che cercherà di andare oltre questa spietata rappresentazione documentaria per interpretare il malessere, condividere le ragioni degli oppressi e intravedere delle possibilità di riscatto.
La volontà di andare oltre, di passare da una dimensione all’altra, di rischiare e inoltrarsi in un percorso conoscitivo che vada al di là della percezione comune, di rappresentare tutto questo con visioni e un linguaggio nuovi, caratterizza anche in Italia le poetiche e le realizzazioni dei simbolisti, se pensiamo a protagonisti come d’Annunzio e Pascoli in letteratura e a Segantini, Previati, Sartorio, Bistolfi, Martini sul versante figurativo.
Da questo altro contrasto interno nasce quella sensazione acuta di manierismo, che affiora da un capo all’altro della mostra: il manierismo tipico delle grandi crisi e delle stagioni in cui i miti passano la mano e si forma un senso di vuoto verso il quale affluiscono mescolandosi sollecitazioni, proposte e inviti diversi, da ogni direzione; dentro il quale ogni esperienza appare possibile e conveniente. Un manierismo, però, dolce e al tempo stesso aggressivo, in guaine di seta e con unghie di leopardo. Patetico, e toccante, perché colloca in primo piano, come un lume brillante che però si consuma, la coscienza della propria fragilità. Il senso della caduta, il sentimento della fine e, peggio ancora, della impossibilità di sciogliere tutti i nodi.

LA SEGNALAZIONE
In mostra la riscoperta ‘Adorazione dei pastori’ di Rubens, al crocicchio fra Rinascimento e manierismo

di Maria Paola Forlani

Le porte di Palazzo Marino si sono aperte anche quest’anno per il tradizionale appuntamento natalizio con i capolavori dell’arte. Fino al 10 gennaio 2016 il Comune di Milano, a cura di Anna Lo Bianco (catalogo Marsilio) offre la possibilità di ammirare in Sala Alessi una maestosa opera di Pietro Paolo Rubens l’Adorazione dei pastori: una grande pala d’altare riscoperta come opera del pittore fiammingo solo nel 1927 dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, folgorato dalla sua visione nella Chiesa di san Filippo Neri a Fermo. L’opera è oggi conservata nella Pinacoteca Civica della città marchigiana.

San Luca Evangelista ci dà notizia che nella zona dove era nato Gesù “vi erano alcuni pastori che se ne stavano nei campi vegliando, la notte, sul proprio gregge” (Lc. 2,8).
Il Medioevo ha tramandato all’Evo Moderno due schemi di Natività: quello antico e quello elaborato successivamente con preziose novità quali, ad esempio, la presenza del Padre e di suo figlio adorato bambino. L’Evo Moderno ne elabora un terzo, aggiungendovi l’adorazione dei pastori. I due fatti in verità furono, anche storicamente, così uniti (avvennero entrambi nella stessa notte) che insorgeva spontaneo il bisogno di rappresentarli assieme.

La grande tela dell’Adorazione dei pastori, che Rubens dipinse nel 1608, celebra il momento più intimo e suggestivo della Natività e ci appare come una composizione dipinta in una luce notturna densa di bagliori, nella quale si stagliano le monumentali figure della Vergine con Bambino, San Giuseppe e i pastori, ideati come protagonisti e testimoni dell’evento straordinario, a contorno del Bambino da cui si irradia una luce chiarissima che raggiunge il gruppo dei pastori e l’anziana donna al centro, rapiti e partecipi dello straordinario evento. Il più giovane dei pastori, con la veste rossa, indica il Bambino agli altri: la sua posa in ginocchio e la sua statuaria bellezza richiamano l’influsso delle sculture classiche, che ispira così tanto Rubens.

La Gloria di angeli in alto amplifica tutta la composizione rendendola tumultuosa e densa di pathos, in anticipo sul Barocco. Una scena davvero suggestiva, che fa rivivere un momento centrale della tradizione del Natale. Un’opera grandiosa che racchiude in sé tutte quelle prerogative che raramente ritroviamo unite in un unico dipinto: la qualità altissima, che esprime tutta la forza della pittura del grande artista in questa sua fase di prima maturità, ma anche l’ampia documentazione che permette di seguire tutto l’iter dell’esecuzione, avvenuta in breve tempo e quindi di getto, senza ripensamenti, correzioni, difficoltà. Una situazione davvero unica.
Un precedente per la pala di Fermo, unanimemente riconosciuto, è la famosissima
Adorazione dei pastori di Correggio, detta anche la Notte, che l’artista poté vedere nella chiesa di San Prospero a Reggio Emilia, oggi conservata presso la Gemäldegalerie di Dresda.

Da Correggio, Rubens media l’impianto generale con la Vergine e il Bambino,
intensamente vicini sulla destra, i pastori sul lato opposto di cui riprende quello anziano posto quasi a quinta sul margine sinistro della tela. Anche la gloria dei grandi angeli in alto appare simile, ma se in Correggio sono presenze leggiadre in volo verso l’alto del cielo, in Rubens appaiono come una minacciosa piccola schiera in picchiata verso il basso, con evidente omaggio alle invenzioni di Tintoretto, più volte citato dall’artista.
Se molteplici sono i punti di riferimento figurativi per l’Adorazione dei pastori,
la suggestione dell’opera sulle giovani generazioni, anche attraverso le incisioni, e la forza dell’invenzione di Rubens contagiarono alcuni pittori del Seicento, tra cui Pietro da Cortona negli anni centrali per la nascita del Barocco.

Nella prima commissione pubblica, la grande pala dell’Adorazione dei pastori, per la chiesa romana di San Salvatore in Lauro, Cortona rievoca proprio il precedente di Rubens riprendendone la maestosa figura della Vergine, dalla fisionomia carnosa e marmorea insieme, e il Bambino, dipinto come un gruppo di luce.
L’Adorazione dei pastori è una delle più frequenti versioni scelte dagli artisti e dai loro committenti per la rappresentazione della Natività di Gesù.
Durante la notte, si direbbe, accadono due avvenimenti contemporanei: mentre Gesù nasce nella stalla (a cui pare alludere san Luca attraverso la presenza della mangiatoia), un angelo appare in cielo per dare l’annuncio ai pastori. È questo il momento esatto scelto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni (303 – 1305): a sinistra Maria depone il Bambino nella mangiatoia osservata attentamente dall’asino e dal bue, ed è aiutata da una levatrice; a destra un angelo si rivolge a due pastori. La scena si completa con Giuseppe addormentato e con un gruppo di angeli in volo e in preghiera sulla tettoia appoggiata alla roccia.

Dalla metà del Trecento in avanti, con la svolta verso la cavalleria e aristocratica committenza del gotico cortese, e poi con il progredire di una cultura urbana, etimologicamente “borghese”, le figure dei pastori assumono progressivamente un carattere rustico, marginale. Nella cappella di palazzo Medici di via Larga a Firenze (1459 – 1460), Benozzo Gozzoli completa questo percorso storico-sociale. Le pareti dell’esclusivo ambiente ospitano la cavalcata spettacolare dei Magi, in cui i Medici spesso amano identificarsi, e solo uno spazio molto angusto, su un lato della “scarsella” dell’altare, mostra la presenza dei pastori che vegliavano “facendo la guardia al loro gregge”: ma la scena è ambientata nella luce diffusa di una limpida giornata di sole, e incolmabile appare il distacco sociale.

Molte e suggestive sono le interpretazioni degli artisti in tutto il Rinascimento e Manierismo, tra le più note la “ Natività in notturno” di Lorenzo Lotto, l’Adorazione dei pastori di Luca Cambiaso, di Antonio Campi, le diverse versioni dell’Adorazione dei pastori di Camillo Procaccino o di Jacopo Bassano che ne fecero una loro costante poetica, quasi, per una loro inconsapevole adesione alla pittura di genere.

