Giorno: 31 Ottobre 2020

6 novembre 2020: a un secolo dalla morte di Maria Waldmann, voce verdiana

da: Società Filarmonica di Voghenza APS
Gentile Redazione,

a nome della Filarmonica di Voghenza – e ringraziando l’assessore alla Cultura di Voghiera per la collaborazione al comunicato stampa di cui sono autore – invio testo (con alcune foto) relativo al centenario dalla scomparsa di Maria Waldmann. Artista di grande talento, ferrarese d’adozione dopo il matrimonio col conte Galeazzo Massari.
La Waldmann fu voce verdiana per eccellenza, l’Amneris di Verdi, amica e confidente del maestro fino alla morte di lui. Ci è parso doveroso – essendo musicisti e avendo la Waldmann quale “vicina di casa”, Villa Massari è giusto di fronte alla sede della nostra associazione – ricordarla a un secolo dalla morte: avvenuta il 6 novembre 1920.
Mi auguro che questo nostro ricordo possa essere condiviso – seppur brevemente e con tutti i tagli necessari – nei vostri spazi. L’idea della Amministrazione comunale di Voghiera – come anticipato dall’assessore alla Cultura Ganzaroli – è creare in un prossimo futuro un premio dedicato proprio a Maria Waldmann.
Gaia Conventi
per Filarmonica di Voghenza e Scuola di Musica Voghenza
Maria Waldmann (1876) – Archivio Storico Ricordi

Maria Waldmann come la mitica Thule: conosciuta, ammirata e perduta, da molti incredibilmente
dimenticata. Qualche cenno su Wikipedia, accanto al nome di Giuseppe Verdi che in lei vide la sua
ideale Amneris. Il mezzosoprano verdiano per eccellenza e per sempre Amneris, anche nelle lettere
amichevoli che Maria e Verdi si scambiarono per anni. Maria Waldmann grande interprete
dell’opera del Maestro di Busseto, in seguito contessa e duchessa Massari, grazie al matrimonio con
Galeazzo Massari.
Una vita dedicata al teatro, al canto, alle opere verdiane e infine alla famiglia, agli affetti. Senza
scordare quel piccolo teatro – un vero gioiello! – che le sopravvive a Villa Massari – a Voghenza,
via Provinciale 69 – e che porta il suo nome. Mirabile scrigno in cui sembra di poterla ritrovare,
quasi l’ambiente respirasse i grandiosi successi della sua madrina.
Maria Waldmann nacque a Vienna il 19 novembre 1845, in una famiglia della buona borghesia dove
la musica si faceva per diletto, per passione, dove il padre suonava il violino e la sorella Carina
Catharina la cetra. Marie – divenne Maria quando si trasferì in Italia – a quindici anni si iscrisse al
Conservatorio dell’Imperial Regia Società degli Amici della Musica di Vienna. A diciassette anni,
grazie alla splendida voce e alla cura meticolosa nella preparazione musicale, fu nominata membro
dell’Opera di Corte. Non paga dei risultati raggiunti in patria, dopo aver conquistato il pubblico di
Vienna e delle maggiori città tedesche e olandesi, Maria Waldmann decise di perfezionarsi al
Conservatorio di Milano, sotto la direzione di Francesco Lamperti. Lamperti fu Maestro di canto dei
maggiori talenti dell’epoca, tra loro anche Teresa Stolz, che la prima dell’Aida consacrò come
soprano di indubbia grandezza.
La voce e le doti interpretative di Maria Waldmann portarono l’artista a girare il mondo, eppure la
sua carriera italiana partì da una piccola cittadina: la nostra Ferrara, era il 24 aprile 1869. La rivista
Il mondo artistico di Filippo Filippi descrisse la sua interpretazione di Fede nel grand opéra Il
Profeta di Giacomo Meyerbeer con toni entusiastici: «La signora Waldmann è un cannone rigato.
Le note escono dal suo petto come da un mortaio di bronzo. Alla potenza della voce del più puro e
limpido metallo accoppia uno slancio drammatico irresistibile. La parte di Fede non poteva meglio
essere interpretata. Brava signora Waldmann: voi avete inaugurato assai bene sulle scene italiane la
vostra splendida carriera di artista, ed il vostro battesimo è stato glorioso. Altro cielo, maggiore del
nostro, vedrà fra poco rifulgere quest’astro. Noi dovremo accontentarci di guardare il luminoso
solco che lascerà dietro di sé con la sua scomparsa».
Ma noi sappiamo che quello di Maria a Ferrara non fu un addio, soltanto un arrivederci. Nel
frattempo però quel successo le procurò numerosi contratti, e fu proprio Bartolomeo Merelli –
impresario, librettista e sostenitore di Giuseppe Verdi fin dagli esordi come compositore – a
scritturarla per i teatri di Mosca e Varsavia. E poi la Scala di Milano e il Comunale di Trieste, fino a
divenire Amneris nella seconda rappresentazione europea dell’Aida, nel 1872: ruolo che più d’ogni
altro le regalò applausi e fama, l’Amneris per eccellenza, l’Amneris di Verdi.
In quell’occasione conobbe il Maestro, tra i due nacquero amicizia e stima, sentimenti che
perdurarono per decenni. Giuseppe Verdi ebbe una venerazione artistica per Maria Waldmann,
riconoscendo in lei immenso talento e rare doti interpretative: «Non credevo mai che quella tedesca
lì sarebbe stata la mia interprete ideale» ebbe a esclamare il Maestro.
Nel 1872 Giuseppe Verdi, Giuseppina Strepponi – la sua seconda moglie – e il soprano Teresa Stolz
condivisero la stagione artistica di Carnevale e Quaresima al Teatro San Carlo di Napoli; la lunga
permanenza partenopea cementò la loro amicizia, prova ne sono le tante lettere che intercorsero tra
loro fino alla scomparsa di Verdi, nel 1901. L’ultima lettera di Giuseppe Verdi a Maria Waldmann è
datata 22 dicembre 1900, alla morte del Maestro l’autografo di quella missiva fu donato dalla
Waldmann in persona alla Biblioteca di Ferrara.
Nel 1874 Verdi volle Maria Waldmann accanto a sé nella memorabile esecuzione della Messa da
Requiem a un anno dalla morte di Alessandro Manzoni: il 22 maggio nella Chiesa di San Marco, a
Milano. Seguirono repliche e una grande tournée europea. Ma nel 1876, dopo tanti successi, Maria
Waldmann decise di lasciare le scene: nel settembre di quell’anno sposò infatti a Torino il Conte
ferrarese Galeazzo Massari Zavaglia, divenuto poi Duca nel 1882 e Senatore del Regno d’Italia nel
1891. I due forse si erano conosciuti proprio sette anni prima, al debutto italiano di Maria
Waldmann al Teatro Comunale di Ferrara, dove i Massari – come gran parte delle famiglie più in
vista – erano proprietari di un palco. Nell’autunno del 1878 nacque il figlio Francesco.
Maria Waldmann e il marito trascorsero la vita tra la casa di città – il palazzo in Corso Porta Mare a
Ferrara – e la villa di campagna, a Voghenza. Maria Waldmann, poco più che trentenne, entrò a far
parte di una ricca e importante famiglia nobiliare italiana ma rimase legata a Verdi che in lei vide la
perfezione adamantina dell’artista. Perse l’amico Giuseppe Verdi nel 1901, l’amato marito Galeazzo
nel 1902, si spense il 6 novembre 1920. Un secolo fa.
Ricordarla e ricordarne il talento artistico è dovere della sua gente, di quella Voghenza dove tanti
anni ha trascorso come nobildonna. Dove ancora c’è il piccolo teatro che porta il suo nome e che
come uno scrigno accoglie i ricordi di una carriera strepitosa, dell’arte ai suoi massimi livelli. Lì,
dopo aver lasciato la carriera, Maria Waldmann continuò a esibirsi in forma privata e in concerti di
beneficenza.
In occasione del centenario della sua morte, l’Amministrazione comunale di Voghiera e la
Filarmonica di Voghenza – da sempre legate a Villa Massari e alla cultura musicale del territorio –
la ricordano con affetto. «Sono orgoglioso di essere un musicista e di vivere nel paese che ha
accolto Maria Waldmann, il suo talento e la sua cultura musicale» spiega Emanuele Ganzaroli,
assessore alla Cultura del Comune di Voghiera e clarinettista. «Già nel 2016 la Filarmonica di
Voghenza, la Scuola di Musica di Tresigallo e gli alunni della Scuola Media di Voghiera –
coadiuvati dall’Amministrazione comunale di Voghiera e dall’assessore regionale Patrizio Bianchi –
tennero un concerto verdiano a Villa Massari, riaffermando la stretta correlazione tra il compositore
e la nostra comunità. Oggi tributiamo i giusti onori a Maria Waldmamm, con l’impegno di dedicarle
in futuro un premio speciale rivolto ai nostri giovani: artisti di un Paese in cui l’arte e la cultura
devono tornare a essere protagonisti».

