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Il Scevernenco

Il Scevernenco

Il Scevernenco. Lo chiamavano proprio così Giorgio Scerbanenco. Storpiandogli il nome o, meglio, adattando il suono straniero alla lingua nativa (il lombardo…). Lo stesso, in quegli anni, accadeva col Robert Mìciu, il Bur Lincàster, il Lèn Delòn, ed altri foresti di pregio. Buffa quell’innocenza fonetica che s’impigriva sulle labbra dei giovani operari che, dai nebbiosi paeselli della provincia, alle sei del mattino, si ammucchiavano verso la Pozzi Ginori di Corsico, la Brown Boveri del Corvetto, le vetrerie sparse tra il Giambellino e il Lorenteggio.
Leggevano st’incolti lombardi. Tra loro nessuno che avesse superato la terza d’avviamento, nessuno che non parlasse in dialetto, leggevano eccome. Tra le dita consunte dai coloranti chimici, le unghie smangiate dagli oli di risulta, fin ridurla a una tarlàcca pastrugnàvano quella stranissima copertina colore blu cobalto, giallo allucinato, verdegris[1]. Tinte industriali, che facevano il paio con quanto, in fabbrica otto ore più il cottimo se non anche gli straordinari, si andava ogni dì a rimirare. Sì, una ben strana copertina: e quell’uomo solitario, in ombra? Sullo sfondo quel grattacielo? Di uomini così, di così alti grattacieli, Milano nebbio/rabbiosa ne era ormai strapiena.

L’assillo nel trà giò[2] i muri vecchi, azzannare prati e fossi, per far posto alla città infinita, disegnava l’avamposto spaziale di quel nulla riempito di merce che, in ogni dove, a pieni polmoni si andava ad odorare. Su quel ponte sospeso tra ciò che era stato e l’altrove assoluto si affollavano proletari paisani. Ed è così che il Giorgio Scerbanenco, come il Mìciu e il lincàster, si storpiava ne ‘l Scevernenco. Perché se davvero esiste una Storia Sociale del Giallo nessuno come lui ha colto l’andazzo dei tempi. Tempi infausti.

Per me di certo. Perché il papà, io e tanti come me, lo vedevo mai. Colpa dei turni in quel cazzo di fabbrica a cottimo spietato, del lugubre richiamo delle sirene che tutto quel mondo imponeva a quotidiana raccolta. Era la terra lombarda che stava scoprendo la virtù del Durban’s e le molle del Permaflex. A tutti serviva un bel sorriso e saltà in pee[3] belli freschi e riposati.
Per fà che ròba? Per sorridere alla fabbrica, darci dentro sul lavoro fino all’ultimo sangue. Questo era il diktat del potere industriale. Rid e laurà…ridere e lavorare. E allora perché quella scarògna fatto uomo del Duca Lamberti, giusto quell’enorme profeta uscito dalla penna del Scevernenco, le sue storie funeree e desolate, spopolava tra i giovani operai della metà anni sessanta? Perché, ostia? Perché di lì a poco sarebbe scoppiata la bomba. Attenzione!..La geometrica potenza del fato (e in esso della Storia…) mai nulla lascia al caso!

Giorgio Scerbanenko/co muore il 27 ottobre del 1969. Dopo una manciata di giorni, il 12 dicembre, sui corpi dei diciassette morti di Piazza Fontana, verrà scritta un’altra storia. Che nulla più avrà a che fare coi delinquentelli della periferia milanese, i consunti dalla lue, gli alcolizzati, i viziosi patologici, gli invertiti, le poverette in malasorte che battono per strada. El Scevernenco l’è mòrt![4]
La strage di Piazza Fontana cambia tutto. Dalla bile corrosa del motore produttivo, il miracolo economico dei sessanta con Milano capofila, si vomita di tutto; tutto quello che prima era dei Durban’s, dei Permaflex, delle Mivar, Zoppas, Ignis, Fiat e Maserati, sbocca all’improvviso nel de profundis di un annuncio clamoroso: avete avuto il boom? Ora, beccatevi la bomba! Il cancro dello Sviluppo ha partorito il mostro. D’un tratto, il sorriso scola, sbava, si fa sangue e putridume. Tutto di un colpo, la fabbrica basta più. Non è più il tempio della felicità coatta. La Classe la va puu in paradis![5] Dai venti piani di forati e cemento di Cinisello, ai muretti della Comasina, dalla Martesana al naviglio ticinese, la merce è entrata fitta fitta giù nel sangue. Il suo è un ritmo da delirio collettivo.