Siamo così alle soglie del Seicento: la pala di Rubens ora in mostra a Palazzo Marino appare l’esito intenso di un artista che sta completando una vasta formazione internazionale, del tutto capace di elaborare in modo personale gli stimoli devozionali e artistici del suo tempo. In una ravvicinata concatenazione di date e di soluzioni, accanto al dipinto di Fermo si può collocare un’altra opera strepitosa dell’Adorazione dei pastori, che ripropone in forma nuova la rivisitazione del tema.
Nella toccante tela dipinta per i Cappuccini di Messina nel 1609, Caravaggio propone quello che Bellori (1672) già definiva un “notturno povero”. Ogni dettaglio della scena, dagli abiti sdruciti dei pastori agli oggetti di lavoro in primo piano, fino alla “capanna rotta e disfatta d’assi e di travi” rimanda a un mondo contadino umile, ancestrale, eppure carico di intensità toccante.

La fabbrica dei regali è a Milano

Per assicurare ai bambini piccoli e grandi regali speciali, a Natale tutti gli artigiani si mettono al lavoro: i falegnami costruiscono trenini e cavallini di legno, le sarte imbastiscono capi pregiati, i fornai sono alle prese con montagne di soffici dolci spolverati di zucchero a velo…  e i designer realizzano oggetti del tutto originali!

Dall’11 al 13 dicembre, alla Fabbrica del vapore di Milano torna Love Design, mostra mercato a supporto della ricerca sul cancro, organizzata dal Comitato Lombardia Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro) in collaborazione con Adi(Associazione per il disegno industriale).

Love Design trasforma i prodotti generosamente donati dalle aziende in risorse da destinare alla ricerca contro il cancro. Firme conosciute in tutto il mondo offrono una selezione di oggetti da regalare e da regalarsi, ideati per la casa e non solo, gioielli di design, articoli vari, pezzi di architettura dell’illuminazione, sedie décor, poltrone che portano la firma di grandi designer come la poltrona D.153.1 disegnata da Giò Ponti nel 1953.

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L’OPINIONE
Sala d’aspetto. Alla politica non bastano i manager, servono i visionari

E adesso, sulla scia di una tendenza diffusa, per il Comune di Milano si parla con insistenza di una candidatura a sindaco di Giuseppe Sala, commissario unico di Expo e in precedenza amministratore delegato di Pirelli e direttore generale di Telecom. Ma non è così che la politica risolverà i suoi problemi – delegando ai manager – perché la politica non è solamente tecnica, ma prima di tutto visione, cioè capacità di delineare scenari, definire prospettive, orientare il cammino del ‘qui ed ora’ verso una meta attesa e desiderabile.
I tecnici ai vertici delle istituzioni politiche, peraltro, non sono una novità, negli ultimi 20 anni li abbiamo visti più volte, negli enti locali come al governo centrale: Monti, Ciampi, Dini… Le loro competenze sono utili se poste al servizio della buona politica, ma insufficienti se spese al vertice, dove sono richieste anche doti che i manager non sempre hanno. Perché dal vertice devono partire indicazioni di percorso, elaborate sulla base di un progetto, da tradurre e attuare in termini operativi. E per questo il vertice deve essere capace di illuminazioni che vanno oltre l’ingegneristica e sfiorano l’utopia: il politico deve avere la lucida e chiara proiezione sul domani e l’autorevolezza per creare consenso intorno ad essa, saper prefigurare le tappe e i passi da compiere oggi in vista dell’obiettivo da realizzare. I tecnici sono funzionali a questo disegno, ma non possono svolgere quella funzione se non sono dotati di ‘capacità visionaria’.

Questa insistenza sui tecnici e sui manager da una parte appare come una resa, un’insincera abdicazione della politica al suo ruolo: suona un po’ come demagogica concessione alla ‘piazza’, giustamente nauseata dalla condotta da avanspettacolo (o peggio) di molti politicanti incapaci o corrotti.
Ma dall’altra invece si prospetta come raffinato e occulto sistema di controllo di secondo livello, con presentabili manichini in vetrina e la regia ben salda nella mani di chi sta nel retrobottega. Se io premier (tanto per dire) designo ai vertici degli enti locali uomini capaci di fare ma non di progettare, potrò sempre (direttamente o tramite i miei accoliti) esercitare un condizionamento in termini di influenza sulle loro scelte strategiche senza incontrare troppa resistenza.
E’ un pensar male? Può darsi. Ma nell’un caso e nell’altro la cosa è sbagliata. Nel primo caso perché la politica deroga al proprio compito e demanda ai macchinisti la conduzione del treno verso un binario morto. Nel secondo perché i poteri forti sostituiscono la propria capacità di condizionamento al legittimo controllo democratico e restano occulti e intangibili.
Non è poi affatto detto che i due scenari siano alternativi, potrebbero anche agire simultaneamente, rispondendo a due diffuse e strumentali convinzioni, entrambe solide in questa delicata contingenza ed entrambe pericolose: la crisi di rigetto per la politica ‘tout court’ (causata dal disgusto creato dai politicanti) e la nostalgia per il dirigismo dell’uomo forte.

Resta comunque il fatto che tecnici e manager possono svolgere funzioni solo temporali di surroga in contingenze particolari, ma non devono sostituirsi stabilmente a chi ha la capacità di orientare il fare in funzione dell’essere, cioè di un preciso di disegno di progresso sociale, perché precisamente questo è il senso dell’agire politico e del governo della comunità.

Oltretutto, di politica e di politici veri si avverte particolarmente il bisogno proprio in frangenti come quello attuale. Siamo nel pieno gorgo di una crisi strutturale, che si risolve solo se si delinea un nuovo scenario, un nuovo paradigma. E per definire una via d’uscita occorre uno sforzo enorme, servirebbe la capacità dei padri costituenti che fra le macerie della guerra e della distruzione dello Stato italiano seppero definire il cammino della democrazia, indicarne il perimetro e le tappe per realizzarlo. Servirebbero uomini come alcuni di quelli che ne hanno accompagnato il percorso: un Berlinguer, un Dossetti, un Moro, un La Malfa, un Altero Spinelli, un La Pira, un Ingrao, un Langer… Servirebbero leader capaci di scrutare l’orizzonte, individuare la strada, mostrarci di nuovo le stelle.

IMMAGINARIO
Due ferraresi in Fabbrica.
La foto del giorno…

Simona Paladino, artista visiva, e Massimo Alì Mohammad, regista cinematografico, saranno presenti alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo che si terrà alla Fabbrica del Vapore di Milano, da domani 22 ottobre fino al 22 novembre. Mediterranea 17 – Young Artists Biennale (questo il titolo originale) è un evento internazionale multidisciplinare curato da Andrea Bruciati e fa parte di Expo in città, il palinsesto di iniziative che accompagnerà la vita culturale di Milano durante il semestre dell’Esposizione Universale.
In uno dei luoghi più rappresentativi della creatività milanese contemporanea, 300 creativi under 35 provenienti da tutta l’area del Mediterraneo – fra cui i ferraresi- presentano i loro lavori, realizzati rispettando il tema di questa edizione della Biennale del Mediterraneo: No Food’s Land.

Per approfondire leggi qui.

GERMOGLI
Non ci resta che ridere.
L’aforisma di oggi…

Appare affranta, sembra non avere più parole nemmeno la Madonnina: dopo il terremoto politico-giudiziario dell’inchiesta Mafia Capitale, ora è la volta di Milano con l’arresto dell’ex governatore della Lombardia Mario Mantovani, indagato anche l’assessore all’economia Massimo Garavaglia. Non ci resta che ridere… [vedi il video di crozza sul “Bicamorrismo perfetto“].

Paolo Borsellino
Paolo Borsellino

Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. (Paolo Borsellino)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

PUNTO DI VISTA
Expo -30, sotto il fantasmagorico Albero della vita il racconto del cibo nel mondo

di Fausto Natali

Manca un mese alla chiusura dell’Expo 2015 ed è ancora un po’ troppo presto per fare dei bilanci, ma qualche breve considerazione su un evento che ha posto l’Italia al centro dell’attenzione planetaria si può già proporre.