Ferrara Rinasce: CNA chiede un’estensione della platea delle imprese che otterranno i contributi

da: Ufficio Stampa CNA Ferrara

“CNA ha chiesto al Comune di Ferrara – con una lettera a firma del direttore generale Diego Benatti – di ampliare la platea delle imprese che potranno ricevere i contributi a Fondo perduto del prossimo bando Ferrara Rinasce. Il bando è un importante strumento messo in capo dalla Giunta comunale per contribuire ad alleviare le gravi difficoltà delle aziende: per questo è importante far sì che rispecchi nel modo più fedele possibile la pluralità di attività che sono state e saranno danneggiate dalle restrizioni decise dal Governo”

Riccardo Cavicchi, Presidente di Cna Area Ferrara, illustra le richieste che l’associazione ha rivolto all’amministrazione: “chiediamo che i contributi vadano anche alle imprese fino a 20 dipendenti. Chiediamo inoltre che siano accordati anche alle aziende artigiane della ristorazione che non fanno somministrazione: pizzerie al taglio, rosticcerie, paninerie, tutte attività in grave difficoltà ma inspiegabilmente e ingiustamente ignorate dal Decreto Ristori del Governo. Infine, chiediamo di inserire nel bando una serie di attività imprenditoriali (dall’allestimento di stand fieristici alla creazione artistica) che hanno subito gravi contraccolpi ma di cui si parla pochissimo”.

La lettera inviata dalla CNA all’amministrazione comunale, tuttavia, non affronta soltanto i temi collegati al bando Ferrara Rinasce. Dà per esempio un giudizio fortemente negativo sulla decisione del governo di imporre il 75% di didattica a distanza alle scuole superiori. Una scelta sbagliata – dice CNA – finalizzata a ridurre l’utilizzo del trasporto scolastico. Molto meglio coinvolgere le aziende di trasporto private e trovare insieme a loro una soluzione al problema: questa è la proposta di CNA.

“Le cose che si possono fare per reagire all’emergenza sono numerose – prosegue Cavicchi – Abbiamo chiesto all’amministrazione di attivare subito un tavolo di confronto sul superbonus 110% e sul risparmio energetico, da cui potrebbe venire un impulso alla filiera dell’edilizia, delle costruzioni e dell’energia. Abbiamo chiesto inoltre una estensione delle tipologie merceologiche dei mercati locali”.

Non manca la volontà di dare un contributo a tutte le iniziative che contribuiscono al bene della comunità: “per questo abbiamo immediatamente aderito al progetto per la consegna a domicilio della spesa che contribuirà a proteggere e tranquillizzare tante persone anziane del nostro Comune”

Buoni Spesa: al Comune serve un’ingiunzione per rispettare le leggi?

da: Ufficio Stampa Ferrara Coraggiosa

Buoni Spesa: al Comune serve un’ingiunzione per rispettare le leggi?
Per Emilia Romagna Coraggiosa Ferrara il comportamento dell’amministrazione è inqualificabile: contro i bisogni delle persone.

Lo scorso luglio il Tribunale di Ferrara ha emesso una chiara ordinanza nella quale appurava “il carattere discriminatorio della condotta tenuta dal Comune di Ferrara” nell’adozione del bando per la distribuzione dei Buoni Spesa finanziati dal Governo. Il giudice ordinava quindi “di riformulare i criteri e le modalità” senza le clausole censurate “consentendo la presentazione di NUOVE domande, prefissando termine IDONEO e attribuendo ai NUOVI richiedenti il medesimo importo attribuito ai primi”.

Già in molti hanno rilevato come la pubblicizzazione del nuovo bando fosse del tutto inadeguata, nascosta nei meandri del sito web del
Comune, e come i tempi fossero insufficienti a garantire la presentazione delle domande: 20 ore complessive di apertura. Ed infatti le linee telefoniche sono risultate di fatto irraggiungibili, impedendo a chissa quanti per puro caso ne fossero venuti a conoscenza
di presentare domanda.

Ma non basta: il Comune, per “bocca” della voce elettronica del centralino di ASP comunicava che il bando era riservato “esclusivamente” a chi aveva già presentato domanda ad aprile. Una condizione esattamente contraria a quanto ordinato dal Giudice che ha scritto “nuove domande” e “nuovi richiedenti”. Dopo che associazioni e sindacati hanno rilevato questo fatto, pare che nella giornata di
Venerdì sia stata modificata la registrazione, come se l’amministrazione comunale fosse stata scambiata per un asilo nido.

Ma quell’”esclusivamente” della registrazione del centralino di ASP inchioda il Comune alle sue responsabilità. Di fatto ha impedito che
le famiglie in difficolta, siano esse italiane o straniere, potessero accedere ad un loro diritto. In questo certamente non ha discriminato.

