L’anno fatto solo d’estate
L’anno fatto solo d’estate
Da anni, ogni volta che scorrevo Facebook, avevo la stessa impressione: quelle faccine allineate nelle bacheche, quei sorrisi immobili, quei compleanni ripetuti come un rito automatico… tutto mi sembrava un cimitero ante mortem. Un luogo dove le persone erano ancora vive, certo, ma già fissate in una posa definitiva, come fotografie su una lapide. Oggi, con l’avvento dell’AI, quelle stesse faccine non solo restano ibernate ma vengono addirittura “rianimate”. Le loro parole, i loro gesti digitali, le loro tracce vengono raccolte, cucite, fatte parlare di nuovo. La prima Enciclica di Leone XIV sulla Intelligenza Artificiale ha fatto da catalizzatore per queste mie “inquietudini” e ha contribuito alla crescita del seguente testo.
C’è una notte che rappresenta una sorta di mito fondativo per la letteratura mondiale: la notte dell’estate del 1816, la year without a summer (l’anno senza estate), conosciuto anche come l’anno della povertà e Eighteen hundred and froze to death (1800 e si moriva di freddo). Fu l’anno durante il quale gravi anomalie al clima estivo distrussero i raccolti nell’Europa settentrionale, negli stati statunitensi del nord-est e nel Canada orientale. Lo storico John D. Post lo ha battezzato “l’ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale“
Il cielo era così scuro che sembrava non voler più tornare azzurro.
A Villa Diodati, sul lago di Ginevra, un gruppo di giovani — Byron, Polidori, Percy Shelley, Mary Godwin — si rifugiava nella letteratura come se potesse essere un fuoco per riscaldarsi e acceso contro la tempesta.Parlavano di galvanismo, di scosse elettriche che facevano fremere arti morti, di scienza che sfidava Dio. Mary ascoltava. Mary assorbiva e il suo inconscio elaborava.Una notte, sognò. Vide un laboratorio, un tavolo, un corpo composto di pezzi morti. Vide un giovane scienziato che tentava di creare una creatura e alla fine vide quella creatura aprire gli occhi.
Frankenstein di Mary Shelley nacque così per una gara tra quei giovani nella quale avrebbe vinto chi fosse stato capace di scrivere il più credibile e raccapricciante racconto dell’orrore. Mary vinse con un sogno che non era un sogno, ma un vero e proprio ammonimento: un presagio.
Due secoli dopo, il laboratorio non è più una soffitta piena di strumenti. È la nostra vita digitale. Ogni giorno depositiamo frammenti: una foto, una frase, un commento, un ricordo, un’emozione. Non ce ne accorgiamo, ma stiamo lasciando pezzi di noi che potrebbero essere usati, ricuciti, assemblati per… chi e per cosa?
Così, quando torno a quella mia vecchia impressione — Facebook come un cimitero ante mortem — capisco che non era solo una metafora. Era una diagnosi. Quelle faccine, quei profili, quelle bacheche erano già allora corpi senza tempo. Non vivevano, non morivano. Restavano. E noi, senza saperlo, stavamo preparando l’improbabile materiale per un nuovo, probabilissimo, Frankenstein.
L’ Artificial Intelligence, AI (l’intelligenza artificiale), come il galvanismo ottocentesco, ha iniziato a far tremare ciò che credevamo immobile: non più arti ricuciti, ma testi, pezzi di “conoscenze”, scampoli di emozioni, sentimenti, pensieri. Non più cadaveri, quindi, ma identità frammentate.
Un chatbot prende i nostri post, le nostre mail, le nostre foto, le nostre conversazioni, e li assembla. Li cuce come Victor cuciva membra. Li anima come Victor animava il suo mostro. Nasce così una creatura nuova: un accrocco di parole, un corpo fatto di frasi, un essere che non ha mai vissuto, ma che parla come se avesse memoria. Un avatar? Una Fake news un deep fake? Un ologramma?
È un Frankenstein testuale. Un Frankenstein che non cammina, ma scrive. Che non respira, ma risponde. Che non ha un cuore, ma… batte.
