Su “La disperanza” di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo
Su La disperanza di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo
C’è una parola che sembra uscita da un laboratorio di distillazione poetica, una parola che non esisteva e che grazie principalmente allo scrittore colombiano Alvaro Mutis e oggi a Franco Marcoaldi non potrà più essere ignorata. Questa parola è disperanza.
Non disperazione, non speranza, ma qualcosa che sta nel mezzo, come un ponte sospeso tra due rive che non si toccano più.
Marcoaldi — narratore e poeta di versi che spesso oscillano tra l’illuminazione improvvisa e la malinconia sottile — ha sempre avuto un talento particolare per nominare ciò che sfugge. Nei suoi libri precedenti, da A mosca cieca a Il mondo sia lodato, si intravedeva già un barlume di questa postura: una fiducia ferita, un’attenzione vigile, una forma di resistenza quieta.
Il sentimento della disperanza, dunque, non nasce oggi ma oggi, semplicemente, ritrova il nome e un autore che gli rendono giustizia.
Chi ha incontrato la disperanza prima ancora che Marcoaldi ne scrivesse antropologicamente e letterariamente, l’ha forse riconosciuta nel personaggio più enigmatico di Álvaro Mutis: Maqroll il gabbiere.
Maqroll, apparentemente alter ego di Mutis, non è un personaggio che spera e non dispera: è solo qualcuno che continua.
È un Ulisse stanco, un viaggiatore che sa che ogni porto è provvisorio. Mutis lo descrive come un uomo che “non si aspetta più nulla, e proprio per questo è aperto a tutto”. È la definizione perfetta della disperanza: un sentimento che non (si) illude, ma non “chiede” di arrendersi a una ipotetica soluzione “esterna”.
Fin dall’inizio Marcoaldi tira in ballo il nostro Giorgio Caproni, il poeta che ha trasformato la domanda in un destino. E infatti Caproni non ha mai creduto nella speranza come consolazione.
Figure come il suo Enea (in Il passaggio d’Enea) o il “viaggiatore cerimonioso” incarnano l’uomo moderno che attraversa il deserto del reale.
Il famoso verso: Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito,
sintetizza questo restare/viaggiare in una terra senza meta.
La disperanza di Marcoaldi sembra dialogare con questa tensione di Giorgio Caproni: non una risposta, ma un modo di stare nel mondo senza smettere di interrogarsi.
E a me, uomo geneticamente e culturalmente del Sud – meglio sarebbe dire dei multisud!- è venuto naturale e del tutto spontaneo pensare alla Sicilia, con le sue stratificazioni storico-geografiche – greca, araba, normanna, ebraica, spagnola, borbonica- e le sue continue invasioni.
Perché a me, uomo geneticamente e culturalmente dei multisud, risulterebbe innaturale e del tutto paradossale non comprendere che gli enea del nostro tempo, i viaggiatori cerimoniosi del mondo attuale, sono, siamo in realtà, tutti noi, a cominciare, storicamente, dai capoverdiani, continuando con gli italiani e gli europei e i sudamericani, per finire poi agli attuali migranti della Terra, compresi coloro che si credono stanziali e appartenenti, senza mai dubitarne, a “quel proprio posto” del quale si sentono unici proprietari.
Questi multisud, questa grande sicilia del pianeta, ha imparato a sopravvivere alle onde lunghe della storia e ha, per così dire, distillato in un proverbio – citato da molti autori siciliani tra i quali cantori come Franco Battiato e Olivia Sellerio – una filosofia intera:
“Calati juncu ca passa la china.” [Piegati, giunco, finché passa la piena.]
Questa non è rassegnazione. È saggezza medio-orientale (se non proprio orientale) trapiantata, guarda caso, nella Grande Isola.
L’espressione rappresenta una reale consapevolezza: la rigidità spezza, mentre la flessibilità salva. L’espressione è disperanza allo stato puro: non opporsi alla tempesta, ma non farsi spezzare.
Nel suo libro, Marcoaldi non costruisce un trattato, né un manifesto. La sua è una scrittura che procede per lampi, per intuizioni, per piccole epifanie quotidiane tanto che la disperanza, da sentimento si trasforma in atmosfera, in clima.
Diventa cioè il nuovo equilibrio climatico in questo sovvertimento di clima dove la speranza è diventata un bene di lusso e la disperazione un’abitudine troppo comoda. Marcoaldi sembra dirci: non credete a chi vi chiede ottimismo a tutti i costi, ma non cedete nemmeno al fascino cupo del disincanto totale.
La disperanza è l’equilibrio instabile, ma fertile per questi tempi di cambiamento.
