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Croce Bianca Uncinata

 

Mentire a se stessi è una delle principali forme di menzogna, e il periodo cui fare riferimento per legittimare l’origine di un simbolo può essere un buon lavacro per la coscienza. Così, un combattente del battaglione Azov può dire che la croce uncinata è un simbolo religioso eurasiatico, niente a che vedere con Hitler. Così una leader post fascista può dire che la Fiamma non è quella che arde sulla tomba di Mussolini, ma il richiamo all’esperienza della Repubblica Sociale Italiana – come se quello fosse un fatto di cui vantarsi: però può essere un fatto di cui non vergognarsi troppo, al confronto.

La croce è un simbolo ambivalente. In effetti non è nata con Cristo: se ne rinvengono origini precristiane nella mitologia nordica, la croce celtica.
La Croce Bianca Emilia Romagna è una associazione privata che presta soccorso attraverso un servizio di ambulanze. Ad imbrattare di cacca il suo candore ci ha pensato il suo “coordinatore”, tal Alberti Donatello, che ha pensato bene di commentare su Facebook l’assassinio di una ragazza ad opera del suo ex con la seguente frase: “comunque anche lei come andava conciata, ovvio che il ragazzo era geloso”.

Il figuro non corrisponderà allo stereotipo del soccorritore, però corrisponde al profilo del seguace della croce. Potrebbe ri-denominare la ditta “Croce bianca uncinata”, visto che ha augurato al giornalista “bastardo” David Parenzo  che la sua famiglia di “sporchi ebrei” fosse rapita e uccisa dai rom. Il tutto sempre in modalità social.

Avete presente ‘al mat dal paes’? Si dava la colpa agli incroci dello stesso sangue: nei paesini della bassa da mille anime, erano sempre membri di quelle tre famiglie che, da generazioni, si accoppiavano tra loro. Così ogni tanto nascevano degli incalmati strani, con qualche rotella fuori posto, che però non facevano male a nessuno.

Il figuro in questione è ferrarese, grande sostenitore del vicesindaco (ciacaràd). Per Ferrara come potremmo spiegare i fenomeni Alberti, Naomo, Solaroli? E’ vero che siamo un paesone, ma siamo in troppi per giustificare incalmi del genere. Sarà l’aria troppo umida, sarà che viviamo in una buca.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”
Umberto Eco

Diario in pubblico
Le scarpe di nozze

 

Da 53 anni, nel giorno più lungo dell’anno, compio la tradizionale ri-scoperta delle scarpe di nozze e le spolvero, le lucido perché emblema fisico di una lunga felicità.

Sono di un marchio famoso conosciuto in tutto il mondo e che aveva sede proprio qui a Ferrara. Noi ragazzi sapevamo che nel momento che si calzavano quelle scarpe s’entrava nella maturità. A maggior ragione erano state scelte per far parte del mio vestito ‘nuziale’.

Sfogliando l’album delle foto scattate in quel giorno da un bravissimo artista mio amico che indugiava sul velo di mia moglie, sulle mises delle amiche, sui volti noti e sui parenti, le scarpe mai venivano inquadrate, ma si presero la loro pesante vendetta.

Il tempo minacciava acqua a catinelle e freddo intenso. Fu necessario prenotare perciò in due posti: un giardino in un palazzo storico del centro o il salone di un albergo.

Vinse il sole e, dopo il rito religioso, ci si avviò a gruppi, poiché c’erano quasi 300 persone nel giardino dove, tra chiacchere, brindisi e discorsetti falsamente semplici degli amici intellettuali, si procedette al taglio della torta e infine alla distribuzione dei confetti.

Così raggiante di felicità chi scrive queste note s’avvia baldanzoso al centro della pista ed ecco hop-là! la capricciosa calzatura si prende la sua vendetta ed io rovinosamente crollo a terra, ma con un ultimo, eroico tentativo sollevo il cesto dei confetti sopra la testa, salvandolo da una distribuzione non conveniente delle dolci mandorle.

Scoppia un lungo applauso ed io, ormai novello Cyrano de Bergerac, “al fin della licenza io tocco”, cioè ricomincio a dispensar confetti.

Appena a casa, mentre ci si rivestiva per partire, scaglio al grido di ‘maledette!’ le scarpe in un angolo e mi rifugio in quelle bicolori, che lo zio generale mi aveva regalato come segno di massima eleganza.

E cominciarono 53 anni (+7 di fidanzamento) di amore, amicizia, rispetto, connivenza e, se posso usare una parola terribilmente pericolosa, di felicità con la mia Doda.

Ieri sotto la canicola, alla ricerca delle rose rosse di rito pensavo, attraverso l’uso della proustiana memoria involontaria, quale tremendo e affascinante strumento sia quello del ricordo, arma a doppio taglio, che solo la ‘direzione’ che il protagonista deve e può dare – la massima tra i doni che come sapevano gli antichi e il mio adorato Cesare Pavese – t’avvicina al destino degli dèi.

Così rispolvero le scarpe, allungo una carezza alla vestaglia di seta, che ancora posseggo e uso, riguardo la cravatta, ovviamente fiorentina, e ripongo con cura il fazzoletto di seta grigia appartenuto a una ava di mia moglie e che abbiamo prestato ai nipoti quando si sono sposati.

Ritorno poi alle letture consuete: Goliarda Sapienza [Qui], di cui sto elaborando un saggetto, il librone di Umberto Eco [Qui] sugli scritti sull’arte, i saggi di de Fallois su Proust.

Poi mi rilasso a leggere articoli profondi e briosi di Francesco Merlo [Qui] ( straordinario e veritiero il racconto della spaccatura tra i 5s) della ‘unica’ Natalia Aspesi [Qui] e dall’iconico MS (Michele Serra [Qui]).

E poi chi si perde le demenziali cantate dei canzonettisti di moda sulle tv generaliste e oltre?

Dichiaro poi pubblicamente – anche se questo giudizio nella mia ahimè città conta nulla o poco – che sono contrario all’uso del parco Bassani al concertone del boss dei boss della musica leggera. Ovviamente per le mie sbagliate o meno scelte ambientaliste.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Nulla accade per caso

“Nulla accade per caso”.
Ce lo ripetiamo come mantra consolatorio davanti agli insuccessi, con un fondo di speranza compensatoria in ciò che seguirà, oppure lo diciamo con convinzione intrisa di felicità, nel caso di un successo. Caso? Energia? Destino? Tentiamo di dare risposte razionali a quegli eventi non pianificati o attesi che irrompono, tentando di scoprire e rendere manifesti i fili invisibili che uniscono luoghi e persone, circostanze e fatti ma tutto resta inspiegabile: accade e basta.
Nel 1950 Gustav Jung formulava la ‘Teoria della sincronicità’, asserendo che il vincolo tra più avvenimenti che sembra casuale, nasconde un profondo significato per la persona che lo vive, costituendo una forte esperienza con valore simbolico. Sono fatti che accadono spesso, compaiono all’improvviso, inaspettati, e molto spesso cambiano il corso della nostra vita. Non esistono le coincidenze con collegamento causa-effetto: esiste un’intima connessione che unisce l’ambiente, l’inconscio collettivo che accomuna tutti gli esseri umani, la singola persona, e bisogna fidarsi e affidarsi all’istinto per aprire le porte della sincronicità, sgomberando pensieri e atteggiamenti rigidi, cinici e rinunciatari. Tutto è collegato, le cose fluiscono, una dopo l’altra, in un ambiente in cui tutti sono connessi: possiamo prendere decisioni, operare scelte, porci obiettivi ma poi gli eventi interferiscono, l’inaspettato si manifesta scompigliando, orientando altrove.
In letteratura troviamo frequentemente situazioni sincroniche senza le quali la narrazione non avrebbe senso o si appiattirebbe su una realtà poco credibile, perché la vita reale stessa è fatta di eventi voluti e pianificati intercalati con fatti e accadimenti indipendenti da una nostra consapevole scelta razionale.
Nei ‘Promessi Sposi’ (1827), di Alessandro Manzoni, Renzo e Lucia vengono sballottati tra numerosi scherzi del destino, e quello che doveva essere un matrimonio senza complicazioni, diventa un’epopea intensa. Fra’ Cristoforo indirizza Lucia verso l’Innominato, il quale tradisce le aspettative di don Rodrigo; ogni personaggio deve fare i conti con il ‘caso’, il ‘destino’, la sincronicità, l’interdipendenza dei fatti. “Se non fosse successo quello, non si sarebbe arrivati a questo…” .
In ‘Il nome della rosa’ (1980), il celebre romanzo di Umberto Eco, il giovane Adso da Melk, discepolo di Guglielmo da Baskerville, trova i brandelli di libri e pergamene dopo l’incendio alla biblioteca dell’abbazia e li considera come tesori sepolti nella terra da salvaguardare e studiare con amore. “[…] Come il fato mi avesse lasciato questo legato. Più rileggo questo elenco e più mi convinco che esso è effetto del caso. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come oracolo […]”.
Nel ‘Decameron’ (1350-1353), di Giovanni Boccaccio, apparente disordine e casualità sembrano prevalere nelle storie dei personaggi delle novelle, che compaiono slegate e distanti l’una dall’altra. Ma Boccaccio riesce a dar loro un ordine, una gerarchia, un senso, rifacendosi a volte al volere divino, altre alla capacità umana.
Italo Calvino, nel romanzo ‘Il castello dei destini incrociati’ (1969), usa una tecnica combinatoria per eliminare il disordine di tutte le trame possibili da percorrere e sviluppare. Parte da un mazzo di tarocchi le cui carte vengono distribuite su un tavolo e tutto diventa un gioco di combinazioni in cui il significato di ogni carta dipende dal posto che essa occupa nella successione di carte che la precedono e la seguono.
Dagli incroci che si formano, prendono vita le storie. In ‘Insonnia d’amore’ (1993), di Nora Ephron, Sam, vedovo inconsolabile, decide di trasferirsi con il figlioletto Jonah da Chicago, che gli ricorda ogni momento la giovane moglie, a Seattle. Il bambino, che vive la solitudine e sofferenza del padre, si rivolge a una radio facendo conoscere la loro storia e cominciano ad arrivare numerosissime lettere da pretendenti di ogni dove. Tra esse, quella della romantica giornalista Annie Reed di Baltimora, che il bambino ha estratto tra decine e decine. A molti altri inaspettati eventi, seguirà un appuntamento a New York tra Sam e Annie. “Non è incredibile? Prendi milioni di decisioni e un sandwich ti cambia la vita” esclamerà la protagonista, convenendo che nell’universo, minuscole variazioni portano ad evoluzioni inattese.
Laura Barnett in ‘Tre volte noi’ (2016), ci consegna due personaggi e due storie parallele che improvvisamente si incrociano. E’ il 1958, Eva e Jim, due studenti di Letteratura e Giurisprudenza a Cambridge, si incontrano inaspettatamente a causa di un cane sfuggito al padrone e un chiodo che fora la gomma della bicicletta della ragazza, intenta a schivare l’animale. Jim accorre in aiuto, e da quel momento tutto cambia. Eva lascia che il giovane entri nella sua vita, lascia un fidanzato in grado di permetterle un futuro nel mondo degli scrittori,  e tutto prenderà una traiettoria nuova che durerà tutta la vita, malgrado altre trame possibili.

