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LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE … MA ADATTARE

LA CRISI CLIMATICA COME PRETESTO PER NON MITIGARE … MA ADATTARE

L’ondata di calore che stiamo vivendo rischia di diventare un carattere permanente del nostro futuro che colpirà ovunque e in particolare il cuore dell’Europa cambiandone natura, paesaggio, dinamiche sociali. Il problema è strutturale da decenni. La comunità scientifica, l’IPCC e molti climatologi insistono continuamente sul fatto che mitigazione e adattamento devono procedere insieme.

Tuttavia, nel dibattito politico e mediatico l’attenzione tende spesso a concentrarsi sull’emergenza immediata e sulle soluzioni individuali (“come proteggersi”), mentre ricevono meno spazio le politiche più controverse che incidono sugli interessi economici e richiedono cambiamenti di lungo periodo.

C’è uno scivolamento retorico quasi impercettibile ma sistematico: dal mitigare all’adattarsi, dall’impedire al sopravvivere. E questo scivolamento non è neutro: è una resa agli interessi del mercato e del capitalismo che non vuole mitigazioni che mettano in discussione il suo modello di sviluppo che ha sempre considerato il pianeta come una risorsa da sfruttare e che sta trasformando in business anche la dimensione eco-green.

Quel potere economico globale che per molti non ha un volto ma che condiziona i governi degli stati, delle città, lasciandoci solo l’illusione delle soluzioni resilienti mascherate da pragmatismo.

Adattare significa agire sugli effetti del cambiamento climatico, mitigare significa agire sulle cause, riducendo le emissioni di gas serra o aumentando la capacità di assorbirle. L’obiettivo è limitare l’entità del riscaldamento globale ma come? Incidendo sui meccanismi che contraddistinguono il nostro modello di sviluppo e quindi:

  • sostituendo i combustibili fossili con energie rinnovabili e favorendo la nascita di comunità energetiche;
  • migliorando l’efficienza energetica degli edifici;
  • riducendo il traffico automobilistico a favore del trasporto pubblico e della mobilità attiva;
  • fermando il consumo di suolo e la deforestazione;
  • cambiando i sistemi produttivi, agricoli, zootecnici per renderli meno emissivi;
  • redistribuendo la ricchezza per contrastare le disuguaglianze agendo nella direzione della giustizia climatica;
  • modificando il nostro modello di sviluppo estrattivo e rendendo più sobrie le nostre abitudini.

Se i miliardi che in Europa e nel mondo si stanno spendendo per fare delle guerre – che hanno aumentato le emissioni – e comprare delle armi, fossero impiegati per realizzare laccordo di Parigi, un segnale positivo lo si coglierebbe. Nel 2024, le alluvioni in Romagna, Toscana e le grandinate varie ci sono costate circa 14 miliardi, se questi soldi venissero spesi nella prevenzione saremmo più preparati.

Negli ultimi anni, il discorso pubblico si è spostato solo sull’adattamento, come se gli effetti dei cambiamenti climatici fossero ineluttabili, quindi centri climatizzati, sistemi di monitoraggio dell’allerta caldo, alberi, fontanelle, tetti verdi, città-spugna, orari di lavoro modificati. Sono certamente misure indispensabili, che misurano il grado di resilienza di una comunità, e dovrebbero esserlo per tutti poveri e ricchi, perché una parte del riscaldamento globale è ormai inevitabile e gli impatti sono già presenti.

Ma il rischio che stiamo correndo è che l’adattamento diventi un alibi per mettere in secondo piano il tema strutturale, cioè la riduzione delle emissioni di gas serra e le trasformazioni strutturali del sistema energetico, dei trasporti, del consumo di suolo e dei modelli di produzione e consumo. Se “resilienza” significa imparare a convivere con il caldo senza affrontarne le cause siamo fregati: ogni nuova misura di adattamento rischia di essere presto insufficiente.

Dobbiamo arrenderci? Non credo. La scienza mostra che non siamo di fronte a una soglia oltre la quale tutto è inevitabile. Ogni decimo di grado di riscaldamento evitato riduce la frequenza e l’intensità delle ondate di calore, delle siccità e degli eventi estremi. La differenza tra un mondo più caldo di 2 °C e uno di 3 °C è enorme in termini di vite umane, salute, ecosistemi ed economia.

L’8 maggio del 2024, 380 tra i più importanti scienziati del clima, intervistati dal quotidiano The Guardian, si sono dichiarati terrorizzati dalla sottovalutazione politico-economica del problema ma motivati nelidrica continuare nel loro lavoro.

… E Ferrara cosa non fa?