È un comportamento inqualificabile di una Giunta che sembra aver fatto di tutto per impedire che bisogni e diritti venissero soddisfatti.
Proprio nel momento in cui torna l’ombra della pandemia, l’amministrazione ha perso un’occasione per aiutare concittadini in difficoltà.

Ci auguriamo che le autorità preposte provvedano a ripristinare la legalità: è evidente che questa Amministrazione capisce solo le
ingiunzioni.
Coordinamento di Emilia Romagna Coraggiosa di Ferrara

Qui il video con la registrazione del centralino (si consiglia di attivare l’audio):
https://business.facebook.com/coraggiosa.er.ferrara/videos/831690237575211/

COPPARO: LA STAGIONE DEL TEATRO DE MICHELI SARÀ IN STREAMING PER TUTTI

da: ufficio stampa Comune di Copparo

Un’iniziativa per offrire alla comunità il concerto previsto e per sostenere i lavoratori dello spettacolo

«La chiusura di teatri, cinema e luoghi della cultura in genere è stata, per il ministro Franceschini, una dolorosa necessità dettata dall’impressionate curva ascendente dei contagi per Covid 19 degli ultimi giorni e, pur essendosi più volte espresso in modo contrario a provvedimenti così assoluti e penalizzanti, la violenza degli eventi lo ha costretto a ritornare sui suoi passi». Questo il cuore della risposta giunta, a stretto giro di posta, dal Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo al sindaco Fabrizio Pagnoni, che martedì scorso aveva scritto a Dario Franceschini circa il Teatro De Micheli.
«Mi ha fatto molto piacere questo segno di attenzione – afferma il primo cittadino copparese -, anche se purtroppo non potrà incidere sulla terribile situazione che stanno vivendo operatori e luoghi di cultura e spettacolo».
Dalla lettera si apprende anche che il ministro dubita di poter partecipare all’inaugurazione della stagione teatrale del De Micheli, per i molteplici impegni istituzionali in calendario, pur «sperando che possa essere presentata così come stabilito». «In realtà, le notizie di questi giorni sono tutt’altro che rassicuranti e ci fanno dubitare della possibilità di riaprire il nostro teatro, come previsto, il 28 novembre – riflette Pagnoni -. Stiamo quindi studiando le modalità per trasmettere in streaming la prima della stagione: intendiamo così offrire all’intera comunità il concerto ‘Omaggio a Ennio Morricone’ della Casanova Venice Ensemble. In tal modo consentiremo anche all’orchestra e al coro di lavorare, ovviamente in piena sicurezza, dal momento che il teatro sarà vuoto e verranno adottate tutte le misure di sicurezza».
Il sindaco non torna sulle polemiche innescate dall’opposizione, salvo «le dovute precisazioni in tema di risorse pubbliche, ovvero denaro dei cittadini». «Posto che non ho mai parlato di smantellare il teatro, ma ho indicato semplicemente l’obiettivo di controllare costi e ricavi, abbiamo ritenuto di avvalerci di una professionalità altamente specializzata, ad integrazione del personale interno, proprio per favorire la crescita della nostra struttura. La voce di 33mila euro per la direzione artistica, che fa gridare allo scandalo, in realtà comprende anche i cachet e i costi per la realizzazione di 4 spettacoli di un certo impatto, a integrazione dei recuperi della scorsa stagione e a completamento del cartellone».

#FattoinFE

da: Pachamama di Elisabeth Occhi
#FattoinFe  Eppur si muove, nasce a Ferrara uno spazio condiviso di imprese del territorio per creare una casa comune virtuale dove esporre prodotti di qualità e raggiungere più persone possibili in tutto il territorio nazionale ed internazionale. Il mondo degli antichi mestieri impara a cavalcare le nuove tecnologie per proiettarsi nel futuro che verrà con valori solidi e sinceri che rispecchiano noi artigiani.
Intendiamo valorizzare chiunque nel territorio ferrarese possa offrire qualità e certezza di produzione locale. In questo senso non escludiamo nessuno e soprattutto nessuna tipologia di merce.
Uno spazio di confronto e di dialogo per unirci ed affrontare tematiche le più diverse, inerenti alla produzione ed alla commercializzazione dei nostri prodotti.
Si possono stimolare gruppi di acquisto, suggerire consigli o semplicemente comunicare soddisfazione ed insoddisfazione per un prodotto acquistato, tutto sempre nel rispetto e nella profonda onestà intellettuale.
Gli artigiani possono creare promozioni ed offrire sconti da proporre a tutti gli iscritti del gruppo #FattoinFe.
Vi aspettiamo numerosi per condividere questo meraviglioso viaggio fatto di cultura, tradizione e tecnica di lavoro che ruota intorno all’artigianato.

Studio Unife: Sulle tracce del batterio causa delle pandemie di peste in Eurasia

da: Comunicato Stampa, Comunicazione Istituzionale e Digitale Unife

Per i cinque secoli successivi alla terribile pandemia di peste nera del 1300, l’Europa subì la comparsa di nuovi episodi epidemici. Il declino dei contagi si verificò, lentamente, solo a partire dal XVII secolo.

Per approfondire le dinamiche di diffusione della malattia, un gruppo di biologi molecolari e microbiologi ha ora analizzato il genoma di alcune linee di Yersinia pestis, il batterio che causa la peste, ritrovati all’interno di altrettanti scheletri risalenti a diverse epoche successive alla pandemia della peste nera.

Cranioteca

Il lavoro appena pubblicato sulla rivista scientifica PNAS è stato coordinato da Barbara Bramanti, Professoressa dell’Università di Ferrara in collaborazione con il Prof. Nils Chr. Stenseth del Centre for Ecological and Evolutionary Synthesis dell’Università di Oslo e studiosi provenienti da Europa e USA.

“Abbiamo analizzato con le metodiche del DNA antico sette ceppi isolati da individui morti nel XIV e XVII secolo in Italia, due da individui morti nel XVIII secolo, uno in Scandinavia e uno nella regione del Caucaso. Abbiamo quindi confrontato i nuovi genomi con quelli ricostruiti in precedenza e abbiamo interpretato la loro relazione filogenetica sullo sfondo dei dati storici che riguardano la peste nei periodi considerati”, spiega la Bramanti.

“I risultati genomici e storici suggeriscono che, anche dopo la peste nera del 1348, il ceppo responsabile delle infezioni approdò ripetutamente in Europa a partire da un serbatoio comune al confine con l’Europa Occidentale, situato in una zona vicino alla Cecenia” ,approfondisce la Professoressa, che aggiunge:

“In questo contesto, anche il cosiddetto ‘ceppo alpino’ del Seicento, presente anche in sei campioni del Nord Italia sequenziati dal gruppo di scienziati, sembra essere stato diffuso dai frequenti spostamenti di truppe durante la Guerra dei Trent’anni. Una sorta di ‘ricircolazione interna’ dopo il primo ingresso in Europa, piuttosto che essersi stabilito in un reservoir nell’Europa Occidentale”.