Caso e necessità si intrecciano nelle nostre vite e non si tratta di destino ineluttabile né accidentalità, se vogliamo leggerne il messaggio. Ci piacerebbe, a volte, tornare indietro dopo un fatto, rimettere le lancette dell’orologio all’inizio per vedere altri scenari, altri effetti, altre opportunità ma i ‘se’ e i ‘ma’ sono sterili se non cogliamo l’importanza di ciò che è già accaduto. Possiamo solo vivere nel presente, con le nostre certezze e le nostre sliding doors, con uno sguardo attento attraverso le porte aperte e un atteggiamento plastico nel coglierne  messaggi e opportunità.

 

LA SCOMODITA’ DI ISRAELE

“Hashanà haba’a b’Yrushalayim” (L’anno prossimo a Gerusalemme) è il saluto augurale che per secoli si scambiavano gli ebrei della Diaspora. E chiunque sia stato a Gerusalemme racconta un’esperienza che poco a che fare con il turismo. Negli occhi, nel cuore, nella memoria, la Città Santa ti rimane dentro, ti segue per il resto della vita.

Veduta di Gerusalemme

Gerusalemme, centro pulsante delle tre grandi religioni monoteiste – sorelle, perché figlie del medesimo padre, ma nemiche nella storia e sporche di molto sangue – è anche la capitale del nuovo Stato di Israele (la Terra promessa alla fine raggiunta) e l’ombelico di un Medio Oriente che da molti decenni conosce solo la guerra.
Parlare di Israele, soprattutto: farsi ascoltare, cercare di discutere con animo libero da pre concetti e pre giudizi, non è solo un argomento ‘scomodo’ ma un esercizio rischioso. Per questo, quando l’amica e collaboratrice di
Ferraraitalia Laura Rossi mi ha inviato questo suo intervento (polemico? Sì, penso si possa definirlo così) si è detta pronta a ritirarlo se la sua pubblicazione mi avesse creato qualche imbarazzo. Eppure, se un piccolo giornale può dare un minimo contributo alla causa della pace (Peace Now) è proprio di non evitare i discorsi scomodi, di affrontare anche gli argomenti pieni di spine, di uscire dagli schieramenti ideologici preconfezionati. Prendendosi anche qualche rischio. Ma può esistere una stampa libera senza coraggio e senza rischi?
Parlo per me – altri la pensano diversamente – non riesco a trovare alcuna giustificazione (nella storia, nella morale ma anche nella ragione e nella ragionevolezza) alla politica espansionista e imperialista della Destra israeliana al potere e del suo campione Bibi Netanyahu. I nuovi insediamenti, i territori occupati (‘occupati’,  secondo tutta la comunità internazionale, non semplicemente ‘contesi”), il tallone di ferro sulla Striscia di Gaza allontana sempre di più la pace. Una pace che ogni bambino del Medio Oriente, israeliano o palestinese, ha diritto di vivere. Subito. Adesso. Quella pace che David Grossman, Abraham Yehoshua, il compianto Amos Oz e tanti intellettuali israeliani chiedono (voce che grida nel deserto) da anni.
Dall’altra parte – e in questo mi sento di accogliere gli argomenti, se non la vis polemica, di Laura Rossi – esiste nella Sinistra (italiana ed europea) una posizione filo palestinese
tout-court che in molti casi si spinge ben oltre il giusto appoggio alla causa di un popolo oppresso e senza terra. C’è insomma una vulgata anti Israele, un ritornello politically correct che occulta i fatti, che non assume la drammatica complessità della Questione Mediorientale, che non considera la vita concreta degli uomini e delle donne: una vita durissima per i palestinesi ma anche per gli ebrei israeliani. Nei fatti, questa posizione, questo preconcetto a sinistra, non è semplicemente anti sionista, ma va involontariamente a sommarsi allo spettro del negazionismo e dell’antisemitismo fascista che per l’ennesima volta è tornato prepotentemente in scena, nella cronaca e nella storia del nuovo millennio.
(Francesco Monini)

Ultimamente si leggono molti articoli ed opinioni sulla religione ebraica, soprattutto sullo Stato d’Israele, senza nessuna cognizione. Una grande responsabilità è dell’informazione, o meglio della disinformazione, spesso deviante e di parte, di cui ho già scritto tempo fa.
Continuano le manipolazioni contro Israele, fomentando odio a iosa con bugie e faziosità dei fatti. A questo proposito voglio citare un intervento di Umberto Eco, alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo Il cimitero di Praga, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo, troppo spesso mascherato da antisionismo: “Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli”, scrive Eco.
Dobbiamo o non dobbiamo dare il diritto ad Israele di difendersi dagli attacchi terroristici? Per questo motivo, se la colpa israeliana è quella di aver ecceduto nella sua legittima difesa, dall’altra parte gli arabo-palestinesi hanno ecceduto in attacchi terroristici. Se fra la popolazione palestinese vi sono stati bambini innocenti come vittime, anche dalla parte israeliana vi sono state altrettante vittime, sempre bambini o giovani innocenti, ma che vengono spesso dimenticati negli elenchi dell’informazione.
E’ sempre questo tipo di stampa che è solita informare solo sui bombardamenti su Gaza e non sulle centinaia di missili che piovono su Israele. Una stampa che non informa che i soldati israeliani tendono a colpire obiettivi terroristici e che anticipatamente, prima di colpirli, avvisano la popolazione palestinese di mettersi ai ripari. I responsabili palestinesi, invece, utilizzano i civili e spesso i bambini come scudi umani, per poi ‘piangere’ davanti a tutto il mondo che i “cattivoni e sanguinari israeliani” uccidono i loro figli.
E’ risaputo che Yahya Sinwar, il capo di Hamas nella Striscia di Gaza, si nasconde deliberatamente dietro ai civili. divenendo così l’unico e vero responsabile. Bisognerebbe chiedere a questo individuo perché, nonostante i milioni di euro donati dalla Comunità Europea, dagli Stati Uniti e da infiniti altri donatori da tutto il mondo, quello arabo in particolare, a Gaza vi è l’energia elettrica solamente perché erogata gratuitamente dalla società israeliana? Bisognerebbe chiedere a Yahya Sinwar perché egli vive in un enorme palazzo con piscina e aeroporto personale mentre scarseggiano medicinali e viveri per la popolazione? Vorrei ricordare a certi signori e signore della politica italiana che si stanno interessando ai ‘territori occupati’ (che non esistono, perché la forma corretta è quella di ‘territori contesi’, per una sostanziale differenza fra “occupati” e “contesi”) che la demonizzazione non aiuterà mai a porre fine al conflitto israeliano-palestinese o a portare la pace in Medio Oriente.
E’ fin troppo facile prendere la via della menzogna e partecipare al coro di demonizzazione di Israele che si basa su pochissime realtà e un mare di menzogne. Sarebbe consigliabile che questi signori si occupassero dei fatti di casa propria, dove gravissimi problemi abbisognano di soluzioni. A questo proposito, proprio in questi giorni, Marco Rizzo, segretario del partito comunista, ha affermato che “questa sinistra fa rivoltare Gramsci nella tomba”. Non lo ha dichiarato uno di destra, lo ha dichiarato un comunista. Un altro importante e indimenticabile uomo di sinistra, Pier Paolo Pasolini, dovrebbe insegnare qualcosa: “Compagni perché non capite?”, scrive nel 1967 su Argomenti. “In questi giorni leggendo l’Unità, ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta, invece della “scelta con dubbio” che è la sola umana di tutte le scelte? Perché l’ Unità ha condotto una vera e propria campagna per “creare un’opinione”? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato ora libero e sovrano non è nato male? E chi di noi, inoltre potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più nessun Hitler? O che gli Ebrei potranno continuare a vivere in pace nei Paesi arabi? Forse possono garantire questo il direttore dell’Unità o qualsiasi altro intellettuale comunista? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei Paesi in via di sviluppo, compresa in parte l’Italia, ha classi dirigenti, polizie, magistrature indegne? I comunisti hanno una sete insaziabile di autolesionismo? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?”. Pasolini ci insegna che nulla è cambiato e che è tremendamente identico a circa 50 anni fa, se non peggio.

