Fantasmi / Il Bruno Brancher non è morto
Il Bruno Brancher non è morto
(un racconto)
Se dico che il Bruno Brancher è mai morto, mi assumo in pieno il diritto alla cazzata e quello di aver, nel contempo, sacrosanta la ragione. Certo che il Bruno è morto. Lo stesso…con lui eccome ci parlassi ancora. Più che altro, mi vien facile in verso sera, quando ogni cosa si sfarina e ti ritrovi lì, a rugàr nella pignatta dei ricordi le invisibili presenze. Giusto allora me lo ritrovo; lì, dalle parti della vita dove albergano i fantasmi. Che son tanti per davvero. Nel parlarci o, al contrario, lasciarli marcire; tutta qui la differenza. E allora è bene dire che ci son fantasmi allegri e fantasmi che è meglio girarci alla larga. Il Bruno Brancher è tra quelli che, di vita vera, ne ha fatta tanta per davvero. A chi l’ha conosciuto, frequentato, continua a raccontarla. Ecco perché è un mai morto.
Lui stesso, un giorno griso di quelli che dipingono ad arte gli inverni milanesi, me l’ha voluto con dovizia precisare. Eravamo lì, alla bell’e meglio stravaccati nel vecchio bar della Statale di Via Festa del Perdono, dove, allora, tutti si poteva liberamente entrare e, dalla mattina alla sera, farne più che allegro bivacco. In quel mentre, giusto quello eravamo dietro a fare. Stavamo lì, a bere, raccontarci un po’ di storie. A un certo punto, lui, col suo occhio balogio, contornato da due occhiali spessi un dito, mi fissa, ghigna, poi, con nonchalance, mi butta lì: “…mì moeuri no, car nan!”[1]. Il che, a ben pensarci, va in pari a quel “mi parli no!” resistenziale che, lo Strehler e il Dario Fo in buona coppia, mettevano in bocca al loro milanesone di periferia, quello stesso, per colpa dei fascisti finito in cella a San Vittore. Era la famose canzone del “Ma mì, ma mì, ma mì, quaranta dì, quaranta nòtt…”, cantata dalla Milva, dalla Vanoni, dallo Svampa, da Jannacci e molti altri. Non dal Bruno, però: per via della cattiva balbuzie che mai gli dava tregua; di quel suo litigare con la lingua, di cui sempre ha avuto cruccio. Ecco sì, diciamo pure così: il Bruno non cantava. Mai avrebbe potuto farlo. Lui viveva! Viveva quel che gli altri spesso si prendevano la briga di cantare. Giusto allora dire che, quel “mì moeuri no!”, gli era sortito dalla bocca, quasi fosse un’infantile bestemmia; una sorta di tenace sberleffo contro la vita, di chi si sa figliato dalla sventura…
…Negli anni della guerra, quella che a Milano ha del tutto distrutto o mandato irrimediabilmente in malora il sessanta per cento dei muri abitati e fatto sfollare migliaia di famiglie, il Bruno Brancher diceva fosse nato nelle famose Cinque vie. Vero in parte. E c’è un perché. Il Bruno era sì nato tra quelle strade. Esattamente in una cà de ringhera[2] di via Bocchetto. Lo aveva fatto molto prima, però, di quel che in giro andava a dire. Per l’esattezza, nel 1931. Venutolo a sapere, gliel’ho fatto notare. Lui mi ha risposto che così faceva per due sacrosante ragioni: la prima perché, essendo robusto e bassotto, ergo non facendo a prima vista dar fuori di testa le donne, doveva per forza di cose scortarsi gli anni, così da non sembrare, oltre che malfatto, pure vecchio; la seconda (questa degna della ganga scapigliata di un Prada o di un Tarchetti) a motivo del fatto che…“mì, in guerra, ghe sont semper staa!”[3] Come dargli torto!