Le sequenze di DNA scandinave e caucasiche presentano poi una caratteristica genetica comune: un’ampia delezione simile a quella precedentemente individuata in un ceppo responsabile della grande peste di Marsiglia del 1722.

“Rimane da chiarire se questa delezione possa essere responsabile del declino dei contagi”, conclude Barbara Bramanti.

Titolo originale dello studio: “A genomic and historical synthesis of plague in 18th century Eurasia,

Elenco completo di autrici e autori: Meriam Guellil, Oliver Kersten, Amine Namouchi, Stefania Luciani, IsolinaMarota, Caroline A. Arcini, Elisabeth Iregren, Robert A. Lindemann, Gunnar Warfvinge, Lela Bakanidze, Lia Bitadze, Mauro Rubini, Paola Zaio, Monica Zaio, Damiano Neri, N. C. Stenseth, and Barbara Bramanti

Cover: professoressa Barbara Bramanti

Valeria e il negazionismo

“Ma zia Costanza, chi sono questi negazionisti? Perché in televisione dicono che ci sono i negazionisti del Covid-19?”
Mi giro verso Valeria che mi sta guardando con i suoi occhi furbi e la sua faccia da adolescente.
E’ seduta su una sedia della mia cucina e sta sfogliando una rivista che ho comprato sabato per sua nonna Anna. Indossa i jeans a zampa e una strana maglietta a righe verdi e grigie. Ha le calze nere corte, chissà dove sono le scarpe, saranno state scaraventate in qualche punto non precisato del corridoio.

Devo risponderle, le risposte degli adulti sono essenziali per la crescita degli adolescenti, per sviluppare il loro senso critico, per garantire loro un termine di confronto che li aiuti a discriminare, a raccapezzarsi nella selva di pensieri arruffati all’interno della quale si trovano. L’iper-informazione imperversa. Siamo circondati da una ridondanza di notizie e di “possibili” interpretazioni che devasta.  Il rumore dell’iper-informazione è ovunque. Canali ufficiali, meno ufficiali, ufficiosi, racconti di coetanei, di compaesani, di persone “autorevoli”. Tutto mescolato in un calderone mediatico che invade la nostra vita e la sovrasta, lasciando poco spazio all’autenticità del pensiero soggettivo e al rigore che il pensiero scientifico propone.
Non diciamo quasi mai: “Io penso che”, lo sostituiamo quasi sempre con: “Hanno detto che”, “Ha detto che”, “Dicono che”, “Dicevano che”. Ma chi sono tutte queste entità che dicono e che hanno detto e che diranno? Quanta autorevolezza hanno? Chi ha legittimato il loro esserci, credere, narrare e convincere?

Il discorso è molto importante e fondante. Devo rispondere a Valeria. Mi sta guardando con un’espressione interrogativa e con la bocca semi aperta, come un uccellino in attesa del cibo.
“Zia ma mi hai sentito? Perché non mi rispondi?”.
“Stavo pensando alla tua domanda”.
“Fai sempre così, dici che stai pensando. Ma a cosa pensi sempre? Non c’è bisogno di pensare, bisogna fare.”
“No, non è vero, io non potrei vivere senza pensare, cosa può fare una persona se prima non ha pensato alle conseguenze che potrebbero avere le sue azioni? Alla mille sfaccettature che un pensiero rigoroso si ostina ad avere?”.
“Bah. Io veramente ti avevo chiesto del negazionismo”.
“Negazionismo è un termine mutuato dalla seconda guerra mondiale, si riferiva in origine alla negazione della deportazione Ebraica e della Shoah.  E’ una corrente pseudo-storica  e revisionista che, utilizzando a fini ideologico-politici modalità di negazione dei fenomeni storici accertati, nega contro ogni evidenza il fatto storico stesso”.

Valeria mi guarda, sembra pensierosa, sposta un braccio, lo appoggia sulla testa, poi lo riappoggia sul tavolo, tira su una gamba, si gratta le dita di un piede. Guarda una delle sue calze, sembra volerla togliere, poi ci ripensa e si ferma.
“Mah. Mi sembra una cosa difficile, cosa centra questo negazionismo con il Covid-19?” dice.
“Diciamo che è stata una estensione dell’uso del termine. Adesso si chiamano negazionisti anche quelli che dicono che il Covid-19 non esiste, oppure che esiste ma che non è mortale, che esiste ma non servono a nulla le mascherine e la disinfezione delle mani, oppure che l’immunità di gregge non arriverà, che i vaccini se mai ci saranno non serviranno a niente, e così via.”
“Allora in Italia ci sono tanti negazionisti, io queste cose le ho già sentite. Le dicono anche in televisione, mescolate a tutto il resto.”

Questo “mescolate a tutto il resto” mi sembra azzeccato. Valeria ha appena messo in evidenza la pervasività del calderone mediatico all’interno del quale ci muoviamo. Ogni giorno siamo sottoposti a un bombardamento di informazioni con cui dobbiamo ricucire un senso e un sentire soggettivo sul quale appoggiare le nostre giornate, le lunghe ore della nostra quotidianità.
Provo a pensare a qualcosa da dire a Valeria che possa aiutarla. E’ un periodo difficile anche per lei. Lezioni on-line, stop alla sua attività sportiva, stop alle uscite con gli amici, alle pizzate ai giochi in oratorio, ai giri in bici. Stop a quasi tutto per la seconda volta in questo 2020. E lei ha solo 12 anni. Questa vicenda lascerà degli strascichi su questi adolescenti, sugli adulti e sui genitori che diventeranno.

“Credo che tra tutte le cose che vengono dette, le più attendibili siano quelle sostenute da coloro che stanno studiando questa malattia da quando è comparsa. Penso anche che  possa considerarsi autentica la testimonianza di chi lavora a diretto contatto con gli ammalati. Gli ospedali Lombardi sono stati la prima linea di questa esperienza di pandemia, lo sono ancora. Forse varrebbe la pena ascoltare quello che dicono i primari delle nostre rianimazioni. Per quanto possano narrare la stessa vicenda utilizzando termini un po’ diversi che dipendono dalla loro cultura e dalla loro interiorizzazione delle norme, della costruzione del linguaggio e della sua verbalizzazione, dagli accidenti che arrivano dal cos cosmico che ci garantisce la vita, alla fine ciò che uno vede tutti i giorni è comunque più attendibile di ciò che racconta chi ha sentito raccontare che ha sentito raccontare che ha sentito raccontare.”

Valeria mi sta guardando ma non mi sembra particolarmente soddisfatta delle risposta, forse voleva una semplificazione della questione che di fatto non sono riuscita a darle. Forse dipende dal fatto che non la si può semplificare, che un po’ di negazionismo sta da tutte le parti e dipende dal fatto che nessuno sa cogliere la complessità del fenomeno nella varietà delle sue sfaccettature ma ne coglie sono una parte, quella che riesce ad esperire e successivamente a verbalizzare utilizzando i codici di comunicazione che gli sono stati insegnati.

