Archeologia militare e tesori segreti di Palestina
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Archeologia militare e tesori segreti di Palestina
Il 23 novembre 1947 Eleazar L. Sukenik, docente di archeologia ed epigrafia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, ricevette una telefonata da un amico armeno, mercante di antichità nella città vecchia, che richiedeva un incontro urgente per una faccenda delicata.
In quei giorni la tensione era alta, ebrei e arabi erano sul piede di guerra e aspettavano da un momento all’altro l’annuncio della spartizione del paese da parte dell’O.N.U. per iniziare a combattere.
L’iter per la richiesta del lasciapassare necessario per attraversare lo sbarramento militare da una zona all’altra, avrebbe richiesto alcuni giorni, pertanto l’incontro fu preliminare ed ebbe luogo clandestinamente il 25 novembre, alla Porta di Giaffa.
Qui l’armeno raccontò di aver ricevuto la visita di un mercante arabo di Betlemme che era andato a portargli frammenti scritti di una pergamena di cui voleva stimare il valore, provenienti da un recente ritrovamento fatto nei pressi del Mar Morto.
Aveva portato con sé uno di quei pezzi che riuscì a mostrargli attraverso il muro di filo spinato che divideva in due settori la Città Santa.

Il prof. Eleazar L. Sukenik, nell’osservarli, li trovò del tutto simili alle iscrizioni funerarie ebraiche incise su pietra del I secolo d.C, ma fino a quel giorno non aveva mai visto l’ebraico scritto con inchiostro su pergamena.
Due giorni dopo l’armeno gli ritelefonò per informarlo che aveva ottenuto nuovi frammenti e nuove informazioni sulla loro appartenenza ad un unico grande rotolo.
Il prof. Sukenik, che nel frattempo aveva ottenuto il lasciapassare, si recò il giorno stesso dal suo amico, li analizzò e si dichiarò disposto ad incontrare il più presto possibile il mercante arabo, per acquistare, tramite la sua mediazione, il rotolo completo da cui provenivano quei frammenti.
E così, il giorno dopo, furono ricevuti a Betlemme da un calzolaio appassionato di antiquariato, Halil Iskandar Shahin detto Kando, che gli vendette non uno, ma ben tre rotoli e molti altri frammenti.
Sukenik ripartì per Gerusalemme avvolgendo i tre rotoli e i frammenti in carta di giornale e, appena rientrato, corse a studiarli, rendendosi immediatamente conto che si trattava del sensazionale ritrovamento dei più antichi manoscritti ebraici conosciuti sino ad allora: il Libro degli Inni, una raccolta di salmi biblici riferiti all’Antico Testamento; un primo rotolo del Commentario Biblico di Isaia e La Regola della Guerra.
A differenza degli altri che trattavano argomenti religiosi e incompleti, quest’ultimo rotolo, La Regola della Guerra, gli apparve come un vero e proprio poema letterario che raccontava di una guerra, una grande guerra combattuta tra forze del bene contro forze del male, proprio mentre la radio annunciava l’adozione della risoluzione di spartizione della Palestina per la creazione di uno stato ebraico e, di conseguenza, l’inizio della guerra.
A quel punto le coincidenze che lo avevano condotto alla “scoperta archeologica del secolo” gli dovettero apparire chiare: quello che aveva decifrato, tradotto e letto per primo, era il testo integrale di un rotolo di manoscritti poi conosciuto come il Libro della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre, cioè con il nome con cui lui lo rinominò a partire da quel giorno.
Intuì anche che gli autori avrebbero potuto essere stati gli adepti di una delle sette messianiche più estremiste vissute nella Giudea tra il secondo secolo a.C. e il primo secolo d.C., quella degli Esseni di Qumran, ma quello che non avrebbe potuto certo immaginare era come, proprio in quei luoghi, l’avventura moderna dei manoscritti fosse già cominciata qualche tempo prima, per puro caso.