DIARIO IN PUBBLICO: IL TEMPO DEL CRICETO
Ovvero la condizione delle “inascoltate”

Non è un caso che l’animale di riferimento, il criceto, abbia trovato buona pubblicità nel pianeta delle donne. Leggo nell’Espresso del 10 maggio titolato Ripartenza (sostantivo al femminile), tutto dedicato alle donne e al loro ruolo così vilipeso, dimenticato e infine maltrattato, storie di ordinaria ingiustizia. Nel primo articolo si parla di Lorenza Neve due lauree e un figlio piccolo, oltre a un compagno in cassa integrazione.
Nativa di Bergamo e domiciliata a Rho milanese per tutto il periodo del lockdown il figlio piccolo non è uscito di casa e Lorenza, madre, impiegata, ha continuato a lavorare in orario d’ufficio (10-18). E ecco il punto che m’interessa: “Vorresti rendere come prima. Ma non ce la fai, sembri un criceto che rincorre il tempo e a ogni giro di ruota ti senti sempre meno all’altezza di quella che eri”.
E’ necessario  dunque che alle donne sia riconosciuta purtroppo una specifica condizione di ingiustizia. A loro che, come il criceto, rincorrono il tempo. E’ immorale (per usare una categoria poco frequentata dagli italioti) che alle donne siano sempre deferite le soluzioni più estreme e ingiuste, come quelle di essere madri e lavoratrici. Con meno diritti. Con meno aspettative. Come scrive la giornalista Mannocchi autrice dell’articolo: “Si vede chiaramente che a pagare il conto – salato – sul lavoro saranno le donne. Le inascoltate. Le non parlanti”. Ed è per questo che la mia condizione di criceto sta avendo un nuovo significato. Assumiamo la sua immagine come quella che dovrà – o meglio dovrebbe – mettere in risalto e in primo piano il loro ingiusto condizionamento.

Ancor più clamorosamente insidiosi i commenti fatti sulla liberazione di Silvia Romano che hanno raggiunto l’apice del disprezzo e del furore mediatico, proprio a causa delle scelte di quella donna. Tra i commenti più pesanti quelli del deputato Vittorio Sgarbi che, qualificando come terrorista la giovane Silvia, rischia di vedere soggetto ad indagine il suo post. Ecco il resoconto di La Repubblica nella cronaca di Milano del 12 maggio:
Serena nonostante le minacce. Silvia Romano è stata sentita come persona offesa per circa un’ora e mezza dal pm di Milano Alberto Nobili, responsabile dell’antiterrorismo, nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla procura sull’odio social che ha travolto la ragazza dopo la sua liberazione. Nobili coordina l’indagine che è stata affidata al Ros, e che al momento vede la raccolta e l’analisi di tutti i messaggi minatori: ci sarebbero i commenti sui social, lettere/volantini, e anche un post di Vittorio Sgarbi che ha scritto di Silvia “va arrestata per concorso esterno in associazione terroristica”. Del post, tra l’altro, ha parlato, da quanto si è saputo, la stessa 24enne nell’audizione di oggi pomeriggio.”

Di grande qualità l’intervento di una scrittrice che ben conosco anche perché il padre è stato mio collega all’Università di Firenze, ma soprattutto perché Dacia Maraini ha frequentato la famiglia fiorentina in cui ho vissuto per 25 anni. Così nell’HuffPost del 12 maggio: “Una cosa non riescono a perdonarle: che Silvia Romano non odi i suoi carcerieri. È un fatto che li scandalizza, li manda su tutte le furie. Perché loro odiano tutto, forse pure se stessi. Così si precipitano all’attacco, anche vile. La insultano e la dileggiano. Non riescono a sopportare che sia arrivata in Italia sorridendo, sotto un vestito che corrisponde al nuovo nome che si è data, Aisha, senza pronunciare nemmeno una parola di rancore verso chi le ha fatto così male. Avrebbe avuto il diritto di farlo. L’avremmo compresa. Nessuno, però, glielo può imporre come un dovere civile”. E conclude: “È un errore enorme trasformare Silvia Romano in un mostro, guardando al suo corpo come se si trattasse del terreno sul quale combattere lo scontro di civiltà”. A questa conclusione il criceto che è in me comincia a girare vorticosamente la ruota e applaude alle parole della scrittrice più tradotta nel mondo; una che al tempo della seconda guerra mondiale fu sequestrata dai giapponesi e passò mesi in un campo d’internamento uscendone senza odiare i ‘vincitori’ di un tempo.

La più grave provocazione è avvenuta in Parlamento dove – riferisce Il fatto quotidiano – il parlamentare del Carroccio Pagano ha attaccato il governo perché al funerale di un poliziotto morto per il coronavirus non era presente nessun rappresentante dell’esecutivo, mentre, ha aggiunto, “quando è tornata una neo-terrorista, perché questo è El Shabaab, sono andati ad accoglierla”. La presidente di turno Carfagna lo richiama. I Dem insorgono al grido : “Razzisti e sessisti, chiedete scusa”. Il M5s: “Parole vergognose”. Ma ormai l’odio è scatenato e, proprio come criceto, provo vergogna in quanto sembra che gli insulti più tremendi arrivino dalle donne. Umberto Eco che ho conosciuto assai bene ha espresso anni fa un giudizio che riassume, come tanti hanno ricordato, il vero cancro mentale  incluso nel problema: “Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria”. Dove miseria è sì pochezza morale e mentale, ma anche infelicità.

Ricordo di un amico: Alberto Arbasino

Nella solitudine necessitata dal morbo, come un’eco fragorosa, rimbalzano le perdite di amici con cui si è condiviso percorsi di vita, non solo fisica, ma intellettuale e culturale. Così è stato per Alberto Arbasino, un ‘Maestro’, la cui estensione di pensiero e di conoscenza mi aveva potentemente attirato: scrittore, artista, musicologo, politico e soprattutto inventore di personaggi proverbiali. Nessuno può dimenticare la casalinga di Voghera e la sua interiezione “signora mia”, inno ufficiale alla presunzione piccolo-borghese. In questa polisemia di interessi resta memorabile la sua mise en scène di Carmen a Bologna, che mi rapì dove, per la prima volta in Italia, l’azione si svolge nella contemporaneità, aprendo la strada ad una moda che ha visto alcuni risultati strepitosi e altri deprecabili.

L’altro aspetto, forse il più vistoso nella carriera di intellettuale engagé, rimane la sua adesione al Gruppo ’63, ispirato da Umberto Eco che gli procurò la rottura dei rapporti con Giorgio Bassani accusato dal Gruppo di essere la Liala del Novecento. L’autore ferrarese rispose impedendo la pubblicazione presso Feltrinelli del romanzo arbasiniano. Una frattura che si compose solo dopo la morte di Giorgio Bassani, in questo frangente convinto da amici comuni.

