Tag: transizione ecologica

Energia, Acqua, Rifiuti, Consumo di Suolo:
4 Leggi per cambiare la politica regionale e la nostra vita

 

Il prossimo 13 settembre, RECA (Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) e Legambiente regionale depositeranno in Regione più di 7.000 firme a sostegno delle 4 proposte di legge di iniziativa popolare in tema di energia, acqua, rifiuti e consumo di suolo.
In poco più di 3 mesi si è bene superata la soglia delle 5000 firme necessarie per la loro presentazione e discussione all’Assemblea regionale, segno di una disponibilità e di un interesse diffuso nella società su questi temi, soprattutto declinati in termini di alternativa alle politiche regionali (e nazionali) praticate sulle questioni ambientali e, più in generale, sul modello di sviluppo che li genera.

Non intendo riprendere qui i contenuti presenti nelle proposte di legge (peraltro li avevo già esposti in un precedente articolo su questo quotidiano [Vedi qui] ), quanto proporre tre ordini di riflessioni.

Il primo riguarda il fatto che le questioni su cui abbiamo raccolto le firme (ancora con la faticosa e superflua modalità di autenticazione e certificazione elettorale, sic!) sono diventate ancora più attuali e centrali anche solo rispetto ai mesi scorsi.
Prendiamo, a titolo esemplificativo, i temi dell’energia e dell’acqua. Sull’energia è ormai diventato senso comune la constatazione che l’aumento del prezzo del gas e dell’elettricità sta producendo una crisi profonda – più di quella conosciuta a proposito del petrolio negli anni ‘70 del secolo scorso – mettendo a forte rischio il livello di reddito e di vita delle persone e la situazione economica e produttiva del Paese. Una crisi che nasce dalla forte ripresa dopo il lockdown pandemico, con le strozzature nelle catene produttive che ha determinato.
Una crisi che si è aggravata con la guerra tra Russia e Ucraina e viene alimentata da un’irresponsabile ma, purtroppo, ‘fisiologica’ speculazione che si produce da quando un mercato di tipo borsistico regola il prezzo.

Una crisi che rende più forti la necessità di una politica energetica che scelga indipendenza e autosufficienza delle fonti (anche da questo punto di vista, quale scelta migliore se non quella della produzione da fonti rinnovabili?), ma che, invece, viene utilizzata per rilanciare con forza l’utilizzo delle fonti fossili, secondo una logica guidata dalla conferma di un vecchio e sbagliato modello di sviluppo e dalla massimizzazione dei profitti.

Se qualcuno giudica estremiste queste affermazioni, dovrebbe rispondere a un fatto che ha quasi dell’incredibile. Nello stesso momento in cui si fa persino allarmismo sulla mancanza di gas per il prossimo autunno, ci tocca registrare che, tra gennaio e maggio, di quest’anno sono stati esportati dall’Italia 1.467 milioni di metri cubi equivalenti (Smc) di gas, ovvero il 578% in più rispetto ai 254 milioni del 2021. Una quantità che non ha pari negli ultimi 15 anni
Oppure, basterebbe guardare all’esplosione di profitti dell’Eni, che nel 2021 sono balzati a 4,7 miliardi di €, il livello più alto dal 2012. O allo scandalo delle imprese energetiche diventate soggetti di elusione fiscale, visto che, rispetto ad una tassazione, pur insufficiente, del 25% degli extraprofitti realizzati con l’aumento del prezzo del gas, che doveva garantire 4,2 mld. all’erario con l’acconto di giugno, ne hanno versati solo 800 milioni.

Ragionando sulla questione dell’acqua, in tempi in cui sia la siccità che i fenomeni alluvionali estremi diventano ‘normali’ e ben evidenziano che il cambiamento climatico è già un dato strutturale, anche qui non si può non vedere come occorre ripensare un intero paradigma in base al quale la risorsa era considerata illimitata e la sua gestione poteva essere affidata dentro una logica completamente privatistica.

Di fronte a questa drammatica situazione – e questo è il secondo ordine di riflessione – anche in Emilia-Romagna, come a livello nazionale, si propongono interventi di corto respiro, legati a concezioni superate, dettati da un’idea di sviluppo prigioniera della logica della crescita quantitativa del PIL e di una torsione economicista e produttivista. Con l’aggravante, stando alle esternazioni del presidente della regione Bonaccini, che essi vengono presentati, da bravi primi della classe, come elementi  esemplari per l’intero Paese.

Ecco che allora Ravenna viene vista come una delle capitali del gas in Italia, installando un nuovo rigassificatore e promuovendo una nuova fase di trivellazioni per incrementare la produzione nazionale di gas, senza dimenticare il progetto dell’Eni di installare lì il CCS, impianto di stoccaggio e immagazzinamento della CO2.
Un progetto, quello del rigassificatore, che, oltre alle problematiche non trascurabili di sicurezza che comporta e di messa a rischio dell’ecosistema marino, significa puntare, per un periodo di tempo non breve, alla strategicità di una fonte fossile come il gas, mettendo in secondo piano il tema della transizione ecologica.
Senza, peraltro, rispondere in tempi brevi all’emergenza energetica, visto che il rigassificatore non andrà in funzione prima dell’autunno 2024.

In tema di mobilità, si continua imperterriti a seguire la strada delle grandi opere autostradali – dal Passante di mezzo a Bologna alla Cispadana e alla bretella Campogalliano-Sassuolo- che supportano l’utilizzo del mezzo di trasporto privato, anziché puntare al potenziamento del trasporto pubblico e alla “mobilità dolce”.

Su altri fondamentali beni comuni, dall’acqua al ciclo dei rifiuti, viene confermata la spinta alla loro privatizzazione e ad una gestione non sostenibile delle risorse: sulla prima con un provvedimento regionale che ha prorogato fino alla fine del 2027 le attuali gestioni del servizio idrico, facendo un ulteriore grande regalo a Hera e Iren, mentre sul secondo siamo addirittura in presenza di un un nuovo Piano regionale che prevede un incremento della produzione pro-capite dei rifiuti urbani del 5,4% che passerebbe dai 667 kg/ab anno del 2019 ai 703 del 2027!

Potrei continuare parlando del consumo di suolo, del ruolo negativo della proliferazione della logistica, delle linee che ispirano l’attuale produzione agricola e zootecnica, della qualità e dell’inquinamento dell’aria e di altro ancora.
Mi pare che ce ne sia quanto basta per sottolineare come non si può più ignorare la necessità della transizione ecologica e come diventa necessario mettere in discussione il modello produttivo e sociale che produce tali scelte regressive. Perché è di questo che si deve parlare e su cui occorre intervenire: del cosa si produce, di come e per chi  lo si fa.

Le 4 proposte di legge di iniziativa popolare hanno l’ambizione di muoversi entro quest’ambito. Spingere verso la produzione e l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, eliminare il consumo di suolo, ridurre la produzione dei rifiuti e uscire dall’incenerimento, favorire i processi di ripubblicizzazione del servizio idrico e dei rifiuti significa proprio aggredire questo nodo e prospettare un embrione di modello produttivo e sociale alternativo.

Anche per questo non si possono nutrire molte illusioni sul fatto che, allo stato attuale, esse possano essere accolte nella loro sostanza da chi governa (ma anche da chi sta all’opposizione) in questa regione.
Serve un’ampia mobilitazione sociale e una forte pressione sulla politica per sostenerle. E’ questa la terza riflessione di fondo.

E per questo il deposito delle proposte di legge, il 13 settembre,  verrà accompagnato da un presidio sotto la Regione Emilia-Romagna. Quindi si lavorerà perché esse vengano discusse in tutti i Consigli comunali, almeno di quelli capoluoghi di provincia.
Già con l’idea di pensare ad una grande manifestazione regionale a Bologna per il mese di ottobre,
mettendo al centro le tante vertenze territoriali che intervengono sui temi ambientali e che sono aperte in questa regione, unificate dall’orizzonte di prospettare un nuovo modello sociale e produttivo, di cui le 4 proposte di legge costituiscono un forte elemento esemplificativo. Costruendo anche una convergenza tra tutte le realtà che si muovono nel variegato mondo ambientalista e anche con il tema del lavoro, visto che lotta al cambiamento climatico, transizione ecologica e quantità e qualità del lavoro si tengono insieme. Almeno per chi pensa necessario tenere aperta la porta sul futuro, perché possa essere più giusto e solidale.

