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Presto di mattina /
Il portatore d’acqua

Presto di mattina. Il portatore d’acqua

Con l’edizione del Quaderno n. 58 del Cedoc SFR dal titolo Il portatore d’acqua, si realizza un desiderio, quasi una promessa fatta a me stesso molto tempo fa, quella di far conoscere in parrocchia il libro di Evgenia Markowa, Le porteur d’eau, tradotto dal polacco da Bouzinac-Cambon, (Le Roseau d’or), Librairie Plon, Paris 1931 ed ora in italiano da Gabriella Lega Baldini Petrucci. Presi i contatti con la casa editrice Plon abbiamo avuto il permesso di poterlo tradurre e farlo conoscere in parrocchia.

Leggere questa storia è stato per me come entrare in un quadro di Marc Chagall e dimorare in esso respirando il soffio della grazia, sollievo in un mondo soffocato da disgrazie, toccando la consistenza e fedeltà dell’amore esiliato e nascosto nei luoghi del disamore umano.

Questo racconto, come i quadri di Chagall, narra di personaggi piccoli e grandi, dove i piccoli vengono innalzati e i grandi abbassati a misura del loro amore; sullo sfondo una ricca trama di sentimenti e affezioni cangianti: inquietudini e speranze, fortune e gioie perdute e ritrovate.

Una storia che apre un mondo

La storia è ambientata in luoghi segnati da profonde differenze sociali, fra poveri villaggi e, sullo sfondo, un altro mondo, i giardini e il palazzo del conte. Il testo è tessuto di immagini e colori, di paesaggi cupi o rasserenanti, gelidi o in fiore, percorso da una poetica mischiata al fiabesco e di sogni intrecciati di preghiere.

Il racconto ha lo stesso slancio di un balzo in aria, di un sorvolo sul mondo e le sue vicende, proprio come nei personaggi di Chagall: una storia che racconta di gioie e di dolore, di angosce e speranze, ed ha i tratti e le caratteristiche che Chagall riteneva fondamentali in un quadro per essere chiamato tale: «Un quadro deve fiorire come qualcosa di vivo. Deve afferrare qualcosa di inafferrabile: il fascino e il profondo significato di quello che ci sta a cuore» (Sogno di una notte di Natale, a cura di C. Gatti, Interlinea, Novara 2018, 4a di copertina).

Appresi del libro leggendo il Diario di Romano Guardini (Appunti e testi dal 1942 al 1964, Morcelliana, Brescia 1983) che si mostrava profondamente affascinato da questo racconto tanto da riprenderne la lettura molte volte.

Così egli scrive il 10 luglio 1953: «Mi è capitato in mano di nuovo Le Porteur d’eau di Eugenia Markowa. È apparso nel 1931 nella collana Le roseau d’or, edita da Jacques Maritain. L’Autrice dev’essere una polacca. Speriamo che negli anni oscuri non le sia successo niente. Mi ha inviato il libro, che mi ha affascinato. Quante volte l’ho letto! Viene dalla corrente del Chassidismo e quando lo leggo comprendo Marc Chagall. Ho la sensazione che lo dovrò tradurre» (Diario, 79).

Per Guardini il libro della Markowa non era solo un testo letterario ma vi leggeva l’espressione della mistica chassidica, un romanzo ambientato nei luoghi della cultura ebraica dell’Europa orientale, in uno shtetl, villaggio ebraico, prima della Shoah, espressione di quella spiritualità che vedeva la grazia all’opera nascosta tra le pieghe della vita quotidiana e la santità come esercizio di ospitalità, nascosta negli umili e in quelli da nulla, disprezzati agli occhi degli altri. Tra loro l’eletto; in questi piccoli, infatti, è il mistero che si rivela come veggenza, guarigione, consolazione, gioia.

L’autrice della storia Eugenia Markowa (1985-1973) superò gli anni oscuri ricordati da Guardini; fu una memorialista e scrittrice polacco-ebraica legata all’ambiente artistico della Parigi tra le due guerre.

Nel 1919 sposò lo scultore e pittore Marek Szwarc e si trasferì con lui a Parigi, entrando nell’ambiente della bohème di Montparnasse e nel circolo degli artisti ebrei dell’Ecole de Paris.

Herchélé, con l’acqua un portatore della gioia

Il libro racconta la storia di Herchelé Ber, un povero e semplice portatore d’acqua ebreo che viene, suo malgrado, trasformato in una figura di taumaturgo o santo dalla gente.