Ma tornando al personaggio Arbasino, memorabile rimane nel ricordo l’incontro che si svolse in un convegno organizzato da Anna Dolfi e Maria Carla Papini tra il 1995 e il 1996 in due sedute che misero a confronto 11 tra i più grandi scrittori italiani del periodo; ma nel libro che attesta quegli incontri ( Bulzoni 1998) non appare il nome di Arbasino, che rifiutò il consenso alla pubblicazione. Eppure, avendo con lui svolto un intenso dialogo in quella occasione, molti amici ricordano la stessa postura che già in sé era specchio delle sue scelte. Apparve infatti con il consueto impermeabile, che faceva parte del suo, come dire, aspetto esteriore. Lo ricorda bene Marco Belpoliti nel suo articolo La frivolezza di Arbasino, apparso il 24 marzo 2020 in Doppio Zero. Nella sua performance fiorentina si palesò tenendo in una mano il pacchetto dei thé comprati ad Old England, il negozio che solo gli aristocratici, gli intellettuali, ma soprattutto i dandies frequentavano e nell’altra mano i pasticcini comprati da Giacosa altra icona fiorentina.

Ricordano pure gli amici presenti, che vi fu un gara tra chi scrive queste note e l’autore, tutta portata sul profilo scivoloso ma eccitante del dandismo. Purtroppo Arbasino non permise che venisse pubblicato il suo intervento. Il vero incontro a avvenne Ferrara nel Castello Estense dove, in un convegno assai ricco e complesso, il 2 febbraio 2006 presentammo Raffaele Manica editore del Meridiano dedicato ad Arbasino ed io il suo libro Dall’Ellade a Bisanzio, pubblicato da Adelphi. La foto che apre questo articolo ci vede tutti e tre assai contenti e potrei dire gioiosi. L’amico Manica mi raccontava proprio oggi un episodio che ci coinvolse il giorno successivo. Arbasino volle recarsi a vedere a Padova la grande mostra su De Chirico e la metafisica perciò il giorno successivo prendemmo il treno. E qui scoppiò la discussione che ancora delizia il mio amico romano. Mi racconta che fu ignorato per tutto il viaggio, perché Arbasino ed io ci immergemmo in una fitta conversazione, o meglio sfida, su chi aveva più qualità di rose e da dove provenivano. Fu un bel pari e patta!

Negli anni successivi ci si sentiva regolarmente al telefono e mi fu chiesto di scrivere due schede su due autori Filippo de Pisis e Alberto Arbasino, nientemeno che nel prestigioso Dictionnaire du dandysme. Feci le schede poi al momento di rifinire le voci secondo le regole editoriali, pressato da altre incombenze non detti seguito all’impresa. Ma questo l’ho scoperto solo dopo che ho torturato per due ore il mio tecnico, che ormai chi mi legge conosce come San Lorenzo! Gli anni trascorsero in fretta. Ci si vedeva sempre più raramente, finché si ammalò gravemente e un anno prima di morire perse anche il suo amato compagno Stefano. E a quel punto come mi dice Raffaele Manica rinunciò alla vita.
Tra le cose che ho scritto, ricordandomi della sua intelligenza, una la voglio riproporre come devoto omaggio all’amico scomparso.

“Attendo con impazienza il commento linguistico di uno tra i più grandi scrittori italiani, Alberto Arbasino, sulla disposizione prospettata dalla ministra Gelmini dell’ introduzione del grembiule a scuola, che sarà in realtà una divisa, ‘un abito quasi fashion’. Eccola la paroletta magica: anche il grembiule non dovrà avere una funzione esclusivamente egualizzatrice, ma ‘quasi fashion’, cosicchè sia la casalinga di Voghera, che la mamma alto borghese potranno, nel nome della moda, recuperare la dignità calpestata della loro prole, assolutamente contraria a rinunciare alla ‘fascion’, come allegramente si sente pronunciare da chi sembra sempre essere digiuno della terza ‘i’ ( Ricordate? Il programma della ministra Moratti sulle tre ‘i’ tra cui l’Inglese?). E mi spiace che la proposta (opinabile) sia stata espressa in un programma che tenta di porre argine e regole a una scuola sempre più avviata a un destino di irreversibile decadenza voluta, perseguita protervamente dalle disposizioni bipartisan ( non a caso la Gelmini si rifà al progetto Fioroni ), che si susseguono dal tempo della grande riforma e che hanno prodotto la situazione su cui è impostata la scuola oggi. L’ha ben individuata Antonio Scurati sulla Stampa del 2 agosto a proposito della reintroduzione del ‘sette’ in condotta o della educazione civica: “Il rischio è quello di una tremenda situazione da doppio legame. Il padre che intima al figlio “imitami!”, ma al tempo stesso, gli ingiunge “non m’immitare!”. Il risultato , come sappiamo, la schizofrenia. Personale e sociale.” Si apre di nuovo dunque il problema più urgente; quello che affannosamente ogni governo tenta di risolvere, ma che non dà soluzioni apprezzabili, proprio perché non affronta alla radice l’unico vero dilemma. Quale tipo di educazione vogliamo per i nostri figli? Umanistica, scientifico-tecnologica? O piuttosto, come dovrebbe essere, preventivamente sociale? Un’educazione che eticamente apra al comportamento sociale, quasi una necessità, per potere affrontare le varie scelte d’indirizzo a cui i giovani si avviano.
Ricordo il fascino delle divise nelle public schools inglesi ( che come si sa sono private) o in qualche raffinatissima scuola privata americana. Sono sparite. Le divise ormai dismesse anche in Inghilterra erano il segno castale di una parte della società destinata al comando. Ora si trovano, e giustamente, nei paesi poverissimi che, imponendo la divisa, danno una dignità sociale a chi sta studiando e non lo deve fare vestito di stracci. Ve lo immaginate, come sospirosamente fantastico, il direttore di una celebre maison de mode, che s’appresta a proporre la divisa ‘quasi fashion’ ai robusti allievi di una scuola tecnica o professionale in ‘pantaloni e camicie bianchi con sopra un golf blu’, o alle allieve di qualche liceo rese ‘più sexy’ – parola di stilista – da ‘gonne a pieghe o pantaloni’? Ma non hanno occhi chi propone questa irrealizzabile memoria delle neiges d’antan, mentre alla porta tra uno sfarfallio di veline e botoline si delinea il gusto della ‘fascion’ per i giovani e i giovanissimi? Ho la netta sensazione che nella proposta della giovane ministra si celi un’ansia di fare, che possa porre rimedio alla catastrofe imminente del fallimento della scuola di stato e del destino delle Università di diventare fondazioni private.
La calura estiva m’impone di tenere su un tono volutamente leggero un problema, IL PROBLEMA, che per primo dovrebbe interessarci, quasi più necessario dell’emergenza spazzatura o del conflitto d’interessi. E mi dispiace che la sinistra non senta la dovuta e morale necessità di proporre un piano d’intervento (e in questo senso il dialogo con il governo sarebbe auspicabile) sul destino dei nostri figli. Non mi piace che si scherzi sul ‘sette in condotta’ come estrema ratio per convincere al rientro in una società retta da una costituzione i giovani ribelli. Il tenue compiacimento che traspare da chi ha ricevuto sette in condotta: da Francesco Borelli a Margherita Hack, da Sandro Curzi a Alba Parietti non è concepibile. Perché non ci si domanda quanti teppisti hanno preso sette in condotta? L’immaginario del genio e della protesta si è chiuso con il ‘68. Ero un ragazzetto, 1954 terza media, ma per combattere l’ingiustizia che ritenevo mi fosse fatta, io scelto per sperimentare il nuovo cambiamento del sistema scolastico nelle famose classi X della Dante Alighieri, non ho preso il sette in condotta, ma mi sono fatto semplicemente bocciare: dieci in italiano e cinque in matematica. Pervicacemente anche a settembre. La ragione? Avevano detto alcuni professori, a mia madre che io nella vita non sarei riuscito a nulla. Meno male che ho ripetuto. Mi son letto per intero tutta l’Odissea, ho imparato a memoria il canto di Ulisse, finalmente traducevo passabilmente dal latino e non avevo bisogno di camicia bianca e golf blu, mentre con occhi pietosi (e indagatori) cercavo sotto il grembiule nero delle mie compagne quelle forme, che distrattamente lasciavano vedere tenendolo slacciato. Non escludo che queste proposte, meno naturalmente la ‘quasi fashion’, non abbiano una loro coerenza e validità. Tuttavia esse non reggono, perché ci si dimentica la condizione degli umiliati e offesi che sono naturalmente i docenti, le vere prime vittime (anche se qualche volta colpevoli) del sistema scolastico. […] “
(Ferrara, 3 agosto 2008)

 

Foto di copertina: Ferrara, 2006, Alberto Arbasino tra Raffaele Manica e Gianni Venturi in occasione della presentazione al Castello Estense del volume Adelphi Dall’Ellade a Bisanzio.

