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Dalla sologamia al poliamore all’anarchia relazionale o viceversa

Dalla sologamia al poliamore all’anarchia relazionale o viceversa

Nel dizionario Treccani viene inserito nel 2025 il sostantivo femminile “sologamia”,  un neologismo che è la traduzione italiana della parola inglese sologamy, termine che sembra risalire al 1993 e che significa letteralmentesposarsi con se stessi”.

Molto diffuso in Giappone, dove ci sono anche “agenzie matrimoniali” specializzate, e ovviamente negli Stati Uniti, ciò che appare uno scherzo nella sua semantica surreale ha invece un grande riscontro mediatico anche nei nostri giornali e specialmente sui social. Frequentissimi infatti sul web i consigli di psicologi che raccomandano amore e fedeltà eterna alla propria persona e post di persone che esaltano la bellezza dello stare da soli, senza legami significativi se non con se stessi.

In Italia la recente diffusione del fenomeno è legato soprattutto alla performancie di Elena Ketra (pseudenonimo di Elena Pizzato) che nel 2024 pubblica il libro “Sologamia, L’arte di sposare se stessa” edizioni Exibart, che riporta nel quarto di copertina  anche la formula che suggella l’unione: «Prometto che mi amerò e mi prenderò cura di me, che non permetterò a nessuno di fermarmi o farmi del male, che mi batterò sempre per difendere le mie idee e la mia libertà, che mi basterò e che non mi lascerò mai solə».

Appare molto significativa la declinazione al femminile di questo simbolico matrimonio, forse sottintendendo che gli appartenenti al genere maschile l’hanno sempre tacitamente praticato e non hanno bisogno di formalizzarlo. Indubbiamente, anche alla luce della permanenza di un numero più o meno stabile di femminicidi, l’accento, nella promessa nuziale, di una strategia difensiva rispetto al male che ti può fare “l’altro”, appare una chiara decisione di mettere dei solidi confini personali nelle relazioni.

La sologamia, configurandosi come matrimonio, come si evince dalla derivazione dalla parola greca γαμία, derivato di γαμέω ‘sposare’, è monogamica, ma non esclude a priori altre relazioni, da concordare ovviamente al proprio interno.  

Il neologismo non prende in considerazione l’Eros platonico, descritto, specialmente nel Simposio, come un poveraccio, essendo  figlio di Poros (bisogno, stratagemma) e Penia (povertà). Non è un dio, ma una forza vitale e filosofica che desidera incessantemente ciò che gli manca, in particolare la bellezza e la sapienza.

La  forza e imprevedibilità dell’ “Amore” viene invece ripresa e moltiplicata nel poliamore, struttura relazionale, di cui si è già scritto qui, che prevede la possibilità di intrattenere una molteplicità di relazioni, purchè consensuali.

Chiamato anche non monogamia etica è molto seguito dai giovani (non si sa quanto praticato nei fatti), essendo un modello relazionale che, nella sua razionalità, salva la forza dirompente e vitale di Eros, evitandone le sue caratteristiche distruttive. L’eticità del poliamore consiste nell’evitare il tradimento del partner, includendolo, almeno formalmente, nella nuova rete di relazioni che si va costruendo e dandogli a sua volta la possibilità di fare altrettanto.

Si configura in vari modelli: nella maggior parte dei casi è gerarchico, cioè con un rapporto principale ed altri secondari, spesso riservando la sfera sessuale esclusivamente al partner principale. In altre parole anche nel poliamore , mentre c’è la disponibilità a condividere con altri l’affettività del partner, permane una forte reticenza a dividere con altri l’intimità sessuale.

Questo avviene per il principio di assoluta reciprocità che caratterizza il poliamore, per cui ogni componente può, almeno in teoria, adottare gli stessi comportamenti degli altri. Dichiarare di avere altre relazioni evita la non eticità dell’inganno, del sotterfugio, della menzogna, ma non esenta il partner dalla sofferenza della fine della esclusività amorosa.