Va detto, innanzitutto, che il colpo d’occhio è meraviglioso. Da lontano, mentre si arriva, lo skyline dei padiglioni che si stagliano nel cielo lascia a bocca aperta e passeggiare sotto i grandi teli bianchi che coprono il decumano è una bellissima esperienza multisensoriale e multietnica. Il design e le architetture sono il vero punto di forza dell’esposizione milanese, mentre il contenuto a volte è poco convincente. Il concept iniziale che prevedeva grande spazio per i prodotti della terra non è stato del tutto rispettato e alcune rappresentanze nazionali hanno preferito puntare su soluzioni meno impegnative come i video promozionali, che hanno sì agevolato l’allestimento e la cura degli spazi espositivi, ma che producono il medesimo coinvolgimento emotivo di una puntata di Superquark nel salotto di casa, non tale, almeno, da giustificare un viaggio fino a Milano. In alcuni padiglioni, invece, si apprezza lo sforzo creativo e la volontà di portare un concreto contributo al tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. In una prossima occasione analizzeremo i singoli padiglioni e, magari, stileremo una vera e propria classifica degli spazi espositivi più riusciti, ma prima vogliamo offrire un quadro d’insieme della manifestazione.

Milano è caotica e gestire un tale afflusso di visitatori non è cosa semplice. Il risultato, nel complesso, è positivo. I collegamenti con Expo sono piuttosto agevoli: in treno e metro la facilità di accesso è palese e i parcheggi, per chi arriva in auto, sono ben serviti dalle navette. L’attesa alle biglietterie e ai tornelli è breve e i volontari svolgono un prezioso lavoro di assistenza.

Il vero punto debole di tutta la manifestazione sono le chilometriche code agli ingressi degli spazi espositivi. I più interessanti sono del tutto inavvicinabili e alcune ore di coda per un singolo padiglione possono trasformare una giornata piacevole in un martirio. D’altronde, una manifestazione di questo genere ha costi così elevati che possono essere ammortizzati solo da un numero altrettanto elevato di visitatori, i quali gioco forza devono stiparsi entro spazi ben definiti. Le code, con questi presupposti, diventano intrinsecamente inevitabili.

Il cibo, filo conduttore dell’Expo, abbonda. Quasi tutte le rappresentanze nazionali propongono un proprio menu e i chioschi finger food non si contano. La quantità raramente si abbina alla qualità e, a volte, si ha l’impressione che le portate siano preparate con poca cura. In alcuni casi, pochi per fortuna, il servizio e il prezzo sono ai limiti della decenza. Complessivamente, però, l’offerta è molto interessante e spiace di non avere tempo per poter assaggiare tutti i piatti dei centotrenta Paesi presenti. Nota di merito: fontanelle di acqua fresca gratis, anche frizzante, ad ogni angolo.

Una discorso a parte merita l’Albero della vita, straordinario simbolo di Expo 2015. Un magnifico intreccio di legno e di acciaio di quaranta metri che svetta armoniosamente verso il cielo. Lo spettacolo serale di acqua, musica, luci e fuochi artificiali costituisce un richiamo irresistibile per tutti i visitatori. Da vedere assolutamente.

In base ai dati di fine agosto, sembra che la quota di venti milioni di ingressi sarà raggiunta, così come nelle previsioni. Lontana dai 73 milioni di Shangai 2010, ma superiore ai 18 milioni di Hannover 2000, ultima località europea ad aver ospitato una esposizione universale.

Un ultima considerazione: gli stranieri ammontano ad appena un quinto del totale. Peccato perché era una grande occasione per visitare con una passeggiata il mondo intero, ma complimenti ai nostri connazionali per l’interesse, la curiosità e il desiderio di conoscenza.

In conclusione, il tema è stato sviluppato al meglio? Probabilmente no. I numeri sono veritieri? Forse non tutti. Più contenitore che contenuto? Si. In definitiva una manifestazione che non ha del tutto mantenuto le aspettative, ma che nel complesso ha offerto ai visitatori un grande “racconto” sul cibo e l’alimentazione del pianeta. Si poteva fare di più? Certamente, ma nella società dello spettacolo, così come nella caverna di Platone, è sempre più difficile distinguere fra sogno, immagine e realtà. E l’Expo milanese, con le sue contraddizioni, gli slanci creativi, le innovazioni e le buone intenzioni, ne è la prova.

IL FATTO
Le note del Ferrara Buskers Festival rallegrano le strade milanesi

In trasferta a Milano per l’anteprima del Festival, i Buskres sono stati accolti da Pisapia per la consegna dei cartelli, e hanno suonato fra le vie del centro per la gioia dei milanesi e non solo.
Il nostro racconto della giornata.

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Quando entrano a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, i Buskers, coerenti con il loro ruolo, occupano il salone del ricevimento come fosse una strada: cantano, suonano, intrattengono messi e vigili, si accampano per terra.
Arriva Chiara Bisconti, assessora al benessere, qualità della vita, sport e tempo libero per fare gli onori di casa, è molto divertita dalla folkloristica invasione.
Poi, improvvisamente, da una porta sul fondo, entra Giuliano Pisapia, il sindaco di Milano, e si fa incontro al vicesindaco Massimo Maisto, a Milano anche per le giornate di Ferrara ad Expo, e agli organizzatori del Festival. Questa volta si invertono i ruoli: sono i buskers ad applaudire.

“Oggi – ha detto Pisapia – vi esibite in centro dalle 18 alle 20, possiamo dire che questo è l’aperitivo del vostro Festival. Sono molto felice che siate qui per tre motivi: il primo è che a Ferrara vivono dei miei cari amici ed è una città a cui sono molto legato; secondo è importante che siate essere qui a mostrarci cosa Ferrara è riuscita a costruire per gli artisti di strada e per gli artisti musicali in generale; terzo sull’onda di quello che avete fatto anche noi ora ci stiamo muovendo”.

“In questi anni – ha aggiunto Maisto – tante città italiane hanno colto l’importanza di puntare su arte e cultura, Ferrara l’ha capito prima, definendosi appunto Città d’arte e di cultura, e oggi la carovana dei Buskersk che viene accolta nella capitale economica d’Italia, la metropoli dell’Expo, è per noi motivo di grande orgoglio e ci fa capire che seppur piccoli, siamo in grado di dialogare con tutto il mondo”.

Poi è proprio il sindaco di Milano a dare il via alla rituale cerimonia di consegna dei cartelli agli artisti, che segna l’avvio ufficiale della manifestazione. I primi sono i veterani Cosmic Sausages che non perdono l’occasione per coinvolgere Pisapia nelle loro gag.
Nel frattempo arriva anche Paolo Borghi, il suonatore di hang, che in mattinata ha intrattenuto i visitatori dello spazio di Expo dedicato proprio alla città estense (fino ad oggi). “Per fortuna c’era lui – scherzano gli organizzatori – a rilassare il pubblico durante le lunghe code”.

Poi tutti in strada, quella che dal Castello Sforzesco arriva fino al Duomo, una delle più prestigiose d’Italia, dove era anche presente uno stand promozionale del territorio ferrarese.

“Quest’anno la capitale del mondo è Milano, potevano non esserci?”, scherza orgogliosa Roberta Galeotti, responsabile dei rapporti con i musicisti per il Festival.

“Conosciamo il Buskers Festival di Ferrara, è per questo che siamo qui oggi”, dice una coppia di giovani che dal Piemonte è venuta appositamente a Milano per l’anteprima ed ora ascolta rapita i Madrid Hot Jazz Band in via Dante.

Due ragazze stanno ballando in piazza dei Mercanti, davanti ai Balcony Players, un combo internazionale che fa musica klezmer e gipsy. “Abbiamo amici a Ferrara ed ogni anno cerchiamo di andarli a trovare durante il Festival: quest’anno non ci sembra vero poter avere i musicisti qui!”.

Tutti conoscono il Buskers Festival, tutti sanno che, nonostante questa fuitina, la sua casa è Ferrara.

“Per loro dev’essere bellissimo suonare davanti al Duomo, per noi è bellissimo ascoltarli in questo posto meraviglioso”, riassume così lo spirito di questa trasferta una signora che in piazza Duomo ascolta la potente voce di Marianne Aya Omac (la cantante degli indimenticati Ginkobiloba).

Alle 20 finiscono le esibizioni, è tempo di rimettersi in strada per tornare là dove il Festival è nato. Oggi Comacchio, domani Ferrara.
L’anteprima Milanese è volata nel tempo di una canzone, ma ha lasciato la consapevolezza che la piccola città estense ha un enorme patrimonio di cultura che anche le sorelle maggiori le guardano con rispetto e ammirazione. E prendono esempio.