Vuoti nomi

Involucri vuoti da riempire con sapienza perché, alla fine, dell’involucro non resta traccia, e solo ciò che fu il contenuto rimarrà intatto nel tempo. Nel ricordo si affaccia lo sguardo di colui che viaggia nel tempo. Nel ricordo risiede l’immortalità. Nel ricordo giace la fragilità della vita, quando questa è passata con immobile certezza. Siamo nudi e soli. Trasparenti e opachi. Fenomeno e noumeno. Siamo tutto e siamo nulla. Saremo solo l’ombra di ciò che era il nostro essere, per l’eternità.

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”
Umberto Eco

IL LIBRO
‘Il cimitero di Praga’ , il romanzo di Umberto Eco che condanna l’antisemitismo.
O è tutta una mistificazione?

“Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli. Per questo sarebbe difficile, per gli imbecilli, trovare un nemico migliore. Il nemico serve a chi soffre di un’identità debole e un malinteso spirito di gruppo o un malinteso patriottismo sono spesso, purtroppo, l’ultimo rifugio delle canaglie. L’antisemitismo è un tarlo mentale, di chi ha bisogno di prendersela sempre e comunque con qualcuno, per vigliaccheria, o per pochezza”.

Così interveniva il professor Umberto Eco alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo ‘Il cimitero di Praga’, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo. Il libro riporta le deliranti ossessioni e le trame di un antisemita gonfio di odio. Racconta una storia rigorosa, ma scritta in forma di romanzo popolare ottocentesco affollata di ‘falsari dell’odio’ al cimitero di Praga. E’ gente capace di dire tutto e il contrario di tutto. Secondo loro, gli ebrei sono pieni di malattie, eppure più longevi degli altri, controllano la natura, le arti e l’economia, sono repellenti, eppure l’unica ragazza ad attrarre il protagonista antisemita Simonini sarà proprio una giovane del ghetto di Torino.
Il protagonista del romanzo incarna l’apoteosi della mistificazione, così abituato a imbrogliare e a falsificare da credere, alla fine, egli stesso ai propri inganni. Non ha pietà per nessuno e non possiede scrupoli morali. L’unico punto fermo della sua esistenza è l’odio profondo per gli ebrei e un’avversione particolare per i Gesuiti.

In cosa consiste il messaggio del “Cimitero di Praga”? Il romanzo è tutto concentrato sulla falsità di un documento in possesso del protagonista Simonini, ‘I Protocolli dei Savi di Sion’. Il messaggio intrinseco che ci arriva è proprio quello di non dare credito a suggestive ipotesi campate in aria. ‘I Protocolli’ descriverebbero ad arte una presunta congiura giudaico-diabolica, progettata nei minimi dettagli con il fine della conquista del mondo intero, diventando così la descrizione inventata di un incontro nel 1897 fra dirigenti ebrei, che volevano sovvertire la società cristiana e che miravano al dominio ebraico nel mondo. Con i ‘Protocolli’, la massoneria e gli ebrei, la triade su cui si fonda il romanzo di Eco è completa e si crea una messinscena per gli eventi rabbinici nell’antico cimitero di Praga. Fin dall’inizio del romanzo, Simonini associa al popolo ebraico un marchio d’infamia e di pericolo per la società. “Degli ebrei, so solo ciò che mi ha insegnato il nonno e cioè che essi assumono le colpe di tutti i mali del mondo: si sono avvicinati alle città per arricchirsi, sono traditori, gli ebrei uccidono i giovani cristiani per spalmare di sangue il pane azzimo, gli ebrei sono capitalisti ecc…”
Fra le osservazioni dell’autore: “Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie, chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza”.
Umberto Eco in questo romanzo si scaglia contro i pregiudizi razziali e lo fa nel modo migliore, risvegliando la coscienza e nel far odiare la meschinità del protagonista, il falsario Simonini.

La vicenda di Simonini è interessante, soprattutto fa comprendere come già molti anni prima della seconda guerra mondiale l’antisemitismo fosse una piaga ben radicata nella società, e fa riflettere il fatto che nell’ottocento, come ai giorni nostri, facesse comodo trovare un “capro espiatorio” a cui dare la colpa di tutti i fallimenti di una classe politica mediocre. Un forte odio e una grande fantasia possono costruire false notizie e inganni, a quel tempo tramite i libri, oggi con l’avvento di internet, colmo di bufale e fandonie, dove attorno alle tragedie vengono costruite false notizie pur di assicurarsi momenti di popolarità.

In molti continuano a chiedersi se questo romanzo di Umberto Eco condanni veramente l’antisemitismo o se possa provocare un antisemitismo involontario. Nella sua “ambiguità” i pareri restano discordanti.

IL RICORDO
Umberto Eco, i fumetti e la regina Loana

di Gian Luigi Zucchini

La scomparsa di Umberto Eco ha movimentato i computer di tutto il mondo. Pertanto tra rievocazioni e ricordi di tanti personaggi, anche importanti e famosi, questo mio breve scritto non vuol essere altro che una riflessione come ricordo per un docente con cui, insieme ad altri, sono stato in diverse sedute di laurea; e di cui ho anche ascoltato varie lezioni, che erano spesso una divertente passeggiata nei diversi meandri della cultura, oppure un gioco di incroci dove memoria, intelligenza, acume critico e levità di linguaggio concorrevano a tener vivo l’interesse anche degli studenti meno attenti.
Mi capitava, quando avevo un po’ di tempo, di entrare di soppiatto nell’aula dove lui faceva lezione e sedermi in fondo, ad ascoltare, soprattutto quando sapevo che avrebbe trattato certi argomenti, come per esempio il fumetto, o la letteratura rosa, o il romanzo d’appendice: tutta merce di scarto, se non addirittura di rifiuto. I cascami della cosiddetta cultura popolare, per di più banale, quindi da non prendersi neppure in considerazione. Invece Eco li ha trattati con un garbo e una finezza critica tali che, da cosucce da niente, sono divenuti ambiti di studio e di ricerca per molti, anche per me, che – debbo confessarlo – in un primo momento mi sentivo abbastanza turbato per quelle scorribande così fuori dalle consuetudini accademiche. Accadeva, infatti, a persone più o meno della nostra età, di ricordare le cautele che genitori, insegnanti, pii catechisti e candidi curati, raccomandavano circa queste pubblicazioni, spesso anche condannandole perché largamente ‘diseducative’, mentre ora se ne discute addirittura nelle aule universitarie e si fanno tesi di laurea su Topolino o Tin Tin o il duo Cino e Franco.

umberto eco
Umberto Eco

Tuttavia, anche per non attardarmi su argomenti ormai dilaganti sui media, scarto subito citazioni relative al ‘Nome della Rosa’, alla vastità di pensiero del professore e alle sue acutissime introspezioni nella filosofia medioevale e nella semiologia, e mi rannicchio in qualche angolino un po’ oscuro, in compagnia di alcune letture che, non molto citate nelle celebrazioni e nei corsivi di rito, hanno offerto a me occasione di riflessioni disordinatamente leggere, eppure culturalmente vaste e forse anche profonde. Furono intanto alcuni saggi sulla cosiddetta ‘letteratura per signorine’, altrimenti detta ‘rosa’, in particolare un’analisi sulla produzione di Carolina Invernizio, Matilde Serao e Liala, in un libretto edito dalla Nuova Italia nel 1979 con ampia introduzione di Eco, che lo stesso aveva allegramente intitolata “Tra donne intorno al cor mi son venute…”. Poi soprattutto il ‘romanzo illustrato’ “La misteriosa fiamma della regina Loana”. Qui si incrociano evocazioni musicali, con le canzonette del Trio Lescano o del Quartetto Cetra, le tronfie immagini del Fascismo, con manifesti, inni, rimette esaltate e idiozie pedagogiche, in cui, per far apprendere ai piccini di prima elementare le più ostiche regole ortografiche, si usava esemplificare con ‘gagliardetti’, ‘camicie nere’, ‘mitraglia’, ‘duce’, ecc. Ma c’erano anche i fogli di soldatini che evocavano Les Images d’Epinal e i fumetti con l’elegantissimo Fantomas, le varie avventure di Topolino, tra Legione Straniera e polizia americana. Su tutto questo nel libro, in particolare sui fumetti, Eco scrive interessanti riflessioni, come per esempio: “Mi sarò forse avvicinato a Picasso sullo stimolo di Dick Tracy?”
E, interrogandomi a mia volta, mi chiedo: le stampe popolari d’Epinal, o certe caricature di Jacovitti, non mi avranno forse un tempo avvicinato meglio a Honoré Daumier o alle sapide deformazioni espressionistiche di Otto Dix?
Ecco, chi l’avrebbe mai immaginato un tempo, quando le maestre requisivano questi documenti costruiti per le fantasie infantili, e li buttavano nel fuoco? Non c’era già lì, in quell’incomprensione verso il libero respiro della cultura della storia, un’inconsapevole valorizzazione dei roghi hitleriani, un valutare l’arte secondo modelli già prefigurati, eliminando quella troppo divergente, già vergognosamente definita ‘arte degenerata?.
“Era sui fumetti che probabilmente mi costruivo faticosamente una coscienza della storia”, scrive ancora Eco. Ed è probabile che la misteriosa fiamma della Regina Loana avesse già in quei momenti cominciato a bruciare nell’ancora infantile fucina dello scrittore, per diventare addirittura un grande rogo, che ha ravvivato tra il millennio scorso e quello appena iniziato il focherello della nostra ormai agonizzante fantasia con i due potenti combustibili della cultura e della ragione.