La Centrale a Biometano a Villanova stravolgerebbe il territorio.
La transizione ecologica non può prescindere dalla tutela dell’ambiente e della vita dei residenti.

Nelle prossime settimane sono previsti passaggi determinanti riguardo la realizzazione della Centrale a biometano a Villanova di Denore, a pochi chilometri da Ferrara.  Al di là del giudizio sulla opportunità e sulla localizzazione dell’impianto – che in ogni caso sembra sovradimensionato e quindi foriero di gravi conseguenze sociali ed ambientali – quello che risulta insopportabile è il vizio degli enti pubblici (in questo caso il Comune di Ferrara) di decidere interventi e avviare procedure senza il coinvolgimento attivo dei cittadini. Non è accettabile – ce lo ricorda Sandra Travagli nel suo intervento inviato a periscopio – sventolare lo slogan della pur necessaria transizione ecologica  per nascondere l’opacità di decisioni assunte senza una seria programmazione, senza adeguati approfondimenti, senza informare e consultare gli abitanti direttamente interessati . Questo quotidiano sarà lieto di ospitare le opinioni di chi, a titolo istituzionale o personale, vorrà contribuire al dibattito in corso.
(Francesco Monini)
Sono molto preoccupata al pensiero di doverle presentare in breve e  in maniera utile l’argomento centrale biometano,  ma soprattutto di dare un senso all’idea, che ho da tempo, che ferraraitalia/periscopio potrebbe essere un  luogo importante di approfondimento e confronto su questo tema.
In estrema sintesi, è come Lei già saprà,  è prevista la realizzazione di una centrale per la produzione di biometano nei pressi di Villanova di Denore. Il Consiglio Comunale, il 21 febbraio di quest’anno, non concede le autorizzazioni alle varianti urbanistiche e di fatto sembra che bocci in maniera definitiva il progetto.
E subito parte l’azione dei ‘seri’ – come li definisce oggi nella sua nota Nicola Cavallini nel ragionamento sui rigassificatori che ben si avvicina al nostro tema – viene condannato l’operato dissennato della Giunta che, soprattutto nel preciso “momento storico” di fine febbraio 2022, decideva di non contribuire a rendere autonomo il Paese dal gas russo.
I riferimenti poi alla primaria Società che avrebbe realizzato la centrale e al guadagno che ne sarebbe derivato agli agricoltori rendeva più  completo il quadro dell’occasione persa.
Qualcuno parla anche di patriottismo mancato…
Non è sarcasmo, mi creda, sono state queste le motivazioni che spingevano per la realizzazione dell’impianto e non sono mancati lo “dice il PNRR” e anche un “ce lo chiede l’Europa”. Punto. Per rincuorarmi lo definisco il fuoco amico. Ho chiaramente una conoscenza delle normative e delle politiche energetiche da persona comune e oggettivamente molto coinvolta, però ho la sensazione che ideologia e anche superficialità stiano influenzando troppo la situazione.
Cercando di avere maggiori informazioni, scopro casualmente che il procedimento di autorizzazione del progetto, da parte di Arpae  va avanti. Posso acquisire la documentazione e presentare anche osservazioni.
Scopro via via che quella che dovrebbe essere realizzata sarà una delle centrali più grandi della regione,  cinque volte più grande di quelle già presenti nella nostra zona (in un raggio inferiore ai 10 km ce ne sono altri cinque), che ‘digerira’ 100.000 tonnellate, per metà stocchi di mais, sorgo etc. (checampagna ferrarese immagino si contenderanno con gli altri impianti) e metà reflui zootecnici, pollina e residui dell’industria agroalimentare provenienti da fuori provincia e anche da fuori regione.
Ne usciranno 45.000 tonnellate di ‘digestato’ che verrà sparso nei campi, in un raggio di 15 km.
Sono previste decine di migliaia di viaggi di trattori e di camion, in ogni periodo dell’anno. Sarà  costruita in deroga alle distanze dalle abitazioni previste dal Regolamento Urbanistico Edilizio del Comune di Ferrara.
Verrà prodotto metano ‘green’ che sarà immesso nel metanodotto della  Snam che passa proprio a pochi metri da qui.
E tutto questo, nel silenzio assoluto. Per la realizzazione di un impianto industriale di questa portata non sono coinvolti i residenti, non c’è nessuna voce che domandi cosa ne sarà di questo territorio, che modificazioni irreversibili subirà, quali conseguenze subiranno le persone che vivono attorno all’area di progetto.
Temi come la tutela paesaggistica e il consumo di suolo sono ritenuti inutili in questa zona,  che anzi viene definita non di pregio.
È ‘semplicemente’ campagna! La nostra è una tipica zona della campagna ferrarese!
Ma siamo a 12 km dalla città!  È l’area di cintura verde che caratterizza da sempre Ferrara. 
Ogni volta che io dico di aver scelto di abitare a Villanova mi sento dire” di Denore? ” e la conoscenza finisce lì.  Non mi dovrebbe stupire l’assenza di attenzione!
Penso però, e cerco di ragionare con tutti quelli che hanno voglia di ascoltarmi, che la transizione ecologica non può giustificare ogni cosa ma che è indispensabile riconoscere la complessità e dare valore anche ad aspetti che possono sembrare a prima vista secondari.
Ma siamo ad oggi.
Finalmente si parla di questa situazione sulla stampa.
Escono informazioni più dettagliate e di conseguenza i primi dubbi.
L’Amministrazione comunale riporta adesso il ragionamento sull’opportunità di approvare la realizzazione di una centrale dimezzata per arginare il rischio di vedersela appioppare intera.
E adesso sempre più persone si chiedono se non era possibile uno svolgimento diverso della vicenda.
L’accusa di non volere semplicemente la centrale vicino a casa propria e di irragionevolezza nel voler anteporre i propri legittimi diritti  al perseguimento dell’interesse pubblico – come stabilito anche  dal PNRR – sono solo scuse, a mio avviso, per nascondere la mancanza da parte degli enti pubblici di una  programmazione efficace e di una pianificazione vera di questo tipo di interventi, a tutela generale dei cittadini e non dagli investitori, che è evidente hanno altre finalità.
Credo di dovermi fermare, ma solo nel racconto di quanto è successo fino a qui.
Mi auguro che tante persone abbiamo voglia di pensare a quello che potrebbe succedere  o che succederà dalle parti di Villanova. a sostegno delle nostre preoccupazioni,  ma soprattutto  per uscire dalle improduttive contrapposizioni ideologiche sui temi della energie alternative e sul contributo dovuto da tutti, e in modo coerente, per la salvaguardia dell’ambiente. Altrimenti riconosciamo di accettare tanti interventi parziali che lavano le coscienze ecologiche e non portano da nessuna parte.
In copertina: Building-observatory-dome-biogas-manure-factories-pxhere.com (Wikimedia Commons)

Il tramonto chimico di Ferrara

Quando si parla di “chimica” tra le persone, si traspone sul piano dei rapporti umani un concetto che è considerato (giustamente) centrale nella dinamica dell’attrazione. Quando si parla di industria chimica, ogni attrattività scompare in favore di una immagine plumbea, grigia e mortale. In poche parole, superficiale e stereotipata, come se l’industria chimica in Italia fosse una sola, immensa, mefitica acciaieria, un orribile Moloch che si nutre di vite umane, e che sporca l’immagine e l’aria di una Ferrara che sembra, per altri versi, all’alba di un rilancio turistico su scala europea (leggi qui). Anche in questo caso, stereotipi e superficialità la fanno da padroni, ma per una volta almeno possono aiutare.

