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Silvia Guerini, ecologista radicale di Resistenze al Nanomondo redattrice del giornale L’Urlo della Terra e tra le fondatrici insieme alla collaboratrice di Iglesia Viva Roberta Trucco e Cristiana Pivetti di FINAARGIT: Rete femminista internazionale contro ogni riproduzione artificiale, ideologia gender e transumanesimo.

Impegnata nello sviluppo di pensiero critico sui tempi presenti, da più di vent’anni porta avanti percorsi di analisi e di opposizione alle tecno-scienze e al transumanesimo, senza il timore di affrontare questioni scomode e impopolari. Autrice di svariati articoli e saggi contro la riproduzione artificiale dell’umano, la società cibernetica e transumanista. [Vedi anche “Silvia Guerini: dal corpo neutro al cyborg postumano”, su Periscopio del 20.01.23]

Quando hai sentito la chiamata all’attivismo politico, cosa significa per te dirsi anarchica e come siete arrivati a individuare nelle tecnoscienze e nel transumanesimo il vero obiettivo della cancellazione del senso ontologico di essere umano?

Il mio impegno politico inizia all’età di 17 anni con le campagne contro la vivisezione, lo sfruttamento animale e la devastazione della Terra, contro la predazione degli organi, la psichiatria e più in generale contro la medicalizzazione dei corpi.

Ero parte attiva di una campagna che portò alla chiusura del più grande allevamento di cani beagles destinati alla vivisezione in Italia. La questione della sperimentazione animale l’affrontavamo da un punto di vista etico e politico, inserendola in una più ampia critica a un sistema di mercificazione, predazione, smembramento di corpi, un sistema mortifero e iatrogeno come insegnava Ivan Illich.

Davamo voce alle battaglie dei contadini e contadine che resistevano all’avanzata delle multinazionali biotecnologiche come Monsanto, alle comunità Mapuche che si opponevano all’esproprio delle loro terre e che venivano uccisi dai sicari dei Benetton in Argentina e Cile.

Queste situazioni rappresentavano il vero volto di quelle multinazionali e rappresentavano che la posta in gioco è la nostra sopravvivenza e la sopravvivenza del pianeta. Portavamo la difesa del selvatico e degli ecosistemi come breccia per resistere all’avanzata del mondo macchina che produce in serie animali come corpi da smembrare, che uniforma le menti e dove il naturale scompare per far posto all’artificiale come unica dimensione.

Sono sempre stata contro ogni omologazione e pensiero unico, controtendenza anche all’interno dei contesti radicali e anarchici. Le nostre battaglie erano considerate marginali se non addirittura reazionarie, ma sono state proprio le nostre riflessioni e analisi ecologiste radicali che ci hanno dotato di quegli strumenti per comprendere le evoluzioni del potere nel lungo periodo, dello Stato e soprattutto per comprendere cosa rappresentavano gli sviluppi delle tecno-scienze (biotecnologie, nanotecnologie, neuroscienze, informatica) e la loro convergenza che diventava Sistema, le trasformazioni che ne derivavano e che non potevano essere interpretate con le solite chiavi di lettura.

Siamo così riusciti a comprendere che l’ingegneria genetica andava di pari passo con l’ingegneria sociale, dove il vivente viene snaturato della sua stessa essenza e dove questo “umano nuovo” deve essere il miglior custode della propria gabbia trasparente.

Ci sono eventi della tua vita che vuoi raccontare che ti hanno messo sulla strada di una interpretazione della realtà in modo ostinato e contrario a come ci veniva raccontata?

Per l’inizio del mio percorso, oltre alle letture dei molteplici giornali, riviste, libri che un tempo circolavano nei movimenti di base, di fondamentale importanza furono i filmati autoprodotti, che mostravano una realtà di cui la maggior parte delle persone non vuol esserne consapevole perché  lontana dal proprio sguardo e dal proprio ristretto recinto. Prenderne consapevolezza porterebbe a sconquassare la propria quotidianità e a mettersi difronte a un qualcosa a cui non ci si può sottrarre.

