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Il grillo parlante oggi si è svegliato di malumore. Non ha dormito, di nuovo. Non tanto per i pensieri legati alle vicissitudini lavorative, che, grazie al cielo, sembrano filare lisce, quanto per i consueti schiamazzi notturni e la solita musica assordante di chi non sa davvero cosa significhi regolare un volume a livello umano nelle ore notturne (né tantomeno conosce il significato della parola rispetto). Se poi un motorino s’incastra in una perfida buca (perfida perché ti inganna, si vede solo quando è ormai tardi…), ripartendo a tutto gas, il quadretto è completo. Dicono che ci vuole pazienza e tolleranza, ma il grillo parlante ormai le ha perse entrambe da tempo. Lui lascia pure vivere ma chi lascia vivere lui?

Se, in passato, l’assessore all’urbanistica di Roma, aveva altro a cui pensare (lo stadio della Roma di Tor di Valle, preoccupato dal vincolo culturale di un luogo avvolto da spazzatura e degrado, le torri stile Dubai che non si fanno più, incurante del rischio esondazione dell’area o della mancanza di piano trasporti per arrivarci), oggi i numeri del Covid non preoccupano più, così come non allarma la saturazione degli ospedali, con le loro lunghe code al caldo afoso sotto tettoie improvvisate e il loro scarso personale che fa turni impossibili a ritmi insostenibili.

Il teatro Valle non riapre, i cinema storici di quartiere chiudono (salvo qualche eccezione legata a grandi nomi o padrini illustri) e annaspano fra i topi, il Teatro Eliseo ha chiuso, pur con un ottimo cartellone e un tutto esaurito. Inerzie su inerzie oltre che totale noncuranza e disinteresse. Il cinema Sacher di Nanni Moretti, a Trastevere, sembra una vecchia sala di periferia, l’accesso è decadente e i graffiti sui muri non si contano più; il vecchio cinema Alcazar doveva rinascere dalle ceneri, come una vecchia e stanca fenice, ma ancora nulla. Un tempo questa città era la Hollywood sul Tevere, oggi tutto questo è in lontano e sfuocato ricordo, nonostante qualche sforzo di pochi che cadono nel vuoto cosmico.

E poi le scuole aprono e chiudono quando credono, senza tenere contro delle esigenze dei genitori che lavorano. I riscaldamenti invernali sono un optional, ma per fortuna il clima è sempre mite…Ci pensa il microclima dell’autobus a fare il resto, dove poveri passeggeri aggrappati si passano, stretti come sardine, virus, nervosismi, tic e urti. D’altra parte, gli sbalzi fuori cabina sono la normalità, visti i necessari slalom fra macchine parcheggiate in doppia e terza fila. Se poi scendendo dal tram (perché quello su rotaie resta il più affidabile) non stai particolarmente attento a dove metti i piedi, ecco lì ad attenderti al varco, calma calma, silente, una bella cacca di cane, quella che nessuno raccoglie, tanto chi dice nulla, chi obietta, chi multa. Lo stesso warning che va dato ai bambini al parco, quei parchi immensi pieni di storia non curati e senza fiori, perché anche qui bisogna fare attenzione, la stessa da prestare se si attraversa per arrivare all’oasi di gioco, quando il semaforo rotto non garantisce il passaggio sicuro. D’altra parte, il semaforo a che serve, è ben coperto dai camioncini degli ambulanti che caricano e scaricano liberamente  le merci per le loro bancarelle tutt’altro che abusive. Paccottiglia docet.

Se poi si decide di fare una passeggiata un po’ più lunga, i cassonetti della spazzatura non regolarmente svuotati o, se lo sono stati, i sacchetti lasciati di fianco a cestini poco capienti per quelle borse tristemente abbandonate, occhieggiano qua e là. Non parliamo di cassonetti di raccolta settimanale con sistema porta a porta per zone periferiche della città dove un solo condominio basta per riempirli in una giornata. Labirinti autorizzativi.

E intanto pullman giganteschi pieni di turisti attraversano bellamente le strade del centro storico (non li avevano interdetti?), con i loro tubi di scappamento che non perdonano, con gli autisti innervositi dal traffico romano e dai parcheggi in doppia-tripla fila. Con la loro sfacciatezza di parcheggiare dove credono, incuranti di quanto sta intorno.

Dai vetri delle carrozze della metropolitana non vedi più nulla, i graffiti hanno avuto la meglio. Molti sono orribili. Sono scarabocchi, come quelli informi che da bambini, incapaci ancora di disegnare, facevamo, con un pennarello blu-nero, su pezzi di carta o fogli volanti.

In tutto questo, oggi, a riscaldare il clima, nel vero senso della parola, arrivano gli incendi. Prima la discarica di Malagrotta e un tratto dell’Aurelia in cenere, poi la Pineta Sacchetti, il parco del Pineto e Montespaccato. Palazzi evacuati e metropolitana bloccata, inneschi multipli. Anche il Gianicolo è stato sfiorato. Ma non solo. L’incuria regna sovrana. Il manto erbose delle periferie non può essere tagliato, mancano soldi, personale e soprattutto pianificazione e visione. Tanto vale dargli fuoco. E poi ci sono i noti cinghiali. Il tutto mentre il Covid galoppa nuovamente al superamento dei 38 gradi e la guerra non fa più notizia.

Non è un lamento tanto per fare o per dire, tanto per denunciare o raccontare tutto quello che va male, ma un appello accorato, un allarme per tanta bellezza che non viene compresa, la città e i suoi cittadini chiedono aiuto, ascolto, rispetto, cura e attenzione. Dedizione. Quella dovuta alla Città Eterna, a un patrimonio di tutti unico al mondo. Non c’è più tempo.

E mentre la valle dei templi di Agrigento dimostra che lo splendore del paesaggio e gli interventi giusti esistono, qui si aspetta. Sempre. Un sogno metropolitano che non si realizza. Magari qualcuno un giorno si accorgerà di tanta bellezza. Spero.

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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