Torniamo al Moloch. Alla fine, Eni ha mantenuto la inquietante promessa che aveva fatto. Dal 9 maggio scorso il propilene prodotto a Marghera che attraverso la pipeline riforniva Ferrara, Mantova, Ravenna non arriva più, perché Eni ha deciso di chiudere l’impianto che produce la materia prima attraverso il processo chimico detto cracking. Volevamo parlarne con chi lavora al Petrolchimico senza avere attualmente un ruolo “istituzionale” nell’azienda o nel sindacato: una persona che conosce la realtà del Petrolchimico dall’interno, e che costituisce un riferimento sindacale pur se da “semplice” lavoratrice nella fabbrica.

Micol Giorgi lavora in Lyondell-Basell, in uno dei laboratori di controllo qualità che testa la resa dei catalizzatori, dei supporti e crea il polimero, cioè il prodotto finito. Detta in parole semplici, ricreano in laboratorio la polimerizzazione che poi verrà replicata su un impianto pilota o su un impianto industriale. Micol sa bene cosa succede quando l’approvvigionamento di materia prima (quella che normalmente arriva attraverso il tubo, o pipeline) cambia vettore, perché magari si verifica un guasto o c’è necessità di una manutenzione a Marghera. E’ successo anche di recente. Durante quel periodo il monomero arrivava attraverso ferrocisterne o navi, che non trasportano solo propilene: “le cisterne contengono inevitabilmente residui di impurità che “sporcano” la materia prima e la rendono di bassa qualità, nonostante la pulizia fatta dalle distillerie. Questo vuol dire scarsa qualità, sporcatura degli impianti, scarti elevatissimi. Ecco: Eni continua a dire che garantirà le forniture, ma se poi le forniture devono arrivare con questi mezzi gli impianti si sporcano, si bloccano e il prodotto “fuori resa” aumenta a dismisura. Se questa deve essere la fornitura alternativa da adesso in avanti, si tratta di una soluzione non sostenibile” conclude Micol.

La rigassificazione dell’etilene di cui parla Eni come altra possibile opzione, secondo Micol di fatto non esiste. “Ne hanno parlato, certo, ma da quanto mi è noto pare manchi addirittura il progetto della sua realizzazione”.  A Lyondell-Basell Ferrara sono circa 850 i lavoratori diretti, a cui sommando altrettanti lavoratori dipendenti delle multinazionali chimiche tra cui Versalis, che fa parte del gruppo Eni, arriviamo a 1.700. Tenendo conto infine dell’importante presenza del personale operante nelle società in appalto, il petrolchimico costituisce la maggiore realtà industriale rimasta nella provincia.

Sono preoccupati anche i lavoratori di Yara, altra realtà sita dentro il petrolchimico (che tra l’altro produce il 60% dell’additivo al diesel AD Blue): “Yara fermò la produzione di urea perché ad un certo prezzo del gas naturale (metano) che costituisce al contempo per la società materia prima e fonte energetica, non le conveniva. Adesso ha ricominciato perché il prezzo è calato, ma questa è una spia del fatto che il problema, in prospettiva, diventa di costi: costi di insediamento, costi di approvvigionamento delle materie prime”.

E’ da un anno che i lavoratori chiedono al Ministero un incontro, ma, dice Micol, “non ci ha mai considerato nessuno. L’unico che si è mosso per avere un tavolo è l’assessore regionale alle attività produttive, Vincenzo Colla. Del resto fino a poco tempo fa la proprietà di Lyondell-Basell faceva discorsi rassicuranti: “Eni ci garantisce le forniture, quindi è tutto a posto”, ma le RSU glielo dicevano che non era così… poi facciamo lo sciopero (il 9 maggio scorso, NdA) e all’improvviso salta fuori la lettera del presidente del CdA di Basell Italia, inviata al Presidente del Consiglio Draghi e a Giorgetti (Ministro dello Sviluppo Economico) nella quale scrive che se Eni dopo la chiusura del cracking di Marghera non garantirà le forniture e la qualità delle stesse, Lyondell-Basell non potrà garantire la sua permanenza in Italia”.

Secondo Micol, c’è una strana atmosfera di omertà attorno alle vicende che riguardano Eni. “Il cane a sei zampe non si può toccare”, sintetizza. Quando, a furia di insistere, l’assessore regionale Vincenzo Colla ha ottenuto un tavolo al Ministero dello Sviluppo economico, la prima convocazione incredibilmente non prevedeva la presenza dei sindacati di settore. Poi i sindacati hanno organizzato un presidio davanti alla Prefettura di Ferrara: il Prefetto ha ascoltato, si è fatto in qualche modo portavoce delle richieste dei lavoratori e finalmente i sindacati nazionali sono stati ammessi. Micol è invece rimasta delusa, come molti lavoratori, dall’assenza delle istituzioni della città a fianco dei lavoratori, ma lo dice quasi sottovoce per non prestare il fianco a polemiche strumentali. La situazione è troppo delicata per indulgere a schermaglie “di bottega”: qui c’è bisogno del sostegno di tutti.

Gli atti in corso concretizzano scelte gravi, che rischiano di portare allo smantellamento del sistema della chimica in Italia. La chimica sembra non interessare più, “però intanto in Germania gli impianti continuano a farli” chiosa Micol. La transizione “ecologica” fatta in questo modo è come buttare il bambino assieme all’acqua sporca. Ed è incredibile che la comunità ferrarese, a partire dalle istituzioni di governo della città, sembri non rendersene conto. Ci sono duemila addetti direttamente coinvolti, che significano famiglie. Poi ci sono i lavoratori dell’indotto. E i lavoratori degli appalti, che saranno i primi a rimetterci, e contemporaneamente sono i più ricattabili: infatti molti di loro sono entrati in fabbrica anche il giorno dello sciopero. Micol lamenta anche un certo pregiudizio duro a morire: “molti ci percepiscono come l’Ilva di Taranto, ma basterebbe farsi un giro qui dentro per capire che le cose non stanno così. I sistemi di sicurezza non sono quelli di cinquant’anni fa. Qui si lavora per l’automotive, per il settore biomedicale, produzione che è stata di importanza vitale specialmente durante la crisi pandemica. Insomma: non produciamo cioccolata, ma non siamo degli inquinatori”.

 

 

Energie rinnovabili: la grande illusione verde.

In Italia, forse più che in altri paesi europei, si stanno mettendo grandi risorse per realizzare la ormai citatissima “transizione energetica”.
In realtà, siamo di fronte a una grande illusione, o meglio a un grande inganno. Quando il nostro governopurtroppo con l’appoggio di alcune storiche associazioni ambientaliste, a cominciare purtroppo da Legambiente – vede la risoluzione di tutti i problemi del riscaldamento globale nell’ incentivazione delle rinnovabili (eolico e fotovoltaico in primis) si sta sbagliando di grosso.

Come sostengono i giovani che hanno sfilato prima a Milano prima, poi a Roma, infine a Glasgow nel novembre scorso (più di 100.000 persone) per protestare contro l’inazione dei politici a livello mondiale e reclamare la Giustizia Climatica, non basta abbandonare le energie fossili e cambiare il sistema di produzione dell’energia. Bisogna cambiare il nostro modello di sviluppo, praticando un taglio netto ai consumi e abbattere l’emissione di CO2 grazie all’azione di assorbimento da parte degli alberi, gli unici in grado di convertirla con la fotosintesi. Se non imbocchiamo questa strada non sarà possibile invertire la rotta.

Il fenomeno del riscaldamento globale non dipende dai punti di vista, ma avviene naturalmente, indotto dall’accumulo di gas climalteranti nell’atmosfera. Pensare di curare questo male unicamente con la totale sostituzione del fossile (in 30 o quarant’anni) con fonti di energia cosiddetta ‘pulita’ o ‘rinnovabile’, è una vana speranza. L’ennesimo inganno delle lobbies energetiche.