Direi che alla fine è così, siamo in un periodo di forte cambiamento sociale, di forti incognite per il futuro, di forte indeterminatezza da una parte, di fortissimo materialismo dall’altra (ogni sera contiamo i morti).
Il negazionismo in tutti questo brodo mediatico acquisisce molte sfaccettature diverse, si adatta a molte situazioni, si allontana dalla sua etimologia originaria per  assumere una nuova veste. Lo chiamerei in un altro modo.

Ad esempio chiamiamolo: “Rappresentazione fallace”.
Valeria sembra pensierosa, mi dice:
“A me questo negazionismo non piace”
“Nemmeno a me” le rispondo e spero che la risposta così com’è possa avere nel “mondo” di Valeria un senso, possa aiutarla a discriminare, le possa trasmettere l’idea di un fenomeno complesso all’interno del quale la società occidentale si sta  muovendo e che non sappiamo che effettive conseguenze avrà. Il negazionismo si sta ricucendo nuove vesti. Nessuno di noi sa esattamente come saranno.
“Posso dire a scuola che il negazionismo a me non piace?” mi chiede.
“Sicuramente sì” le rispondo e ho l’impressione che abbiamo esaurito il discorso.

Le donne di Cabernardi e il vento di settembre

Marcella Mascellani

Gentilissimo Direttore,
ho avuto l’idea, ma nella raccolta delle testimonianze ho fatto appello a tante voci. Sono le voci delle figlie delle donne di Cabernardi che sono venute a Ferrara quando ha chiuso la miniera.
Una piccola storia di fatica e vittoria. Fatica perchè non era facile farsi accettare dalle altre donne ferraresi, vittoria perchè l’integrazione è avvenuta. Devo quindi dire grazie a Luigina, Mara, Stefania, Caterina, Luciana.

LE DONNE DI CABERNARDI E IL VENTO DI SETTEMBRE

Erano diversi anni che la mia amica Luciana prometteva di ospitarmi nella sua casa a Cabernardi, in provincia di Ancona.

A settembre abbiamo deciso di fare un fine-settimana nella casa che era dei suoi genitori prima che decidessero di trasferirsi a Ferrara perché suo padre potesse andare a lavorare alla Montecatini. Al loro arrivo, nella città estense, li attendevano molti compaesani che si erano già trasferiti al “Villaggio Marchigiani” a Pontelagoscuro, formato da una serie di case a schiera che si sviluppavano in orizzontale fino al confine con il quartiere del “Barco”.
I primi marchigiani erano arrivati nel 1952 in un paese completamente distrutto dalla guerra. Nel 1959 i poli estrattivi di Cabernardi chiusero definitivamente e con loro terminò il trasferimento al paese ferrarese.
La Montecatini si occupò di tutto, ma alcuni lavoratori, tra i quali anche suo padre, non poterono trasferirsi presso il villaggio perché ormai non c’erano più case disponibili. Trovavano quindi un’altra abitazione; accadeva comunque che l’intero palazzo dove trovavano dimora, fosse abitato da marchigiani.
Da ragazza mi piaceva frequentare la casa di Luciana. Era sede di accoglienza ed operosità. Le donne marchigiane si raggruppavano per fare i cappelletti, la pizza al formaggio, di tradizione pasquale assieme alle uova benedette, o per cucire. Era abitudine aggregarsi ora in una casa ora in un’altra con un ordine prestabilito da un annoso rituale. Quando la bella stagione lo consentiva, indossando sopra i vestiti il grembiule con la pettorina (zinale), si sedevano, facendosi compagnia, lungo i gradini esterni delle case del villaggio per chiaccherare, ma le loro mani non erano mai ferme.
Nel periodo della cardatura della lana tutte le siepi si tingevano di bianco. La lana andava lavata, asciugata e lavorata. Si rifacevano, poi, i materassi.
Quando era il momento previsto per preparare la conserva di pomodoro, con grandi pentoloni all’esterno nei cortili comuni, le donne marchigiane preparavano una prelibatezza che avrebbe condito i piatti durante il periodo invernale.

Le amiche di Luciana mi raccontano che quando moriva una persona del villaggio gli adulti si riunivano in preghiera per la veglia.
Un rispettoso saluto corale per chi sarebbe tornato nella propria terra.
Accadeva ogni tanto la domenica che mia mamma mi mandasse a comperare il pollo arrosto alla rosticceria di Mimma, in Corso del Popolo. Mimma era la zia di Luciana.
Mi chiedevo dove trovasse la forza quella donna, dotata di lungimiranza imprenditoriale, minuta, energica e veloce che serviva i clienti che si alternavano in una frettolosa sequenza. La sua fu una delle prime rosticcerie presenti sul territorio ferrarese.

Vicinissime al paese marchigiano Luciana mi fa notare alberi addobbati di oggetti vari. L’albero chiamato “Maggio” annuncia una nascita e gli oggetti (in genere piccoli giocattoli) si differenziano a seconda che il nuovo nato sia maschio o femmina. A Pontelagoscuro, da alcuni anni, si festeggia il “Maggio Pontesano”.
La Festa del Maggio, di origine marchigiana, coinvolge tutta la comunità ferrarese ed è forse l’esempio più evidente della raggiunta integrazione.
Arriviamo a casa della mia amica; davanti ai miei occhi una vallata, uno spettacolo di paesaggio.
Il sole, il silenzio, il senso di infinito, mi fanno godere di quella benedizione divina.
Mi guardo intorno meravigliandomi che il paesaggio non corrispondeva alla descrizione di Imola, la mamma di Luciana. Mi diceva “Marcè lassù ormai non c’è più gnente” con quella inflessione dialettale marchigiana che conoscevo bene avendo una nonna di Fano.
Imola si sbagliava, e se fosse ancora viva le direi che mi ha detto una bugia: forse quello era il luogo più vicino all’infinito che avevo mai visto in vita mia.

Luciana mi chiede se voglio andare al cimitero. Le rispondo di si. Voglio rendere omaggio alla sua cara mamma. Mi mostra le tombe dei genitori di donne che sono a loro volta mie amiche e vivono a Ferrara. Rifletto sul fatto che alla fine del proprio percorso di vita si cerca di tornare alle origini, nella propria terra, ed è su quei muri di Cabernardi che quelle persone hanno scelto di affidare l’eterno loro ricordo.
Il tempo è poco, voglio vedere dove si trasferisce durante l’estate Liliana, altra memoria storica di quel tempo, che vive vicino a Luciana a Pontelagoscuro.

Visitiamo, quindi, Caudino, facciamo alcune foto. Il paese è completamente vuoto.