A due passi dal Duomo, un tiro di schioppo dal Cordusio, tra i più antichi rioni milanesi, nel garbuglio di stradine in cerchio a via Santa Marta, a tutte note come le Cinque Vie, si concentrava quella stessa gente meneghina minuta e traffichina, pochi anni addietro dolorosamente cantata dal Delio Tessa, messa in maschera dai Ferravilla e Cletto Arrighi. Era la Milano della Ligera, la povera malavita che, alla va’ là che vai bene, campava di espedienti e che, regolarmente, finiva in gabbia a San Vittor. Con, riguardo le Cinque Vie, una riconosciuta e inveterata particolarità. Nei pressi di via Santa Marta, dai tempi che nessuno più ricordava, era attivo un rinomato bordello, tra i più frequentati di tutta Milano. Attorno al casòtt, in un rilascio di sensi molli, nel tempo ci si era via via industriati ad aprir osterie e bordelli minori, gli uni, stessa corte, stessa ringhiera, accanto agli altri; così che le Cinque Vie fossero da tutti i milanesi riconosciute come il rione della stravaccata bisboccia. giusto lì, nell’inverno del 31, da padre ignoto e madre prostituta, apre gli occhi il Bruno Brancher…
…Allora, inizi anni ottanta, io ragazzotto perdaball[4], lui con venti tacche di galera tatuate sul braccio di Rebibbia, a San Vittor, altre gabbie nazionali, non di rado ci si beccava alla libreria Calusca di Porta Ticinese o, come lui diceva da buon vecchio milanese,…Porta Cicca. Tra quelle vecchie mura, con quella sua voce da grossista del catarro, mi contava della vita. Attratto dai suburbi meneghini, io ascoltavo…
…Da piccoletto, sbattuto con la madre in un rione di periferia, più che la scuola, il Bruno diceva di amare quegli orti che, allora, tempestavano di frutta e verdura tutte le rive della città, non ancora fattasi metropoli. Lì, brancava con destrezza quel che natura, a iosa, spesso dispensa ai bisognosi. Non bastava. Gli inverni milanesi, allora davvero micidiali per chi poco aveva in berta[5] (…con neve pressoché perenne da novembre fino a febbraio, la notte non di rado a meno dieci…), non offrivano consigli da buon cittadino. Giocoforza, ci si rangiava. Ne facevano le spese le panchine dei viali, le insegne dei negozi, ancorché artigianali e fatte di buon legno; legno che tutto andava a finire nella stufa di ghisa di casa; la sola che poteva salvarti dal garboeus[6] o, peggio, da quel brutto male che spesso flippàva i polmoni. Giusto in quegli anni, sono cominciati i primi furtarelli d’occasione; più che altro roba da mangiare giù ai mercati o vecchi tricicli, biciclette e arnesi vari da sbolognare clandestini. Da lì, son cominciate le prime rogne con la pula, qualche mese di soggiorno al Beccaria. In quei tempi, dentro in gabbia ragazzino, mi diceva gli fosse insorta la passione di fare il ballerino. Un qualcosa affatto da scartare. Allora, Milano, era pieno zeppo di balere. Ma no, quale balera!..Lui puntava in alto. Il bislacco ghiribizzo lo voleva ballerino di scena. Il Bruno voleva la Scala! Provato ci ha provato. Gli è andata male. La colpa la dava alle sue gambette corte, quelle cotiche sui fianchi che, al volteggio, danno impaccio. Così, per puro caso, quando dalle parti del velodromo Vigorelli, un giorno luma[7] quella bici lucente a completa portata di mano, decide lì per lì di farsi provetto corridore. Non vuole rubarla, o meglio: non è quel che, a prima vista, gli frulla in mente. La prende, veloce di saetta, dalla Bovisa al Giambellino fa il giro di Milano. Poi, la sera, se la mena dritta a casa. L’indomani, nel cortile dove sta, a fargli visita ci son mica i soliti due gendarmi di sua conoscenza. Oh bella!..“La gh’è tutta la questura de Milan!”[8] Per il furto di una bici? Sì. Mica una qualunque!…E’ la bici del Fausto Coppi! Sto fatto, assurto a leggenda negli ambienti della Ligera[9] scapigliata, su tutti i quotidiani lo sbatte in prima pagina.
