Domani si va in campagna
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Domani si va in campagna
di Francesca Bubba
La frase che da bambina temevo più di ogni castigo era «Domani si va in campagna». Mio padre la pronunciava la sera con insindacabile naturalezza che non ammetteva repliche, perché non era una proposta ma un bollettino. Ricordo che la mattina mi svegliavo prima di tutti, con l’angoscia nel petto perché odiavo profondamente quelle giornate, quella vita.
Partivamo che il cielo aveva ancora addosso la notte, e si partiva tutti, perché nella mia famiglia i bambini in campagna non si portavano per fargli prendere aria, si portavano perché due mani in più erano due mani in più. Perché mio padre voleva insegnarci a occuparci della terra perché convinto che quella sapienza fosse un’eredità preziosa e che un giorno ci sarebbe tornata utile.
E anche perché voleva che noi figli ci appassionassimo a quel mondo, e gli strumenti che aveva lo inducevano a pensare che certe cose man mano che le fai poi finiscono per piacerti. Con me non funzionò. Anzi, sortì l’effetto opposto.
Raccoglievo le olive finché le braccia diventavano di qualcun altro, toglievo pietre dai solchi, reggevo sacchi, passavo attrezzi, facevo la spola con l’acqua, lavavo i pomodori, piantavo le patate, infilavo per giorni interi la carne del maiale nel suo stesso intestino per fare i salumi. Oggi il maiale non lo mangio e non ne sopporto nemmeno l’odore.
Mia nonna mi diceva: canta mentre lavori che il tempo ti vola. Io cantavo ma il tempo era inchiodato, non passava mai. Intanto, mentre odiavo e odiavo quelle giornate, qualcosa la imparavo. Imparavo i trucchi della semina, i tempi del raccolto, la forma e l’odore che deve avere la verdura vera, ma più di tutto imparavo la contabilità spietata delle annate.
Per la famiglia di mio padre, contadina da generazioni, persone per cui la terra non è mai stata una metafora, la campagna non era un luogo dell’anima, era un’economia. Tra quei filari nessuno ha mai parlato di riconnessione con la natura. La natura era un datore di lavoro lunatico, che non pagava mai in tempo e certe
volte non pagava affatto.
Altro che madre natura. L’ho già scritto che la odiavo, lo so, ma ci torno perché quel sentimento è stato importante e, stranamente, fruttifero.
Più della sveglia al buio, odiavo la terra sotto le unghie che non andava via nemmeno con lo spazzolino, odiavo l’odore del verderame, odiavo la schiena che a otto anni non dovrebbe ancora sapere di esistere. Odiavo mentire alle mie amiche, il lunedì mattina, e raccontare che avevo trascorso la domenica al centro commerciale o l’estate in vacanza fuori, perché mi vergognavo della terra.
E mi ero fatta una promessa, avevo giurato a me stessa che avrei fatto di tutto affinché le mie unghie sarebbero rimaste pulite per sempre. Sono cresciuta e la promessa l’ho mantenuta, grazie ai miei genitori, che in
quegli anni invece mi sembravano volermi incatenare alla terra. Grazie a loro sono diventata quello che nella mia famiglia si indicava come il traguardo massimo: una che lavora al coperto, con le mani sulle tastiere, al caldo d’inverno e al fresco d’estate, con la pioggia solo dietro i vetri e le stagioni ridotte a guardaroba.
La campagna la guardavo con colpa, perché mio padre continua a lavorare la terra a cui ha dedicato tutta la sua vita pensando di lasciarla a noi, e nessuno di noi figli vive in Calabria e può curarsene.
Nel frattempo, però, è successo qualcosa che mio padre, in qualche modo, aveva previsto: la natura è tornata, e lo ha fatto nel linguaggio approssimativo di oggi, passando attraverso i trend. I feed si sono riempiti di ritorni alla natura, con orti dorati, galline con il nome, cesti di vimini, tutorial di semina eseguiti con la manicure intatta. Il trend mette in scena la fatica della mia famiglia trasformata in estetica, macchiettizzando la necessità, oggi riconfezionata come lifestyle.
E io, dall’altro lato dello schermo, ho guardato da subito tutto questo con rabbia viscerale. Mi sembrava l’ennesimo scippo ai danni dei poveri: ci avevano tolto anche la fatica, per rivendercela come esperienza. La campagna della mia infanzia era necessità con addosso un paesaggio, mentre quella dei feed è un paesaggio con addosso una scelta.
Poi, però, ho cercato di andare a fondo a questo sentimento e, forse, pure a fondo a questa tendenza, invece che liquidarla come l’ennesimo scempio. Mi sono chiesta, come faccio per ogni cosa, cosa di buono si può recuperare da tutto questo.