L’acciaio si fa piombo, mira, sparo, chiave inglese da pestare sul cranio di quello che ti passa lì per caso. Si ingozzano le strade di urla, di blindati, lacrimogeni e camionette. Toccasse allora di rileggere la quadrilogia del Duca Lamberti più le avventure criminali della Milano calibro 9, di quella Milano sbranata dagli anni settanta, certo non se ne riconoscerebbe il volto. Tutto, nel giro di boia di qualche mese, anno, è cambiato. Nella metropoli del Giorgio Scerbanenco, di certi figuri, non v’è la minima traccia; non v’è traccia dei truci sanbabilini, i cupissimi katanga, di P38 e Hazet 36, di trame segrete, servizi deviati, nutrie in vario modo politicizzate. Il suo crimine è del tutto privato, periferico, marginale, dimesso, diremmo esistenziale.
E’ un male silente, rugginoso, che s’annida sprofondato tra le crepe dei novissimi palazzoni popolari, le ultime, cadenti, ringhiere, il borghese che più piccolo non si può, il proletario sradicato, il lombardo già contadino, il terrone allucinato, lo spurgo di un sesso che puzza di sfogo estremo. E’ il male celato/negato dall’euforia del boom economico: lo scarto, il pus, di una quotidiana abitudine al vivere di merda. Lì, proprio lì. Nella Milano del boom che impazza e che strabilia.

In quel immenso divertimentificio innalzato sul fordismo (neoschiavista?..) del cottimo, delle ormai inarrestabili catene di montaggio, quel retorico ottimismo che ingolfa le vetrine, gli scaffali dei neonati supermarket, c’è chi guarda dentro fitto nel surplus della tanta, sterminata, merce prodotta; dentro l’etica beata del plusvalore. C’è chi guarda oltre. Alla fine. Allo schianto. E lo fa da cronista attento, amorevole e spietato, ancorché analfabeta politico, senza nessun rimando ai gangli sociali, la varia rattatuja[6] di un sistema incancrenito. Lo fa da scrittore innocente. Da volpe che fiuta l’aria, il vento dove tira, scova la preda, la segue, la fa sua. A far così, Il Scervenenko ci aveva già tentato con il personaggio di Arthur Jelling, l’archivista di Boston a caccia di criminali. Quella sua prima volta a zappar fogli su fogli…gli era andata male. Agli inizi degli anni quaranta, in pieno fascismo e a guerra inoltrata, per delitti commessi dall’altra parte del mondo da gente con nomi assai bislacchi, a Milano, non si aveva proprio la testa. C’era ben altro a cui pensare. Col Duca Lamberti, l’ex medico, l’ex galeotto, scopertosi investigatore, no. I quattro romanzi che lo vedono protagonista hanno un successo clamoroso. Nel Milano del boom tutto stava ormai andando per il meglio; tutto filava liscio. Lavoro per tutti, la lavatrice in , la tele a rate col divano in similpelle. La notte era passata? Certo. Nessuno la vedeva più. I neon delle réclame l’avevano sconfitta, per sempre uccisa…

…E allora perché ai giovani proletari della provincia, ghe piaseven inscì tanto[7] le storie nerocrude del Scevernenco, dai più, dagli eterni fighetta, allora considerato quale un sottoprodotto da sottocultura? Sì. Piaceva proprio a loro. Che venivano dai cortili, dalle ringhiere; dalle case accanto ai fossi, quegli stessi dove non per caso, da nanin,[8] nell’albe grise della guerra civile, avevano visto galleggiare i fucilati dalla Muti.
Loro sapevano del male, della scarògna, del venir munti come bestie da lavoro; ma ancor di più sapevano che il cairoeu, il verme, te lo trovi tutto a un colpo di sorpresa dentro la mela, quella che par la pussee lustra.[9] Scava, scava, dagli il tempo, il verme non perdona…finché in mano ti resta solo il marcio. Loro sì che avevano capito. Fiutavano il vento, intuivano l’inganno. Sapevano che il boom, la bomba quella vera, prima o poi sarebbe scoppiata. Glielo si fosse chiesto, forse lì per lì ti avrebbero finanche spiattellato i nomi degli esecutori, dei mandanti, dei complici morali. Senza ovviamente averne le prove…era nell’aria. Leggendo il Scevernenco…

 

Note:

[1]  Verdegrigio

[2] Buttar giù

[3] Saltar in piedi

[4] E’ morto

[5] La classe non va più in paradiso

[6] Pattume

[7] Piacevano così tanto

[8] Bambini

[9] La più buona

Tutte le immagini, compresa quella di copertina, sono tratte dalla pagina Facebook

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Luigi Balocchi

Luigi Balocchi nasce il 30 Giugno 1961 a Mortara In Lomellina. Nel 2007, pubblica per Meridiano Zero -Il Diavolo Custode-, romanzo sulla vita e le gesta del bandito Sante Pollastro. Nel 2010, pubblica con Mursia il romanzo -Un cattivo Maestro-; nel 2018, per la GoWare -Il Morso del Lupo-. Nel 2016 pubblica per Puntoacapo la raccolta poetica -Atti di Devozione-. Del 2022 è la raccolta -Coeur Scorbatt-, in lombardo, con la quale, per la sezione dialettale, vince la XL edizione del premio di poesia “Giuseppe Tirinnanzi” di Legnano. Nel 2024, per Manni editori, pubblica -Barlicch Barlòcch, poesie dell’eros lombardo-. Ha collaborato con le riviste letterarie Niederngasse e Redness. Attualmente, collabora con Terra Insubre, rivista dell’omonima associazione culturale. Tra le voci più originali della letteratura in lingua lombarda, suoi scritti trovano spazio su Il Segnale, Atelier, Nazione Indiana.

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