Le rovine di Qumran giacciono nell’impietosa siccità del Deserto di Giudea, sulla sommità di una falesia di calcare rossastro che sovrasta di 350 metri la costa nord occidentale del Mar Morto e prendono il nome da un torrente stagionale, lo uadi Qumran, che scava un profondo canyon le cui pareti presentano numerose cavità e grotte naturali.
Negli anni ’40, gli unici frequentatori del luogo erano pastori nomadi beduini delle famiglie Ta’amireh, che vi si recavano saltuariamente per brevi periodi primaverili dell’anno, al seguito delle loro greggi, in cerca di pascoli.
La caccia al tesoro di Qumran
Mohamad ed Dhib – Mohamad il Lupo – mentre il resto del suo gregge si trovava nei dintorni di Qumran, era alla ricerca di una capra smarrita sul fianco della falesia. Vide un’alta apertura nella roccia: vi lanciò dentro un sasso e sentì rumore di cocci rotti.
Era l’apertura di una grotta, si inoltrò e dentro vi trovò otto giare chiuse con il coperchio, una delle quali contenente tre rotoli di pergamena coperti di scritture, uno grande e due più piccoli, che poi raccolse e portò all’accampamento.
Nessuno seppe cosa farsene e dopo alcune settimane intervenne uno zio che portò tutto a Betlemme dove un calzolaio arabo appassionato di antiquariato, Halil Iskandar Shahin detto Kando, comprò tutto per cinque dollari.
Nessuno a Betlemme fu in grado di decifrare la scrittura e così Kando, che era un cristiano della Chiesa Siriana, credendo si trattasse di siriaco antico, pensò bene di portare i rotoli al suo parroco che li sottopose all’Arcivescovo Mar Athanasius Yeshua Samuel, del convento di San Marco di Gerusalemme, che li visionò e comprò immediatamente.
Kando aveva contattato altri antiquari della Città Vecchia, incluso l’armeno amico di Sukenik, mentre la grotta di Qumran veniva rivisitata e ispezionata minuziosamente dagli scopritori Ta’amireh, che, pochi giorni dopo gli portarono alcune giare, numerosi frammenti e altri quattro rotoli interi, quelli cioè che furono ceduti, tutti tranne uno, a Sukenik.
Questi primi episodi della caccia al tesoro di Qumran crearono un enorme scalpore e un’enorme attesa nella società israeliana.
Mentre Sukenik procedeva nello studio dei rotoli in suo possesso per giungere all’attesissima prima pubblicazione dei risultati, Mar Samuel, dopo essersi recato con i rotoli ad Antiochia e a Beirut, alla fine del gennaio 1948 si rivolse anche all’Università Ebraica di Gerusalemme e, di fatto, al prof. Sukenik, che venne ufficialmente autorizzato a prenderne in visione soltanto tre per pochissimi giorni.
Fino al 6 febbraio, Sukenik ebbe davanti agli occhi la parte mancante del tesoro di Qumran, ma non gli riuscì né di trattenerla né di acquistarla, perché l’arcivescovo siriaco li affidò interamente, il 18 febbraio, all’American School of Oriental Research di Gerusalemme e alla perizia di due studiosi nordamericani, John C. Trever e William H. Brownlee che furono anche autorizzati a fotografarli per primi e a inviare le foto negli USA.
Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato d’Israele e l’indomani gli eserciti di Egitto Siria, e Giordania, sostenuti da contingenti libanesi e iracheni, partirono all’attacco.
Il 16 Mar Samuel uscì illeso dal bombardamento del Monastero di San Marco, raccolse i rotoli e li porto con sé negli Stati Uniti, dove si rifugiò. La guerra Arabo Israeliana finì con una tregua nel luglio del 1948 e la zona di Qumran, come Gerusalemme Est e la Cisgiordania, venne mantenuta sotto il controllo delle forze giordane.
Alla fine del gennaio 1949 la grotta di Mohamad il Lupo fu individuata dal capitano belga dell’O.N.U. Philippe Lippens insieme ad altri ufficiali della Legione Araba e battezzata “grotta 1 di Qumran”.