Uscito di galera, prova a fare il manovale dalle parti del Giambellino. C’è qualcosa che non quadra nella paga che gli danno, così dice; scarsa paga e protervia di chi vuole sempiterno comandare. Allora, manda tutti a quel paese, prende un treno, va su in Belgio. Lì, lo ospita un amico bergamasco, lassù a fare il minatore. Lo fa anche lui. Fino a quando non si becca un malanno nei polmoni. Torna a Milano. Prima cosa, ci sono i vecchi amici da andare a salutare. Gli offrono un lavoro di risulta. Che accetta volentieri. Così, di notte, dai treni degli scali milanesi, si mette a scorticare il piombo e il rame e sgraffignar quintali di carbone. Roba che poi rivende a scarso prezzo. Fa su quei pòch danee[10] che gli bastano alle ciucche, ai tosann[11], alla balera. Ogni tanto, di notte, con l’eterna bicicletta sotto il culo, fa un giretto dalle parti di via Torino, a un tiro di schioppo dal Duomo. Ha la fissa delle scarpe il Bruno, quelle belle di lustro corame. Come già il famoso Luciano Lutring, ma con molta meno fortuna, prende allora d’occhio le vetrine. Qualcuna va giù. Le scarpe, prezzo scontato, le smercia sotto banco alla gente del suo rione. Mai una rapina? Mai! Anche lì, dice, lo impediva il suo essere malnato. Tartagliando di brutto, le sue tronche milanesi gli si allungano all’infinito, di fatto impedendogli il comando perentorio. “…E’ per questo…” giura “…che ho mai fatto una rapina!..Ché quando parlavo…ostia…tucc se metteven a rid[12]!”. Come al solito, da consumato saltimbanco, il Bruno la buttava in vacca. C’era forse di più. Lui appieno incarnava l’etica strampalata della vecchia Ligera: il cui punto d’onore era quello di non usare armi da fuoco, bensì sfangarsela con bislacca destrezza; la mala insomma descritta dal Paolo Valera, quella del Luisin Carcano tassista, dei trani[13], della teppa, de l’Isola e l’Arèna. Ecco, la quadra.
Ma la vita, quella è. Nel seguitare di furti e traffici minori, per accumulo di pena, ecco il nostro impegnarsi in un autentico giro dell’oca delle patrie galere. In una di queste (erano gli anni settanta…), qualcuno gli parla così come a lui, figlio delle sciagure, piace sentire. Lì nasce, come lui stesso si autodefinisce, l’attaccabrighe sociale; quello che, in combutta con le disgrazie del destino, ci assomma l’ingiustizia, lo starsene di sotto, ai margini, fuori dal cancello del bengodi. Forte di questo sua nuova convinzione, testardo com’è, il Bruno Brancher non fa sconti a nessuno. In galera, se la fa con certi detenuti politici, alza la voce, taccagna di brutto, si dà all’aperta rivolta. In certi ambienti fuori dal carcere, il suo nome comincia a girare non poco.

Ad accorgersi di lui, è la Franca Rame che, del curioso personaggio, insieme al Fo, mette nero su bianco una pièce teatrale. Lo incontra, si prende a cuore le gesta da bandito ribelle e…grafomane incallito. Già. Perché, nel frattempo, al Brancher è scattata la molla dello scrittore, ancorché autodidatta. Scrive a casaccio; scrive quel che gli salta per la testa; scrive poesiole, brevi racconti. Li scrive bene. Così, scontata la pena, tornato a Milano, quello si mette in testa di fare. L’amicizia con Franca Rame e Dario Fo, che per lui si spendono generosi, porta a buoni risultati. Del Bruno picaresco, a metà tra il Don Chisciotte e il Lazarillo de Tormes, di sto saltimbanco che ne ha passate di tutti i colori, cominciano a parlarne i giornaloni. Alcuni lo intervistano. E’ così che, nel 1977, esce Disamori, una sorta di rocambolesca biografia, scritta con humour baraccone e nervi a fior di pelle. Gliela pubblica Primo Moroni, anima e corpo della libreria Calusca, in quegli anni un dio in terra tra gli alternativi milanesi. Primo Moroni è uno che conta. Anche lui, con il Brancher è generoso; si spende bene. Disamori ha un grande successo. Ha ottime recensioni. Lo leggono il Nanni Balestrini, l’Umberto Eco, altri del giro. Lo fanno con grande piacere. Disamori vende, vende eccome. Tutto ciò procura al Bruno i danee sufficienti per trovarsi una casa che non faccia schifo; mangiar finalmente due volte al giorno; seguitare a scrivere. In breve tempo pubblicherà altri due suoi lavori: Il potente a pezzi e Mèmore.