E a Ferrara che succede? Si sta vivendo una condizione perversa: ogni singola scelta che si sta compiendo è retoricamente motivata per bypassare i problemi strutturali. A Ferrara domina una dinamica preoccupante. Molte scelte urbanistiche e ambientali vengono presentate come risposte ai problemi della città, ma il dibattito pubblico si riduce a comunicazioni senza dialogo, concentrati solo su aspetti simbolici o comunicativi, lasciando sullo sfondo le questioni strutturali.

Si parla di decoro, di nuovi interventi, di opere presentate come “green” o innovative, mentre non si discute di consumo di suolo, di potenziamento della mobilità pubblica, di applicazione del PUMS che prevede zone 30 ed estensione delle ZTL, quindi di adattamento climatico, disuguaglianze territoriali e riduzione delle emissioni. Ecco alcuni temi.

Il verde decorativo vs il verde come infrastruttura

Piantare alberi senza un piano del verde è giardinaggio, non urbanistica. Un piano serio lavora su connettività ecologica, specie appropriate al clima futuro, gestione del suolo e delle acque, rapporto con la falda, ruolo del verde nella città compatta e storica (la più calda) e suo ridisegno.

Bisogna iniziare a ragionare seriamente sulla de-asfaltizzazione e demineralizzazione della città. Tutti i quartieri della città dovrebbero essere congiunti tra di loro da gallerie verdi, ridisegnando le strade e rafforzando i percorsi ciclabili. Va tenuto in conto che gli alberi e le aree di nuovo impianto hanno bisogno di diversi anni prima di dare l’effetto voluto. A seconda della specie e delle condizioni di crescita, possono essere necessari 10, 20 o anche 30 anni perché l’albero raggiunga una chioma in grado di incidere significativamente sul microclima.

La forestazione urbana è una politica di lungo periodo quindi non basta piantare alberi, bisogna conservare quelli maturi, curarli se malati. Gli alberi maturi sono una “infrastruttura” critica non riproducibile nel breve periodo. Abbattere un esemplare secolare per ragioni di “sicurezza” discutibili, o sacrificarlo a un cantiere, equivale a distruggere un’opera pubblica che ha richiesto decenni di investimento collettivo — spesso inconsapevole — e che non sarà ricostituita nell’arco di una generazione.

Eppure, la gestione ordinaria delle amministrazioni locali tratta gli alberi maturi come elementi intercambiabili: si abbatte e si rimpiazza con un nuovo impianto, contabilizzando la sostituzione come equivalente. Non lo è. C’è un debito ecologico temporale che questa contabilità ignora del tutto.

Aggiungerei un’ulteriore dimensione: la cura degli esemplari esistenti — potature corrette, monitoraggio fitosanitario, gestione del suolo attorno alle radici — è sistematicamente sottofinanziata rispetto ai fondi destinati ai nuovi impianti, anche perché i nuovi impianti sono visibili, fotografabili, inaugurabili (vedi Central Bosc).

Si dice che dobbiamo piantare alberi. Ma se siamo costantemente in crisi idrica, al limite della siccità, questi alberi come crescono? Dove troviamo l’acqua con cui ricaricare la falda? Con l’acqua piovana che oggi sprechiamo? Un piano di forestazione che non affronta la questione idrica — quanta acqua, da dove, sottratta a quali altri usi — rischia un duplice fallimento: alberi che muoiono sprecando risorse, o irrigazione che aggrava la scarsità che già viviamo.

Non da ultima la manutenzione. Questa è invisibile politicamente, ma invece dovrebbe essere un “progetto strategico” più delle smart city o di una certa idea della transizione ecologica, che continua a cercare soluzioni tecnologiche nuove, mentre lascia degradare ciò che già funziona e che ha impiegato decenni a funzionare.

Le piazze pavimentate come risposta – sbagliata – alle isole di calore

È il caso più clamoroso perché è visibile, misurabile, e già criticato dalla letteratura scientifica. Sostituire asfalto con pietre in zone già surriscaldate non è una scelta neutra: è produzione attiva di isola di calore (anche se si dichiara di contrastarle). Chi ha approvato questi progetti non è ignorante, è politicamente colpevole perché il buon senso ci dice da anni che le isole di calore le contrasti con alberi associati ad arbusti, prati e zone umide, non collocati in un buco o in un vaso circondato da pavimentazioni minerali.

L’anello di Piazza Ariostea è completamente asfaltato, attorno all’acquedotto del Quartiere Giardino lo spazio asfaltato è quasi prevalente, lo stesso quartiere se diventasse ZTL molte strade potrebbe essere de-asfaltizzate aumentando le aree verdi. Nei deliri amministrativi di questi mesi abbiamo letto anche di aree come il MOF: parcheggio dove l’asfalto la fa da padrone, raccontate come aree ecologiche solo perché sono stati piantati due alberelli.