Un primo scavo della “grotta 1 di Qumran” venne condotto tra il 15 febbraio e il 5 marzo 1949 da un pool di istituzioni internazionali composto dal Dipartimento delle Antichità di Giordania, L’Ecole Biblique et Archeologique Francaise di Gerusalemme e il Palestine Archeological Museum di Gerusalemme poi coadiuvato dall’American School of Oriental Research.
A partire dagli anni ‘50 iniziarono le pubblicazioni delle traduzioni di Sukenik, divenute dei best sellers, e alla fine del 1951 si svolse la prima campagna di scavi sul sito archeologico di Qumran.
Secondo uno schema tattico che si ripresenterà inalterato per tutti gli anni a seguire, proprio mentre era in corso la prima campagna, furono ancora i Ta’amireh a rifornire il mercato clandestino delle antichità di Gerusalemme con nuovi manoscritti scoperti in alcune grotte del uadi Murabba’at, poco più a sud di Qumran.
Gli archeologi allora si dirigono verso il wadi Murabba’at e subito dopo i Ta’amireh ritornano a Qumran e scoprono vicino alla “grotta 1” un’altra grotta di manoscritti che verrà detta la “grotta 2”.
Gli archeologi vi accorrono a loro volta e dal 10 al 29 marzo 1952, esaminano passo a passo la falesia di Qumran per otto chilometri senza lasciarvi, a loro dire, nessuna apertura inesplorata: più di quaranta vani vengono ispezionati, ma viene scoperta solo una nuova grotta ricca di manoscritti, la “grotta 3” che custodiva anche il preziosissimo Rotolo di Rame.
Il Rotolo di Rame
Il Rotolo di Rame, rinvenuto diviso in due parti arrotolate separatamente e appoggiate l’una sull’altra contro la parete rocciosa della “grotta 3 di Qumran”, è un documento straordinario per molti motivi.
Nella vasta collezione libraria di Qumran è l’unico rotolo non scritto, ma inciso su rame e proprio per questo, quando fu scoperto, il 20 marzo 1952, dopo quasi duemila anni di età, la corrosione era talmente avanzata da renderlo completamente mineralizzato e illeggibile.
Tali condizioni consentirono solo esami superficiali e per tre anni rimase chiuso, in tutti i sensi, nel vasto repertorio di ritrovamenti conservati nel Palestine Archaelogical Museum, conosciuto come Museo Rockefeller, in via Solimano, di fronte ai Bastioni della porta di Erode, nel settore est della Città Vecchia di Gerusalemme, in attesa che venisse trovato il modo per poterlo srotolare senza arrecare ulteriori danni.
Lungo e complesso fu pertanto il lavoro di recupero, che venne svolto in due fasi, a partire dal 1955, prima in Inghilterra, poi in Francia.
Presso il College of Technology di Manchester i due volumi vennero tagliati in lamelle, ottenendo 23 strisce incurvate corrispondenti alle dodici colonne del testo e numerose schegge: ciò permise di capire che il rotolo era composto da tre fogli di rame fissati l’uno all’altro ed era lungo 228 cm, alto 30 e spesso meno di un millimetro.
Poi venne pulito e ricomposto giustapponendo i pezzi e le schegge, mediante l’applicazione di strisce di rinforzo.
Alla fine di questa prima fase venne analizzato, studiato, fotografato ed esposto in pezzi distaccati in una apposita bacheca del Museo Archeologico Nazionale di Giordania, divenendo il principale punto di attrazione di Amman fino al novembre del 1993, quando fu di nuovo necessario intervenire per garantirne lo stato di conservazione.
Sotto gli sguardi di migliaia di visitatori, le colle e le resine applicate a Manchester si erano deteriorate e nei laboratori parigini Velectra della Compagnie Electricitè de France, vennero ripulite con un bagno alcolico e bloccato l’avanzamento della corrosione con applicazioni di resine protettive e reversibili.