Il movimento di dissenso contro gli impianti di rinnovabili – che dice no all’eolico industriale selvaggio e al fotovoltaico nei terreni agricoli – si è diffuso nel nostro Paese soprattutto nel Sud e nel Centro Italia, là dove i danni ambientali al territorio e al paesaggio sono più evidenti e devastanti.
Purtroppo si tratta di un movimento ancora scarsamente rappresentato nelle grandi manifestazioni pubbliche dove si contano le migliaia di partecipanti. Credo che le ragioni siano due. La prima: tra molti “ambientalisti” e tra la popolazione in generale, e in particolare in quella dei centri urbani, non si è ancora sviluppata una coscienza critica informata e documentata sugli impatti negativi che derivano dalla realizzazione di questi impianti, delle vere e proprie istallazioni industriali. La seconda: che i territori dove sorgono i nuovi impianti sono i luoghi periferici e poco popolati. Gli stessi luoghi dove avvengono gli approvvigionamenti delle materie prime (le miniere di terre rare) e dei componenti indispensabili al loro funzionamento (le fatidiche batterie, senza le quali non si può stoccare l’energia prodotta).

Servirebbe prima di tutto chiamare le cose con il loro vero nome. Parliamo quindi di impianti eolici e fotovoltaici industriali, perché tali sono, e abbandonare le false diciture e gli eufemismi ingannevoli. Troppo comodo, infatti, usare parole al miele come “parchi eolici” o “agrivoltaico”.
Sappiamo bene come le parole influenzino  l’immaginario e il pensiero comune, come possano trasformare un oggetto da indesiderato a ricercato. Se poi pensiamo che Legambiente se n’è uscita con un libro; “Parchi nel Vento : guida turistica ai parchi eolici” [Vedi qui]per indirizzare il turismo green  verso l’apprezzamento del sacrificio di sangue dei paesaggi italiani per la salvezza dell’umanità dal riscaldamento globale, c’è da perdere ogni fiducia nella specie Homo Sapiens.

Siamo abituati a guardare gli impianti voltaici da lontano: guidando in autostrada, nel lontano orizzonte, li scambiamo per graziosi mulini a vento. Per capire, bisogna avvicinarsi. E conoscere qualche numero. La gran parte dei progetti di sfruttamento dell’energia del vento prevede oggi la realizzazione di grandi impianti, costituiti da un minimo di 5/10 fino a decine, talvolta centinaia, di pale (vedi gli impianti in Calabria, Basilicata, Sardegna, Puglia eccetera).
Impianti di enormi dimensioni, veri e propri ecomostri.  Attualmente le cosiddette ‘torri’ (di cemento armato) superano anche i 200 metri di altezza. Senza contare la profondità dello scavo per la realizzare la base in calcestruzzo, che arriva anche a 30 metri di profondità e ad occupare una superficie grande come un campo di calcio. I numeri variano in funzione della tipologia e dell’altezza della pala e delle caratteristiche del sottosuolo dove si va a erigerla. Più grandi sono le pale maggiore è la quantità di energia prodotta e, di conseguenza, il costo unitario per ogni watt prodotto diminuisce. Quindi l’interesse delle imprese è quello di realizzare pale sempre più grandi che, purtroppo, sono anche maggiormente impattanti sull’ambiente. Lo stesso si può dire del fotovoltaico a terra.

Il problema della scelta del sito dove istallare le pale segue naturalmente i criteri e gli obbiettivi dell’approccio industriale: minor costi e più redditività, quindi maggiori profitti. Numero uno: trovare un luogo facilmente raggiungibile con mezzi pesanti e molto ingombranti. Numero due: scegliere un luogo dove il vento soffi per la maggior parte dell’anno e la cui velocità sia sufficientemente alta, ma mai eccessiva, altrimenti il sistema si blocca.
Peccato che in Italia, durante l’estate, abbiamo calma di vento praticamente dappertutto. Ma anche le condizioni atmosferiche invernali del luogo prescelto non devono essere estreme, per non interferire con il funzionamento delle pale.

Per il resto (sempre per la logica industriale sopra citata) non si va tanto per il sottile.
Non si guarda se il luogo prescelto è situato in vicinanza di abitazioni. Non si pensa ai mammiferi che vi abitano, agli uccelli di passo o che ci nidificano stabilmente, agli alberi e alla vegetazione che dovrà essere sacrificata per realizzare l’impianto con tutti gli annessi e connessi per il trasferimento dell’energia (centraline, cavi ecc..). Non ci si ferma davanti agli sbancamenti, milioni di metri cubi di terra e roccia per creare le nuove strade necessarie per raggiungere i siti, strade che dovranno sopportare automezzi carichi di tronconi di cemento prefabbricati pesanti centinaia di tonnellate.
L’ambiente? Il paesaggio? I valligiani e i contadini? Tutti sacrificati sull’altare della grande 2svolta ecologica.

Sappiamo degli impegni dei governi – vedremo se saranno rispettati – per ridurre le emissioni di CO2 e rispondere al velocissimo aumento della temperatura terrestre che preoccupa non poco gli scienziati e l’opinione pubblica. Nulla si dice, però, delle pressioni esercitate dalle imprese interessate alla realizzazione degli impianti di rinnovabili, allettate dai sicuri profitti garantiti dagli incentivi pubblici.
Grazie a questi incentivi, dal 2005 in avanti, i grandi produttori di energia da fonti rinnovabili hanno goduto di guadagni costanti e sicuri, scaricando i costi di questa operazione sulle bollette dei consumatori.
E così, mentre si elargiscono lauti compensi agli industriali poco o nulla viene detto e fatto per attivare un percorso di risparmio energetico veramente efficace. Per raggiungere i nuovi obiettivi della UE, Il nuovo PNIEC, cioè Il ministro Cingolani prevede al 2030 la produzione di 27 GW da fonti programmabili (idroelettrico, biomasse e geotermico) e ben 87 GW da fonti non programmabili (eolico e fotovoltaico) per un totale di 114 GW da fonti sostenibili. Si tratta quindi di un + 58 GW da rinnovabili non programmabili (eolico e fotovoltaico) in nove anni [Qui].

Gianluigi Ciamarra, Italia Nostra Campobasso, ha fatto un po’ di calcoli [Vedi qui]. Per l’attuazione della politica green allo studio del Governo è previsto un importante sacrificio non solo economico, ma soprattutto ambientale e culturale a carico nostro e delle future generazioni. Raggiungere entro il 2030 una produzione di ben 70 miliardi di Watt, triplicando in 9 anni la potenza installata di eolico e fotovoltaico agrario, significherebbe tappezzare 5.000 km di crinali appenninici con altissime macchine eoliche – le macchine di nuova generazione misurano 260 metri di altezza, pari ad un grattacielo di 80 piani – e ricoprire con estesi impianti solari oltre 200.000 ettari di terreni sottraendoli all’ agricoltura.

Come già accennato, accade che in Italia siano le regioni del Centro e del Sud – le aree meno industrializzate e meno popolate e quindi anche meno soggette alla produzione di gas climalteranti – a pagare per le maggiori quote di CO2 prodotte nelle regioni del Nord e nelle aree più industrializzate e popolate.
E’ nelle prime (Sardegna, Calabria, Puglia, Sicilia, Molise, Basilicata, la Tuscia nel Lazio e gli Appennini in Emilia e Toscana) infatti, che sono stati autorizzati e realizzati la maggior parte degli impianti eolici, imponenti, invasivi del territorio e deleteri per l’ambiente e il paesaggio.

Dalle scelte di politica energetica dei nostri governi, passati e presenti, sembra proprio che il futuro delle aree interne del Centro e Sud Italia debba passare dalla realizzazione di centinaia di nuovi impianti di rinnovabili, che non creano occupazione e allontanano i sogni di sviluppo turistico e culturale di bellissimi territori, prima incontaminati, poi trasformati, ancora una volta, in terre di rapina (land grabbing).

Per il fotovoltaico accade più o meno la stessa cosa. Centinaia di ettari di terreno agricolo e pascolo sono sottratti alla produzione del settore primario per essere sacrificati sull’altare dell’energia pulita. Il suolo non vive più come tale, ma solo quale supporto per i pannelli e le infrastrutture necessarie al loro funzionamento. Tutto ciò va ad incidere profondamente sull’equilibrio di un territorio, trasformandolo in un “non luogo”, espropriandolo della sua specificità ed unicità paesaggistica.

