Vite di carta /
“Tre ciotole”, l’ultimo romanzo di Michela Murgia
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Vite di carta. Tre ciotole, l’ultimo romanzo di Michela Murgia
Beato gruppo di lettura che me l’ha messo tra le mani, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi. Sono passati tre anni dalla scomparsa di Michela Murgia ed è un tempo giusto per riprendere a leggerla, lontano dal chiasso emotivo sollevato da lei che finisce di vivere.
Mi è sembrata una immersione nella vita la lettura dei dodici racconti che Murgia ha scritto al tempo del Covid, un romanzo corale in cui ci sono personaggi che escono da un racconto e riappaiono in uno successivo formando ramificazioni narrative.
Uscito nella primavera del 2023, il libro ci immerge negli spazi di Roma nei primi anni venti di questo millennio. I protagonisti sono colti nel grembo di una loro giornata particolare, sovversiva: sullo sfondo restano i modi di vita che hanno costruito, mentre un elemento inatteso, perturbatore, sfalda in loro ogni sicurezza.
Il tempo diventa una categoria fondamentale nei racconti perché mette a fuoco un segmento di vita brevissimo per ogni protagonista, ma è il momento che destabilizza, il delta (Δ) dell’esistenza, e pertanto struttura la narrazione tra il dire cosa c’era prima nella vita di ognuno e cosa interviene dopo.
Ho preso carta e matita per tabularli tutti e dodici: come indicatori ho messo il titolo e il relativo protagonista con due parole sulla sua vicenda e il tipo di narratore: 36 caselle che ho riempito per mettere a fuoco una narrazione così esperta delle cose della vita da non lasciarsi facilmente imbrigliare.
Non mi potevo abbandonare, leggere e basta. Avvertivo le connessioni tra le storie, le dovevo rendere visibili con i tratti di matita, volevo cerchiare i personaggi che ricompaiono, come accade del dottore che nel primo racconto, Espressione intraducibile, deve dire alla paziente che ha un brutto male e in Volto non riconosciuto, il sesto, è tra le mura di casa a collezionare dei pretoriani in miniatura facendone dei feticci.
Attratta dai personaggi come se fossero persone, né più e né meno della donna che in Cartone animato compera il cartonato di Park Jimin e lo tratta come un interlocutore delle sue giornate, pur avendo un marito e un figlio.
Narratore interno ed esterno si alternano, ma nel libro prevale la voce narrante che dice io e che ci immette nel suo mondo senza protagonismo, si direbbe per la sola esigenza di condividere quel suo pezzo di vita che è contenuto nelle pagine.
A questo punto la tabella che ho riempito salta, mi è servita per darmi una configurazione del narrato ma ora sono oltre. Sento le voci di chi dai testi mi ha parlato e mi pare che pulsi la vita in questi uomini e donne posti di fronte a un amore che finisce, a una malattia grave, a un lutto, fosse anche quello di un animale come accade nel bellissimo Fossa comune.
Persone come siamo tutti che per non andare in pezzi davanti al dolore creano piccole abitudini da rispettare ogni giorno, come nutrirsi del cibo contenuto in Tre ciotole. Cercano di darsi consistenza e capacità di controllo, quel tanto che basta a tentare di risarcirsi per ciò che è stato loro tolto.
Soli davanti alla Túχη, mi piace chiamare la sorte col nome che le davano i Greci. Superati i concetti di responsabilità, colpa, errori di scelta.
Messa da parte anche l’idea di vecchiaia in senso biologico, i personaggi del libro sono tutti a buon punto del guado. Arrivati in una fase della vita in cui le scelte che hanno fatto li determinano e in varia misura li opprimono. Alle prese con la difficoltà di comunicare, in bilico tra il detto e il non detto anche nel rapporto con chi vive loro accanto.
Ho detto personaggi, mi sono dovuta correggere, ora aggiungo surrogati di personaggi, come gli abiti che indossano o le sagome di cartone oppure le statuine, che ora parlano tutti insieme e io mi sento sempre più della partita.
Mi attirano i vestiti. La protagonista del racconto iniziale, quella che apprende dal medico di avere un carcinoma e lo chiama col nome coreano am, si è vestita per l’occasione con un cappotto dal taglio particolare. Il suo armadio è “un deposito di armi” con cui affronta l’agone quotidiano delle relazioni sociali. I vestiti per lei sono come maschere, forme da assumere come impalcature che finiscono per dare sostanza.
Nel racconto finale, Cambio di stagione, “i vestiti appesi agli alberi si muovevano al vento come spiriti inquieti” , con volute più o meno accentuate a seconda del tessuto lieve, come le sete, oppure pesante come il velluto o la lana cotta. Tutti insieme sembravano “un bosco di spettri, infestato dai resti di tutte le donne che la defunta aveva provato a essere prima di andarsene“.
La defunta viene ricordata così dalla sorella che ha organizzato un pranzo per gli amici che la frequentavano, una quarantina di intervenuti, e ha donato a ciascuno un abito. Un modo di essere di lei, ognuno una muta “del serpente che era stata sua sorella, velenosa e calda, piena di spire”.
Nota bibliografica:
- Michela Murgia, Tre ciotole, Mondadori, 2023
Cover:Foto di Alina Lelikova da Pixabay
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