Alcuni filmati denunciavano le devastazioni in Amazzonia per la costruzione di dighe, per le monocolture intensive di soia ogm, per l’estrazione di materie rare, mostravano le popolazioni rese cavie dalle multinazionali farmaceutiche per le loro sperimentazioni e le irreversibili conseguenze come l’infertilità di numerose campagne vaccinali nei paesi del “Sud del mondo”.

Altri filmati, realizzati anche da animalisti che lavoravano sotto copertura, mostravano scene quotidiane di tortura degli animali rinchiusi negli stabulari dei laboratori, con indifferenza o con derisione da parte dei loro aguzzini. Questa era la realtà della vivisezione, a cui io non riuscivo e non volevo sottrarmi.

Guardare il momento della liberazione di Britches da parte dall’Animal Liberation Front – composto da individui che avevano messo a rischio la loro libertà per liberare una piccola femmina di macaco sottoposta ad atroci esperimenti di deprivazione sensoriale alla quale le erano stati cuciti gli occhi – mi fece smuovere un moto interiore di rivolta.

Ancora prima di una riflessione critica nel profondo sentii che c’era qualcosa di più importante della propria libertà e anche della propria vita, che l’unica cosa possibile era reagire a tutto questo, semplicemente, negli anni a venire non potevo più concepire di poter vivere in un altro modo se non portando avanti un percorso di lotta.

Con Costantino, il tuo compagno, avete fondato Resistenze al nanomondo? Quando, quali le motivazioni? A chi vi siete ispirati?

Sono più di vent’anni ormai che seguiamo gli sviluppi delle tecno-scienze e le loro conseguenze sulla società e sull’intero vivente cercando di capire le profonde trasformazioni attorno a noi. Da una decina d’anni utilizziamo il nome Resistenze al nanomondo, deciso nel periodo in cui portavamo avanti una forte campagna contro gli sviluppi delle nanotecnologie, allora ancora poco note, se non addirittura sconosciute ai più, doveva ancora arrivare la consegna del Nobel per la scoperta del Grafene.

Il nostro lavoro di analisi e critica sul mondo tecno-scientifico risale però a molti anni prima e si intreccia al pensiero ecologista, vera nostra scuola di formazione, su cui siamo partiti per sviluppare le nostre riflessioni e analisi.

Nella nostra ricerca abbiamo attraversato varie correnti di critica antisistema come l’ecologia profonda, il primitivismo, l’antispecismo, l’anarchismo verde e tante altre: il nostro pensiero critico e libero necessitava di andare ancora oltre, mettendo insieme quelle connessioni e visioni d’insieme che in pochi facevano.

Abbiamo sempre cercato di andare all’origine, pensiamo ad esempio al nucleare: è sufficiente soffermarsi solo sull’aspetto radioattivo delle scorie, o su come questa tecnologia sia calata dall’alto? Per il primo aspetto potranno propinarci una “soluzione” per lo stoccaggio delle scorie e per il secondo aspetto potranno far diventare il nucleare una “partecipazione”: bisogna imparare a convivere con le nocività e a cogestire le “soglie” di contaminazione.

Così anche per gli OGM e le nanotecnologie, per noi il problema centrale non è la loro tossicità, anche se le conseguenze ecologiche e sanitarie sono enormi e irreversibili e vanno certamente denunciate, queste non sono il punto centrale. Bisogna considerare la complessità di una nocività radioattiva, cancerogena, tossica, ecologica, sociale che diventa sistemica: un contesto in cui non c’è uscita dal paradigma tecno-scientifico.

La nostra critica è sempre stata a monte: è questo tecno-mondo che respingiamo per un’altra visione di mondo e di essere umano. Nelle prime mobilitazioni in Italia contro gli OGM, come Mobiltebio a Genova nel 1999, noi criticavamo l’aspetto prudente dei cosiddetti NO Global, perchè il progetto di ingegnerizzare i corpi tutti era evidente e andava denunciato subito per quello che era senza esitazioni di sorta.

Non abbiamo mai avuto il timore di dire cose ritenute scomode e impopolari, differenziandoci sempre dai professionisti del pensiero che lo hanno solamente imbrigliato e dai contesti di sinistra che – a parte rare eccezioni – sono stati responsabili della distruzione dei valori necessari per resistere alla disgregazione e alla cancellazione che avanza.

