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Sopra Una cosa spirituale di Vasco Brondi

Sopra Una cosa spirituale di Vasco Brondi

Atlante visionario o labirinto di rimandi? Una lettura critica e narrativa

C’è un entusiasmo diffuso, quasi unanime, sull’ultimo libro di Vasco Brondi Una cosa spirituale (Einaudi, Vele 269, 2026). Il “viaggio tra terreno e ultraterreno” del noto cantautore e scrittore italiano ha ricevuto nelle prime settimane dalla sua uscita un’accoglienza più che lusinghiera.

La critica ha riconosciuto a Vasco Brondi una qualità rara: la capacità di trasformare la propria inquietudine in un dispositivo narrativo, di far dialogare mondi lontanissimi – spiritualità orientale, cultura pop, misticismo, cinema, poesia – in un’unica, grande costellazione.

Eppure, proprio questa costellazione (principalmente di citazioni) potrebbe creare qualche difficoltà a tante lettrici e lettori, rivelandosi… troppo luminosa, quasi accecante e confondente.

Le recensioni più autorevoli convergono su alcuni punti chiave.

C’è chi parla di un libro “compatto ma densissimo”, costruito come una rete di rimandi che attraversa Lorca, Lynch, Kerouac, Gandhi, Nick Cave, Fellini, Simone Weil, il Dalai Lama ( https://www.illibraio.it/news/saggistica/una-cosa-spirituale-vasco-brondi-1494748/).

Rolling Stone Italia sottolinea la natura “mosaicale” del testo: un viaggio che unisce sufi, monaci tibetani, CCCP, cartomanti, Byung-Chul Han, Marina Abramović (https://www.rollingstone.it/musica/interviste-musica/vasco-brondi-la-lotta-di-classe-si-e-trasformata-in-lotta-interiore/1026512/)

La Nuova Ferrara (https://www.lanuovaferrara.it/tempo-libero/2026/04/18/news/ferrara-vasco-brondi-racconta-il-suo-nuovo-libro-una-cosa-spirituale-1.100858480) ha insistito sulla verticalità del percorso: un tentativo di attraversare il visibile per arrivare all’essenziale.

In sintesi, la critica ha accolto il libro come un’opera visionaria, generosa, traboccante, un testo che tenta di dire l’indicibile attraverso una pluralità di voci.

Ma proprio questa pluralità è anche il suo punto più fragile.

Una cosa spirituale è un libro che non procede per sottrazione, ma per accumulo. Brondi convoca maestri, filosofi, santi, performer, poeti, registi, mistici, amici, viaggiatori, cartomanti, musicisti. Ogni pagina è un crocevia. Ogni frase è un rimando.

Il risultato è un testo che sembra voler dire: la spiritualità è ovunque, basta saperla riconoscere.

Eppure, in questa proliferazione di voci, si insinua un rischio: la spiritualità evocata non sempre si fa esperienza, ma resta spesso concetto, citazione, eco.

È qui che la seguente riflessione di una figura poliedrica come il poeta, saggista e calligrafo francese di origine asiatica François Cheng (Cinque meditazioni sulla bellezza, Boringhieri, 2007) diventa una immagine precisa e quasi profetica: possiamo descrivere e parlare di una “rosa” all’infinito senza riuscire a farne sentire il profumo.

Come più volte mette in guardia il Prof. Cheng nel suo testo, bisognerebbe riconoscere l’impossibilità di arrivare alla bellezza della rosa (alla cosa) attraverso la somma delle sue definizioni, come se la rosa – e il suo profumo – potesse essere colta enumerando tutte le rose della storia.

E…dove si nasconde il profumo di Brondi? Come sentirlo senza inciampare nella sua impresa bulimica?

Una delle questioni più affascinanti – e più insidiose – del libro è proprio questa: la voce di Brondi è continuamente fagocitata da altre e tantissime voci.

È un autore che parla con gli altri, attraverso gli altri, accanto agli altri.

Per rintracciare un suo pensiero autentico, possiamo, è vero, ascoltare la sua musica, le sue canzoni ma nel libro sono veramente pochi quei momenti in cui la maschera delle citazioni cade; davvero pochi sono quei momenti in cui si racconta un viaggio o si descrive un incontro reale; e timidi e brevi sono questi pochi momenti in cui si parla della paura, della fragilità, della necessità di “stare al mondo” nonostante tutto.

Ed è lì che possiamo “citare” Brondi senza inciampare nella citazione della citazione. È lì che la sua voce non è un’eco, ma un respiro. Il resto del libro è un coro, a tratti affascinante, ma il più delle volte stordente.

Quando Brondi parla in prima persona, senza appoggiarsi a nessuno, allora sì: si sente finalmente il profumo della rosa, non solo la sua accorta genealogia.

La densità delle citazioni – spesso bellissime, pertinenti, luminose – finisce talvolta per creare un effetto di saturazione. Si ha l’impressione che il libro voglia continuamente spiegare una  ”certa idea” di spiritualità (la creatività?).

È per così dire una spiritualità “per accumulo” di conoscenze ed esperienze, non per epifania. Una spiritualità che si costruisce come un archivio, non come un gesto: ed è proprio nell’accumulo, individuato proprio dall’autore come un male dei nostri tempi, in cui Brondi incorre:  «Piano piano ho cominciato a capire che la ricerca non doveva essere quella dell’espansione… orizzontale…” tesa ad “… aumentare sempre di più i numeri… ».
È proprio così: l’espansione orizzontale, pagina dopo pagina delle citazioni finisce per compromettere l’ espansione verticale del libro.

E tuttavia, sarebbe ingeneroso non riconoscere a Brondi il coraggio del tentativo.

Parlare di spiritualità in un tempo ipermaterialista – un tempo in cui il linguaggio stesso è diventato strumento di calcolo, di utilità, di giustificazione e di…accumulo – è un gesto quasi impossibile, soprattutto quando il gesto spirituale per eccellenza – come l’autore sa bene – è il …silenzio.

Usare le parole, tante parole, per dire …una cosa spiritualeciò che per sua natura sfugge alla parola- è un rischio enorme.

Brondi lo corre. A volte inciampa, a volte si perde, a volte si affida troppo ai maestri che ama, ma il suo tentativo resta sincero: provare a spostare il discorso da un “pensiero calcolante” (e, dunque, da un linguaggio strumentale) a un “pensiero contemplativo” (e, dunque, al silenzio o al famoso gesto di Gutei!).

In un’epoca che celebra l’efficienza, Brondi prova – forse ingenuamente, forse generosamente – a celebrare l’abbandono (anche di sé).

E questo, seppur confuso tra tante citazioni e tantissime parole, è un… gesto che merita attenzione e rispetto: la vera COSA spirituale.

Il profumo della rosa.

In copertina: Vasco Brondi al Trento Festival – foto  ufficio stampa provincia di Trento

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Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara – Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all’Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara, dove collabora a CDS Cultura . Autore di cinque raccolte poetiche; è presente in diverse antologie. In rete è possibile trovare e leggere alcune sue poesie e commenti su altri poeti e autori. Tiene un blog “Il Post delle fragole”: https://thestrawberrypost.blogspot.com/

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