Addio Umberto Eco

Nella tarda serata di venerdì ci ha lasciato Umberto Eco, aveva 84 anni, il mondo della cultura italiana non sarà più lo stesso. Filosofo, scrittore e saggista, era uno degli intellettuali italiani più noti nel mondo. Era nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932 e si era laureato a Torino, ma è a Bologna che ha condotto la sua carriera accademica: docente di semiotica dal 1975, poi professore emerito, Eco era presidente dal 2000 della Scuola superiore di studi umanistici dell’Alma Mater.
Nel 2009, in un discorso alle matricole della facoltà di scienze della comunicazione aveva detto: “Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità”. Guglielmo da Buskerville, il fedele Adso e gli altri personaggi delle sue opere, spiriti critici alla ricerca della conoscenza al di là delle credenze del loro presente, vanno senz’altro aggiunti a quest’elenco.

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Umberto Eco

Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco)

DIARIO IN PUBBLICO
La cultura dell’insulto e il suo rovesciamento

Tiene banco – e non è un caso – la polemica sull’insulto che invade aule parlamentari, che viene servito al tè, che nei casi più raffinati si esercita commentando le liste delle spese presentate dal sindaco di Roma Ignazio Marino mentre gli esegeti più dotati culturalmente lo sprecano alle buvette delle Istituzioni quando vengono interdetti dall’aula. Si veda al caso felpetta Salvini, il boccoluto Grillo, e il senior ormai accademico Bossi, entrare di diritto nel vocabolario della Crusca nella sezione de “le male parole” . Tutt’attorno il coro di Prefiche ma anche di Menadi che saltabeccano sui banchi del Senato o del Parlamento ripetendo a iosa gesti e vocaboli un tempo prezioso patrimonio della suburra o degli angiporti. Se ignaro passi per le vie della movida la meglio gioventù sorgente dall’ipnosi di smartphone o telefonini t’accoglie con saluti amicali anche questi suddivisi equamente fra i due sessi: le donne rigorosamente interloquendo con “c…o” gli uomini gioiosamente accogliendoti con “vaffa…”.

Purtroppo però manca quel quid di altissima cultura che solo un grande studioso e romanziere nonché filologo sa e può dare. Chi legga Umberto Eco nella sua Bustina di Minerva sull’”Espresso” commemorativo dei sessant’anni troverà una straordinaria analisi dell’uso e della dizione dell’insulto. Già l’evoluzione dei tempi è premessa necessaria per capire la preziosità di quei lemmi dedicati all’insulto di cui non si ha più traccia e che con grande munificenza intellettuale Eco ci fa dono:
“Una volta gli adulti evitavano le parolacce, se non all’osteria o in caserma, mentre i giovani le usavano per provocazione, e le scrivevano sulle pareti dei gabinetti della scuola. Oggi le nonne dicono “cazzo” (verissimo!!! n.d.r) invece di “perdirindina”¸ i giovani potrebbero distinguersi dicendo “perdirindina”, ma non sanno più che questa esclamazione esistesse”

Eh sì! L’ignoranza anche delle brutte parole è un segno della povertà dell’inventiva linguistica di oggi. Se valesse ancora la regola aurea manzoniana che la qualità della lingua è determinata dall’uso ci troveremmo in una situazione di crisi linguistica assai evidente,

Tra le magnifiche parole insultanti riportate da Eco ne trascelgo alcune banali come “imbolsito, balengu, lavativo, burino, lasagnone (nella versione dialettale “lasagnon” apprezzatissimo da mia nonna che lo usava nei confronti di mio fratello), impiastro, ciarlatano, cazzone, salame,gonzo,puzzone, gaglioffo”.

Altre legate a un momento storico: “coatto,cecè (il vanitoso che frequentava il caffè chantant, suppongo), frichettone,flippato, tanghero, fregnone.”

Altre invece di una qualità strepitosa che anche agli addetti ai lavori non sempre sono chiare come “papaciugo, pischimpirola, piciu zanzibar, bartolomeo, lucco, scricchianespuli, buzzicone, gandùla, pituano, pisquano”

Devo dire che quello che ho assunto come mia divisa linguistica dell’insulto è “magnafregna” che risulta offesa paternalistica a significare ragazzotto, un po’ scemo e sempliciotto. Perciò impunemente da rivolgere ai politici che usano l’insulto come arma di predominio. Pensate che bello. Arrivare in Parlamento o in Senato in mezzo alla bolgia della discussione isterica di molti e molte e dire tranquillamente: “ Siete proprio dei Magnafregna!”
Strepitoso.

Potrebbe esserci un’antitesi alla cultura dell’insulto?
Traggo da una piccola esperienza personale una convinzione che mi dimostra come non tutti i miei compatrioti siano “itagliani”.
L’altra sera alzando gli occhi per vedere dove s’annidava il colombo scagazzone che aveva già imbrattato il muro, mia cognata s’accorge che una tegola sporgeva dal tetto e minacciava di cadere per strada. Da buon cittadino chiamo il 115. Mi risponde il vigile del fuoco addetto e mi domanda con gentilezza e proprietà di cosa si trattasse. Esposto il problema un rassicurante “siamo lì tra dieci minuti” mi lascia incredulo. Eppure dopo cinque minuti la polizia municipale è sul posto a deviare il traffico ed esattamente dopo dieci minuti l’enorme macchina arriva con quattro ragazzi. Come in un film hollywoodiano un faro s’accende sulla minacciosa tegola ( mai proverbio fu più appropriato: “mi è caduta una tegola sulla testa”) e comincia la scalata. Il pronipote Checco che quel giorno compiva 16 anni è tutto eccitato. Il prozio Gianni chiacchera e richiacchera con il capo-vigile che dopo aver fatto gli auguri al sedicenne gli spiega che quella era una macchina del ’71, che l’altra dell’anno scorso ha un cestello dove far salire gli infortunati terrorizzati dal fare gli scalini della scala aerea finché arriva il ragazzo-vigile scalatore che consegna la tegola incriminata nelle mani di mia moglie. Sta per partire un applauso appena trattenuto dalla – per loro – lieve entità dell’intervento e tra sventolii di mani e decine di grazie l’enorme macchina riprende il suo cammino.

State sicuri che a nessuno di loro sarei capace di rivolgere l’insulto “magnafregna” e mentre l’indignazione montante di questi giorni mi fa prospettare di lasciare l’”Itaglia” ecco che un gesto consapevole e normale vanifica la politica dell’insulto.

DIARIO IN PUBBLICO
A passeggio tra la folla confuso tra gli “imbecilli”

L’intento primo era stato quello di commentare lo stato da suk a cui è ridotta Firenze in questi giorni. Mai vista una città più orridamente invasa e consumata da orde di grassi turisti, ognuno però con distinzioni nazional-popolari a seconda dei Paesi d’origine, salvo naturalmente gli smilzi, giapponesi, che mangiano, bevono, ruttano e lasciano dietro di sé odori che definire puzze è già un elegante eufemismo. Nella via dove si concentrano i peggiori esempi di questa nefasta invasione che è quella dove abito, ma anche quella del David, poveretto, che vede passare sotto i suoi prestigiosi attributi virili, le orde maleodoranti, capaci per lo più di commentare la congruità dei suddetti attributi con la monumentalità del corpo michelangiolesco, s’accalcano e scambiano democraticamente i loro fortori, poi corrono a comprare ciò che li attrae di più della visita d’obbligo all’Accademia : proprio l’immagine di quel segno di giovanile virilità che viene riproposta in primo piano da grembiuli, magliette, mutande in vendita nei bazar orientali che costellano la via e gli immediati dintorni.
Ier mattina nell’angolo, un tempo straordinariamente armonico, dove sulla piazzetta antistante s’apre il portone del Conservatorio Cherubini e sull’altro, appena svoltato l’angolo quello del Museo delle Pietre dure, ovviamente deserto, stazionavano sedute per terra e scosciate (così una volta si diceva e si scriveva) cinque americanine che esibendo procaci cosce su, su fin dove il tacere è bello, secondo l’affermazione del mio amatissimo Durante, detto Dante, beatamente si selfiggiavano posando mani, gelati, e quanto si può portare alla bocca sull’immondo marciapiede in cui stazionavano. Rapida la memoria scorre agli esibiti casi della sporcizia che ha invaso Milano e Roma prodotta dalle orde dei migranti che portano scabbia e chissà quali malattie dovute al non rispetto delle regole d’igiene secondo i pulitissimi leghisti, naturalmente inorriditi da tanta incoscienza. E qui? Che fanno le bionde giovinette che non cedono il passo al vecchierel malato e stanco? Al mio mite rimprovero pronunciato nell’ancor più imbarazzante linguaggio più vicino all’esperanto che all’inglese o americano in cui tento di spiegarmi per chiedere il passo, mi esibiscono sorrisi d’intesa e mentre con moto d’orrore penso “Ora mi colpiscono con un selfie bell’azzecato, soavemente pronunciano un sonoro ‘Sorry’ e si cacciano in bocca l’immondo pasto raccattato da terra”. Così passo accompagnato nella traversata non da un profumo n.5 ma da vaghi sentori di sudore e altri effluvi umani.