Una sinistra che, dietro ad un percorso apparentemente liberatorio ed emancipatorio, distrugge ogni valore, tacciandolo come reazionario e come un abominio essenzialista. La fluidità, per questi contesti, da estetica è stata portata a filosofia di vita.

Allo sviluppo di pensiero critico abbiamo sempre pensato che fosse non solo necessario, ma fondamentale, costruire situazioni di resistenza verso il tecno-mondo. Non basta essere dei lucidi pensatori quando le chimere transgeniche si diffondono in natura sostituendo questa per sempre. Dobbiamo impedire tutto ciò.

Nei primi anni del 2000 insieme ad altri avevamo fondato la Coalizione contro ogni nocività, iniziando una mobilitazione contro gli OGM in totale solitudine: gli ambientalisti trovavano certi contenuti troppo radicali, gli anarchici troppo parziali e la sinistra li ignorava, o li additava come ambigui, per una supposta mancanza di analisi di classe, ambienti polverosi fermi ad analisi ottocentesche che individuano ancora la borghesia, anche se nel mentre siamo arrivati ai bambini in provetta e alla cibernetica.

Il nostro maggior riferimento in quel periodo era la Confederation Parisienne, successivamente i suoi fuoriusciti e la lucida analisi di Pièces et Main d’Oeuvre.
Insieme a una più ampia redazione realizzavamo un giornale che si chiamava Terra Selvaggia e il suo seguito è il giornale che portiamo avanti adesso: L’Urlo della Terra, perché ormai quello che si sente è un grido di un pianeta morente.

A Bergamo, dove viviamo, abbiamo uno spazio di documentazione che teniamo vivo con continue iniziative e  dibattiti sui tempi presenti e con alcune persone che abbiamo conosciuto nelle piazze contro il Green Pass e i sieri genici abbiamo dato vita all’Assemblea popolare Resistere al Transumanesimo. Siamo profondamente convinti che un movimento di critica all’esistente potrà essere tale solamente partendo da una critica a questi sieri genici e al nuovo paradigma cibernetico, rimettendo al centro l’indisponibilità e l’inviolabilità dei corpi e del vivente.

Puoi illustrarmi i passaggi più significativi a livello tecnoscientifico che mostrano la direzione implicita assunta dal transumanesimo e come questi hanno impattato sulla realtà e la stanno modificando?

Per comprendere la direzione dello sviluppo delle tecno-scienze e dell’ideologia transumanista è sufficiente ascoltare ciò che hanno affermato e continuano ad affermare gli stessi tecnoscienziati eugenisti e transumanisti e quell’elite di potere che rappresentano e di cui fanno parte, è sufficiente ascoltare ciò che esce dalle stanze di Davos.

Il termine transumanesimo fu coniato nel 1957 da Julian Huxley, futuro direttore dell’UNESCO, che nel documento del 1946, UNESCO: scopi e filosofia dell’organizzazione, illustrava i fini eugenetici dell’organizzazione.
Fin dall’origine lo scopo era “un’organizzazione cosciente e sistematica” del mondo e di ogni fenomeno – per usare le stesse parole di Julian Huxley – al fine di dirigerli modificandone la loro evoluzione.

Questo lo possiamo comprendere anche se analizziamo il paradigma cibernetico originatosi durante la seconda guerra mondiale in campo militare per analizzare gli eventi in tempo reale allo scopo di prevedere ed indirizzare il corso degli stessi. Lo stesso essere umano viene ridotto a una somma di informazioni, a un programma che si può decifrare e quindi modificare come una macchina.

Se ricordiamo la macchina di Hollerith del 1888 a schede perforate che permetteva la codifica delle caratteristiche degli individui per un’immediata e veloce registrazione e catalogazione di dati, usata per i censimenti degli Stati Uniti e servita per razionalizzare i campi di sterminio dei nazisti, ricordiamo anche le parole del suo inventore, che fondò l’azienda che poi prese il nome di IBM: “L’effettiva giustificazione per la raccolta di grandi quantità di dati sta nella capacità di trarre conclusioni […] e garantire una stima sicura degli avvenimenti presenti e futuri”.