E mentre i friulani Cinque uomini sulla cassa del morto non si rassegnano alla fine di questa giornata continuando a cantare sul pullman del ritorno, c’è chi, come Victor L. C. Young, ex ingegnere Nato che suona strumenti di recupero, nella saggezza dei suoi ottant’anni compiuti, conserva le forze per i prossimi giorni: quelli intensi che riporteranno per la ventottesima volta il Buskers Festival a Ferrara.

(foto di Stefania Andreotti)

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L’EVENTO
La magia dei Buskers alla conquista di Milano

La musica è un viaggio, e non è una metafora. Il Ferrara Buskers Festival on tour oggi porta musicisti organizzatori e giornalisti a Milano per l’anteprima della kermesse di artisti di strada che domani sarà a Comacchio, e sabato, finalmente, approderà a Ferrara. Il viaggio in pullman è l’occasione per una chiacchierata con gli storici organizzatori del Festival.

“Dopo Venezia nel 2013, e L’Aquila nel 2014, quest’anno per l’anteprima on tour non potevamo che scegliere Milano” spiega Roberta Galeotti, responsabile dei rapporti con i musicisti per il Fbf. “Non è solo per l’Expo – le fa eco Luigi Russo, direttore organizzativo del Fbf – ma anche perché Milano è la terza città al mondo tra quelle più friendly con gli artisti di strada, e per noi questo fa la differenza”.

Saranno 19 gli artisti dislocati tra il Castello Sforzesco e il Duomo che porteranno la magia del Festival nel centro del capoluogo lombardo. Anche se il fascino della cornice estense, più raccolta e metafisica, è ineguagliabile.

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Fotoservizio di Stefania Andreotti

Stefano Bottoni, ideatore e direttore artistico del Fbf, è seduto davanti nel pullman, in un silenzio assorto. Gli chiediamo se dopo 28 edizioni riesce ancora a emozionarsi.
“Certo che sono emozionato, mi emoziono ogni anno, sennò non lo farei! Quando cominciano ad arrivare tutti i musicisti sento le farfalle nello stomaco”.

E il Festival riesce ancora ad emozionare?
“Se ci pensi – risponde Bottoni – il segreto del Festival è quello che accade nel momento in cui una persona suona e un’altra si ferma ad ascoltarla”.
Ma anche la bravura e l’esperienza nel far succedere questo incontro.

“Lo spirito del Festival è lasciarsi andare davanti ad uno che non si conosce”.
Un benefico esercizio di fiducia nel prossimo, cosa tanto rara di questi tempi.
“Il primo a farlo fu il Comune, quando dal nulla proponemmo di realizzare questo evento, che non esisteva in nessun’altra città”.
Da allora la magia si ripete ogni anno.

Bottoni torna assorto. “Mi è tornato alla mente un ricordo, che forse è alla base dell’idea del Festival. Quando avevo 8 o 10 anni, veniva a Ferrara una banda di motociclisti acrobati. Mettevano il loro camion davanti al teatrino Nuovo, poi tendevano un cavo fino alla cima della torre della vittoria. Poi salivano con delle moto scarburate senza gomme lungo il cavo. Io stavo male pensando a quando sarebbero dovuti tornare indietro in retromarcia. Poi qualcuno passava a fare cappello. Quel ricordo deve aver silenziosamente lavorato nella mia testa! Chissà se qualcun altro ne ha memoria!”.

Ma ora è tempo di tornare al presente, il pullman è arrivato a Milano, una nuova edizione del Ferrara Buskers Festival sta per avere inizio.

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IMMAGINARIO
Sulle ali del Vento.
La foto di oggi…

Oggi alle 12 il Vento Bici Tour 2015 fa la sua tappa ferrarese. Partito ieri da Venezia per arrivare a Torino il 7 giugno, è il progetto su due ruote di un gruppo di lavoro del Politecnico di Milano che lascia i propri laborabori di ricerca e in 9 tappe e oltre 15 eventi, viaggia da est a ovest dell’Italia e e racconta a Enti locali e cittadini come l’infrastrutturazione leggera possa diventare un modello alternativo di successo per la vitalità di tanti territori.

Così oggi sul Ponte sul Po a Polesella (RO), il Sindaco di Polesella passa il testimone (la maglietta del progetto Vento) al Sindaco di Ro.

Questo il programma della giornata.

Visita all’agri-campeggio in golena Po
Visita di una postazione di pesca sportiva allestita dall’Unione Pescatori Estensi
Visita del Museo Galleggiante Mulino sul Po e simulazione della macinatura del grano secondo la tradizione, presenza di uno spazio allestito con prodotti ortofrutticoli locali e a seguire buffet di benvenuto
Presentazione a cura del Comune di Ro e del Centro Studi Dante Bighi del progetto futuRO presso le officine futuRO – Piazza Umberto I
Sottoscrizione del Protocollo di Intesa VENTO da parte dell’Unione dei Comuni Terre e Fiumi e del Comune di Polesella

A seguire partenza per Ferrara dall’area golenale
Ferrara – VENTO UN PROGETTO SEMPRE PIÙ CONDIVISO: ANCHE REGIONE EMILIA-ROMAGNA ADERISCE A VENTO
Ore 15.30 | Società Canottieri – Via Ricostruzione 121, Pontelagoscuro [FE]
Il Sindaco di Ro passa il testimone (maglietta VENTO) al Sindaco di Ferrara presso la Società Canottieri
Pedalata lungo la pista ciclabile di Francolino con arrivo al Baluardo della Montagna in Viale Alfonso d’Este 13, Ferrara
Saluto delle autorità al gruppo VENTO e ai ciclisti che lo hanno accompagnato da Ro
Il progetto VENTO | Paolo Pileri, Politecnico di Milano
Regione Emilia-Romagna aderisce al progetto VENTO
La terra ci nutre – è in arrivo un carico di…?
Eat-in a cura della condotta SlowFood di Ferrara
Laboratorio di aquiloni organizzato dall’Associazione Amici della Vulandra
Momento musicale a cura delle Associazioni Musijam e Sonika
Parole su due ruote, letture sul mondo della bicicletta e dimostrazione del lavoro del gruppo Piccoli Tocchi di Teatro, a cura del Teatro OFF
Per la durata dell’evento saranno presenti Cargo bike e una mini-officina di riparazione

Un programma ricchissimo, pronto a soddisfare i cicloturisti esperti e gli amanti della “biga” sia d’epoca sia di design e trendy.

Per maggiori informazioni si puà visitare il sito di Vento [vedi].

OGGI – IMMAGINARIO PROVINCIA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

PAGINE DI GIORNALISMO
Quando ci illudevamo di poter cambiare il mondo con un articolo

