Vite di carta /
“I convitati di pietra”
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Vite di carta. I convitati di pietra
Mi ha divertito leggere il Premio Strega 2026, stando proprio dentro al libro. Non prima o attorno al libro, secondo le ottime considerazioni già espresse da Francesco D’Angiò su questo giornale l’11 luglio scorso a proposito della querelle tra Michele Mari e Teresa Ciabatti e sulla discussa possibilità che l’autore venisse escluso dal premio (Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo).
Cito da D’Angiò: “Un premio letterario dovrebbe giudicare la qualità di un’opera: la scrittura, la costruzione narrativa, la lingua, la capacità di interpretare il proprio tempo o di sottrarsi ad esso“. Prescindendo dalle incrostazioni che le si formano attorno, dai pregiudizi più o meno pertinenti che possono soffocarla, quando non siano addirittura fuorvianti e si incarichino di darle “una certificazione etica”.
Evitando di fare confusione tra l’autore con la sua persona da una parte e dall’altra il narratore, che è già cosa letteraria, fonte del racconto in ogni sua parola, insomma una figura “di carta” (per citare il titolo di questa rubrica).
Mi sostiene il giudizio espresso da Angela, amica da sempre e grande lettrice. La storia è originale e la scrittura affascina senza cedimenti per la qualità di cui sono fatte le costruzioni sintattiche e le scelte di lessico. Per il taglio dato alla narrazione, in cui il discorso indiretto è sovrano e si incarica di portare allo scoperto gli angoli più riposti delle menti e delle vite umane.
Il taglio è obliquo. Nessuno dei protagonisti prende mai veramente la parola.

Ma inquadriamo la storia: i trenta alunni della III A del milanese Liceo Berchet, classe 1955, dopo l’esame di maturità stringono un patto destinato a legarli, e a segnarli, per tutta la vita.
Decidono di ritrovarsi ogni anno a cena nella stessa data di luglio per portare avanti una riffa speciale: i versamenti annuali di tutto il gruppo andranno a formare un premio finale in denaro. A vincere, laggiù nel punto lontanissimo del fine vita, saranno i tre sopravvissuti del gruppo.
La scrittura barocca di Mari impatta la storia narrata con un effetto comico, a tratti surreale, che si mantiene fino all’ultima riga e fino all’ultima parola.
L’ultima parola è “Gene”, abbreviativo del famoso attore hollywoodiano Eugene Allen Hackman, che per il più longevo protagonista del libro rappresenta un mito assoluto di bravura ed è l’oggetto di una sua monumentale monografia: molti anni di lavoro e circa 2500 pagine tra parti scritte e materiale iconografico.
Un narratore entomologo racconta cena per cena, anno per anno, le vite di tutti. Traccia trenta percorsi di vita sulla pagina, zoomando ora sull’uno ora sull’altro con il focus puntato sui diversi stili di pensiero, sulle manie e sulle fisse di ognuno. Nobili e meno nobili.
Una fatica narrativa di non poco conto, se si pensa che le dinamiche interne al gruppo si modificano nel tempo. Viene la fase della vita in cui gli ex alunni da genitori diventano nonni, da attivi diventano pensionati. Subentrano quadri clinici via via più delicati, e i decessi si fanno regolari.
L’insistenza classificatoria con cui il narratore specifica le cause e le circostanze di ogni decesso ha qualcosa di incongruo. Di ogni funerale, ad esempio, sappiamo le circostanze più esornative, l’indirizzo esatto della chiesa, i santi a cui è dedicata. La lingua si gonfia in un lessico di importanza e sortisce un effetto espressionistico nel dare spazio a ciò che è periferico, al dettaglio, all’accessorio.
Le cene annuali intanto scandiscono la linea del tempo: ogni 22 luglio vengono registrate le presenze e le assenze più o meno giustificate: il numero dei vivi si assottiglia fino alla cena finale dell’anno 2051 (!) Specularmente aumenta il numero dei convitati di pietra del titolo.
Ad assottigliare la schiera sono state molte diverse morti: per cause naturali e anche no, dopo vite segnate dai casi avversi e da altri più fortunati. In un rapporto col denaro, in una sete di afferrare il premio finale che presenta tutte le gradazioni della umana avidità.
Per fortuna, mi fa notare Angela, tra gli ultimi alunni sopravvissuti c’è tanta solidarietà. Restano in tre e vanno a vivere insieme. Poi restano in due e si spostano in un’altra casa dove continuano a sostenersi a vicenda.
Prevale il bene dopo tutto il cinismo con cui il narratore ci ha costruito il ritratto delle trenta vite? Ebbene sì, al netto del senso di fragilità e di stanchezza che devono provare dei novantenni. Al netto anche del distacco dagli appetiti che subentra a novant’anni, variamente mescolato con le quote di saggezza acquisita.
Il finale siamo d’accordo che sia originale, ne è rimasta divertita anche Angela. Mi racconta che durante la premiazione Michele Mari si è mantenuto sempre serio, nessun sorriso nemmeno quando ha avuto sul palco la sua famiglia. Il lettore invece sorride.
Sorride eccome quando realizza che la riffa ha come vincitore il più incongruo e imprevisto tra gli aspiranti. Vince infatti non un uomo ma una Fondazione, la Fondazione rappresenta un morto e non un vivo, un americano a cui non è mancata la ricchezza, uno fatto di celluloide più che di carne.
Eppure ha incarnato la passione per il cinema, per il fumetto, per l’arte. Come principio di bene, può essere che basti.
Nota bibliografica:
- Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, 2025
- Francesco D’Angiò, Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo, in Periscopio online, 11 luglio 2026
Cover: foto creata da AI su Pixabay
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