L’ossessione per la calcolabilità effettiva di ogni fenomeno al fine di ottenere una conoscenza e una previsione totale e assoluta su ogni dimensione del vivente rende obsoleta la libertà. Scompare l’irriducibile e l’inaccessibile per lasciare spazio solo alla manipolazione. Dagli esperimenti sul condizionamento operante di Skinner, condotti su topi e piccioni negli anni ‘50, l’ingegneria del comportamento umano si è oggi intersecata con gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale al fine di rendere le dinamiche sociali e le condotte delle persone calcolabili, prevedibili, condizionabili, indirizzabili. L’essere umano si dissolve in una serie di dati.

Il controllo della riproduzione umana, il depopolamento, il controllo e gestione dei popoli, sono da sempre le ossessioni e gli scopi che hanno unito i potenti di sempre. Se pensiamo al club in Inghilterra dei coniugi Webb della Fabian Society riuniva eugenisti, tecnocrati e transumanisti, sia socialisti riformatori, sia conservatori di destra, accomunati dalla stessa visione di mondo.

Oggi i transumanisti forniscono consulenze a settori della difesa, della sicurezza, della biomedicina, a tutti quei settori di punta a livello di sviluppo e di ricerca, di fatto dirigono le scelte strategiche e la direzione da dare a ricerche e governi. In questo orizzonte vanno inseriti anche i programmi per la salute ideati e portati avanti da ricchissimi filantropi come la Fondazione Gates. Fondazione in grado di sommergere di soldi l’OMS e quindi di dettarne la direzione. Ci troviamo davanti a veri e propri padroni universali in grado di dettare l’agenda mondiale.

Quando ci riferiamo a tutto il comparto farmaceutico-bionanotecnologico-digitale possiamo essere certi che il loro scopo non è meramente il profitto – considerando anche che queste multinazionali e la grande finanza muovono cifre in grado di superare il PIL di interi paesi – ma proprio portare a termine un’ideologia transumanista che rappresenta una precisa visione di mondo e di essere umano. Una visione di mondo in cui i corpi e gli elementi naturali non costituiscono più un fondamento indisponibile, ma divengono disponibili e quindi mercificabili, scomponibili, manipolabili e riprogettabili.

Craig Venter, fondatore della Celera Genomics, dopo aver sequenziato il genoma umano, intraprese il Progetto Genoma minimo. Perché un’azienda avrebbe dovuto spendere tempo e soldi per dedicarsi a organismi così semplici quando le altre erano già in corsa per sequenziare genomi di rane, topi e scimpanzé? L’obiettivo di Venter, già dall’inizio del Progetto Genoma, non era soltanto di leggere i geni o di modificarne il DNA, ma di riprogettarli attraverso la biologia sintetica.

Una visione di mondo in cui l’umano sarà considerato come l’errore, per un infinito adattamento a un mondo macchina, per un inseguimento che non avrà mai fine, di un ideale di perfettibilità.

L’ideologia transumanista – superamento dei limiti, continua ottimizzazione e implementazione dell’umano, riprogettazione e artificializzazione del vivente – non è una mera speculazione astratta, ma si è già concretizzata in smart city, chimere transgeniche, ogm di nuova generazione, impianti cerebrali, microchip sotto pelle, nanomedicina, Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), editing genetico, sieri genici a mRNA, terapie geniche…

La PMA rappresenta il cavallo di Troia del transumanesimo, perché aperta la strada alla possibilità della riproduzione artificiale, la logica conseguenza è proprio quella della continua “ottimizzazione”. Fin dall’inizio dello sviluppo delle tecnologie di fecondazione assistita lo scopo era la modificazione genetica dell’umano, l’eugenetica non è una deriva nefasta, ma proprio il motore di tali ricerche.

Robert Edward, che aveva fatto nascere Louise Brown – la prima “bambina in provetta” al mondo – riteneva che quando fosse stato possibile modificare geneticamente la specie umana sarebbe stato legittimo farlo.
Non dobbiamo però aspettare la modificazione genetica dell’umano per capire come già stanno creando le condizioni di accettazione sociale, facendo leva sulle problematiche legate alla salute.