La difficoltà è maggiore quando un partner passa dalla monogamia al poliamore, presumibilmente perchè si innamora di un’altra persona e non vuole rinunciare a quella precedente. Il fatto di dichiararlo sinceramente e sdoganarlo come poliamore evita la meschinità dell’ipocrisia, ma non la sofferenza di chi si trova ad affrontare una nuova configurazione del rapporto e il senso di abbandono che ne consegue.

In altre parole, se il criterio che guida l’etica relazionale è quello di non offendere la dignità dell’altro e salvaguardare il  benessere del rapporto non sempre tutto può e deve essere detto: la sincerità assoluta fa parte della sfera personale della coppia, che ne contratta l’importanza e la necessità.

La riuscita del poliamore è più frequente quando i componenti condividono i valori di una comunità, di un gruppo politico, di una famiglia allargata. Il background culturale comune e le esperienze condivise facilitano l’adesione ad un modello relazionale diverso, basato sulla pluralità, la reciprocità e l’apertura, pur nell’estrema razionalizzazione di diritti e doveri reciproci.

L’anarchia relazionale, ormai nipote dell’ingenua e fallimentare coppia aperta degli anni 70, chiude il cerchio e supera con un balzo la monogamia e il poliamore; i suoi concetti portanti sono stati messi nero su bianco dall’attivista queer svedese Andie Nordgren nel 2006.

Riassunta brevemente l’anarchia relazionale non basa le relazioni sul “diritto”, ma sul rispetto dell’indipendenza e autodeterminazione degli altri, oltre che, ovviamente, di se stessi. Non implica necessariamente avere più partner, ma il rifiuto di ingabbiare la relazione in una definizione che inevitabilmente esercita un potere sugli altri e su di sè.

Le relazioni amicali hanno la stessa importanza di quelle amorose e familiari, senza un bisogno specifico di regole. Le leggi vigenti spingono al contrario a scegliere un solo partner, stabilendo una gerarchia nei rapporti che invece sono sempre caratterizzati da un’unicità che non permette di classificare, separare o confrontare persone  e relazioni.

A tal proposito riporto le parole di Michela Murgia:

«Una società moderna, dinamica e plurale dovrebbe strutturare i suoi rapporti di affidabilità a prescindere dai legami di sangue e considerarsi tanto più evoluta quanto più l’affidabilità si estende a chi è estraneo al gruppo familiare. Le società familiste, fatte di tribù e di clan applicano invece il concetto di bene e di male solo all’interno delle loro strutture di parentela riconosciute, dove il “noi” della consanguineità è contrapposto a un “loro” senza legami biologici, e definisce la categoria dell’estraneo come qualcuno a cui si può invece fare qualunque cosa.» (Dare la vita, ed. Rizzoli, 2024).

Il numero di coloro che adottano i principi dell’anarchia relazionale è incalcolabile, sfuggente per natura alle ricorrenti rilevazioni ISTAT su matrimoni, separazioni, divorzi e natalità. A fronte di una società consumista che continua a investire sui prodotti per la festa della mamma e del papà, di un’istituzione scolastica che continua a propinare ai bambini la leggenda della famiglia del “Mulino bianco”, ignorando e imbarazzando i bambini provenienti da famiglie monogenitoriali e famiglie Arcobaleno, l’anarchia relazionale, il poliamore e la sologamia sembrano di fatto invisibili a livello politico e sociale.

Chi per vari motivi è a contatto con i giovani, la cosiddetta generazione Z, sa che è invece un tema seguitissimo dalle nuove generazioni e intercettato dall’Accademia a livello sociologico, filosofico, psicologico, oltre che, come si è visto, filologico.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/stocksnap-894430/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2608145″>StockSnap</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2608145″>Pixabay</a>

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Eleonora Graziani

Laureata in pedagogia e filosofia, PHD in feminist studies presso l’Università di Coimbra. Ha insegnato in Italia e all’estero, in carcere e agli adulti stranieri lingua e cultura italiana. Filosofa femminista ha al suo attivo diverse pubblicazioni sulla mistica femminile.

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