CULO AL CALDO. Una lettura sotto l’ombrellone e un invito
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CULO AL CALDO.
Una lettura sotto l’ombrellone e un invito
Durante questa estate che fatica a terminare, climaticamente parlando, ho letto CULO AL CALDO, il nuovo libro scritto a quattro mani da Adriano Benocci e Sandro Fracasso, pubblicato da Effigi. La presentazione è organizzata per giovedì 10 settembre alle 18.30 presso la Biblioteca Popolare Giardino, al Grattacielo, ne parleremo con gli autori e con chi vorrà essere presente.
Qui qualche anticipazione (poco spoiler).
Per chiarezza, questa raccolta di storie non tratta di riscaldamento globale, almeno non direttamente. Le vite dei personaggi, che sono persone vere per come mi dicono gli autori, sono rimaste vistosamente incagliate negli ingranaggi della nostra società e fanno da lubrificante umano per lo scorrere fluido dell’esistenza di chi ha invece il “culo al caldo”. Si tratta di un racconto irriverente, politicamente scorretto, infuso di parresia quanto di scurrilità. Una denuncia bella e buona di un sistema economico e sociale basato su iniquità e insensatezza.
Una lettura amara ma non vinta. Mi sono trovata a rincorrere le storie dei tanti accartocciati dalla vita, a rileggere interi paragrafi per poter ridere di tutta l’assurdità delle situazioni: l’ironia qui è uno strumento per tenere stretto chi legge, fra amianto “per uso personale”, “vasi vecchi coi disegnini” dissotterrati malamente, ricordini di rientro da Medjugorje, “Maremma come fosse l’America”, “tossici salutisti” e “esecuzioni sommarie dell’italiano”.
Come si può immaginare, ho fatto il tifo per la popolosa classe degli oppressi e provato un certo disgusto per gli oppressori: i lavoratori dell’autonoleggio Velluto Viaggi, quelli della cooperativa edile La Cardarella e della cooperativa di raccolta rifiuti Sppp, non sono quasi mai regolarmente assunti e/o pagati, a volte non hanno nemmeno un permesso di soggiorno, per alcuni il luogo di lavoro è anche alloggio permanente, un rifugio. Tutti condividono un Esperanto fatto di terminologia tecnica e divinità, frutto di luoghi di lavoro infelici quanto di sentimenti e bisogni umanissimi.
A tutti è stato fatto credere che al mondo ci fosse qualcuno di migliore e qualcuno di peggiore, e che loro fossero in questa seconda schiera. E noi da che parte stiamo?
Eppure credo che si intraveda la verità. Mi sono persa nel racconto di infanzie lente e soleggiate, fra lombrichi e sassaie, fatte di cibo saporito e gratis; e poi gli orti “simpatici”, il richiamo dei boschi, le mamme e le nonne che “anticipano i bisogni” dei figli. Un paradiso, seguito dall’inferno.
Il finale non è garantito, questa forse è l’unica possibile salvezza.
Ringrazio di cuore la BPG che ci ospita, creando un contesto più che consonante rispetto ai racconti che andremo a sgranare.
Cover: Diego Rivera, Campesino, 1941
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