Firenze è un immensa cucina degna di un Expo del medioevo prossimo venturo. Ovunque si mangia. “Se magna” direbbero nella Roma Capitale. E l’esibizione di montagne di pseudo pizze e gelati dai colori improbabili e di panini-panoni che ti lasciano scoraggiati solo al vederli restituisce a pieno l’infelice stato in cui è piombato l’Occidente. Che rimane di Giotto, di Orcagna, di Donatello e di Botticelli e di Leonardo? L’impronta su un piatto. O il marchio. Come la lettera scarlatta del sublime racconto di Nathaniel Hawthorne.

Così dopo aver schivato le tremende imbottiture di grasso tremolante che accompagnano l’andar penoso delle folle migranti accompagnate da stremate guide leggo con stupore misto ad angoscia il grido verdiano (“Cortigiani, vil razza dannata ” qui mutato in “folla d’imbecilli”) con cui il principe dei critici e dei narratori italiani, Umberto Eco, bolla la folla dei frequentatori di Internet. Riferisce L’Huffington Post: “”I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Parola di Umberto Eco che attacca così internet dopo aver ricevuto all’Università di Torino la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media”. “Prima – ha detto Eco – parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”

Non so se a quegli imbecilli possa essere accomunato anche chi scrive questa nota, fedele seguace più che dei romanzi delle posizioni critico-metodologiche dell’illustre intellettuale. Ma, siccome non ho la memoria corta, ricordo le parole con cui Maria Corti, celebre filologa e amica di Eco, mi raccontò come nacque la fortuna americana e quindi mondiale del suo famoso “Il nome della rosa”. I critici più potenti e i giornalisti più celebri furono invitati a una raffinatissima crociera su un battello che navigava il Mississipi. A forza di chiacchere da bar davanti a un bicchier di vino, meglio di cocktails, la fortuna del libro fu decretata.

Perciò sentire questa parola” imbecilli” in bocca ad un semiologo – e di quale vaglia! – rende la vicenda assai imbarazzante ( per lui).

Il grande Eco tenta sempre di ‘épater les bourgeois’: come lo si vede nei i suoi romanzi, forse commentati anche dagli imbecilli. Posta così la sua affermazione ci fa sembrare tutti idioti o culturalmente iloti nel senso leopardiano. Lo scrittore sa benissimo che sono quegli imbecilli che commenteranno poi il suo divin parlare e ne trarranno materia di scussione… Non credo quanto a cultura di essere inferiore a Eco o perlomeno, come dire, di aver timore di discutere questa presuntuosa affermazione . Nel mio gruppo facebook composto di 500 persone mai una volta ho sentito prender la parola a degli imbecilli né commentare un argomento come chiacchiera da bar. E questo gruppo pur annoverando scrittori, critici, politici, storici e via dicendo nella maggior parte è composto da persone di cultura media e bassa ma che sicuramente sanno leggere anche le opere dello scrittore. Il punto sta nel come formi tu personalmente il tuo gruppo, come lo selezioni, come lo coinvolgi e a differenza del giudizio di tanti colleghi accademici con il naso a puzzo come si dice nella mia Firenze la riunione degli “imbecilli” funziona assai bene.

Personalmente dopo essere andato in pensione sono stufo dei guru che oracoleggiano dall’alto della fama raggiunta (e basta aprire gli ormai inguardabili talk show dove Eco troverà tanti suoi colleghi: anche quelli che gli hanno dato lavoro).

Uno sguardo meno ironicamente sussiegoso potrebbe servire anche per il divino Eco.

Le baruffe della politica cancellano il convegno
sulla cultura ebraica

La battuta forse più cattiva ma più intelligente sulla situazione politica italiana l’ho letta ieri sulla “Stampa” nel commento della Jena: “L’orsa Daniza è morta nel sonno, come la sinistra italiana”.
Un commento che ben si attaglia alle peripezie e giravolte della sinistra (?), del suo partito più importante, il Pd, e del suo conduttore Matteo Renzi da Firenze. Il twitteraggio e la posta informatica sta in queste ore raggiungendo vertici insperati per la gioia di chi lo usa e sfrutta, producendo quel pensiero confuso che Umberto Eco denuncia su “La Repubblica” nel suo pezzo titolato “Com’è facile non capirsi al tempo delle mail”. Se trasmettere, commenta il grande semiologo, significa alla fine trasportare “si ha trasporto quando trasferisco una mia idea nella mente di qualcun altro e trasporto quando si trasferisce un pacco postale da Milano a Roma”. Ma questo assioma sembra perdersi nella comunicazione odierna. L’influsso dell’accelerazione porta uno scompenso nella risposta dovuto alla forza dell’inconscio e alla reazione che esso comporta tanto che si produce un impatto che non permette la distaccata e meditata risposta.

Ecco allora che la formula della comunicazione immediata crea problemi di incomprensioni visibilissimi nella storia delle candidature alla guida della Regione Emilia Romagna tra rinunce e no delle presentazioni e al caos che sembra prodursi, mentre disperatamente e apparentemente impassibile il capo del governa twitteggia improbabilissimi “fate vobis”.

E a “Ferara”? Qui la situazione a vederla dall’esterno e da chi osserva senza implicazioni di sorta sembra un sciogliete le righe e pensate a voi stessi. Un po’ alla maniera di Razzi interpretato da Crozza. Modonesi entra in campo e bacchetta Calvano, Zaghini risponde proclamando amicizia fraterna all’Aldo poi lancia la frecciatina sulla autocandidatura del Modonesi arrivata in ritardo. Nel frattempo scende in campo Roberto Balzani e infuria su facebook il tentativo di scoprire i segreti pensieri di Ilaria Baraldi. Si favoleggia di andate bolognesi: Maisto? Di rimpastini e rimpastoni di giunta mentre sui giornali locali si lanciano strali, pungiglioni, accuse e difese.
Non è un bel vedere né un bel sentire. Specie per chi osserva dal suo piccolo angolo della cultura offerte che dimostrano un affannoso tentativo di produrre dati positivi che legittimino scelte e tagli. E vai con i Buskers e i Balloons e le Sagre, promettendo poi di rifarsi con Internazionale e i programmi teatrali (entrambe ottime e serie iniziative). Ma di quella cultura – ammetto – anche un po’ noiosa ristretta agli specialisti, eppure fondamentale perché non venga dilapidato il grande patrimonio scientifico e storico del territorio che ne è?

In vena di macabri scherzi si legge che un importante critico ferrarese si propone come mediatore per trasferire, se la Popolare di Vicenza mettesse sul tavolo la proposta di acquisizione della Cassa di Risparmio, alcuni pezzi veneti importanti delle collezioni di Carife e della sua Fondazione da trasferire a Palazzo Thiene di Vicenza, sede delle collezioni della Popolare. Basta leggere la risposta composta ed equilibrata della nuova direttrice della Pinacoteca Nazionale dei Diamanti, Anna Stanzani, per capire l’infondatezza (si spera) di quelle pretese. Ma dalle istituzioni c’è stata una presa di posizione? Non mi pare. Certo! Talvolta è sbagliato inseguire sulla stampa gossip, verità, e supposizioni che Eco denuncia nell’articolo di “Repubblica”, ma sembra purtroppo che in questo triste periodo pronunciare la parola “cultura” senza aggiungervi altre spiegazioni (ricavi, turismo, commercio) sia più che un peccato un’esibizione di una superiorità che non deve esistere. O la cultura produce o se ne stia buona nell’angolino delle punizioni. E naturalmente parlo di quella elitaria, per pochi sfrontati che non capiscono né vogliono capire. I “professoroni” insomma.

Un’ultima considerazione. Ieri i giornali locali, tutti, davano notizia della giornata europea della cultura ebraica di cui Ferrara sarà la capofila. Si è parlato di tante iniziative, teatro, mostre performances, presentazioni con ministri e politici. Si è detto di tutto. Non una parola sull’aspetto scientifico della giornata che si terrà alla Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea domenica 14 settembre alle 16,15: il convegno di studi sulla figura femminile nella cultura ebraica e nella società, con interventi di altissimo livello: da Elena Loewenthal ad Anna Dolfi, da Gianfranco Di Segni a Luciano Meir Caro e con gli apporti di Elisabetta Traniello ed Elisabetta Gnignera.

