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Oggi la cultura ha assunto dimensioni geometriche e coordinate spaziali. Si è fatta da verticale sempre più orizzontale e i suoi fili si intersecano come nella tela di un ragno. La tela è la Rete, quella digitale, che cattura i nostri occhi e le nostre menti, nutrendo i neuroni dei nostri cervelli di virtualità, di mondi frammentati, di rimandi e distrazioni, di salti da palo in frasca.
Per qualcuno internet ci rende stupidi, perché produce una profonda mutazione del modo di funzionare del nostro cervello: dalla assimilazione alla dispersione. La frammentarietà della rete predilige la semplificazione, la superficialità del messaggio, la disabitudine alla fatica della lettura profonda, il rifuggire dalla complessità.
L’era delle TIC ha prodotto la orizzontalizzazione della conoscenza: è sufficiente cercare in rete, non occorre né risalire alle fonti né scendere in profondità. Il movimento verticale della cultura con il quale noi vecchie generazioni siamo stati formati è soppiantato dalla orizzontalità di Wikipedia e Wikiquote, di Google libri, di Europeana, di Archive e tanti altri replicanti del patrimonio di saperi accumulato dall’umanità.
La metamorfosi democratica della cultura prodotta dalla sua digitalizzazione, insieme alle luci, rivela però anche le ombre.
Non è colpa della tela di ragno che ci attira e ci cattura, tutto dipende dal modo in cui ci avviciniamo ad essa per non esserne imbrigliati.
La rete si presenta come un banchetto attraente, l’abbondanza di cibo offerto al nutrimento del sapere ci induce un senso di sazietà che in realtà occulta la sua scarsa capacità di nutrirci realmente. Il rischio è quello di sapere tutto senza capire niente. Ci illudiamo che gli ingredienti equivalgano ad una pietanza, senza dover fare la fatica di amalgamarli e di cuocerli.
Questa è la sfida che oggi hanno di fronte a sé – e hanno il dovere di affrontare – le istituzioni formative. a partire dalla scuola e dalle università, ma non solo, tutte le istituzioni culturali in generale. Affiancare all’orizzontalità della rete la profondità verticale della conoscenza. Far crescere le nostre capacità di elaborare e utilizzare le enormi potenzialità della rete, che non vanno demonizzate, ma salutate come conquista e innovazione, per questo abbiamo bisogno di metodo, di menti curate al di fuori della rete, fornite degli anticorpi necessari.
I depositari della cultura verticale, del sapere organizzato, gli atenei  e le istituzioni culturali in genere, non possono restare chiusi nella loro superiore verticalità, nelle torri d’avorio dove si confeziona il sapere, hanno la responsabilità di mobilitare le conoscenze, di diffonderle come antidoto alla frammentarietà e superficialità della rete.
Spetta a loro un accorto lavoro di divulgazione che consenta ai cittadini di maturare opinioni ‘informate’ anziché ‘informatizzate’ per partecipare responsabilmente alle scelte ‘eticamente sensibili’, al dibattito su tutte le questioni da cui dipende il loro oggettivo benessere. Dall’altra parte, la rete si nutre di presunzione, di senso di superiorità, nell’illusione di aver conquistato una dimensione orizzontale della cultura, solo apparentemente democratica, perché gli strumenti di approccio e di uso non sono per tutti gli stessi. L’inganno di una cultura che nasce dal basso perché la rete piega in orizzontale la verticalità di ogni sapere.
L’uso della cultura, che una volta demarcava le gerarchie sociali e le divisioni di classe, è stato sconfitto dalla rete. Ma la verità non è stata piegata. La verità continua ad essere quella, e non può essere decisa a maggioranza attraverso i plebisciti a cui la rete ci sta abituando.
La cultura è la nostra appartenenza, è la nostra identità, è la condizione per essere comunità, per essere individui sociali partecipi di una intelligenza collettiva. Da questo non si prescinde. Il rischio è di ridurre la cultura al suo consumo, all’usa e getta, senza soste, senza riflessioni, senza apprendimenti. Una cultura non più percepita come bene comune, come patrimonio, ma esclusivamente come un servizio.
Fin dal 2006, l’Unione Europea ha inserito la competenza digitale tra le otto competenze di base dell’apprendimento, necessarie al pieno esercizio della cittadinanza. La rete ci serve, è una grande conquista, ma non è detto che sia democratica. Come tutte le cose dipende dall’uso che se ne fa. Occorre essere attrezzati prima di tutto contro la deriva di una cultura troppo orizzontalizzata.
Gli attrezzi ce li abbiamo, a partire dai libri, che devono tornare a passare di mano in mano, dalle biblioteche, luoghi di alfabetizzazione culturale e di ‘bibliodiversità’, fino alle scuole, che devono tornare ad essere i centri della ‘cultura organizzata’, della ‘cultura della complessità’, dove si apprendono i processi di discernimento.
In questi giorni è uscito, per i caratteri della Laterza, un saggio da cui ho attinto per scrivere questo articolo è, appunto, La cultura orizzontale di Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini a cui rimando i miei lettori.

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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