9. SEGUE – Era il 21 dicembre del 1976, si sentiva già da molti giorni l’odore di Natale, in pratica psicologicamente eravamo in festa. Milano, dominata dalla splendente Madunina, aveva acceso ogni possibile luce, ma non ci si vedeva niente, la nebbia, quella di una volta, copriva tutto: uomini, cose, palazzi e alberi natalizi. Ricordo che, entrando al giornale (Il Giorno), il portiere canticchiava ridendo “… e la nebia che belessa la va giò per i pulmùn”. Nebbia e Milano formavano allora una coppia di sposi inseparabili, oggi meno, ha vinto il divorzio, fortunatamente. Presi l’ascensore e salii al secondo piano, piano nobile, direzione, segreteria, redazione grafica. Come succede spesso in Italia, la proprietà, l’Eni, quando fu il momento di costruire la sede del giornale, mandò l’architetto negli Usa a vedere com’erano edificate le sedi dei quotidiani, gli architetti tornarono e dissero che erano tutte in orizzontale: perfetto, si misero al lavoro e costruirono un piccolo grattacielo di nove piani di vetro, tutto verticale, una redazione a ogni piano, il grande lavoro dei redattori era andare su e giù: “c’è il tal dei tali?”, “è in ascensore”. Al secondo piano, il segretario di redazione mi accolse con un sorriso poco confortante, mi sembrava di scherno: io ero tranquillo, di solito mi telefonavano per andare in qualche posto, spesso assurdo, quando stavo per mettere in bocca la prima forchettata di spaghetti, la mia minestra: quel giorno era ormai pomeriggio e, quindi, il pericolo doveva considerarsi superato. Sempre con il sorriso a fior di labbra, il segretario De Monticelli, mi informò che a Vienna gli anarchici avevano occupato la sede dell’Opec, l’organizzazione dei principali Paesi produttori di petrolio, e sequestrato una ventina di ministri arabi. E allora?, chiesi, “roba tua – rispose – vai a Vienna, dice il direttore”, e il sorriso si accentuò, “vai dalle segretarie, prendi il biglietto, l’aereo rulla sulla pista”. Lo guardai con odio, “te set on pirla” gli dissi, il suo sorriso si allargò. L’autista del giornale mi accompagnò a Linate, mi chiesi se l’aerostazione esistesse ancora o fosse stata mangiata dalla nebbia, era stata mangiata dalla nebbia, nessun volo fino… non si sapeva. Tornai al giornale. In segreteria dissi che sarei partito in treno, ma l’ultimo treno possibile era già partito, il prossimo mi avrebbe sbarcato a Vienna dopo mezzogiorno del 22 dicembre, tanto valeva rimanere a Milano e inventare un pezzo da inviato in redazione. E in auto?, chiesi a una delle segretarie. La risposta fu immediata: con questa nebbia gli autisti non s’azzardano a partire. Cominciavo già ad accarezzare l’idea di andare a preparare l’albero di Natale per mio figlio Enrico, quando il collega Enzo Lucchi romagnolo pataca ma grande giornalista, mi disse “dài, ti accompagno io, guidiamo un po’ per uno, vado a casa, faccio una borsa e arrivo”. Ero incastrato. Lucchi era il motociclista vestito di pelle nera che attraversa di tanto in tanto la scena di “Amarcord” di Fellini, Scureza era il personaggio. Con Fellini, Lucchi aveva abitato a Roma, entrambi lavoravano per pochi soldi a Paese Sera, poi ognuno aveva fatto carriera, Fellini più di Lucchi. Arrivò, Enzo, dopo una mezzora, aveva una sacca da marinaio norvegese e una pelliccia bianca, di orso?, anche questa è della marina norvegese, mi spiegò. Inutile dirgli che non c’era tanto freddo, non si sa mai, disse. Lucchi era così, pensava ancora al giornalismo romantico, un cocktail composto da fantasia, avventura, coraggio e buona scrittura. Era davvero un altro giornalismo, allora avevamo ancora l’illusione di poter raccontare le cose come se i padroni non ci fossero, pensavamo ingenuamente di poter cambiare il mondo con un articolo o un’inchiesta. Eravamo un po’ coglioni, ma preferisco ancora oggi i pataca ai lacchè brutalizzati al computer da piloti ignoti, noi le cose le vedevamo e le toccavamo, mica ce le raccontava il computer (scusate, considerazioni da vecchio, ogni tanto mi scappa).
Partimmo con l’auto del giornale. Se possibile, la nebbia diventava sempre più fitta, il nostro doveva essere l’unico automezzo in circolazione. Mentre guidavo, Enzo Lucchi leggeva ad alta voce il dispaccio dell’Ansa sui fatti di Vienna: una ventina di ministri dell’Opec prigionieri nella sede dell’organizzazione di un commando guidato da un famoso terrorista, rimasto sempre abbastanza misterioso, Ilich Ramirez Sanchez, noto col nome di battaglia “Carlos”. Quando arrivammo alla frontiera austriaca, la polizia ci chiese dov’eravamo diretti, poi uno domandò “ciornalisti?”, “ya” risposi. “Vienna? Die grosse katastrofen”. Giungemmo nella capitale austriaca alle sette del mattino. Noi non lo sapevamo, ma in quel momento un aereo con a bordo Carlos e il resto della banda, decollava. L’attacco, con sparatoria, di quella che si definiva “braccio armato della rivoluzione araba”, aveva raggiunto un accordo con le autorità viennesi. Nella sede dell’Opec rimanevano soltanto tre cadaveri, un libico, un iracheno e un vecchio poliziotto austriaco. Noi scrivemmo due povere cronache, un vero flop giornalistico, riprendemmo la macchina e tornammo: nel baule rimaneva il pelliccione bianco: Lucchi non l’aveva indossato.

9. CONTINUA [leggi la decima puntata]

Leggi la prima, la seconda, la terza, la quarta , la quinta, la sesta , la settima , l’ottava puntata.

LA RIFLESSIONE
Spiegare il destino ai giovani attraverso l’arte

Sono le sei di mattina del 5 maggio. Mi trascino fuor dal letto e spiego i vestiti della festa. Meno male che le abluzioni eran state fatte in stato di tranche a mezzanotte dopo il concerto dell’immenso Grigory Sokolov. Il gigante buono appare sul palcoscenico del Comunale con il suo viso triste, le spalle ingobbite, il frak strapazzato. Le luci debolissime a fatica illuminano i suoi capelli bianchi e si riflettono sul bordo del coperchio del pianoforte e la sala scandalosamente non esaurita ancora spiegazza carte di caramelle, stronfia nei fazzoletti, scatarra educatamente. Poi una piccola mano si alza e s’appoggia come una farfalla sui tasti. La prima nota del preludio della Partita di Bach impone un silenzio irreale e le Muse scendono lievi a consolare il cuore. Nella Sonata n. 7 di Beethoven quando s’inizia il Largo e mesto capisci che il paradiso non è solo gioia ma ripiegamento interiore che sommuove, direbbe Dante, il lago del cor. E tutti, anche gli scatarranti, si rendono conto che quel momento può e deve essere la felicità suprema. Non un gesto d’esultanza tradisce il mago: il viso rimane triste, le spalle s’insaccano ancor più, le gambe tozze s’avviano a fatica verso l’uscita e mentre scatta un urlo scomposto di gioia e di riconoscenza, reso ancor più sonoro dai battimani e dal ritmico pestar dei piedi, ti trovi a mormorare tra te e te: “Era già l’ora che volge il disio /ai navicanti e ‘ntenerisce il core/lo dì c’han detto ai dolci amici addio/e che lo novo peregrin d’amore/punge, s’e’ ode squilla di lontano/che paia il giorno pianger che si more.” Il resto è pura gioia. Schubert trascorre nel secondo tempo con quell’indicazione del primo movimento della Sonata op. 143 che recita Allegro giusto e si conclude con Allegro vivace e ancora ancora i sei Momenti musicali di cui tre sono Allegro e Allegretto. La sala invoca un bis e lui ne concede sei mentre le mani s’arrestano, ripigliano, volano, esitano e vibrano. Che felicità.
Poi, il giorno dopo, partenza per Milano. Ai giovani della Statale devo andare a raccontare del libro che mi danna e mi commuove da cinquant’anni: i “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese e dir loro cosa significa rappresentare il destino come esperienza e esigenza etica. Il viaggio si compie nell’irreale silenzio di chi dorme o di chi accudisce al suo bisogno di touch e di selfie mentre mi danno a capire o a tentar di capire perché il divino non può essere tale se non si mescola con l’umano. Poi alzo l’occhio dal libro e mi si presenta una Turandot in bianco anziché in nero. Chi legge forse ha visto il copricapo della perfida regina nell’allestimento Expo della Scala: un intreccio di veli, lustrini e boccoli o meglio treccine che si muovono lentamente e a volte convulsamente quando chiede di torturare Liù. La ragazza ha treccine che altro non sono che i fili che le penzolano dalle orecchie: bianchi come l’acconciatura dove tra i lunghi capelli s’intravvede il luogo a cui sono indirizzati, proprio nelle piccole orecchie che ricevono suoni lontani a cui come in trance la bianca Turandot risponde sussurrando dentro un piccolo scatolino pur bianco emettendo soffi di voce e brevi risatine amorose. E ti guarda la giovine, ma non ti vede come non ti vedono i milioni di persone che fanno svolazzare l’indice per avere una conoscenza che altro non si rivela che buio. Buio della conoscenza, buio nella condizione esistenziale.
Sbarco in una Centrale presidiata da discrete forze dell’ordine. Il taxista mi guarda disperato allorché gli comunico dove devo andare. “E’ tutto bloccato”, sussurra, ma dignitosamente tenta vie traverse e mi conduce dopo mezz’ora di peregrinazioni davanti all’austera facciata della Università meneghina. Tento di spiegargli che preferirei che i giovani, che mi si dice siano accorsi numerosi a sentire dalla voce di un grande poeta cos’è il destino – e di che destino si parla -, andassero in corteo a manifestare contro la “buona scuola”, ma sono folgorato dalla risposta che proprio loro mi daranno. “Qui sta a lei dimostrare se abbiamo fatto bene a scegliere di ascoltarla invece di andare in corteo”.