Egli è consapevole della sua nullità e cercherà sempre di sottrarsi sia a coloro che lo consideravano uno zaddik, un giusto, sia a quelli che lo ritenevano un impostore. Egli proverà sempre a nascondersi dalla gente, ma gli avvenimenti che gli accadono lo spingeranno sempre fuori dai suoi nascondigli, mettendolo di nuovo in gioco come veggente nel prevedere situazioni, ritrovare cose smarrite, guarire e consolare le sofferenze delle persone, pacificare i litigi e sanare le violenze.

Da portatore d’acqua diviene così suo malgrado portatore della grazia, scintilla luminosa di redenzione nell’oscurità che lo circonda. E così sempre più si abbandonerà al mistero di una Presenza ineffabile, segreta che tutto lo abbraccia.

Figura tragica e graziosa insieme, fragile e resistente, Herchelé vive una profonda sintonia con la creazione che geme nelle doglie di un parto, ma sempre rigogliosa nei suoi germogli, così immerso nella natura da essa viene trasfigurato e diviene testimone sempre più consapevole, per sé e per gli altri, della diafania, il mistero di Dio nelle tenebre del mondo.

Il racconto non va dunque letto come una storia folkloristica, ma come una parabola spirituale della trascendenza che si fa strada nell’immanenza di un mondo in cerca di salvazione. Un mistero di amore che si manifesta e agisce nelle vicende umane attraverso la purezza del cuore e la fiducia dei semplici, dei poveri, degli esclusi.

 Un piccolo cervo, forte come un orso

L’uso del doppio nome del protagonista, Herchelé Ber, non era usanza comune nelle comunità ebraiche dell’Est Europa e ne rivela la natura e la vocazione. Herch-elé (diminutivo yiddish di Hersch) significa “piccolo cervo” che unito a Ber in tedesco “orso” dice, ad un tempo, l’aspetto spirituale, la tensione verso l’alto e la fisicità e la resistenza necessaria per sopravvivere alla povertà e al lavoro pesante: una duplice polarità che integra differenti caratteristiche in un’unica personalità.

Il nome è una chiave di lettura: dice che il protagonista è un uomo che ha la grazia nel cuore, fragile e spirituale, agile in umanità proprio come il cervo. Ma ha pure la robustezza di un orso che rappresenta la forza, la resistenza, la protezione.

L’uomo, la sua umanità e il mondo in cui vive nella visione antropologica di Guardini si formano, si comprendono a partire da differenti polarità, da elementi diversi ma non escludenti: non l’uno senza l’altro, caratteri opposti che si richiamano e si completano a vicenda.

Tra due mondi

Una profonda comunione unisce Herchelé a tutte le cose, e nel nascondimento egli diviene capace di unire i mondi spirituali:

«Herchelé era andato a nascondersi nella foresta. Dormì a lungo sdraiato sull’erba profumata riscaldando attraverso i suoi stracci la schiena al sole. Al buon sole generoso. Poi errò nella macchia. Abbassandosi, raccoglieva con le sue grosse dita, simili a zampe, con infinita delicatezza i mirtilli e gli altri frutti del bosco. Accovacciato, spiava i segreti delle piante. Gli sembrava di essere piccolo e di potersi nascondere sotto l’ombrello verde delle felci. Le erbe erano bagnate di rugiada. Mentre curiosava raso terra, gli giunse il delizioso respiro degli alberi» (I testi tra « » parte della storia).

Si legge ancora nel testo: «Gli occhi chiusi, ascoltava il canto del primo uccello. Il trillo sottile vibrava, come un filo teso sfiorato dal dito. Si allontanava da Herchelé e si avvicinava. Anche lui diventò questo canto. Era lui ad essere seduto su un ramo tremolante e che scaldava le sue piccole ali al sole spiegandole e scuotendo la rugiada. Era lui il cui piccolo cuore affondava nel mistero della notte e allo stesso tempo nel rosa dell’aurora».

Il Messia viandante nel mondo

Herchelé Ber come ogni zaddik/giusto sa di essere piccolo e inadeguato, sa che non può nulla da sé stesso; egli tutto attende dalla grazia dell’Altro che accoglie nel suo piccolo cuore. Egli affonda nel mistero della notte e al tempo stesso viene rialzato e guidato verso la luce da una presenza latente e scintillante ad un tempo, quella del Messia che nella mistica del Chassidimo vaga per il mondo, intento a raccogliere le scintille di luce nascoste in esso per far progredire il bene a fianco dei giusti e così affrettare il giorno della salvezza.

Nel racconto il Messia è raffigurato con le sembianze di un Adolescente: «appariva all’improvviso, si ergeva nello spazio, poi spariva senza rumore… era vestito di lana bianca. A ognuno dei suoi movimenti, delle grandi pagliuzze d’oro scintillavano sul suo vestito attillato e danzavano volteggiando nell’aria come pezzetti di sole».