Tra l’altro, dobbiamo constatare che, nonostante l’istallazione di decine e centinaia di nuovi impianti di rinnovabili, non è stato ancora chiuso nessun impianto a fonti fossili, a cominciare dal carbone
Lo dicono i numeri. Scriveva Enzo di Giulio il 6 settembre scorso sulla rivista online Energia: “Nei primi sei mesi del 2021 le emissioni (di CO2 n.d.r.) generate dal settore elettrico mondiale sono aumentate del 12% si legge nel nuovo Global Electricity Review che Ember (think tank indipendente sul clima e l’energia, focalizzato sull’accelerazione della transizione dell’elettricità globale dal carbone al pulito n.d.r.) lancia con lo sconfortante slogan “Building back badly” (Ricostruire male). Un dato che fa vacillare anche il secondo pilastro della strategia globale: non solo l’elettricità pulita continua a non penetrare nei consumi finali, ma ora le rinnovabili non riescono neanche a decarbonizzarla” [qui].

La domanda globale di elettricità, infatti, da gennaio a giugno 2021 è cresciuta del 5% rispetto ai mesi pre-pandemia, superando abbondantemente la crescita dell’elettricità pulita, che ha potuto soddisfare solo un 57% della domanda totale, il restante 43% è stato coperto da un aumento dell’energia da carbone ad alta intensità di emissioni.
Da qui si comprende come
la crescita economica imponga un continuo aumento di consumi energetici; anche se ci illudono con le nuove auto a elettricità, con la realizzazione di migliaia di pale eoliche e centinaia di ettari di pannelli a energia solare, la crescita del PIL impone maggiori consumi di energia, in una rincorsa senza tregua.

Alla fine, dovremo farci una domanda, molto scomoda: ma siamo proprio sicuri che, quando avremo ricoperto le regioni del Centro e del Sud Italia di pannelli solari e di pale eoliche, avremo davvero diminuito le emissioni di gas serra? O non avremo inutilmente deturpato e distrutto per sempre gran parte del nostro patrimonio paesaggistico e naturale? Complimenti!

Diario di un parent for future (aka PFF).
24 settembre: in piazza per lo Sciopero Climatico Globale

 

In realtà i governanti europei sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata. Ma il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia. E’ piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni.”.
(Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013)

Il 24 settembre si scende in piazza per lo sciopero climatico globale e ci sono ancora tantissime cose da fare!

Per fortuna i cartelloni sono pronti: ieri con alcuni compagni di classe di mia figlia siamo andati al parco a prepararli. Si sono molto divertiti e credo ne resterà un bel ricordo. Abbiamo parlato di come vorrebbero il loro futuro e i bimbi in gran parte chiedono meno auto: a 7 anni capiscono perfettamente che la mobilità a base di combustibili fossili costituisce uno dei problemi principali del riscaldamento globale.

Abbiamo cercato di coinvolgere le altre famiglie della classe e la scuola, ma molti genitori faticano a prendere ferie. Certo, se i sindacati avessero proclamato lo sciopero sarebbe stato tutto più facile, ma non credo che la gravità della situazione sia ancora correttamente compresa.

Dopo tutto ognuno vive nella propria bolla: la mia, da ormai anni, è quella legata alla conservazione degli ecosistemi; altri vivono la bolla del lavoro prima di tutto; sarebbe importante farle scoppiare tutte e iniziare a parlarci senza pregiudizio.

Comunque non ci diamo per vinti! Giorni fa, nel tentativo di creare la massima adesione allo sciopero di Ferrara, abbiamo pensato di contattare singole persone del sindacato, all’ultimo minuto e in modo sconclusionato, ma speriamo di vederli in piazza.

Serve poi che molto presto, al di là dei cortei, riusciamo a dialogare con le OO.SS. Sennò capiterà in continuazione di trovarli su posizioni opposte nelle singole vertenze: è stato così con il CCS a Ravenna. [Vedi qui]

L’iniziativa più bella comunque la stiamo organizzando come PFF Italia insieme ai Fridays for future (FFF) Italia: una staffetta ciclistica “Running for future [Qui] che parte da Roma il 24 settembre e termina a Milano il 2 ottobre – si tiene a Milano l’ultimo summit pre-COP26 [Vedi qui] – lungo la via Francigena, per ricordarci che abbiamo un paese meraviglioso, poco tempo per agire, e molti punti da connettere.

Ogni tappa (in diretta FB) focalizzerà un punto nodale della transizione ecologica necessaria, ovvero le emissioni di CO2: l’agricoltura, la salute, l’equità sociale, la biodiversità, la cementificazione, il patrimonio forestale, l’acqua.
Il 2 ottobre la staffetta confluirà nella manifestazione di Milano per mandare un messaggio inequivocabile ai negoziatori di tutti i Paesi che non si può più tergiversare rispetto agli obiettivi minimi dell’Accordo di Parigi.

Di nuovo, i ragazzi di FFF hanno una marcia in più, stanno raccontando da mesi ormai cosa gira intorno al vertice per l’ambiente in modo rigoroso e divertente [clicca Qui] .

Belli i PFF, li vedo lavorare nella mia città, a livello nazionale e anche nel globale. In quest’ultimo, do solo un minimo contributo nel gruppo traduzione, quando servono documenti da diffondere su scala mondiale: sta per uscire un video di genitori (adulti in realtà, perché essere PFF non significa avere figli) di tutte le nazionalità per ringraziare i ragazzi di FFF di essere una scintilla fondamentale nel movimento contro i cambiamenti climatici.

Cose analoghe abbiamo fatto anche a livello nazionale, dove va gran parte del mio impegno come facilitatrice, e sono convinta che solo un movimento fatto in gran parte di donne (mamme e non) potrebbe pensare a modi tanto accorati e delicati di mobilitarsi. Certo, un movimento femminile è un po’ caotico, però quei pochi ‘elementi maschili’ che ci abitano, portano la loro corteccia cerebrale per incanalare tutta l’energia creativa verso singoli obiettivi.
Mi vengono in mente esempi specifici, non faccio nomi, come il progetto Climate clock [Qui] (testimone della staffetta che parte venerdì da Roma) e i progetti mobilità a Ferrara [Qui] guidati da volenterosi papà.

Sono tantissimi i gruppi di lavoro qui e a tutti i livelli del movimento, serve pazienza per accompagnare il cambiamento verso una società di fatta di giustizia sociale, economica, climatica. Serve cambiare punto di vista (uscire dalle bolle!), non più solo compatibilità economica ma impronta di carbonio. Serve cambiare modo di prendere le decisioni. In PFF ci proviamo con la Sociocrazia 3.0 [leggi Qui] che davvero è uno strumento potente, perché fa venire a galla gli obiettivi e fiorisce nelle differenze di pensiero.

Il problema è il tempo: se anche l’IPCC ha anticipato il suo ultimo rapporto [Qui] date le novità non incoraggianti, le evidenze scientifiche rendono sempre più evidente che entro il 2030 il grosso della decarbonizzazione deve essere compiuta, pena il caos climatico.

Mentre scrivo sto guardando un film dello Studio Ghibli intitolato Nausicaä, è un’opera a tema ecologista come tanti lavori di Hayao Miyazaki. “Mamma, venerdì alla manifestazione diamo il messaggio di Nausicaä! Dobbiamo lasciare stare la Terra perché tutto vada a posto. La Terra sta bene e noi stiamo bene. Lasciamo spazio ai boschi, senza costruire troppo.”. Mi sembra una buona idea.

Sciopero Globale per il Clima 2021Venerdì ho preso ferie e sarà una bella giornata:
a Ferrara ci troveremo alla Porta degli Angeli alle ore 9,00.
Marcia fino a piazza Municipale e poi interventi,

Non si può mancare! …
non abbiamo un pianeta B
.

(spoiler) vado a fare una foto da mandare ai FFF, la solita genialata dell’ultimo minuto per convincere i lavoratori a partecipare, cercatela sui social!