Il rotolo venne infine rifotografato, digitalizzato, radiografato, riprodotto su rame in copia conforme mediante galvanoplastica e salvato dal tempo. L’unico studioso che ebbe modo di seguire il lavoro iniziale svolto a Manchester e di ricopiare direttamente il testo mano a mano che veniva ripulito, fu J. M. Allegro, ma lo studio e la pubblicazione ufficiale, che avvenne sei anni dopo nel 1962, fu affidata a J. T. Milik.
Le due versioni coincisero tra loro e coincisero anche con quella espressa di getto dal prof. Karl Georg Kuhn, studioso tedesco di teologia e lingue antiche, che in precedenza fu tra i primi a decifrare quanto era riuscito a leggere solo sugli strati esterni: si trattava di una lista di nascondigli segreti di tesori sepolti in Palestina.
I nascondigli erano 64, sparsi per tutta la Giudea: nell’area del Mar Morto, intorno a Qumran, Masada, Gerico, nonché a sud e a est di Gerusalemme, nella valle del Cedron e in Samaria.
Forniva indicazioni e direzioni geografiche molto precise da seguire per ritrovare luoghi quali tombe, sorgenti, cisterne, grotte, cascate, che custodivano grandi tesori: essenze e pietre preziose riposte in vasi pregiati, vesti sacerdotali, oggetti di culto, offerte votive, argento e oro per migliaia e migliaia di talenti; solo i metalli preziosi, se sommati, sarebbero arrivati a pesare 65 tonnellate di argento e 26 tonnellate d’oro:
- A Horebbeh, nella valle di Acor, sotto i gradini che vanno verso oriente, a quaranta cubiti: cofano d’argento, il cui peso totale è di diciassette talenti.
- Nel monumento funebre di Ben-Rabbah da Shalisha: cento lingotti d’oro.
- Nella grande cisterna del recinto del piccolo peristilio, turata da una pietra bucata, in un angolo del fondo di fronte all’apertura superiore: novecento talenti.
- Nella grotta, casa del vecchio maestro, nel terzo ridotto: sessantacinque lingotti d’oro.
- Nel recinto del… sotto l’angolo meridionale a nove cubiti vasi d’argento e d’oro, sono i vasi di offerte di prelevamento, tazze, coppe, patere, ampolle: totale seicentonove.
- Tra le due tamerici della valle di Acon, nel mezzo, scava tre cubiti: qui ci sono due marmitte piene d’argento.
- Nella fessura di Secaca, a oriente della vasca di Salomone: vasi delle offerte di prelevamento.
- Lì vicinissimo da sopra del canale di Salomone in direzione del grande masso di pietra, a sessanta cubiti scava tre cubiti: ventitré talenti d’argento.
Nessuno sa chi sia stato a incidere il Rotolo di Rame, l’autore è rimasto e rimarrà anonimo.
E forse lo stile dato a questo libro, cioè quello di un elenco, non poteva nemmeno consentire di esprimere velleità letterarie da parte di un vero e proprio autore, quanto semmai le abilità tecniche e artigianali di uno scriba o di un amanuense.
Oltretutto dalla lettura emersero anche le difficoltà che incontrò nell’incidere con un bulino i caratteri aramaici di una scrittura incerta, poco uniforme, che presentava numerosi errori e correzioni, ma è interessante notare come la sua personalità sia emersa, comunque e inaspettatamente, solo in un preciso punto:
- Nell’acquedotto che fiancheggia la strada a oriente di Bet Hatsor, a oriente di Hazor: vasi di offerte di prelevamento e libri. Non appropriartene!
Per poi continuare ancora la stesura del lungo elenco, così via, fino quasi alla fine:
- Alla cascata presso Kefar Nebo, a oriente, circa, dal suo sbocco; scava sette cubiti: nove talenti.
- Nella caverna che si trova a settentrione dell’ingresso della gola di Bet Tamar, nel terreno pietroso di Garpela: tutto ciò che vi si trova è cosa consacrata.