Cos’ha di buono la frase “domani si va in campagna” e cos’ha di buono questo feed?
La risposta ha a che fare con la natura e l’intreccio alla cultura della prevaricazione che affligge il tempo che abitiamo.
La terra è l’ultimo interlocutore rimasto che non si può convincere: non risponde ai solleciti, non teme le recensioni negative, le shitstorm, le minacce, i rimborsi, non ha un servizio clienti.
Se piove per un mese, si aspetta. Se non piove per mesi, si aspetta ancora. E aspettando si impara la differenza tra ciò che dipende da noi e ciò su cui non abbiamo margine di azione. Ci si allena, con la terra, a disabituarci a prevaricare.
Viviamo dentro un tempo che ci ha promesso il controllo di tutto, riceviamo il pacco domani entro le tredici, pretendiamo la risposta whatsapp della nostra amica immediatamente, altrimenti quell’amica non ci vuole abbastanza bene e allora “sai che c’è? Stattene da sola, io penso a me”, pretendiamo il corpo ottimizzato, persino il meteo ridotto a notifica.
Guardiamo con orrore e totale impreparazione l’imprevisto, ma ancor più l’imprevedibile.
Viviamo dentro un tempo disgraziato che tratta l’attesa come un disservizio e il limite come un affronto.
Ma un’umanità che non incontra mai un no strutturale, un no che non si può scavalcare, minacciare, comprare, recensire, diventa un’umanità che i no non li rispetta più, nemmeno quando provengono dalle persone.
Perché la prevaricazione è una lingua, e la si impara esercitandosi su qualunque corpo: sui fiumi raddrizzati e poi sulle schiene, sui terreni spremuti e poi sui lavoratori, sulle stagioni forzate e poi sulle donne, sui figli, su chiunque abbia la colpa di non essere arrendevole quanto vorremmo.
La terra, invece, allena all’opposto. Forse se oggi ci misurassimo ogni giorno con qualcosa che non si piega impareremmo, piano piano, a non piegare. Se accettassimo il no del cielo ci scopriremmo più capaci di accettare il no di una persona. Chi ha visto marcire un raccolto fatto a regola d’arte sa che fare tutto giusto non dà diritto a niente: e questa, che sembra una cattiva notizia, è l’inizio dell’umiltà, che è la manutenzione ordinaria dei rapporti umani.
Non è un caso, credo, che la campagna sia l’unico posto dove la parola resa significa due cose insieme: quello che il campo decide di darti e quello che tu impari a fare.
Sulla scia di questa sorta di illuminazione, ho riletto mio padre.
Da bambina credevo che mi stesse rubando le domeniche e l’infanzia. Oggi credo che stesse provando, con i mezzi che aveva, quindi senza le parole, perché a mio padre le parole non le ha date nessuno, gli hanno dato le braccia, a consegnarmi davvero un’eredità preziosa, solo che forse non era la sapienza sul raccolto, era una postura.
Forse la mia tendenza di cercare il buono in ogni anfratto non è slegato da quelle domeniche in cui, dato che il tempo doveva passare, sceglievo di cantare solo le mie canzoni preferite, le più belle che conoscevo. E così un po’ di buono c’era.
Non guardo più con odio chi torna alla natura con il cesto di vimini e la luce giusta. Lo so che problematizzare un’estetica è facile, ben più difficile è accorgersi di quello che, sotto l’estetica, ci sta chiamando tutti. Perché forse a quella terra stiamo tornando per una ragione che faremmo bene a mettere a fuoco: per i fallimenti, e non per i raccolti riusciti.
Per la resa.
Vorrei che i miei figli imparassero che esiste qualcosa che non si comanda, e che si può amarla lo stesso. Anzi, che si può amare soltanto ciò che non si comanda. Vale per la terra ma vale, soprattutto, per le persone.
Un mese fa, durante la settimana di ferie che abbiamo trascorso dai miei genitori, in Calabria, il mio compagno è andato nei campi con mio padre ogni giorno e mi sono riscoperta contenta di questo. Contenta di come sapevano coinvolgere il mio primogenito, senza l’obbligo che ha caratterizzato la mia infanzia, perché mio padre ha saputo mettersi in discussione e in ascolto, e ha imparato che si può disimparare un linguaggio.
La genitorialità è, più di tutto, una faccenda di restituzione, alla fine. E, quando non lascia scie di distruzione, è quasi sempre un fatto commovente.
Fuori, mentre chiudo questa newsletter, il cielo non promette niente, e va bene così.
Domani si va in campagna.
Cover: Foto di Yves Bernardi da Pixabay















Resa come arrendersi. Necessario. Grazie.