Il post-umano sarà un umano biomedicalizzato in un’infinita e spasmodica autoprestazione, autoimplementazione e autoottimizzazione. Dai meno noti programmi di sterilizzazione forzata per disabili, pazienti psichiatrici, ciechi, sordi, carcerati, senza tetto, lebbrosi, sifilitici, tubercolotici messi in atto dal 1905 fino al 1972, grazie anche ai finanziamenti della Fondazione Rockefeller e di altri filantropi in più di ventisette stati degli Stati Uniti d’America, dai programmi eugenetici svizzeri e svedesi messi in atto fino agli anni ‘70, l’eugenetica ha fatto molta strada mutando linguaggio, ma rimanendo immutata nei suoi fini ultimi.

Un momento significativo è stato negli anni ’70 in cui le prime biotecnologie del DNA ricombinante crearono forti preoccupazioni, tanto che un gruppo di scienziati riuniti ad Asilomar dichiararono una breve moratoria, che rappresentava solo l’attesa di una maggiore accettazione sociale.

In quel periodo nacque uno dei primi dibattiti seri sulle biotecnologie, che venne però ben presto incanalato e recuperato dagli scienziati che, attraverso la loro retorica, iniziarono a spingere con forza per una biotecnologia medica che si prometteva miracolosa per l’essere umano.

Ancora una volta nel discorso pubblico costruito intorno a delle ricerche controverse avrebbe fatto la differenza “l’uso che sarebbe stato fatto con quella tecnologia”: gli scienziati si proponevano di sviluppare solo gli sviluppi “buoni” della ricerca genetica imbrigliando quelli “negativi”.

Ma per quanto riguarda le tecnologie di ingegneria genetica e per le nanotecnologie si tratta sempre di disastri annunciati, che servono a velocizzare e a normalizzare altri passaggi. Così, come gli scienziati atomici che osservavano i risultati dei loro test sugli abitanti degli atolli di Bikini non avevano sotto gli occhi “effetti collaterali”, ma il manifestarsi stesso della ricerca nucleare, i ricercatori che sviluppano l’editing genetico con il CRISPR/Cas9 non hanno sotto gli occhi la scomparsa di frammenti di DNA e modificazioni genetiche trasmissibili come “effetti indesiderati”, ma la possibilità stessa di intervenire sull’evoluzione degli esseri viventi.

Da Asilomar siamo arrivati ai tempi di oggi: in Cina sono nate due bambine modificate geneticamente. Il Nuffield Council on Bioethics, nel documento Genome editing and human reproduction: social and ethicalissues, ha dichiarato che è ammissibile modificare geneticamente il DNA di un embrione (modificazioni genetiche ereditarie) per influenzare le caratteristiche di una persona futura. Sono stati sviluppati embrioni di topo sintetici, embrioni umani da cellule staminali. Grazie all’emergenza decretata è stato possibile diffondere su larga scala sieri genici a mRNA, come primo precedente di un’immensa sperimentazione di massa.

Una delle maggiori motivazioni che spingeva a mobilitarsi durante la minaccia nucleare in Europa era l’aspetto della durata delle scorie radioattive di oltre 300 anni. Un’ipoteca verso anche le generazioni successive: un futuro di lento avvelenamento. Le chimere genetiche e le nano-biotecnologie non tornano più indietro dal laboratorio che le ha prodotte, sono processi irreversibili. Con il nucleare sapevamo che la vera soluzione alle scorie non era trovargli un rifugio sicuro, ma non produrle, che i cosiddetti impianti civili avrebbero portato alle armi atomiche.

Questi processi e queste ricerche non sono neutrali, non solo in ciò che si prefiggono, che arrivino o meno al risultato, ma già a monte, nella loro idea di riprogettazione e artificializzazione del vivente. Nelle scienze della vita il disastro non avviene solo se l’esperimento raggiunge i risultati prefissati, il disastro è implicito nella direzione della ricerca e oggi l’esperimento non è più solo dentro le mura dei laboratori: il laboratorio è il mondo intero e i corpi stessi diventano dei laboratori viventi.