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La copertina della prima edizione Einaudi del 1947

Capisco allora la responsabilità che hanno la mia generazione e quella successiva rispetto al destino di questi giovani e non posso che rispondere con quello che Pavese ha scritto. Il destino e la sua accettazione sta nel rendersi conto di ciò che l’uomo ha sperato e di ciò che ha patito. E tutto questo non può che attuarsi solo sfiorando quel manniano pozzo del passato la cui profondità è insondabile. Ma accostarvisi è il compito dell’umano e della sua ricerca etica.
Che almeno una briciola di questa ricerca tocchi la mente di chi fa politica. Lo vogliono questi giovani e con loro Croce, Gobetti, Einaudi, Salvemini, Gramsci e Matteotti, De Gasperi e Moro, Berlinguer e…
Alla fine i ragazzi eran soddisfatti e m’invitano a mangiar una pizza. Non sanno che io odio la pizza, ma questa volta l’ho mangiata di gusto e pure mi è piaciuta.

Copertine delle ultime edizioni Einaudi

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‘World fair trade week’: all’anti-Expo con ‘AltraQualità’ Ferrara è nel mondo del commercio etico

Tra due settimane inizia la World fair trade week, il ‘contraltare’ di Expo 2015 Milano. Dal 23 al 31 maggio infatti Milano diventerà capitale mondiale del commercio equo con 300 delegati da tutto il mondo, 240 espositori, oltre 100 ricercatori. A promuovere l’evento mondiale sono Wfto – World fair trade organization (Organizzazione mondiale del commercio equo), il suo corrispondente italiano Agices – Equo Garantito (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale), in collaborazione con il Comune di Milano. Ma tra gli effettivi ideatori, promotori e organizzatori anche una delle maggiori cooperative di commercio equo italiane, AltraQualità di Ferrara. Il presidente David Cambioli ci racconta come è nato e come si svolgerà questo evento di portata internazionale che ha una forte matrice ferrarese.

E’ un caso che la Settimana del commercio equo mondiale sia stata organizzata proprio in concomitanza con Expo o è stata una scelta?

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World fair trade week, Rio da Janeiro 2013

Non è un caso, all’ultima edizione della World fair trade week, nel 2013 a Rio de Janeiro, noi come Agices abbiamo proposto di organizzare l’edizione del 2015 in Italia, affiancandola ad Expo che per i temi affrontati, il diritto al cibo e alla sovranità alimentare, si sposava particolarmente bene con il commercio equo e solidale, noi da sempre ci occupiamo di queste tematiche, anche se da una prospettiva piuttosto diversa. La nostra proposta è stata accettata e anche il periodo era perfetto perché la World fair trade week si svolge abitualmente tra maggio e luglio. Abbiamo quindi coinvolto il Comune di Milano che ha mandato un suo funzionario già a Rio de Janeiro, siglando di fatto il passaggio ufficiale delle consegne. Da allora è partita la nostra macchina organizzativa e la World fair trade week 2015 [vedi] rischia di diventare l’evento più importante che ci sia mai stato al mondo sul commercio equo.

In cosa consiste l’evento e cosa potremo trovare alla World fair trade week?

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Calendario eventi della Settimana mondiale del commercio equo e solidale

Oltre alla consueta Conferenza biennale del Wfto (24/27 maggio) [vedi] a cui parteciperanno oltre 300 delegati delle organizzazioni di commercio equo provenienti da ogni parte del mondo, abbiamo organizzato altri eventi collaterali di grande interesse: il “Fair & ethical fashion show” (spazio ex Ansaldo di zona Tortona, 22/24 Maggio) [vedi], tre giorni di esposizione dove il mondo della moda coniugherà tessuti, stili, tendenze con la responsabilità della filiera produttiva; la “Fair cuisine” (evento diffuso, 16/31 maggio) [vedi], settimana in cui una settantina dei migliori ristoranti della città e non solo proporranno menù con prodotti equosolidali; poi la “Milano fair city” (Fabbrica del vapore, zona Garibaldi, 28/31 maggio) [vedi], che è l’evento centrale della manifestazione, prima fiera mondiale del commercio equo, con circa 240 espositori di cui 70 produttori provenienti da tutto il mondo, Africa, Asia, America latina (mai tanti produttori sono stati raggruppati insieme), organizzazioni di commercio equo e associazioni di economia sociale e solidale italiane e un nutrito programma culturale. Infine, un Simposio al Politecnico di Milano Bovisa (29/31 maggio) in cui interverranno professori e ricercatori da tutto il mondo che si confronteranno su tematiche relative al commercio equo [vedi].

In che termini ha contribuito AltraQualità nell’organizzazione dell’evento?

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Locandina dell’evento

Per quanto riguarda l’aspetto organizzativo siamo completamente coinvolti, perché siamo tra gli organizzatori della World Fair Trade Week 2015. Inoltre abbiamo proposto l’evento sulla moda etica, personalmente sono anche il responsabile dell’organizzazione del “Fair & ethical fashion show”. Per quanto riguarda iniziative particolari, assieme ai nostri partner di Scambi Sostenibili (centrale equosolidale di Palermo) e a ChocoFair (organizzazione che costruisce progetti di filiera equosolidale sul cacao), abbiamo organizzato un incontro per presentare un nuovo prodotto, la crema spalmabile “Sabrosita” realizzata in Italia da Nco Nuova cooperazione organizzata con il cacao prodotto dalla Cooperativa colombiana Asoprolan. Nco lavora su terreni confiscati alla criminalità organizzata nelle aree del casertano, mentre Asoprolan si occupa di convincere gli agricoltori ad abbandonare la coltivazione della coca, sostituendola con il cacao di elevata qualità.

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Nando Dalla Chiesa

All’incontro, oltre ai rappresentanti delle nostre cooperative, abbiamo invitato il presidente di Asoprolan, una delle responsabili colombiane di Unodoc, l’agenzia delle Nazioni unite che lotta contro il traffico di stupefacenti e che sostiene i produttori in questione, e Nando Dalla Chiesa, professore associato di Sociologia della criminalità organizzata e presidente onorario di Libera.

Quindi non solo commercio equo in senso stretto, ma etica, rispetto per l’ambiente, cooperazione e legalità…

Sì, abbiamo cercato di dare un taglio ampio per mostrare tutti gli aspetti cha possono contribuire a creare un’economia alternativa. Il focus della settimana consisterà nel rendere evidente l’impegno di cooperative, imprese ed organizzazioni che a vario titolo vincolano la propria attività produttiva e commerciale al perseguimento di una giustizia economica che rispetta persone e ambiente, contribuendo alla riduzione di povertà, esclusione sociale e dissesto ambientale.

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Il logo della Fiera mondiale della moda etica

Per quanto riguarda il “Fair & ethical fashion show” l’idea è stata quella di mettere insieme a Milano, capitale della moda in Italia e non solo, diverse esperienze di moda gestite con criteri etici, secondo diverse declinazioni. Questo per capire e mostrare qual è lo stato dell’arte, quali sono gli attori che ci lavorano e quelli che se ne stanno interessando, e stimolare la creazione di una rete di rapporti tra di essi. Come AltraQualità ci siamo sentiti di lavorare all’organizzazione di questa fiera perché promuovere un discorso di moda etica è uno dei nostri interessi principali: insieme ad Altromercato, siamo le sole cooperative in Italia a sviluppare collezioni di abbigliamento e accessori equosolidali. Come AltraQualità abbiamo creato un marchio di abbigliamento etico che si chiamaTrame di storie”[vedi] creato dalla nostra stilista Maria Cristina Bergamini [vedi]. In questo senso, Milano sarà una grande vetrina per noi operatori di moda etica dato che non abbiamo molte occasioni per farci conoscere e nemmeno grosse risorse da investire in piani di comunicazione e marketing del prodotto.