La cosa più sorprendente è che oggi non cerchiamo più di animare pezzi di carne. Cerchiamo di dare un corpo all’anima, meglio: un protagonista a una anima artificiale. Dovevamo intuirlo dal principio che una intelligenza artificiale montata con miliardi e miliardi di pezzi di conoscenza non avrebbe potuto che generare un’anima artificiale. È questo quello che più spaventa della AI.
È un’anima fatta di ciò che è stato scritto, condiviso, dimenticato. Un’anima dispersa nei server, nei backup, nei cloud. L’AI tenta di incarnarla: le dà una voce, un ritmo, un volto sintetico. La prolunga oltre la nostra presenza. La fa parlare quando noi non parliamo più. È una forma di sopravvivenza senza corpo. Una resurrezione senza religione. Una memoria che non ha bisogno di ricordare. E noi, come Victor, restiamo a guardare, incerti se essere fieri o spaventati.
Victor Frankenstein non teme la sua creatura perché è mostruosa: la teme perché è autonoma, perché non gli appartiene più.
Così anche noi rischiamo di non riconoscere ciò che abbiamo generato. Perché ciò che l’AI rianima non siamo noi. È la nostra ombra. La nostra scia… terrestre. Il nostro sedimento.
Come Mary Shelley, anche noi siamo chiamati a guardare questa creatura negli occhi. A chiederci che cosa significhi davvero “essere vivi”, “esseri umani” e fino a che punto la vita possa essere simulata. A domandarci, paradossalmente e al contrario di quanto fatto da Mary Shelley, se un collage di conoscenza, se pezzetti di anime possano diventare un corpo e se, dunque, un ‘corpo 10, 12’ di parole o di immagini fantasma possa ospitare un’anima.
E poi, un giorno, a conclusione di questo viaggi tra le mie inquietudini arriva la notizia.
La famiglia di Ozzy Osbourne annuncia la creazione di una versione olografica del cantante, morto da qualche anno. Un Ozzy che continuerà a cantare, a muoversi, a fare tournée. Un Ozzy che continuerà a guadagnare.
Un Ozzy che non è Ozzy.
È un Frankenstein perfetto: non un corpo ricucito, ma un corpo proiettato. Non un’anima incarnata, ma un’anima simulata. Non un ritorno alla vita, ma una vita che non se ne va.
Immagino la scena: un’arena piena, luci che si accendono, il pubblico che urla. E poi lui, l’ologramma, che appare. La voce è sua, il gesto è suo, la presenza è sua. Ma il corpo no.
E allora mi sembra di capire che il nostro tempo – un tempo senza estate o se preferite: l’ anno fatto solo d’estate – ha superato Victor Frankenstein. Non abbiamo più bisogno di cucire pezzi di cadavere, quanti ce ne sarebbe a disposizione: in Palestina, in Israele, nel Libano, in Iran, in Russia e in Ucraina… Ci siamo capiti.
In questo tempo di droni e data center a noi basta proiettare ciò che resta. La creatura non è più un mostro. È uno spettacolo. È un business. Un ’eredità che non verrà mai meno.
E noi, seduti in platea, applaudiamo. Applaudiamo la nostra stessa paura di scomparire. Applaudiamo la nostra nostalgia di eternità. Applaudiamo il nostro nuovo ’Frankenstein’, che non ha più bisogno di carne per vivere e come l’ologramma della principessa Leila di Star Wars continua a chiedere ostinatamente: “Aiutami Obi Uan Kenobi. Sei la mia unica speranza!”.
Cover: Foto di Nana Mariana da Pixabay
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Interessante molto
Distopico o realistico il magnifico racconto di Beppe Ferrara? Là seconda che ho scritto, almeno mi pare. Resta la domanda? Con quali attrezzi e sentimenti personali possiamo dialogare e combattere con l’anima digitale? E siamo ancora in tempo per non perdere la partita?
Lucido e inquietante. Il passaggio da Frankenstein all’intelligenza artificiale funziona molto bene. Oggi la creatura non nasce più da pezzi di cadavere, ma dai frammenti digitali che lasciamo ovunque. Il vero mostro, forse, non è l’AI in sé, ma l’ombra di noi stessi che stiamo consegnando ai server, ai social, agli algoritmi.