E poi il centro storico. Questo è probabilmente il settore più caldo della città ed è ricco di micro-piazze e spazi che andrebbero vegetalizzati. La città murata ferrarese inoltre, come sappiamo, è molto diversificata al suo interno, con spazi vuoti o degradati in prossimità di aree residenziali che si presterebbero a operazioni di micro-forestazione urbana.

La città andrebbe inoltre arricchita di fontane pubbliche e gratuite. Ci sono città, dove l’acqua è pubblica, con fontane ovunque che erogano acqua, a volte facendoci scegliere anche se la vogliamo fresca o a temperatura ambiente, se normale o frizzante. Tutto questo richiederebbe un piano del verde e del clima, farlo è una questione di volontà politica, ma elettoralmente paga di più l’intervento puntuale retoricamente raccontato.

Gli eventi notturni come politica del corpo

Nel dibattito sugli eventi di questi mesi, questo punto mi sembra si sia sottovalutato nel dibattito nonostante sia stato posto a più riprese. Il diritto al sonno e alla quiete termica notturna è anche un diritto sanitario. Le notti sono l’unica finestra di recupero fisiologico durante le ondate di calore. Saturarle con eventi amplificati non è solo un problema di “fastidio” è una questione di salute pubblica, con ricadute sproporzionate su anziani, bambini, malati cronici, lavoratori che non possono riposare.

E il prolungamento del tempo insonne è esattamente quello che trasforma il disagio in danno strutturale, causato da scelte politiche di una amministrazione e di un blocco politico-economico colpevole.

Il modello di mobilità come scelta ideologica

Non contrastare il dominio dell’auto in una città pianeggiante, con una tradizione ciclistica reale e distanze urbane contenute, è indice di una inerzia o resistenza al cambiamento che diventa volontà politica. Non affrontare la prospettiva di una mobilità pubblica radicata nella città in grado di ridurre l’uso dell’automobile è in questa situazione una grave responsabilità, che in Italia accomuna tutti i livelli di governo.

L’ipermercato privato come solo welfare termico

Quando lo spazio pubblico è inabitabile e il calore della casa insopportabile, il centro commerciale diventa l’unico “bene comune” climatizzato accessibile. È la privatizzazione del sollievo. E non è casuale, è il risultato logico di decenni di disinvestimento sullo spazio pubblico come spazio vivibile.

Inoltre, non si sente nemmeno parlare di misure per contrastare l’emergenza climatica con rifugi termici. Barcellona ha iniziato nel 2020 a predisporre rifugi termici coprendo il 99% degli abitanti entro dieci minuti a piedi. Il principio è semplice ma politicamente preciso: un luogo pubblico ad accesso libero e gratuito che offre ristoro dalle temperature estreme, pur mantenendo le sue regolari funzioni.

La difficoltà abitativa come moltiplicatore di rischio

Chi è in difficoltà abitativa – senza aria condizionata, in alloggi sovraffollati o degradati, senza spazi verdi accessibili – subisce il caldo estremo in modo qualitativamente diverso: anziani soli negli alloggi ERP, lavoratori stranieri in affitti sovraffollati, persone senza fissa dimora, cittadini a basso reddito. Non è solo una questione di comfort, è una questione di sopravvivenza e diritti negati.

È la dimensione della giustizia termica che latita nel dibattito locale. Riguarda non solo chi produce le emissioni ma anche chi paga maggiormente il prezzo del caldo.  Una città che lascia in questa condizione i suoi abitanti più esposti e chi è in disagio abitativo non è degna di essere ritenuta civile. Una città che non avvia un vero processo di costituzione di comunità energetiche – che consentano a tutti di accedere all’energia necessaria, anche per refrigerarsi – rivela una scelta di campo a favore di chi controlla la rendita energetica fossile.

Le stime preliminari parlano di oltre 1.300 morti in eccesso in circa una settimana in Europa. Se la causa fosse stata un virus, saremmo già in emergenza sanitaria. Il caldo estremo non uccide in maniera evidente, per questo lo si sottovaluta. Questo caldo colpisce tutte le specie viventi, animali e vegetali, ma se fosse una pandemia… il virus siamo noi.

Cover: Foto di Thomas G. da Pixabay

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Romeo Farinella

Romeo Farinella, architetto-urbanista e professore ordinario di Progettazione urbanistica presso l’Università di Ferrara. Si occupa di problematiche urbane e paesaggistiche da almeno trent’anni. Prima di approdare a Ferrara ha vissuto in diverse città, tra cui Roma e Parigi e quest’ultima è diventata uno dei suoi temi principali di ricerca. Oltre a Ferrara ha tenuto corsi anche in Francia (Lille, Parigi), Cina (Chengdu), L’Avana e São Paulo e Saint Louis du Senegal. È stato direttore per alcuni anni del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale di UNIFE.

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