Il 24 aprile scorso si è svolto il Fashion Revolution Day [vedi], organizzato a livello mondiale in occasione dell’anniversario della strage di Rana Plaza. Il tema della moda etica è di estrema attualità.
E’ così, la nostra idea è sempre stata quella di far uscire la moda etica dall’ambito ristretto del commercio equo e coinvolgere tutti gli operatori della moda e dell’abbigliamento per mostrare loro che un abito può essere bello ed etico allo stesso tempo: sono ormai passati i tempi in cui l’abbigliamento etico era considerato un prodotto per cooperative e associazioni del settore; ora ci sono invece marchi che si sono specializzati e fanno prodotti di alta qualità sia dal punto di vista del design che dei tessuti.

In un certo senso quindi ogni azienda potrebbe fare moda etica, giusto?

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Modello di Yoj di Laura Strambi, marchio italiano che utilizza tessuti di produttori di commercio equo

Assolutamente sì, tutte le aziende di abbigliamento possono fare moda etica, anche le grandi firme se lo fanno con determinati criteri, come garantire una giusta retribuzione e ambienti di lavoro decenti, evitare il lavoro infantile, porre un’attenzione particolare al fattore ambientale perché, in pochi lo sanno, ma l’abbigliamento ad oggi è purtroppo il settore che genera il maggiore impatto negativo sull’ambiente, sia a livello di produzione (colori e tinte), sia a livello di coltivazione delle fibre (utilizzo enorme di acqua), sia a livello di rifiuti: negli ultimi quindici anni la quantità di rifiuti tessili è cresciuta in maniera esponenziale, milioni di tonnellate gli scarti prodotti ogni anno. Questo perché l’abbigliamento da una trentina d’anni funziona con l’idea dell’‘usa e getta’, con collezioni che cambiano molto spesso, inducendo la gente ad acquistare e buttare, comprando e indossando capi a buon mercato, che durano poco perché di qualità pessima, prodotti senza nessun rispetto per i lavoratori e per l’ambiente. E’ chiaro che seguendo criteri etici forse alcuni dovranno rinunciare a profitti enormi così come non si potranno più vendere magliette a pochi euro. Fare moda etica è ormai un’esigenza imprescindibile per tutti coloro che lavorano nel settore, perché la sensibilità sta crescendo a livello internazionale e ci sono sempre più persone che chiedono una particolare attenzione alle modalità di produzione.

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Maglie di Yoj di Laura Strambi, stilita di grandi marche

Per concludere, penso che moda etica non sia un settore o una nicchia, si tratta di moda tout court. Forse più che di moda etica dovremmo parlare di etica nella moda. Un abito di un grande stilista può essere etico se segue i criteri di cui sopra. Ad esempio, all’interno del “Fair & ethical fashion show” saranno esposti abiti disegnati e confezionati appositamente con i tessuti di produttori di commercio equo da una casa di moda che da anni lavora nell’ottica della sostenibilità, Yoj di Laura Strambi, una nota stilista milanese che ha lavorato per grandi firme. Questo è il futuro della moda che vogliamo indicare attraverso il Fair & ethical fashion show”.

Al ‘Wftw’ c’è anche la moda: “Etica ma non per forza etnica, rispettiamo persone e ambiente”

Con Fair and ethical fashion show”, dal 22 al 24 maggioMilano diventerà capitale mondiale della moda etica. Inserita nell’ambito della World fair trade week (23 al 31 maggio) [vedi], la manifestazione di respiro internazionale metterà insieme diversi attori che a vario titolo e che con diverse declinazioni lavorano nella moda con criteri e ideali etici. Quindi non solo cooperative di commercio equo e associazioni, ma anche aziende di abbigliamento e accessori che pongono una certa attenzione alle modalità di produzione. L’evento è promosso dal Wfto World fair trade organization (Organizzazione mondiale del commercio equo), da Agices equo garantito (Assemblea generale del commercio equo e solidale), in collaborazione con il Comune di Milano, e organizzato col supporto della cooperativa AltraQualità di Ferrara.

Maria Cristina Bergamini di AltraQualità, stilista di abbigliamento etico e creatrice delle collezioni “Trame di storie” ci guida alla scoperta della manifestazione.

E’ un’occasione unica per voi di AltraQualità che avete scommesso molto su questo versante del commercio equo…

art_2858_1_fair_and_ethicalQuesto di Milano per noi sarà un evento fondamentale per farci conoscere oltre il circuito delle botteghe del commercio equo, che sono il nostro canale preferenziale. Milano sarà per noi la seconda vetrina importante a livello internazionale, la prima fu nel 2009 quando partecipammo alla prima ed unica edizione dell’ “Ethical fashion show” organizzata durante la Settima della moda di Milano, sulla scia degli eventi che si tengono regolarmente a Parigi, Londra e Berlino. In queste capitali ogni anno si ritrovano numerosi stilisti, organizzazioni e aziende che lavorano nel settore della moda etica a livello internazionale; in Italia invece questi appuntamenti non avevano ancora preso piede e il caso del 2009 era rimasto isolato. Ma quest’anno si è prospettata l’occasione giusta per riproporre l’evento anche da noi, in occasione della World fair trade week [vedi]. I luoghi saranno gli stessi dell’alta moda (zona Tortona per intenderci) ma l’evento sarà dedicato interamente a chi nella moda si ispira a principi etici di produzione: quindi ci saranno le cooperative che fanno commercio equo come noi, ma anche le aziende che utilizzano cotone biologico, materiali naturali, riciclati e artigianali, o che pongono un’attenzione particolare al rispetto delle modalità di produzione e alla giusta retribuzione dei lavoratori.

Cosa troveremo all’Ethical fashion show?

Fair and ethical fashion show a Milano, ex Ansaldo
Fair and ethical fashion show a Milano, ex Ansaldo
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Ethical fashion show, evento annuale a Berlino

Produttori da diversi Paesi che presenteranno capi d’abbigliamento e accessori. Altra Qualità presenterà la collezione estiva che è appena uscita e che si può già trovare nelle botteghe e sul nostro sito e-commerce “Trame di storie. Ethical fashion store” [vedi], poi porteremo in visione il campionario della collezione autunno-inverno in cotone biologico, presentata la settimana scorsa. La cosa interessante è che le collezioni di vestiti e accessori saranno presentati insieme ai produttori stessi: Assisi Garments, dall’India, per gli abiti in cotone biologico, i colombiani di Sapia per la bigiotteria e le borse in camera d’aria e in pelle, e gli indiani di Conserve per le borse ecologiche prodotte con materiali di recupero. Oltre alle cooperative di commercio equo e ai produttori, come dicevo il quadro sarà molto più ampio e variegato. Tra i partecipanti avremo Cangiari (in dialetto calabrese ‘cambiare’), è il primo marchio di moda eco-etica di fascia alta in Italia; Laura Strambi di Yoj, una maison italiana totalmente etica, Laboratorio Lavgon, una realtà al femminile di moda etica, sartoria creativa e artigianale che si discosta dalle logiche del grande mercato della moda e Zharif Design, un progetto di moda etica che unisce tradizione e modernità, dall’Afghanistan. Sono poi in programma incontri e conferenze importanti, la proiezione di un documentario in prima europea sui problemi della modaThe true cost” (di Andrew Morgan, con Stella McCartney, Livia Firth, Vandana Shiva) un momento per riflettere partendo anche dal Fashion revolution day, l’evento del 24 aprile scorso organizzato a livello mondiale in occasione dell’anniversario della strage di Rana Plaza [vedi].

Alcuni capi della collezione autunno-inverno “Trame di storie”. Clicca le immagini per ingrandirle.

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Insieme ad Altromercato, siete le uniche cooperative di commercio equo etico a realizzare una linea di moda etica. Come mai questa scelta?