Di questo Herchelé aveva piena consapevolezza: «Era lui che l’Adolescente aveva condotto attraverso sentieri tortuosi fino all’albero indicato… In verità, Herchelé non saprebbe niente da solo. Piccolo uccello non sa niente. È l’Adolescente che gli ha detto tutto, mostrato tutto».

Nell’ospitalità al povero si rivela l’ospitalità di Dio

Il Giusto trae la sua forza di giustizia dai dolori, dalle sofferenze e dalle angosce della vita di questa terra, dicevano i Maestri, e ricordavano che ci sono dieci giusti sulla terra in ogni generazione, ed hanno tre caratteristiche: l’amore della Parola di Dio, l’amore della sua volontà e l’amore per tutte le creature.

Una volta incontrò un vagabondo che si rivelò essere portatore della divina Presenza e del suo dono: «Uno di questi vagabondi portato a casa da Herchelé si lamentava molto del suo sfinimento dovuto a lunghi percorsi, delle pietre che gli ferivano i piedi nudi, della fame ostinata che lo inseguiva ad ogni crocicchio; si lamentò così tanto che Herchelé lo riempì di regali. Quando fu scomparso dietro la porta, Braïné, la moglie, scorse accanto al piatto di Reb Herchelé un grosso anello con un sigillo magnifico. Si lanciò fuori, corse dietro al vagabondo nella strada buia, ma non ne trovò traccia».

Così anche Herchelé, facendosi ospitale e condividendo una umanità senza difesa, segnata dal dolore, provata dalla miseria si ritroverà ad ospitare la stessa Shekhinah in esilio tra gli uomini e ad essere dimora della Dimora, questo il significato del nome con cui si indica la presenza nascosta di Dio nel mondo, spogliata della sua gloria, sofferente e povera.

Una donna coperta di stracci: la Shekhinah in esilio tra gli uomini

Nel racconto è raffigurata come una donna coperta di stracci, che però gli sorride liberandolo da tutto ciò che lo rendeva ancora inautentico e facendogli provare una felicità smisurata: «In questi momenti di rapimento la sua felicità era infinita. Immobile e senza desideri si immergeva nella luce. La serenità appianava tutte le sofferenze che ad ogni passo egli incontrava».

La Shekhinah dimora anche nei giorni più bui, nei tempi più cupi e tragici: «Il giorno era gelido e senza sole. Herchelé era ormai abbastanza lontano dalla sua casa quando davanti a lui apparve una donna coperta di stracci. Non l’aveva vista subito. Forse veniva dalla foresta lungo la quale camminava. La donna si fermò e sembrò aspettarlo. Più egli si avvicinava, più la donna, coi suoi stracci, gli appariva miserabile. La donna rimaneva silenziosa, come una muta. Grosse lacrime scendevano dai suoi occhi, una ad una. Herchelé si girò, non vide nessuno. Si accovacciò e cominciò a togliersi le scarpe. La donna aspettava. Quando alzò la testa, la vide seduta nell’aria come in una poltrona.

Lei stessa tese a Herchelé i piedi nudi, arrossati e feriti dal freddo. L’alluce si muoveva, impaziente. Con delicatezza Herchelé le mise i piedi nei suoi grandi stivali che, tra le sue mani, diventavano leggeri come velluto. Si tolse la sciarpa di lana e coprì come poté le braccia mezze nude della donna.

Solo allora udì il suo sorriso. Non aveva mai visto niente di simile. Quel sorriso lo riscaldava e lo attraversava, lo staccava da tutto ciò che non era lui. Herchelé avrebbe desiderato esprimere la sua felicità senza limiti. Voleva togliersi la levita (la casacca) donare tutto. Ma ecco che la donna si allontanò leggera, come se scivolasse, girata verso di lui. Herchelé cadde sulla terra coperta di ghiaccio e ne baciò le dure asperità».

Nelle tue mani m’affido

Il racconto rivela tutte le dinamiche di confine tra fede e incredulità, velamento e svelamento delle realtà più profonde. Herchelé è messo continuamente alla prova con la richiesta di nuovi segni e prodigi per provare se egli sia veramente un inviato di Dio e, senza che se ne accorga con la sua semplicità umile, supera tutte le prove cui è sottoposto, confermando che il giusto, pur nelle trame e insidie degli uomini, resta affidato alle mani di Dio. Alla fine morente con voce che si spegneva, scandì le sillabe: «Sei tu che vieni, Adolescente?… Tu vieni a me. E io mi affido alle tue mani…».

Il testo è scaricabile nel sito della parrocchia di SFR (Santa Francesca Romana) di Ferrara:
http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad58.pdf

Il testo cartaceo è acquistabile o pressoL’Eliotecnica”, via Saraceno, 110-120, Ferrara.

Cover: Foto di Julia Schwab da Pixabay

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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