 

La “Transizione” ecologica non basta:
dobbiamo trasformare e reinventare un mondo ecologico

 

Sentire parlare dei progetti per la transizione ecologica mi lascia perplessa tanto quanto parlare della decrescita felice di Latouche e di Mercalli che sono, secondo me, due facce di un unico modello di organizzazione sociale che non pone al centro l’essere umano né come valore né come motivo dello sviluppo in quanto basate comunque sul mercato.
Sia la transizione ecologica sia la decrescita felice rimandano solo l’esaurimento delle risorse, non portano a una trasformazione di un modo di concepire la vita di un essere umano che si assume il compito di prendersi cura dell’ambiente e la responsabilità di renderlo un luogo dove la vita, pur nella sua complessità e difficoltà, prende gusto e bellezza.

Il concetto di ecologia non significa limitarsi ad un cambiamento superficiale o immediato, ma vuol dire acquisire la dimensione della complessità nella quale ogni elemento della realtà concorre allo sviluppo qualitativo di ogni altra parte.
Di conseguenza, acquisire la dimensione ecologica vuol dire riconoscere gli esseri umani come soggetti che vivono la vita come tempo per realizzare i propri sogni, e l’ambiente come spazio piacevole da condividere con coloro con i quali si trovano a vivere. Quindi, ogni attività umana dovrebbe essere finalizzata all’obiettivo di individuare e supportare la globalità delle strutture passando per la scuola, la ricerca, la conoscenza. E non limitandosi alla soddisfazione dei bisogni primari che risolvono la sopravvivenza ma non il futuro.

È assolutamente necessario ridurre lo spreco cambiando il modello di sviluppo in direzione del miglioramento della qualità della vita. Oggi, con le nuove tecnologie a disposizione, si potrebbero progettare fabbriche che garantiscano una produzione di oggetti in maniera flessibile e pianificabile, soprattutto se i prodotti sono di buona qualità e di durata almeno trentennale, perché il riciclo dei materiali non basta. Perché questo avvenga sarebbe necessario studiare una politica industriale creativa e davvero rivoluzionaria che prenda in considerazione l’uso delle risorse nel rispetto della terra, senza perdere di vista la salvaguardia del lavoro, che rimane un diritto inalienabile per tutti.

Cambiare i motori a scoppio con motori elettrici non è una trasformazione ecologica, ma solo uno specchio per le allodole, perché ciò che non si produce di scarto per il funzionamento della macchina, si produrrà nello smaltimento delle batterie o per la produzione dell’energia elettrica. Si continuerà comunque a produrre milioni di macchine che avranno bisogno di innumerevoli risorse per tutto il loro ciclo di vita.
Dovremmo usare la nostra fantasia per creare ciò che serve all’essere umano per vivere una vita qualitativamente degna e non, piuttosto, consumare per produrre per mantenere attive le industrie.

Oggi siamo ridotti a essere un ingranaggio di un sistema che noi stessi abbiamo creato, nel quale il lavoro umano deve costare il meno possibile, perché lo scopo non è la qualità della vita ma il ritorno finanziario. Inoltre, il nostro adeguamento al consumo rende impossibile qualsiasi condivisione se non una realtà disumanizzata e abitudinaria.
Questi due anni di pandemia hanno messo in evidenza quanto poco sappiamo del corpo umano, della natura, di noi stessi e di quanto ci circonda.  Se vogliamo cambiare veramente dobbiamo innanzitutto metterci in un atteggiamento di ascolto, di conoscenza, di ricerca, tenendo sempre presente le cose che in questi due anni ci sono mancate: la relazione con gli altri e con l’ambiente e la dimensione della libertà. Questi elementi faticosamente conquistati nel corso della storia, li abbiamo dispersi e vanificati come valori superflui negli ultimi trent’anni, mettendo al loro posto il consumo veloce delle emozioni e delle cose, come un necessario motore di una produzione che non trasforma niente in bellezza, ma che produce solo scarti e spazzatura.

Quando, agli inizi del primo lockdwon, abbiamo spalancato le finestre sulle strade deserte, ci siamo ricordati di quanto fosse bello stare insieme, stringersi le mani, prendere un caffè scambiando due chiacchere. Tutti abbiamo sperato che il dopo covid sarebbe stato diverso, abbiamo condiviso il piacere di vedere la natura tornare ad abitare in mezzo a noi. Abbiamo constatato che la natura è pronta a sostenere un nostro cambiamento di rotta se decidiamo di prendere la strada del rispetto, dell’utilizzo delle risorse e non dello spreco. Ma, finita l’emergenza, ce ne siamo prontamente dimenticati, travolti dalla necessità di tornare alla vita di prima, come se questa fosse stata di nostro gradimento e soddisfazione.
Per fare un passo avanti, e in questi mesi di chiusura ce ne siamo resi conto, dobbiamo trasformare l’intero il sistema educativo, formativo e informativo nell’intento di acquisire consapevolezza che il valore è l’essere umano e il suo ambiente nelle sue relazioni, mentre adesso è tutto fondato sulla competizione, sull’individuare l’errore, sul considerare l’altro come nemico.

L ‘accelerazione della ricerca sui vaccini di questo ultimo anno o poco più e la loro produzione in tempi inediti ha dimostrato che la condivisione della conoscenza, insieme all’obiettivo condiviso può accelerare il raggiungimento dei risultati. Perché non assumiamo questo modello, diffondendo la necessità di rendere attiva la Carta dei Diritti Umani che in pochissime realtà sono democraticamente esercitati? Sarebbe tempo di investire perché questi non rimangano solo enunciazioni su carta, ma siano pratica universale e corrente di tutte le società umane. In questo modo cadrebbero diffidenze e resistenze tra i diversi stati. Perché questo non avviene?  Forse perché le mafie, il mercato delle armi e della droga ne patirebbero?

Dovremmo investire il massimo delle risorse per la ricerca di base, perché la società deve cambiare e per questo cambiamento  è necessario investire in cultura, in strutture che possano supportare questo cambiamento di priorità di rapporti sia nell’organizzazione delle relazioni sociali sia del lavoro che diventerebbe finalmente ciò che dovrebbe essere: non solo sostentamento e necessità ma l’espressione della creatività di ciascuno nella costruzione di una realtà sempre più accogliente e sempre meno monotona.

La storia dimostra che se noi costruiamo accoglienza e bellezza, questo rimane per molte generazioni e migliora con il passare del tempo perché innesca un meccanismo di creatività positiva in chi ne gode. Dobbiamo dare un linguaggio a questa consapevolezza affinché si riconoscano queste azioni come valore, e perché ciò avvenga dobbiamo investire tutto ciò che possiamo nel creare occasioni formative e di scambio.

Dunque, c’è molto da trasformare e reinventare per costruire un mondo ecologico perché questo vuol dire proprio armonia fra le parti e gusto dell’incontro con l’altro. Il problema del futuro non sarà quindi la mancanza di lavoro, sarà piuttosto la difficoltà di rispondere a tanti interrogativi, di metterci alla prova nella nostra capacità di accoglienza dell’altro tanto da riuscire ad integrarci per risolvere le problematiche che via via ci si presenteranno.
Quando il mondo politico troverà il coraggio di riprendersi il suo spazio legittimo di lungimirante progettualità per una società migliore, più giusta e più democratica? Quando le università torneranno a essere i luoghi di una ricerca che investe sulla curiosità e sull’entusiasmo per la trasformazione del mondo? Diamo valore a queste doti che i giovani, se riconosciuti e supportati, hanno naturalmente.

LA SBORNIA DA RECOVERY PLAN:
Non è tutto oro quello che luccica

 

Più di un anno di pandemia ci consegna un Paese con meno lavoro, più diseguale e più povero, con un forte decremento del PIL e una grande crescita del debito. I numeri sono impietosi in proposito: nel 2020 sono stati persi circa un milione di posti di lavoro, per lo più di lavoratori precari, indipendenti, giovani e donne.
Per quanto riguarda le disuguaglianze, già un anno fa il governatore della Banca d’Italia Visco avvertiva che “per le famiglie che prima dell’emergenza sanitaria erano nel quinto più basso della distribuzione (del reddito), la riduzione del reddito sarebbe stata due volte più ampia di quella subita dalle famiglie appartenente al quinto più elevato”. Ancora: nel 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta era al 7,7 % della popolazione, mentre nel 2020 esso è arrivato a toccare il 9,4 %. Il 2020 si è chiuso con una caduta del PIL pari all’8,9% in termini reali rispetto al 2019, mentre il rapporto tra debito pubblico e PIL ha subito un’impennata al 155,8 per cento dal 134,6 per cento del 2019. Il debito aggiuntivo cumulato già oggi autorizzato da qui al 2026 raggiungerà la cifra astronomica di 496,8 miliardi (confrontate questa cifra con le risorse provenienti dal Recovery Plan).