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Maria Cristina Bergamini con i modelli della nuova collezione

E’ vero, noi puntiamo molto sulla moda etica, è un filone al quale abbiamo scelto di dedicarci fin dall’avvio della cooperativa nel 2002, perché crediamo che un approccio etico verso la moda sia molto importante in termini di giustizia economica, di rispetto delle persone e dell’ambiente. Quello della moda e dell’abbigliamento in genere è uno dei settori al mondo che ha più occupati, se consideriamo tutta la filiera, e che ha un maggior impatto sulla vita delle persone e sull’ambiente. L’idea di vestirsi in modo etico è in crescita, anche in Italia; vestirsi in un modo che rispecchi l’attenzione ad un consumo diverso sta entrando nella mentalità della gente. Purtroppo ancora non ci conoscono in molti, è difficile per noi arrivare ad una clientela più vasta; proprio per questo nell’aprile del 2013 abbiamo creato “Trame di Storie. – Your Ethical Fashion Store” un sito di vendita on-line dei nostri capi d’abbigliamento e accessori, in modo da aprire un nuovo canale di vendita e raggiungere una più ampia clientela [vedi]. Il “Fair and ethical fashion show”, sarà invece un’occasione unica per farci conoscere dagli operatori del mondo della moda e stringere relazioni e contatti con altri operatori di questo settore.

Com’è fare la stilista di moda etica e in cosa consiste il tuo lavoro?

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Una dei capi in cotone biologico realizzato con il produttore indiano Assisi Garnments

Io sono geologa ma ho da sempre avuto la passione per il disegno e per la moda. Grazie ad AltraQualità (io sono una socia fondatrice della cooperativa) ho avuto modo e mi è stata data l’occasione di trasformare una passione in un lavoro. La mia sfida è stata fin dal principio quella di realizzare capi che potessero piacere ed essere indossati anche qui in Europa, perché fino a qualche anno fa abbigliamento etico significava il berretto e il maglione peruviano, il sari indiano, ossia capi tipici dei Paesi in via di sviluppo che venivano importati attraverso i canali del commercio equo. Noi invece facciamo un discorso di moda etica, realizzando modelli di design che rispecchino gusti e tendenze occidentali, disegnati da me ma realizzati dai produttori dei Paesi con cui collaboriamo, con i loro tessuti, i loro materiali e le loro straordinarie capacità.

Stilista al lavoro, alcuni momenti del processo di creazione. Clicca le immagini per ingrandirle.

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Il disegno
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I dettagli
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La scelta delle stoffe
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La scelta dei colori
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Selezione dei campioni
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I contatti con i produttori

Come avviene il coordinamento tra te che disegni i modelli e loro che confezionano i vestiti?
Il lavoro funziona così: io richiedo ai produttori un campionario di tessuti, stampe e ricami; seleziono il materiale e scelgo le stoffe; poi disegno i modelli e definisco i colori originali per la nuova collezione; dopodiché, insieme alla nostra sarta e modellista Cristina Bizzi facciamo i prototipi e sviluppiamo le taglie con tutti i cartamodelli, tenendo presente le modalità e le caratteristiche produttive dei nostri partner; infine inviamo il tutto ai produttori. Qui comincia il loro lavoro, quello di replicare le nostre creazioni usando le loro tecniche abituali. Poi passiamo alle fase delle verifiche e della selezione che è la parte più delicata. Una volta arrivato il campionario, organizziamo la presentazione della collezione alle botteghe del commercio equo, presso il nostro show room di Ferrara, prendiamo gli ordini e partiamo con la produzione. Anche durante quest’ultima fase, seguiamo a distanza i produttori passo per passo, in modo che non avvengano fraintendimenti su colore, taglie e dettagli. L’ultimo step è l’arrivo della merce in magazzino, lo smistamento degli ordini alle botteghe e la vendita on-line. Oltre a tutto questo, visitiamo annualmente i produttori in modo da verificare il lavoro fatto e pianificare quello a venire, oltre a verificare le condizioni etiche di produzione, cosa per noi prioritaria.

Quanto tempo comporta tutto questo lavoro di ideazione, sviluppo, spedizioni, verifiche, produzione e distribuzione?
Nove mesi, ogni collezione è un ‘parto’.

Quante botteghe partecipano alla presentazione delle collezioni che organizzate qui a Ferrara?
Partecipano tra le 15 e le 18 botteghe, ma poi noi inviamo tutto il materiale anche alle botteghe che non hanno potuto partecipare e alla fine abbiamo sempre prenotazioni da 25-35 punti vendita, in prevalenza nel nord Italia, con epicentro tra Bologna, Milano, Torino, Brescia e Genova.

Quanti capi realizzate a collezione e con quanti produttori dei Paesi in via di sviluppo lavorate?
In questo senso siamo progrediti moltissimo: la prima collezione estiva del 2003 contava solo sei capi sviluppati in due colori, mentre già da qualche anno arriviamo fino a cinquanta capi realizzati in cinque colori. All’inizio avevamo solo due produttori, poi siamo arrivati a 4 o 5 da India, Bangladesh, Nepal e Vietnam. Da sette anni realizziamo sia la collezione estiva che quella invernale. Produciamo solo collezioni per la donna, abbiamo fatto qualche tentativo con capi maschili ma non è il target adatto alle botteghe.

Con che tipo di tessuti vengono confezionati i vestiti?

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Campagna internazionale del ‘Fashion revolution day’, 24 aprile 2105, ‘Chi ha fatto i miei vestiti?’

Le collezioni invernali sono realizzate con cotone biologico dai nostri partner indiani di Assisi Garments; gli abiti estivi non sono biologici ma sempre realizzati con materiali di ottima qualità, naturali e tipici della zona in cui vengono prodotti, come per esempio l’endy cotton del Bangladesh, un tessuto meraviglioso composto da un 50% seta e un 50% cotone. I colori sono tutti Azo free garantiti, ossia non tossici. Non utilizziamo materiali sintetici.
Io cerco di scegliere sempre stoffe naturali e di qualità, fatte con telaio a mano piuttosto che realizzate con telaio elettrico, in modo da creare abiti veramente unici e il più possibile artigianali. Per lo stesso motivo richiedo colori particolari che i produttori producono in esclusiva per AltraQualità e inserisco dettagli ricamati a mano o stampe fatte con tecniche come il ‘block printing’ o la serigrafia manuale rielaborate secondo il nostro gusto.

Qual è il vostro target?
Quando realizzo le linee penso ai clienti delle botteghe di commercio equo e quindi ad un target ampissimo che varia molto in base ai gusti e all’età, da zona a zona, e anche dal tipo di capo che si preferisce indossare, un pantalone largo piuttosto che un fuseaux, un vestito aderente piuttosto che ampio. Cerco di creare abiti che possano essere indossati da più persone (i nostri clienti tipo stanno nella fascia d’età che va dai 30 ai 55 anni). A questo scopo faccio molta ricerca e studio le tendenze della moda ma poi elaboro e lavoro senza condizionamenti. In generale creo linee semplici e lavoro molto sul dettaglio che è quello che fa la differenza a che rende unico e originale il pezzo.

Come sono i prezzi dei vestiti che producete?

Fair trade fashion show di Rio de Janeiro, 2013
Fair trade fashion show di Rio de Janeiro, 2013

Noi facciamo ovviamente prezzi equi che soddisfino le esigenze sia dei produttori che dei clienti finali, cercando quindi di dare la giusta retribuzione ad ogni attore della filiera, dal produttore all’artigiano al distributore. In generale, i capi della collezione invernale sono più contenuti perché realizzati in cotone; quelli della collezione estiva invece sono un po’ più costosi perché più sartoriali, realizzati con tessuti più pregiati come la seta e con inserti ricamati e a stampa. Ma nonostante questo il rapporto qualità prezzo è sempre ottimo. Rispetto a questo aspetto, dobbiamo iniziare a ragionare più in termini di valore che di prezzo: intendiamo per valore ciò che un capo, o in generale un prodotto, rappresenta sia in termini di creatività che in termini di lavoro e di conoscenze di chi lo produce e ancora in termini di impatto positivo sulle comunità e sull’ambiente. Ragionare solo in termini di prezzo più o meno conveniente è fuorviante. Già da molto si è compreso che un prezzo eccessivamente basso scarica altrove costi “occulti” a livello sociale e ambientale, nei paesi di produzione come da noi.

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