- Nella vasca della valle di Giobbe, sul lato occidentale, si trova una pietra fermata da due grappe; essa è all’ingresso: trecento talenti d’oro e venti vasi incatramati.
- Sul monte Gazirim, sotto i gradini della caverna superiore: un cofano con tutto il suo contenuto e sessanta talenti d’argento.
- All’orifizio della fontana di Bet-Sham: vasi d’argento e vasi d’oro, sono i vasi delle offerte di prelevamento: il totale dell’argento è di seicento talenti.
È sorprendente che l’autore sia giunto a porre il proprio unico intervento, sotto forma di quel monito diretto – Non appropriartene! – proprio nell’unico luogo dove il tesoro non è più solo costituito da vasi preziosi, scrigni, argento e oro, ma anche da libri.
E lo è ancor di più come l’autore abbia posto alla fine, come ultimo tesoro, un altro libro ancora: cioè una copia di questo stesso rotolo. Le ultime righe del testo menzionavano infatti un nascondiglio che proteggeva una copia di questa lista, arricchita da maggiori particolari:
- Nella caverna della roccia levigata a settentrione di Kholit, aperta verso settentrione al cui ingresso vi sono delle tombe: una copia di questo scritto con la spiegazione, le misure e un inventario completo oggetto per oggetto.
Di questa copia non venne mai data la notizia del suo ritrovamento, nè conferme sulla veridicità dei nascondigli o notizie su eventuali ricerche svolte in loco.
Emile Puech fu il terzo qumranista a studiare il Rotolo di Rame non appena terminò la seconda fase di restauro: il suo lavoro accertò l’appartenenza del rotolo alla Comunità Essena di Qumran e ridusse da 64 a 60 il numero complessivo di nascondigli, accorpandone alcuni tra loro che giudicò concomitanti, ma non eliminò l’ultimo di questi, il più importante, quello cioè che rivelava dove era riposta la copia gemella del Rotolo di Rame.
Nessuno ha mai messo in dubbio l’attendibilità delle traduzioni e la veridicità del documento e si è disquisito sul fatto che un testo cosi asciutto, benché ricco di nuovi vocaboli, non potesse in alcun modo presentare trabocchetti, giochi di parole o stratagemmi atti a fuorviare deliberatamente il lettore.
I dubbi sorsero sul significato di questo scritto e sulla chiave di lettura da adottare per la comprensione di un impianto così articolato e suddiviso in due parti.
Il Rotolo di Rame mantiene uno schema fisso di elencazione che fornisce scarse informazioni relative alla provenienza e alla giustificazione dei tesori: la sua copia era una copia complementare che includeva anche i dettagli mancanti sulla ‘spiegazione’, sulle ‘misure’ dei tesori inventariati ‘oggetto per oggetto’?
Il Rotolo di Rame, la più straordinaria mappa di tesori mai trovata, era da considerarsi come un “negativo” o un “calco” dell’altro suo rotolo gemello?
E chissà poi se ‘nella caverna della roccia levigata a settentrione di Kholit, aperta verso settentrione al cui ingresso vi sono delle tombe’ l’ultimo tesoro elencato nella copia sarebbe coinciso con il Rotolo di Rame della “grotta 3 di Qumran” ?!
Se così fosse, si tratterebbe di uno straordinario virtuosismo da parte di un grande autore che, in tal modo, sarebbe riuscito per primo a donarci una figura linguistica, quella del chiasmo, applicandola in maniera magistrale all’intera struttura letteraria della sua opera di antico scrittore, custode dei grandi tesori segreti di Palestina.
In luglio-settembre 1952 le famiglie beduine Ta’amireh offrono papiri nabatei e frammenti di pergamene bibliche dei Profeti Minori scritte in aramaico e greco; poi scoprono a Khirbet Mird, ammassati in una camera sotterranea di un monastero che gli scritti bizantini che chiamano Kastellion o Marda, manoscritti redatti in greco, in cristo-palestinese (dialetto aramaico di epoca bizantina) e in arabo; poi scoprono una nuova grotta; la “grotta 4” e la storia del ritrovamento è favolosa tanto quella della “grotta 1”.