Per qualche annetto, negli ambienti di quel Milano che sempre vince, dell’ex galeotto, de quel de la Ligera, cui la letteratura ha cambiato la vita, vanno tutti matti. Lo si invita, lo si corteggia. Di lui, micione spelacchiato, si è infatti innamorata quella Milano versipelle, annoiata e lietamente progressista, che imperversa nelle mode e nei pensieri. Come già la Marchesa Paola Cangiasa (Carlo Porta docet) verso la sua bislacca cagnolina, molte signore dal tratto illuminato nutrono un sincero affetto nei confronti del Bruno Brancher. Lui le lascia fare. Orfano di tutto, ha bisogno di carezze; anche quando le si usa con la stessa disinvoltura con cui, nella Wunderkammer delle sofisticatezze meneghine, si maneggia merce di bizzarra provenienza, un pezzo di raro antiquariato. Perché questo, il Bruno Brancher, è infine diventato. La Milano di quegli anni non è più el sò Milan cencioso e genuino. La vecchia sua Ligera, per quanto di romantico potesse indurre, è via scomparsa. La gent de ona vòlta si è dissolta; dai rioni popolari deportata in mille infami periferie; quelle stesse strade, le Cinque vie, il Ticinese, l’Isola, i navigli e Porta Cicca, ingoiate e stritolate dal nulla in passerella.
E’ per questo che, incontrarlo quel giorno smorto alla Statale, m’è venuta un po’ di rabbia. “…Bruno, vacca bestia, ma perché non ti metti a scrivere in milanese?..”, gli ho buttato lì per lì. E lui: “…Ho scritto delle cose in milanese..sì che j’hoo scrivuu[14]…”. “E perché allora non le pubblichi?..” “…Perché la mia storia l’è bella che finida…ecco perché!..”.
Sì. La sua storia. Che neanche per un pelo poteva discostarsi da quell’altra, più profonda, antica, corale; la storia di un Milano che non c’era più. Questa perdita, al Bruno, puzzava addosso.
Poco dopo, nel semenzaio di altre sopravvenute disgrazie, anche la sua memoria ha cominciato a far cilecca di brutto. Sempre più raramente incontrandolo, diceva si dimenticasse delle cose, degli amici, dei nomi, dei luoghi. Ci scherzava…ma era affatto uno scherzo. Al pari di un mondo scomparso, anche la sua mente, ficcata come un coltello nella cassoeula dell’umana miseria, se ne stava pian piano andando…
Poi, per un bel po’, l’ho visto più. Un giorno, me l’han detto. Povero in canna, senza casa, malato, alcuni amici gli avevano procurato il ricovero in una clinica per smemorati terminali dalle parti di Vercelli. Lì era morto. Stop.
L’ho detto, l’ho ripeto: con lui ci parlo ancora. Quando lo faccio, per dirla col Tessa “…tutta la compagnia morta la se descanta”[15]…se questo può ancora più o meno curare…salvare.
Note :
[1] Io non muoio, caro ragazzo
[2] Casa di ringhiera
[3] Io in guerra ci son sempre stato
[4] stupidotto
[5] tasca
[6] Catarro pernicioso
[7] Adocchia
[8] C’è tutta la questura di Milano
[9] La malavita milanese di un tempo
[10] Pochi soldi
[11] Alle ragazze
[12] Tutti si mettevano a ridere
[13] Osterie popolari
[14] Sì che gli ho scritte
[15] Tutta la compagnia morta si risveglia
In copertina: Bruno Brancher – Da un’intervista di Tonia Cartolano e Omar Schillaci – analisiqualitativa.com
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