E’ il mood di “Ferara” o è il segno di una rinuncia che esce fuori dalle mura e investe l’intera nazione?

«Questo l’ho già suonato domani»

D’estate si leggono di solito romanzi e racconti, difficilmente si legge di racconti e di romanzi.
In epoca di digital literacy mantenere il culto del libro non è cosa da poco, perché tra i diversi strumenti dell’uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro.
Credo però che si debba diffidare di quanti accumulano letture, come se la cultura derivasse unicamente dalla loro somma, pensando che romanzi, racconti o poesie, per il solo fatto di essere stati stampati e acquisiti dalle biblioteche, abbiano valore in sé e in quanto opere della fantasia.
No. Ogni libro ha una storia di circostanze e di ragioni. Quando si parla dei grandi classici, anche le analisi stilistiche più raffinate restano sterili esercizi accademici, se ignorano quanto indusse un Virgilio o uno Shakespeare o un Cervantes a scrivere quello che hanno scritto.
Ecco perché leggere di romanzi e di racconti ha un valore formativo, che va ben oltre le liste di volumi assegnati al termine delle scuole dagli insegnanti agli studenti per le vacanze o a quegli sterili resoconti letterari che con diligenza routinaria i candidati portano ai nostri esami di stato.
Magnifiche lezioni sul libro ci hanno lasciato i Borges oral, cinque conferenze tenute all’Università di Belgrano; le Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio di Italo Calvino; le Lezioni di letteratura di Nabokov; Sei passeggiate nei boschi narrativi, le Norton Lectures 1992-1993 tenute da Umberto Eco all’Università di Harvard.
Ora Einaudi pubblica Lezioni di letteratura, di Julio Cortázar. Tredici ore di lezioni che l’autore di Storie di Cronopios e di Famas tenne a Berkeley nell’ottobre e novembre del 1980. Lezioni rivolte ad un uditorio di giovani studenti con lo scopo preciso di aiutarli a diventare o a scoprirsi buoni lettori.
Cortázar espone un’idea di letteratura che non è quella scolastica, un’idea di letteratura come impegno civile, non la letteratura dell’arte per l’arte, ma quella espressa da una nuova generazione di scrittori coinvolti nelle lotte, nelle discussioni, nella crisi del loro popolo e dei popoli nel loro insieme. L’impegno per una scrittura strettamente legata e partecipe del quotidiano che bussa alla porta, il lavoro non dello scrittore latinoamericano, ma di un latinoamericano scrittore come Cortázar rivendica di voler essere.
Le sue non sono lezioni cattedratiche: Cortázar porta avanti con gli studenti un vero e proprio dialogo sulla letteratura.
I temi trattati sono molti, le caratteristiche del racconto fantastico; la musicalità, lo humour, l’erotismo e il gioco in letteratura; il rapporto tra immaginazione e realismo, la letteratura d’impegno sociale e le trappole del linguaggio, e tutti vengono affrontati con un approccio concreto, che sempre trova un punto d’appoggio in letture ed esempi che appartengono non solo alla letteratura, ma alla produzione culturale di ogni epoca. E le lezioni diventano ancor più interessanti quando Cortázar racconta l’evoluzione del suo percorso di scrittore: come nacquero i cronopios o alcuni dei suoi celebri racconti; il significato di Rajuela e il suo processo di scrittura.
«Tra i diversi strumenti dell’uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensioni del suo corpo. Il microscopio, il telescopio, sono estensioni della sua vista; il telefono è estensione della voce; poi ci sono l’aratro e la spada, estensioni del suo braccio. Ma il libro è un’altra cosa: il libro è un’estensione della memoria e dell’immaginazione» dice Cortázar ai suoi studenti. E continua: «Ogni volta che leggiamo un libro, il libro è mutato, la connotazione delle parole è diversa. Inoltre, i libri sono carichi di passato».
Parlando delle sue strade di scrittore, racconta ai giovani universitari come è possibile passare dal culto della letteratura per la letteratura, ad una letteratura come ricerca del destino umano, alla letteratura come uno dei modi di partecipare ai processi storici che toccano ciascuno di noi e i nostri Paesi.
Cortázar non è solo uno scrittore, ma uno scrittore che usa la lingua come terreno di rivoluzione, che ha speso la sua vita a combattere le sintassi e le strutture che obbligano a pensare in modi predeterminati. Perché, tanto per cominciare, lo scrittore gioca con le parole, e il suo gioco è un gioco sul serio. Racconta della dilatazione del tempo oltre la realtà nella fantasia, nella fatalità, il gioco della mente e del pensiero. Di sequenze interiori, di visioni, di sguardi che abbattono le barriere spazio temporali, della grande narrativa latino americana.
Le otto lezioni di Cortázar sono riflessioni personali sulla sua vita e sul suo lavoro, inviti a chi gli sta intorno ad interrogare a sua volta la propria di vita, perché ognuno di noi come il Charlie Parker di Il persecutore può dire: «Questo l’ho già suonato domani».

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Buona giornata della Terra

Oggi è la Giornata mondiale della terra. Una ricorrenza dedicata all’ambiente e alla salvaguardia del pianeta, istituita nel 1970, ma che in questi anni sta diventando davvero popolare. Su Google per l’occasione è stato creato un apposito “doodle”: piccola sequenza di immagini animate, dedicate a un tema. La scritta del motore di ricerca oggi sfodera due fiori rotondeggianti, che prendono il posto delle due lettere “o” del logo con un colibrì rosso che muove le ali in continuazione per succhiarne il nettare mantenendosi in volo.

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Il “doodle” del motore di ricerca online Google

Quando ci clicchi su, torna la scritta Google, ma con le “o” trasformate nei musi di due scimmie macaco con il pelo imbiancato dalle nevi giapponesi; ci clicchi ancora e ti appare una rotondeggiante medusa quadrifoglio; poi la lettera “o” diventa il corpo di un pesce palla; un altro clic e uno scarabeo cammina via dalla rotondità di una “o” di terra marrone, per prendere la forma di un camaleonte velato che si sovrappone a tutta la scritta.

La scelta di sottolineare l’evento da parte di un colosso dell’informazione online come Google è l’ennesima dimostrazione che i tempi sono maturi per la nostra sensibilità ambientalista e animalista. Siamo pronti per apprezzare la bellezza di creature piccole e grandi, con un aspetto che non rientra necessariamente nello stereotipo di un’estetica consolidata. La natura ci appare bella nelle sue manifestazioni, è il messaggio di vita e vitalità che è bello, che ci conquista, commuove, incuriosisce.

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Fiori di Mustafa Sabbagh

Nel saggio dedicato alla Storia della bellezza, Umberto Eco cita una frase di Guglielmo di Conches, che dice: “La bellezza del mondo è tutto ciò che appare nei suoi singoli elementi, come le stelle in cielo, gli uccelli nell’aria, i pesci in acqua, gli uomini sulla terra”. Insomma, non è bella sola la rosa perfetta, ma ciò che palpita e dà emozione; lo scorrere della vita è bello.

Per il fotografo e artista contemporaneo Mustafa Sabbagh [leggi relativo articolo] un mazzo di fiori acquisisce il massimo fascino nel momento del suo sfiorire. Charles Baudelaire diceva: “Il bello è sempre bizzarro. Non voglio dire che sia volontariamente, freddamente bizzarro, perché in tal caso sarebbe un mostro che esce dai binari della vita. Dico che contiene sempre un poco di bizzarria, che lo fa essere il bello in particolare”. A ben  pensarci, già cinquecento anni fa la forza dirompente dei quadri di Caravaggio viene anche dalla sua capacità di andare oltre la perfezione per cogliere la caducità di una mela che ha un piccolo baco e di una foglia di vite che si accartoccia un po’.

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“Canestra di frutta” di Caravaggio

Ecco, piano piano prevale questo tipo di estetica, la commozione per la vita che palpita e lotta, per la fogliolina che si fa strada tra l’asfalto, per una coccinella inaspettata sul cruscotto. E ci piace – forse – vedere che il ciclo della vita è più forte della climatizzazione stabile di un ufficio, della lontananza asettica del mondo virtuale, della presenza in ogni mese dell’anno di fragole e lamponi sulla nostra tavola. Bella la terra e le sue zolle, bello uno scarabeo che ci vive dentro, bello un frutto imperfetto e saporito da cogliere dall’albero, belli i giardini selvaggi e un’erba ribelle. La terra si muove e con lei le foglie, le stagioni, le nostre emozioni. Nonostante tutto c’è gioia; “Smile, without a reason why”, cantava Noa in Life is beautiful that way, colonna sonora di La vita è bella.

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