La sera al circolo Acli, al quale ancora oggi è affidato il momento conviviale del paese, saluto Nunziatina che rivedrò, poi, a Pontelagoscuro. Una figlia vive nelle Marche, l’altra a Ferrara.
Cosi è la vita a volte, un pezzo di cuore di qua e un pezzo di là.

Quando arriva il vento di settembre le donne di Cabernardi sanno che è tempo di andare, tornare in quella città un po’ loro un po’ no.
Quella città che non le ha escluse dalla lotta per farsi accettare, per far crescere i propri figli, per far si che studiassero, che si sposassero, che le figlie lavorassero fuori casa, che fossero il riscatto del sudore della fronte che si erano asciugate le loro madri.
Chiudono le loro case con forza, assicurando le imposte, girando più volte la chiave nella serratura con la certezza che la nostalgia di una vita-ricordo le accompagnerà durante il lungo inverno ferrarese, nella speranza di tornare l’anno successivo.

di Marcella Mascellani

SCHEI
Ministero della Cultura Popolare

Scommetto che anche tu – proprio tu che stai leggendo – muori dalla voglia di dire la tua sulle ultime misure del governo. Magari avevi appena aperto un locale, dopo anni di sogni, pensieri, progetti, e adesso non sai come pagare i debiti. Magari fai il cuoco, e se non puoi dare da mangiare alla gente non hai da mangiare tu. Oppure sei uno che ha passato venti giorni in una terapia intensiva con un tubo in gola. Oppure sei un infermiere di un reparto Covid. La mattina ti metti il pannolone per pisciarci dentro, ti bardi con lo scafandro, preghi Dio o lo imprechi e parti per le dodici ore di turno.

Se appartieni ad una delle prime due categorie (che ne esemplificano altre cento: il pizzaiolo, il barista, lo sceneggiatore, l’attore, il tecnico delle luci) sono sicuro che stai maledendo il governo di incapaci che ti è toccato in sorte. Se sei un malato o se curi la gente, sono sicuro che tu al loro posto avresti completamente sprangato le città, così da non rischiare di beccartelo ancora, o così da avere forse, tra un mese, un turno di riposo. Dal virus, dalla gente, dalla paura, da tutto. E poter dormire.

Se non stai morendo di Covid ma rischi di morire di fame, la paura di ammalarti è soppiantata dalla paura di fallire. Di non essere in grado di mantenere la tua famiglia. Se hai un lavoro “sicuro” ma ti sei ammalato seriamente o è successo ad un tuo congiunto, vuoi solamente guarire e raccontare con un post su facebook quanto è brutto quello che hai passato, che c’è gente che sta addirittura peggio di te e che col Covid “non si scherza”.

Adesso, in autunno, con la seconda curva in crescita, per il Governo non è più così semplice. A marzo contava solo la parte sanitaria. Adesso le persone sono più stanche e più povere, e si erano illuse che fosse finita. Molte di loro hanno speso soldi per mettersi in regola e poter lavorare. Se tutti questi sacrifici e tutte queste aspettative vengono deluse, le persone non sono più disposte a sopportare, e il credito concesso si trasforma all’istante in rabbia popolare.

E’ una classica storia italiana. Siamo bravi a non affogare quando abbiamo l’acqua alla gola (non a caso la Protezione Civile è uno dei nostri fiori all’occhiello), ma quando si tratta di pianificare l’uscita dall’alluvione, la nostra atavica incapacità di organizzare il futuro prende il sopravvento. Conte ha un bel dire che ristorerà tutti coloro che hanno subito il blocco delle attività. Purtroppo, la burocrazia nostrana – la vera padrona del vapore – è in grado di sbriciolare la più filantropica delle iniziative legislative. Non sono naturalmente nelle condizioni di affermare che avrei potuto concepire di meglio di questo secondo lockdown. Nessuno dei contestatori è nelle condizioni di farlo: infatti nessuno ha idee migliori, tranne l’ovvia pretesa di chiudere un settore che non sia il proprio (chi la scuola, chi i supermercati).

Un discorso a parte lo meritano le attività culturali. Lo voglio vedere il ristoro riservato a dei teatri di periferia o a circoli ricreativi che non hanno nemmeno un bilancio degno di questo nome. Lo voglio vedere come troveranno il parametro reddituale sulla base del quale indennizzare una compagnia di teatro sperimentale, un archeologo, un tecnico del suono, un editor, uno sceneggiatore, un traduttore, un restauratore. Queste attività si muovono normalmente in una zona grigia, molto tendente al nero, lavoratori e attività “autonome” che sono soggette alla precarietà e all’incertezza in una situazione ordinaria, figuriamoci in mezzo ad una pandemia. Perchè la cultura non è fatta solo di grandi musei, di grandi orchestre, di grandi teatri, di artisti che radunano folle plaudenti e fatturano come un’azienda di dieci persone. Il patrimonio culturale della penisola, enorme e sovente disseminato nelle chiesette più sperdute della provincia italiana, è lasciato nell’ incuria. Basta vedere la teoria di ville storiche diroccate o i siti archeologici abbandonati che chiunque può incontrare in uno qualunque dei propri viaggi alla scoperta delle “meraviglie dell’arte”. E’ come trovarsi in eredità una fortuna in bellezza, potenzialmente più redditizia di tutto il petrolio estraibile dai pozzi arabi, e non prendersi nemmeno il disturbo non dico di manutenerla, ma almeno di darle una spolverata al mese, come si fa coi soprammobili di casa propria.

Cosa volete che freghi alla nostra “classe dirigente” della cultura. “Con la cultura non si mangia”, disse più o meno letteralmente un ministro delle Finanze qualche anno fa. Esagero?

Gli stanziamenti in Legge di Bilancio (LdB) per le missioni “Turismo” e “Tutela dei Beni Culturali” sono aumentati negli ultimi anni dopo un calo dovuto alla crisi del 2008, anche se ammontano a solo lo 0,15 per cento del Pil e lo 0,3 per cento della spesa primaria. Inoltre, l’Italia spende meno nelle “Attività culturali” (0,3 per cento di Pil) rispetto alla media europea (0,4 per cento) e ai paesi più simili al nostro come Francia (0,6 per cento), Spagna o Germania (0,4 per cento entrambi).

Nel bilancio dello stato le spese relative al patrimonio culturale italiano sono in gran parte incluse in due missioni di spesa: “Tutela dei Beni Culturali” e “Turismo”. Nel 2019, la spesa per le due missioni era di appena lo 0,15 per cento del Pil e lo 0,3 per cento della spesa primaria (cioè il totale delle spese della Pubblica Amministrazione al netto degli interessi sul debito pubblico). Gli stanziamenti per le due missioni sono iniziati a decrescere a partire dagli anni della crisi, passando dallo 0,11 per cento del Pil del 2008 allo 0,08 per cento del 2011 (Fig. 1). In seguito, c’è stata una lenta ma costante risalita fino al recupero e sorpasso (nel 2016) del livello del 2008, arrivando al 2019 con un valore uguale allo 0,15 per cento del Pil.