Un vecchio nonno della tribù raccontò un suo ricordo di gioventù: andando a caccia nella regione di Qumran, disse che era sulle tracce di una pernice ferita, che si sottrasse alla sua vista e alla sua presa cadendo in una cavità. Egli allora si infilò nell’anfratto dove riuscì a catturarla e dove notò che erano deposti una lampada ad olio di terracotta e dei cocci di vasellame. I giovani beduini si diressero immediatamente verso il luogo indicato, lo trovarono, scavarono e videro affiorare migliaia di reperti.
Gli archeologi tentarono di localizzare la caverna e di carpirne l’ubicazione, padre Roland de Vaux, direttore dell’Ecole Biblique Francaise di Gerusalemme, riuscì ad avvertire la polizia di Gerico, che intervenne sul posto e subito dopo, accompagnato dal suo collaboratore Jozef Milik, si recò in loco, penetrò nella grotta attraverso un cunicolo e rinvenne, sotto uno strato di polvere e fango secco, un manoscritto che riconobbe immediatamente essere il Libro di Enoc.
La disputa infinita tra guardie e ladri si protrae così, colpo su colpo, fino alla grotta 11 e oltre la metà degli anni ’50 (estate del 1956) quando la grande quantità di documenti estratti dai beduini venne acquistata dal Palestine Archaeological Museum di Gerusalemme, dal Governo Giordano, dalla Biblioteca Vaticana, dalle università Mc Gill di Montreal Canada, di Manchester Gran Bretagna, di Heidelberg Germania; dal Mc Cormick Theological Seminary di Chicago USA, e si venne quindi a creare una equipe internazionale di studiosi che incluse anche il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, la Catholic University di Washington e il Jesus College di Oxford.
Senza mezzi termini, la scoperta dei Rotoli del Mar Morto divenne la scoperta del secolo, di importanza e interesse mondiale.
Il 1 giugno del 1954 apparve questo annuncio sul Wall Street Journal di New York:
” Quattro rotoli del Mar Morto
Manoscritti biblici risalenti perlomeno all’anno 200 d.C, sono in vendita.
Potrebbe essere un ideale dono privato o collettivo per un’istituzione culturale o religiosa.”
L’unico che rispose attraverso un intermediario, per non lasciare apparire il filo diretto con Israele, fu anche il solo acquirente e l’unica persona al mondo in grado di sapere con certezza che si trattava di un patrimonio di inestimabile valore che comprendeva il Commentario di Abacuc, La Regola della Comunità, un libro apocrifo della Genesi e il Manoscritto di Isaia, il più antico esemplare integrale della Bibbia mai conosciuto.
Si trattava di Ygael Yadin, archeologo direttore dell’Istituto di Archeologia dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Israeliano, il quale, secondo una consuetudine non rara e ammessa in Israele, aveva cambiato il proprio cognome di origine famigliare – Sukenik – con un cognome ebraico -Yadin -: Ygael (Sukenik) Yadin figlio primogenito del prof. Elehazar Sukenik, deceduto appena un anno prima.
Quattro anni dopo Ygael Yadin ricomparve sulla scena e, dopo aver comperato da un anonimo nordamericano un frammento di Qumran appartenente al rotolo biblico dei Salmi, venne a conoscenza dell’esistenza di un ultimo rotolo nelle mani di un privato arabo.
Gliene era stato recapitato un frammento e sapeva che era disponibile sul mercato clandestino; le trattative per l’acquisto, condotte da intermediari, non sortirono però alcun esito.
Nel giugno 1967, alla conclusione della Guerra dei Sei Giorni, Israele ebbe la meglio sulle forze giordane, facendole arretrare ad est oltre il Giordano e stabilì il proprio controllo sia su Gerusalemme Est che sulla WestBank. In tal modo ottenne, come il più ricco dei bottini archeologici di guerra, il Palestine Archaelogical Museum di Gerusalemme e il controllo diretto dei siti del Mar Morto.
