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Il ribelle (2) nell’epoca della propaganda algoritmica

Il ribelle (2) nell’epoca della propaganda algoritmica

Attualizzare Ernst Jünger nel tempo delle guerre senza mandato

Un qualunque telegiornale del mattino o della sera: sullo schermo le immagini di città bombardate. Kiev, Gaza, Dubai, Tel Aviv, Beirut, Teheran: i nomi cambiano, la scena resta la stessa. Un drone insegue un bersaglio invisibile; un leader politico annuncia un’operazione “necessaria”; un algoritmo decide quali notizie mostrare e quali sottrarre allo sguardo del telespettatore.

La guerra non arriva più come un evento: arriva come… il livello di un video gioco.

In quel momento, mentre il ronzio dei dispositivi si confonde con il rumore di fondo della storia, può capitare di ricordare un libro scritto settant’anni fa. Un libro sottile, quasi ascetico, che parla di boschi interiori e libertà non negoziabili: il Trattato del ribelle di Ernst Jünger.

E ci si accorge che quelle pagine, nate dalle macerie del Novecento, sembrano scritte per noi. Per questo tempo in cui la tecnica ha superato la politica, la propaganda ha superato la morale, e la guerra ha superato ogni forma di legittimazione.

Jünger aveva visto nascere la propaganda moderna, ma non poteva prevedere la sua metamorfosi digitale. Eppure la sua intuizione è sorprendentemente precisa: la propaganda non è più un apparato, è diventata l’ambiente stesso in cui viviamo.

Oggi i feed social costruiscono bolle emotive personalizzate; i deepfake minano la fiducia nel reale; la disinformazione è un’arma geopolitica e la polarizzazione è incentivata da algoritmi che premiano il conflitto.

Quando Jünger scriveva: “la tecnica tende a divenire sovrana”, non poteva conoscere l’IA generativa che oggi filtra, amplifica e distorce la percezione pubblica; non poteva immaginare un “governo delle menti” che decide dove, come e contro chi usare le armi.

Il Trattato del ribelle nasce dall’esperienza di un secolo in cui la guerra era diventata industriale. Oggi la guerra è diventata istantanea.

L’invasione russa dell’Ucraina è stata decisa da un solo uomo, senza alcun mandato parlamentare. Le operazioni israeliane a Gaza hanno più volte scavalcato pressioni internazionali e risoluzioni ONU. Nel Sahel, colpi di Stato e interventi militari si susseguono senza legittimazione multilaterale. Nel Golfo Persico, attacchi e contro-attacchi avvengono in un limbo giuridico, tra autodifesa e rappresaglia.

Jünger scriveva: “Quando il potere non trova più limiti, esso tende a legittimarsi da sé.”

È esattamente ciò che accade oggi: la guerra non è più dichiarata, accade. E accade in un mondo in cui la propaganda digitale prepara il terreno emotivo, anestetizza il dissenso, costruisce consenso retroattivo.

Il passaggio più profetico del monito jüngeriano riguarda la trasformazione delle istituzioni in strumenti di conflitto interno. A pagina 116 dell’edizione Adelphi del 1990 leggiamo:

“Le cose cambiano non appena una sottospecie della tecnica, la propaganda, si sostituisce alla morale e non appena le istituzioni si tramutano in armi della guerra civile. A questo punto il singolo è costretto a decidere; è un aut-aut quello che gli viene posto, giacché una terza via – la neutralità – è del tutto esclusa. D’ora in poi una specie particolare d’infamia peserà su coloro che si astengono, e così pure su chi esprime dei giudizi che derivano da una posizione astensionistica.”

In Occidente, partendo dal Paese più rappresentativo che fino a poco fa definivamo alleato e capofila di una certa idea di democrazia, ogni elezione rischia di diventare un referendum sulla legittimità del sistema. E se in Medio Oriente, la politica è spesso sostituita da apparati securitari, nella nostra cara vecchia democrazia italiana un essenziale contrappeso democratico come la magistratura diventa anch’esso un campo di battaglia.

Jünger aveva anche scritto che “La guerra civile è la più terribile, perché non ha fronti: ha solo specchi” e oggi quegli specchi sono gli schermi dei nostri dispositivi, dove ogni opinione trova il suo nemico e ogni nemico la sua amplificazione.

La mobilitazione totale è uno dei concetti più potenti di Jünger: la tecnica che ingloba tutto, che trasforma ogni gesto in funzione del sistema. E questa mobilitazione da tempo ha assunto forme nuove come, ad esempio, quella di droni autonomi che decidono in frazioni di secondo, o di sistemi di sorveglianza predittiva come le intelligenze artificiali ad uso militare, come Palantir, che analizzano scenari e suggeriscono strategie fino ad arrivare a confezionare quei simpatici video di propaganda automatizzata che tanto fanno divertire il Presidente statunitense e la sua base MAGA .

Jünger scriveva: “La tecnica non serve l’uomo: lo reclama”, e oggi lo reclama non solo come lavoratore o soldato, ma come dato, come profilo psicologico, come bersaglio informativo.

Il Waldgänger di Junger cioè “colui che va nel bosco”, non è un eremita. È un essere umano che rifiuta di essere arruolato nella mobilitazione totale.

In un mondo dove è la tecnica a produrre la realtà non dobbiamo meravigliarci se la politica si sia ridotta a produrre conflitti senza mandato e a delegare alla propaganda il cambiamento della cosiddetta egemonia culturale e la creazione di una identità.

In un tale scenario il ribelle è, sempre di più e ancora, solo colui che mantiene un nucleo non negoziabile di libertà interiore.

Jünger scriveva nel 1951 che “La libertà non è un diritto: è un rischio” e potremmo azzardare che oggi quel rischio sia rappresentato dal sottrarsi al flusso di una  narrativa dominante (preferenzialmente via social), e cercare di salvaguardare uno spazio interiore dove la tecnica non possa entrare.

Forse il bosco di Jünger non è più un luogo dove ci si addentra, ma un luogo che si custodisce. Un varco minuscolo, un’intercapedine tra un’informazione e la sua replica, tra un ordine e la sua esecuzione, tra un algoritmo e la nostra risposta.

Il bosco oggi è un gesto: spegnere il dispositivo, ascoltare un silenzio non ancora colonizzato, lasciare che un pensiero non immediato prenda forma. È un atto di resistenza minima, ma non per questo meno decisivo.

Perché il ribelle non è colui che fugge ma colui che resta… umano in un tempo che tende a disumanizzare; il ribelle è colui che resta vigile in un mondo che preferisce l’automatismo e resta, soprattutto, libero in un’epoca che confonde la libertà con la scelta tra due opzioni preconfezionate.

E allora, forse, il compito del ribelle oggi è questo: proteggere un frammento di interiorità non negoziabile, un piccolo bosco che nessuna propaganda algoritmica può incendiare. Un luogo dove la tecnica non comanda, dove la guerra non entra, dove la parola torna a essere un atto di verità.

Un luogo dove può nascere una voce autentica da ascoltare.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/hunt-er-13068062/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7312724″>Paweł Grzegorz</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7312724″>Pixabay</a>

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Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara – Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all’Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara, dove collabora a CDS Cultura . Autore di cinque raccolte poetiche; è presente in diverse antologie. In rete è possibile trovare e leggere alcune sue poesie e commenti su altri poeti e autori. Tiene un blog “Il Post delle fragole”: https://thestrawberrypost.blogspot.com/

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