Insomma: siamo dentro la più grande crisi ecologica, economica e sociale dal dopoguerra del secolo scorso ad oggi. A cui si aggiunge la crisi democratica provocata dal governo Draghi, ben testimoniata dal totale esautoramento del Parlamento, che è stato convocato per discutere del Recovery Plan alle 16 di lunedì pomeriggio scorso, dopo aver ricevuto la sua ultima versione alle 14, due ore prima, un documento di più di 300 pagine, che, come ha sottolineato lo stesso Presidente Draghi, segnerà il destino dell’Italia per i prossimi anni.
in realtà, questo documento non aveva bisogno di essere discusso, essendo già stato concordato nei giorni precedenti tra il Presidente del Consiglio e la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Un esempio perfetto di tecnocrazia al lavoro, del resto confezionato da esperti di questa tecnica di governo, come Draghi, che già nella precedente crisi economica-sociale del 2011-2012 si proclamava non preoccupato, perché tanto c’era una sorta di ‘pilota automatico’ al comando, ben rappresentato dai vincoli prodotti dall’Unione Europea in tema di politiche di austerità.

Comunque, oggi arriva la ‘risoluzione dei nostri problemi’, con l’approvazione del Piano di Ripresa e Resilienza Nazionale (PNRR). Vale la pena approfondirne i contenuti, gli assi di riferimento di fondo, la sua utilità ed efficacia.
Come sufficientemente noto, esso prevede uno stanziamento complessivo di circa 235 miliardi, suddivisi nelle sei missioni fondamentali: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (50 mld), Rivoluzione verde e transizione ecologica (70 mld circa), Infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,4 mld), Istruzione e ricerca (33.8 mld), Inclusione e coesione (29,6 mld), Salute (19,6 mld), non discostandosi di molto, sia per i capitoli che per le risorse assegnate, da quanto a suo tempo elaborato dal governo Conte.
Su ciascuna di queste scelte ci sarebbe molto da dire, e in termini sostanzialmente molto negativi.

Mi limito ad alcune considerazioni parziali ed esemplificative: su digitalizzazione e innovazione, si assume questa priorità in modo acritico, senza alcuna riflessione sul modello sociale e produttivo che la diffusione dell’utilizzo delle tecnologie informatiche e dei Big Data comporta, in termini di controllo sociale e limitata creazione di occupazione. A quest’ultimo proposito, mi pare particolarmente suggestiva e passibile di utili riflessioni la notizia uscita recentemente per cui Apple ha varato il suo piano industriale da qui al 2026, prevedendo investimenti giganteschi, per ben 430 miliardi $, quasi il doppio del PNRR, per potenziare il proprio impegno nella ricerca hi-tech e nell’intelligenza artificiale, che, però, sono destinati a generare in tutti gli Stati Uniti solo 40.000 posti di lavoro, confermando la tendenza al disaccoppiamento tra investimenti e occupazione nei settori ad alta tecnologia.
In questa missione è inserita anche la voce “Cultura e turismo”, scelta che potrebbe apparire curiosa, ma che viene chiarita dallo stesso testo quando si scrive che ci si prefigge “l’obiettivo di rilanciare i settori economici della cultura e del turismo, che all’interno del sistema produttivo giocano un ruolo particolare, sia in quanto espressione dell’immagine e brand del Paese, sia per il peso che hanno nell’economia nazionale (il solo turismo rappresenta circa il 12% del PIL)”, vale a dire considerandoli sostanzialmente come fattori produttivi.

Per quanto riguarda la transizione ecologica, le risorse a favore delle energie rinnovabili sono decisamente insufficienti, con l’obiettivo di installare impianti per circa 5 GW da qui al 2026, mentre ne servirebbero almeno 25, supportando le politiche di ENI e SNAM che continuano anche per per il futuro a puntare sulle energie fossili, in primis il gas, e a progettare impianti come il CCS di Ravenna per ‘catturare’ e sotterrare la CO2 emessa, anziché evitare di produrla.
Sempre in questo capitolo, non è previsto un intervento efficace per contrastare il dissesto idrogeologico, mentre in tema di acqua e servizio idrico non si ragiona per risparmiare seriamente la risorsa, per esempio costruendo un vero Piano per la riduzione delle perdite delle reti, e si prospetta un nuovo intervento di ulteriori privatizzazioni, consegnando il Mezzogiorno alle grandi multiutilities di natura privatistica Hera, Iren, A2a e ACEA, cancellando così totalmente l’esito referendario di dieci anni fa.
Ancora: si stanziano risorse notevoli per l’Alta velocità, circa 28 mld, più di quanto va al tema della Salute, finanziato con un po’ meno di 20 mld, che non recuperano neanche i tagli effettuati negli ultimi 15 anni e che, soprattutto, dimostrano quanto poco si sia imparato dalla vicenda della pandemia.
Infine, vengono delineate una serie di cosiddette “riforme”, il vero oggetto del contendere con l’Unione Europea, ben più stringenti rispetto al documento del governo Conte: Riforma della Pubblica Amministrazione, riforma della Giustizia, Semplificazione e promozione della concorrenza, Riforma Fiscale e altre ancora, tutte ispirate ad una logica di apertura al mercato e di “liberazione” dai vincoli che lo ostacolano. Qui, in fondo, sta l’anima del Recovery Plan: un’idea di modernizzazione, trainata da una spinta all’innovazione e legittimata da una presunta conversione ecologica, che, però, ancora una volta assume come parametri e obiettivi l’idea della crescita quantitativa, della competitività e della concorrenza, della centralità dell’impresa e del mercato come regolatore fondamentale, peraltro da sostenere con il debito “buono” quando la crisi diventa troppo grave.

Il punto di fondo è che, però, non si vuole vedere – e tanto meno ammettere – che questo meccanismo non funziona più. Ce lo dicono gli stessi numeri del PNRR e del Documento di Economia e Finanza 2021: al di là della propaganda e della grancassa suonata in questi giorni, le stesse pagine del Recovery Plan stimano, nello scenario più ottimistico,  una crescita aggiuntiva cumulata proveniente dallo stesso da qui al 2026 del 3,6%, che vuol dire circa una media dello 0,6% in più ogni anno, mentre l’occupazione, sempre in termini cumulati, dovrebbe aumentare del 3,2%, il che, però, significa che solo nel 2024 si dovrebbe ritornare ai livelli occupazionali del 2019.
Non una grande prospettiva, che poi viene decisamente aggravata se consideriamo l’andamento del debito pubblico: i dati – contenuti nel DEF ma non nel PNRR – dicono che nel 2024 saremo ancora agli stessi livelli registrati alla fine del 2020, attorno al 152% del PILe si ritornerebbe alla situazione pre-Covid, vicino al 135% del PIL, solo nel 2032.
Qui sta un punto decisivo, quello che, passata la sbornia delle “più grandi risorse a nostra disposizione”, nel giro di qualche anno, potrebbe improvvisamente far diventare  ‘cattivo’ il debito che oggi viene chiamato buono, riproponendo nuovi scenari di lacrime e sangue. Soprattutto se non verrà cambiato radicalmente il paradigma del Patto di Stabilità europeo in vigore fino all’inizio della pandemia e oggi sospeso probabilmente fino alla fine del 2022, che però comporta la revisione dei Trattati, la modifica profonda dell’ortodossia economica, che appare anch’essa solo sospesa e non abbandonata, la messa in campo di un’altra idea di Europa e del suo modello produttivo e sociale.
Questo, sia detto per inciso, sarà probabilmente il vero terreno di scontro nei prossimi anni, utile a verificare una possibile svolta, che non c’è stata, a differenza dei tanti che l’hanno esaltata, con la creazione del Next Generation UE, fatto più per necessità che per virtù, come del resto è successo nella gran parte delle economie capitalistiche, a partire dagli Stati Uniti.