Un altro modo per misurare la spesa pubblica in cultura, adatto soprattutto ai confronti internazionali, è l’utilizzo della contabilità COFOG (classificazione internazionale della spesa pubblica). La spesa pubblica italiana in “Attività culturali” ammontava, nel 2018, a circa 5 miliardi di euro, cifra grossomodo stabile negli ultimi anni. La spesa in “Attività culturali” sul Pil è rimasta invariata negli ultimi anni a circa lo 0,3 per cento. L’Italia (Fig. 2) si colloca al di sotto della media dell’Unione Europea (0,4 per cento del Pil), e comunque al di sotto di altri Paesi come Spagna e Germania (0,4 per cento) e Francia (0,6 per cento). Spendiamo meno persino della Grecia, in proporzione (non un lusinghiero termine di paragone). (fonte: https://osservatoriocpi.unicatt.it/).

 

No, direi che non esagero. Eppure il nuovo corso della cultura a Ferrara è riuscito a trovare il modo di far guadagnare qualcuno. Peccato che sia una famiglia di privati, che prende una lauta percentuale (il 20 per cento) dei soldi incassati dai biglietti d’ingresso al castello Estense (attenzione: di ogni tipologia di biglietti, non solo di quelli per vedere la mostra), e questo perchè dentro il Castello è ospitata la sua collezione privata di opere d’arte. Costi di allestimento e accessori tutti a carico del Comune. Un classico caso di collettivizzazione dei costi e privatizzazione dei ricavi, per non parlare del gigantesco conflitto di interessi (lo Sgarbi maschio è anche stato nominato presidente di Ferrara Arte). Una famiglia il cui più celebre membro bercia in ogni occasione, compreso in Parlamento, senza mascherina, ma si permette il lusso di dare del “fascista” al Presidente della Camera che gli intima di rimettersela sul muso. Il tutto mentre si ingegna per organizzare a Palazzo Koch una mostra agiografica sul più celebre fascista ferrarese, Italo Balbo.

Ne vedremo delle altre, di queste miserie (redditizie, per qualcuno). Ne abbiamo appena vista una, sul web: un video osceno, girato in una sala del Comune, in cui l’assessore ombra dice “e adesso andiamo a prenderlo nel c…o come dice il Papa” e l’ombra di assessore chiosa “sono d’accordo”. Quando una figura così grigia, così impalpabile, si presta a fare da spalla di un così miserabile spettacolo, viene da domandarsi quanto valga per questa gente il decoro di una funzione ricevuta per grazia.

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PRESTO DI MATTINA
Santi e beati

Presto di mattina, anche oggi, forse intravediamo all’orizzonte, insieme all’aurora, il desiderio di prossimità che fa breccia in noi, smuovendo un poco la coltre delle pesantezze e dei pensieri notturni. La volontà muove libera i suoi passi tra le pieghe e gli strappi delle nostre fragilità, per distendere o ricucire la nostra quotidiana risposta di responsabilità al vivere della gente. Certo non mancano anche stamattina quelle afflizioni che non ci abbandonano mai nello sprofondo del cuore. Eppure anche oggi percepiamo, almeno un poco, un poco ancora, di essere in compagnia di presenze luminose, silenziose, soccorritrici e solidali, che lasciano orme sul nostro cammino: sono i santi e i beati.

Così in punta di piedi mi preparo, per domani, a varcare con voi la soglia della festa di Ognissanti e poi, il giorno dopo, quella dei beati, che è la memoria viva dei nostri cari che ci sono passati avanti, braci sotto la cenere ancora ardenti, ma nascoste. Pur vivendo nell’ombra della luce, «nella rugiada senza fine», essi non si sottraggono alla nostra compagnia, né alla familiare mensa; sono ancora sulla stessa nostra strada, ma un poco oltre, come quando la vita al modo di una strada sembra scomparire dietro una curva sotto i nostri sguardi smarriti e tuttavia la nostra incredula fede, attende trepida, ancora una volta, di lasciarsi prendere per mano dalle mani ormai sciolte e libere, e dal garbo mite e forte del Risorto dai morti che sussurra nel vento: “Oh Pasqua che sciogli ogni pena, che perdoni ogni colpa, tu restituirai agli abbracci e ai baci coloro che si amano!”.

Scrive Maria Zambrano: «Dal fondo della solitudine e ancor più dell’infelicità, se è dato che una finestra si apra, si può, affacciandosi a essa, vedere, poiché avanzano lontani e intangibili, i beati. Essendo gli esseri perfettamente felici, si fanno presenti, si manifestano, soltanto quando l’infelicità è più profonda»; essi vivono «nel grazie e nel sì», esseri di silenzio «per avvicinarsi a loro, tocca partecipare in qualche modo della semplicità che è la loro condizione» (I Beati, SE, Milano 2010).

Sulle prime, la Festa di Ognissanti e la Memoria dei defunti sembrano ricorrenze talmente differenti e contrastanti da apparire, così appaiate, stridenti, anzi stonate; il nostro animo è infatti costretto a passare come per una porta stretta, dalla letizia al pianto, dalla speranza allo sconforto. Una dissonanza visibile anche nei colori dei paramenti liturgici che cambiano di brusco dal bianco della festa al viola del lutto, mutando con ciò anche la diversa intonazione della preghiera: prima il Gloria e subito dopo il De profundis.

Nondimeno si tratta di ricorrenze quanto mai prossime e spiritualmente unite. Ognissanti è la vita risorta e vittoriosa che discende nell’oscurità dei nostri lutti e distacchi per mutarne la sorte; memoriale della discesa agli inferi del Risorto che riconduce, dalle tenebre di morte alla luce della sua nuova vita, l’Adamo e la sua discendenza. Ma ancor più prossime per l’identico vangelo proclamato in entrambe le celebrazioni, quello delle Beatitudini: è questo il legame di amore che le tiene perfettamente unite.

Cosa sono dunque le beatitudini? Rivelazione di un amore che non dimentica che non prende sonno. E, con le parole di una mistica Madeleine Delbrêl, sono «Gioie venute dal monte. Poiché le parole non son fatte per rimanere inerti nei nostri libri ma per prenderci e correre il mondo in noi, lascia, o Signore, che di quella lezione di felicità, di quel fuoco di gioia che accendesti un giorno sul monte, alcune scintille ci tocchino, ci mordano, c’investano, c’invadano. Fa’ che da esse penetrati come “faville nelle stoppie” noi corriamo le strade della città accompagnando l’onda delle folle contagiosi di beatitudine contagiosi di gioia. Perché ne abbiamo veramente abbastanza di tutti i banditori di cattive notizie, di tristi notizie: essi fan talmente rumore che la tua parola non risuona più. Fa esplodere sul loro frastuono il nostro silenzio che palpita del tuo messaggio. Nella ressa confusa senza volto fa’ che passi la nostra gioia raccolta, più risonante che le grida degli strilloni di giornali, più invadente che la tristezza stagnante della massa», (La gioia di credere, Torino 1994, 40-41).