C’è una parte del libro – forse la più politica ma senza alcun cedimento allo slogan – in cui la disperanza sembra parlare direttamente ai giovani. I giovani italiani, spesso trattati come un problema, un fastidio, una categoria da correggere o compatire, vivono immersi nella disperanza senza saperlo.
Non credono più alle narrazioni salvifiche. Non si fidano delle istituzioni. Non aspettano il futuro: lo costruiscono a pezzi, con ostinazione, con ironia, con fragilità.
Eppure non sono disperati. Sono lucidi, i nostri giovani, tanto da comprendere che la ragione è lo strumento preferito dai pessimisti e la sua imitazione AI è invece lo strumento preferito dai tricksters. Sono mobili i nostri giovani, tanto da non “pensare” la migrazione come un problema esistenziale per sé e tanto meno per una…”nazione”.
Vogliamo dirlo? I nostri giovani sono giunchi che si piegano ma non si spezzano. La disperanza è il loro modo di stare nel mondo: un modo che gli adulti faticano a comprendere perché non rientra nelle categorie tradizionali.
Questo, signore e signori, non è nichilismo. Non è rassegnazione. È una forma nuova di vitalità, più prudente, più intelligente, più adattiva.
Forse, a pensarci bene, la disperanza non è soltanto un sentimento da leggere nella Summa poetica, o nella trilogia di Maqroll il gabbiere, ma è un vero e proprio status da rendere in performance in… presenza.
Me ne sono accorto al Village di Ferrara, fin dalla prima serata, quando ho scelto di aprire il mio percorso della disperanza proprio con Bomb di Gregory Corso. Una poesia che è un ordigno, certo, ma anche un atto d’amore verso il mondo che si ostina a distruggersi. Corso, come tutta la beat generation, viveva già allora in questa terra di mezzo: un luogo dove la lucidità non cancella il desiderio, ma il desiderio può cancellare la lucidità.
Da lì, la strada (anche quella di Kerouac, di Snyder, di Dylan etc…) si è fatta naturale.
Ho continuato con Fabrizio De André e la sua Smisurata preghiera, forse uno dei più alti inni alla disperanza mai scritti in Italia. Una preghiera senza fede, una supplica senza destinatario, un atto di resistenza poetica per “chi viaggia in direzione ostinata e contraria”.
Non è forse questo il cuore della disperanza? Non arrendersi, ma nemmeno illudersi. Continuare a camminare.
Poi è arrivata Mary Oliver, l’ecopoetessa statunitense che ha trasformato la natura in una forma di meditazione attiva. La sua poesia Tecumseh – che evoca il ritorno di un capo indiano scomparso – è un invito a non smettere di cercare ciò che sembra perduto. Oliver non parla mai di speranza, eppure ogni suo verso è un’apertura, una fenditura nella notte.
Anche questo è disperanza: la capacità di vedere un sentiero dove gli altri vedono solo rovi o tombe.
E così, serata dopo serata, mi sono accorto che la disperanza non era soltanto un tema letterario, ma un filo rosso che attraversava tutto ciò che portavo sul palco. Un sentimento che non consola, ma accompagna.
Che non salva, ma orienta.
E allora, per chiudere questo ideale percorso permettetemi di evocare un eroe di carta che incarna e mostra la disperanza meglio di chiunque altro: Corto Maltese. Il marinaio senza patria, l’avventuriero senza missione, l’uomo che attraversa il mondo senza mai appartenere del tutto a nessun luogo. Corto non spera e non dispera: naviga.
Come Maqroll, come Caproni, come Marcoaldi, come i giovani di oggi. Come tutti noi, quando siamo sinceri.
Corto Maltese è il volto romantico di questo sentimento nuevo: la libertà di chi sa che il mondo non sarà mai come lo vorremmo, ma che proprio per questo vale la pena attraversarlo.
E forse, alla fine, la disperanza si riduce proprio a un modo di tenere la rotta anche quando la bussola impazzisce. Un modo di piegarsi, giunco, mentre la piena passa.
Quel modo che i nostri giovani hanno già imparato a fare proprio e che imperterriti ci mostrano magari andando tutti insieme a votare, a dispetto dei giudizi e delle incredulità dei pessimisti e dei tricksters di turno. A dispetto di una piena troppo piena di niente.
Cover: Foto di Gerhard Bögner da Pixabay
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Grande articolo! Anzi, grande saggio!!!
Apre la mente grazie a un percorso che si snoda tra pensieri e pensatori, parole e significati, scoperte e trovamenti, perdite e ritrovamenti.
Certa che lo rileggerò ancora e poi di nuovo ancora, ti ringrazio, Giuseppe, della tua ricerca e della passione con cui la condividi