In concomitanza con questi eventi, Ygael Yadin ottenne dal governo israeliano un incarico speciale per ricercare il mercante arabo che aveva fornito all’americano anonimo il frammento. Il tenente colonnello dei servizi segreti israeliani, Shelomoh Goren, rabbino capo dell’esercito, venne messo a disposizione di Yadin ed ebbe inizio una missione segreta.
Una task force, appena giunta a Betlemme l’8 giugno con le avanguardie dell’esercito, rintraccia il ricettatore arabo, lo contatta e lo induce a consegnare alle Autorità Militari Israeliane il contenuto di una scatola da scarpe e di una confezione di sigari.
Per la legislazione giordana come per quella israeliana tutto il materiale archeologico è proprietà dello Stato e nessun privato può accampare su di esso diritti di proprietà.
Forti di questa norma, gli agenti israeliani, portarono a termine la missione recandosi a colpo sicuro e irrompendo in casa di Halil Iskandar Shalim, detto Kando.
Il 22 ottobre 1967, nel corso di un convegno internazionale che vedeva riuniti a Gerusalemme un gran numero di studiosi provenienti da ogni parte del mondo, l’archeologo Ygael Yadin annunciò ufficialmente la scoperta di un nuovo rotolo proveniente da Qumran: la scatola di scarpe conteneva il Rotolo del Tempio, la confezione di sigari dei frammenti strappati.
La provenienza precisa, cioè la grotta, non venne rivelata; fu invece reso pubblico e svelato tutto l’intreccio di circostanze segrete che portarono all’esito finale, creando un ennesimo clamore mediatico, che sancì la fine della caccia al tesoro di Qumran. Era l’ultimo rotolo, quello che mancava dal conto totale, e dove poteva mai essere trovato?
Al momento dell’irruzione degli ufficiali israeliani, Kando ricevette un documento legale che gli consentì di definire la conclusiva vendita allo stato di Israele nel luglio del 1969 per 250.000 shekels.
Dalle lettere di Tell el-Amarna scoperte da contadini nel 1887, all’iscrizione di Shilo scoperta da fanciulli nel 1880, dalla Stele di Mesha scoperta da beduini nel 1868, fino alla scoperta nel 1929 dell’antica Ugarit e nel 1945 dei codici di Nag Hammadi ad opera di agricoltori, pare un destino che le più sorprendenti scoperte archeologiche mediorientali siano state fatte fuori dalla cerchia di ricercatori e studiosi competenti.
Per tanti motivi di carattere storico, etnico, politico, religioso ed economico – ma fino ad ora mai di carattere militare – sono tutte avvenute nell’ambito del traffico internazionale del mercato nero delle antichità, tramite governi e istituzioni internazionali.
Con la scoperta del secolo avvenuta a Qumran e con l’acquisizione pressocchè completa dei Rotoli del Mar Morto, la fonte della conoscenza biblica iniziò da allora ad essere schierata sul fronte delle guerre israeliane, ispirando strategie di conduzione militare e rinvigorendo una vecchia branca internazionale – l’archeologia di guerra – con l’innesco di un corposo ramo regionale mediorientale in continuo sviluppo: l’archeologia militare israelopalestinese.
Sui medesimi argomenti leggi anche:
– Franco Ferioli, Il segreto degli Esseni: spiritualità, profezia e “socialismo” della comunità che si ritirò ad Qumran, Periscopio 17 luglio 2026
– Franco Ferioli, Palestina Israele: vecchie narrazioni e nuove storie, Periscopio 20 luglio 2026
In copertina e nel testo: foto a cura dell’autore -Deserto di Giudea- ENK©2010
Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore



















Grazie a Franco Ferioli, davvero una storia affascinante, un “giallo storico” che non conoscevo.