Ho anche ritrovato in questi giorni uno scritto del poeta libanese, cristiano maronita, Khalil Gibran, il quale dà voce a diversi personaggi del vangelo, tra cui riporta le parole dell’apostolo Andrea alla morte del suo Maestro: «L’amaro della morte è meno amaro della vita senza di Lui. I giorni sono immobilità e silenzio da quando Lui è stato messo a tacere… Una volta lo sentii dire: “Seguite il desiderio che vi porta tra i campi, sedete tra i gigli: li sentite parlare sommessamente nel sole. Non tessono la propria veste, né si costruiscono un riparo di legno o di pietra, eppure cantano. A loro provvede Colui che lavora nella notte, e la rugiada della sua grazia è sui loro petali. Non è forse anche per noi la cura insonne e instancabile?», (Gesù figlio dell’uomo, SE, Milano 2009, 122).

Questo inatteso ritrovamento mi ha spinto a ricercare così l’interpretazione delle beatitudini proposta dallo stesso Gibran dando voce all’apostolo Matteo: «Un giorno nel tempo del raccolto Gesù ci chiamò sui monti con altri compagni. La Terra era colma di fragranze e indossava come figlia di re che vada sposa, tutti i gioielli: suo sposo era il cielo. Quando giungemmo sulle alture Gesù si ergeva immobile nel bosco degli allori. Ci disse: “Sedetevi. Regni la pace nella vostra mente e l’armonia nel vostro cuore perché molto ho da dirvi”. Allora ci disponemmo sull’erba, i fiori dell’estate erano ovunque, Gesù sedette tra noi e disse:

Beati coloro che sono sereni in spirito.
Beati coloro che non sono posseduti da ricchezze perché saranno liberi.
Beati coloro che conservano memoria del dolore e nel dolore attendono la gioia.
Beati coloro che hanno fame di verità e di bellezza, perché la loro fame porterà pane, e acqua di fronte la loro sete.
Beati i benevoli, perché saranno consolati dalla loro benevolenza.
Beati i puri di cuore, perché saranno una cosa sola con Dio.
Beati i misericordiosi, perché avranno in sorte la misericordia.
Beati coloro che operano la pace, perché il loro spirito vivrà al di sopra della battaglia e trasformeranno il campo del vasaio in un giardino.
Beati coloro che sono inseguiti perché avranno ali e il loro piede sarà veloce.
Gioite e rallegratevi perché avete trovato il regno dei cieli è dentro di voi»,
(ivi, 37).

Un’ultima suggestione infine, quella ispirata dall’accostamento di un passo del profeta Isaia con uno scritto di Cristina Campo, all’amica, per Ognissanti: «Maria Luisa quante volte/ raccoglieremo questa nostra vita/ nella pietà di un verso, come i Santi/ nel loro palmo le città turrite?» (La tigre assenza, Milano 1991, 31). Sono diverse le rappresentazioni di santi che sorreggono nel palmo delle mani aperte – segno di custodia e di cura – le architetture dei luoghi e delle città, in cui resero al vivo il discorso di Gesù sul monte dei beati. Mi ricordo, per esempio, le raffigurazioni della beata Beatrice II d’Este che stringe a sè con la mano il suo monastero o lo sorregge sul palmo della mano. Ma anche il dipinto di Francesco del Cossa del san Petronio con il modellino della città di Bologna tra le mani ed ancora, con lo stesso soggetto, la scultura di Pierpaolo dalle Masegne, nel museo civico medievale della città dalle cento torri.

Allo stesso modo il passo di Isaia ricorda, con l’identico simbolismo del palmo della mano, la cura di un Dio che raccoglie il suo popolo disperso tra le genti, lo raduna dall’estremità della terra e lo riconduce al suo riposo nella città della pace, non più straniero. Egli non lo ha dimenticato «perché forte è il suo amore e la sua fedeltà dura per sempre» (Sal 117 [118], 2). Così Isaia: «Sion ha detto: “Il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del bambino che allatta, cessando d’aver pietà del frutto delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me» (49, 14-17).

Ma se le cose stanno così, perché non credere, fosse pure con occhi piangenti, che anche noi non siamo dimenticati dai nostri cari, e pure loro, davanti al Risorto, tengono disegnati i nostri volti sul palmo delle loro mani aperte?

 

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

STRADA RAVENNA-VENEZIA:
una proposta devastante per l’ambiente

da: Legambiente Delta Po

A seguito della notizia diffusa dal Sig. Giannantonio Mingozzi che  l’assessore regionale   E-R alle infrastrutture e trasporti, Andrea Corsini si impegnerà alla realizzazione di una nuova strada per collegare Ravenna a Venezia e chiederà all’Anas di progettare un  nuovo percorso che attraverserebbe la valle bonificata del Mezzano, interveniamo per contrastare e informare che l’ipotesi di studio sarebbe un grave danno economico oltre a stabilire le basi per creare un danno alla biodiversità in  un’area tutelata.

Sono anni che Legambiente e gli ambientalisti dicono no!  ad un nuovo sviluppo su gomma del traffico tra la Regione E-R ed il Veneto.    Diversamente chiediamo  un collegamento ferroviario tra Ravenna e Mestre per facilitare il trasporto delle merci.   Una nuova strada peggiorerebbe la salute di migliaia di cittadini obbligati a respirare polveri sottili cancerogene e stanchi di essere testimoni di incidenti mortali nelle strade del Delta del Po.

Dispiace constatare che la visione regionale prevede un futuro ancora caratterizzato dall’inquinamento,  infrastrutture stradali, produttrici di emissioni CO2.

Vi chiediamo di ascoltare l’urlo che proviene dal movimento di Greta Thunberg, Fridays for Future.  Chiediamo il rispetto degli accordi  per ridurre le emissioni CO2.    La conferenza e il conseguente accordo sul clima di Parigi non può essere  stata una semplice passeggiata per i campi Elisi,  per poi ritornare tale e quali e continuare a fare progetti come se nulla fosse accaduto.

Come è possibile prevedere  850 milioni di investimenti infrastrutturali per una nuova strada che consuma territorio pregiato ?  Una strada che diventerebbe una muraglia per dividere una area Sic-Zps, un sito habitat Natura 2000 ?  Stiamo parlando di una zona di Protezione Speciale  concordata con la Comunità Europea e la regione E-R ed affidata all’ente Parco Delta del Po. per la sua cura, tutela e valorizzazione.

Cari amministratori pensate a salvaguardare l’ambiente invece di individuare le forme  come devastarlo.

Marino Rizzati , Presidente del circolo legambiente Delta del Po

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