All’inizio del suo discorso alla Camera, il Presidente del Consiglio Draghi ha invitato a giudicare il Recovery Plan con gli occhi dei giovani, delle donne, delle persone sofferenti durante la pandemia. Sono d’accordo nel seguirlo lungo questa strada ma, proprio per questo, non posso che essere, nel contempo, preoccupato e distante da chi, come questo governo, non riesce a usare lenti diverse, se non un po’ riverniciate, rispetto al passato per pensare al futuro. Che reclama, invece, un cambiamento radicale e la messa in discussione delle scelte di fondo che ci hanno condotto sino a qui e che si ritrovano, sia pure aggiornate, in questo Recovery Plan. E che per questo va respinto, anche con la mobilitazione sociale e politica, e riscritto.
Stanno provando a farlo un insieme di soggetti e movimenti che si sono aggregati ne La società della cura [Vedi qui]. Ne va, appunto, del nostro destino futuro.

Ministero della Transizione o della Finzione Ecologica?
Una rete sociale diffusa scrive un piano alternativo

 

Finalmente  anche l’Italia si è dotata di un Ministero della Transizione Ecologica. Tutta una serie di fatti, però, mi fanno venire il dubbio se non siamo, invece, di fronte ad un Ministero della Finzione ecologica.
Intanto, qualche giorno fa, è arrivata l’approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale per 11 nuovi pozzi per l’estrazione di idrocarburi, di cui ben 7 in Emilia-Romagna. Tempo addietro è stato deciso di prevedere una procedura semplificata per l’autorizzazione all’ipotizzato CCS di Ravenna, che dovrebbe diventare il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 in Europa, con cui ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi la CO2 proveniente da processi industriali o dai suoi stessi impianti, prolungando così il ricorso alle fonti fossili, mentre, sempre a Ravenna, il Progetto Agnes, basato sulle rinnovabili, potrebbe entrare in funzione nel 2023, ma tale data rischia di andare più in là proprio per i lunghi tempi autorizzativi.
Forse qualcuno potrebbe pensare che sono elementi di dettaglio, tutt’ al più segnali inquietanti, ma circoscritti. Se, però, alziamo lo sguardo a ciò che si sta predisponendo sul Recovery Plan, e, segnatamente, sulla missione Rivoluzione verde e transizione ecologica”, le preoccupazioni aumentano ulteriormente. Su questo punto, il lavoro è ancora in corso, il governo Draghi sta rimettendo le mani all’elaborazione del precedente piano, ma, da quanto è dato conoscere, si sta andando in una direzione negativa, che sa molto di ‘greenwashing’ ed è poco attenta e utile per affrontare seriamente il problema del contrasto al cambiamento climatico e di un passaggio forte verso le energie rinnovabili e a un nuovo modello di produzione e consumo energetico.

Il materiale a disposizione è abbastanza complesso e lì non si esplicita una strategia chiara, al di là delle risorse significative a disposizione (circa 70 miliardi di €, che potrebbero persino lievitare attorno agli 80, su un totale di circa 220  miliardi dell’insieme del Recovery Plan). Ci ha pensato, però, qualche giorno fa, in un’intervista su Repubblica,  il neoministro alla Finzione ecologica Cingolani a chiarire il tutto [Vedi qui], sostenendo che la transizione energetica si appoggerà sull’utilizzo del gas, in ossequio ai piani dell’ENI, e che poi, con il 2050 si potrà pensare alla fusione nucleare.
Ora, una simile ipotesi significa allungare la vita all’utilizzo delle fonti fossili, com’è anche il gas, ritardare il passaggio alle energie rinnovabili e, soprattutto, non porsi il tema decisivo, che è quello di puntare all’ autoproduzione e al consumo distribuito consentito da queste ultime, superando un’opzione di sistema centralizzato e tendenzialmente autoritario, quello che deriva appunto dall’utilizzo delle energie fossili e del nucleare.
Né si può stare più tranquilli, esaminando, sempre all’interno della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, quanto previsto a proposito di tutela del territorio e della risorsa idrica. Qui, oltre alle poche risorse indicate (complessivamente  circa 15 miliardi, ma di cui 10 già previsti, per un saldo quindi di circa 5 miliardi, mentre si stima che solo per una serio Piano di contrasto al dissesto idrogeologico ce ne vorrebbero 26 nell’arco di diversi anni), viene riproposta, anzi rafforzata, un’idea di ‘riforma’ degli affidamenti del servizio idrico per favorire la completa privatizzazione dello stesso, in particolare nel Mezzogiorno, dopo che nel Centro Nord già la fanno da padrone le grandi multiutilities quotate in Borsa, IREN, A2A, HERA e ACEA. Sarebbe, proprio a dieci anni dai referendum sull’acqua, la definitiva certificazione dell’annullamento della volontà popolare, dopo che essa è stata già fortemente disattesa in questi anni.

Il quadro non è molto migliore nella nostra Regione
In Emilia Romagna, nel dicembre scorso, si è giunti alla definizione del Patto per il Lavoro e il Clima, sottoscritto, oltre che dalla Regione, da diversi altri soggetti, dalle Associazioni di impresa ai sindacati confederali, da Legambiente ai Comuni capoluogo e altri ancora.
Chi non l’ha sottoscritto è stata la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale (RECA), nata da circa un anno e che per la prima volta è riuscita a raggruppare in una visione comune 76 tra Associazioni e Comitati regionali e territoriali che intervengono, da vari punti di vista, sui temi del contrasto al cambiamento climatico, della conversione ecologica e della difesa dei Beni Comuni.
RECA ha deciso di non firmare perché quel Patto non rappresenta la svolta necessaria per mettere in campo politiche adeguate per affrontare proprio questi ultimi temi. Infatti, al di là degli obiettivi generali individuati – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% in Regione entro il 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050 –  che possono essere condivisibili, in realtà nel Patto per il Lavoro e il Clima non sono definiti i tempi e gli interventi che dovrebbero portare alla loro realizzazione, né gli impegni da mettere in atto in questa direzione già in questa legislatura.
Di fatto, si continua a tacere, il che vuol dire continuare ad andare avanti lungo scelte che contraddicono quegli obiettivi, come il forte ricorso a grandi opere stradali e autostradali, il ricorso massiccio ad aree dedicate alla logistica senza affrontare la questione del consumo di suolo che ciò determina, il via libera al Centro di Cattura e Stoccaggio (CCS) di Ravenna.
Quest’ultimo progetto è una scelta sbagliata; il CCS è infatti basato su tecnologie costose e non ben verificate, di fatto alternativo al ricorso rapido alle fonti rinnovabili, un vero e proprio tentativo di mettere sotto la sabbia la CO2 emessa anziché evitare di produrla.
Ancora, non ci sono scelte convincenti e coraggiose su diversi punti: solo per esemplificare, non c’è cenno alla ripubblicizzazione del servizio idrico, proprio quando potenzialmente si apre questa possibilità a Bologna con la scadenza della concessione a Hera alla fine di quest’anno. Manca una politica che punti fortemente alla riduzione dei rifiuti prodotti e al loro riciclaggio, così come al superamento degli inceneritori, mentre non sono indicati forti investimenti sul trasporto pubblico e per la riduzione significativa del parco automobilistico privato.
Insomma, per tutto un’insieme di valutazioni, la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale ha deciso di scrivere il proprio “Patto per il clima e il lavoro” [per leggere il Patto di RECA clicca Qui], un piano alternativo a quello elaborato dalla Regione e sul quale si intende aprire un confronto vasto con le persone e nella società regionale.
Sono davvero tante le realtà e le intelligenze collettive che lavorano per disegnare una reale transizione e conversione ecologica, per la difesa e la valorizzazione dei Beni Comuni. sia a livello territoriale che nazionale: una prospettiva sempre più necessaria per il mondo che viene e che dobbiamo costruire.

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