Per quando riguarda la seconda parte della tua domanda, il processo tecnologico non produce solo strumenti, ma la stessa realtà attraverso la nostra stessa percezione. È un processo che destruttura e ristruttura la realtà e l’intero vivente in chiave cibernetica, artificiale e sintetica e nel mentre cambia gli stessi paradigmi di pensiero su come si vede il mondo, i propri corpi, la propria interiorità.

Ad esempio solo un mondo percepito a scala nanotecnologica fa realizzare strumenti in grado di spostare atomi: un microscopio a effetto tunnel non è un semplice strumento, ma costruisce un mondo in cui la materia è pensata, misurata e quindi modificata a livello nanotecnologico.

Nell’ordine cibernetico gli algoritmi ci riveleranno quella che sarà considerata la verità delle cose e degli eventi, azzerando la nostra capacità di confrontarci con il reale, una verità sistematica e tirannica perché la verità algoritmica non potrà essere messa in discussione. Nell’era della mera contingenza evapora la solidità e la durata della verità.

Quelle verità fattuali, che Hannah Arendt considerava ostinate, cedono il passo allo svuotamento di senso e di significato. La crisi della verità porta alla disgregazione della comunità. La verità possiede la solidità dell’essere. Per Byung-Chul Han l’epoca della verità è finita, disintegrata in polvere di informazioni. Ma la verità dei nostri corpi riemergerà sempre, dobbiamo però solo chiederci se ci sarà qualcuno ancora in grado di percepirla e di combattere per essa.

Il sistema tecno-scientifico si fonda su un potere con delle caratteristiche diverse dal potere disciplinare della società industriale e con delle evoluzioni del potere biopolitico della società post-industriale. È un potere “dolce” che si dissolve fino a non diventare più percepibile in ciò che diventa abitudine e nuova normalità. Per stabilizzarsi il potere ha bisogno di un’adesione volontaria e desiderante e il potere che si esercita tramite l’abitudine è più efficace e duraturo di quello che agisce tramite l’oppressione, perché genera un unico orizzonte di senso al di fuori del quale nient’altro sarà nemmeno immaginabile.

Il nuovo potere dolce non ha un volto di coercizione o di imposizione, ma della libera scelta, creando un contesto in cui le persone saranno costantemente avvolte da algoritmi che risponderanno ai loro bisogni, desideri, necessità e timori, guidandole nella via programmata.

L’Intelligenza Artificiale, lungi dall’essere un’intelligenza – considerato che non è per niente paragonabile all’intelligenza di un essere vivente – è una metodologia di razionalità da cui diventerà quasi impossibile sottrarsi. Chi meglio di un algoritmo che conosce tutte le nostre abitudini potrà guidarci nelle nostre scelte? Si instillerà purtroppo il pensiero che i sistemi potranno in ogni momento analizzare una situazione e calcolare l’azione migliore da compiere. I dispositivi accompagnano le persone nel quotidiano con una prossimità sussurrata, in cui le macchine si prendono cura di loro.

Il “tu puoi” esercita un potere maggiore del “tu devi”: non costrizioni, ma bisogni interiori sprigionati dallo stesso individuo. Sappiamo già bene come l’autosfruttamento e l’autoimprenditoria di sè – che si celano per esempio dietro a pseudo istanze emancipatorie a favore dell’utero in affitto ridenominato “gestazione per altri” – sono più efficaci, perché sono mascherati dall’idea di libertà e autodeterminazione.

La nuova forma di potere è più subdola, non si impadronisce direttamente dell’individuo, ma fa in modo di costruire attorno a lui un’architettura in cui può agire autonomamente, ottenendo così che l’individuo riproduca dentro sè un aspetto del dominio, interiorizzandolo, desiderandolo e rivendicandolo come la sua libertà. In questo senso libertà e sottomissione coincidono.

In questo modo la visione di mondo transumanista penetra, si amalgama e si incorpora con le trame dell’esistenza e sarà la nuova normalità che poi la sprigionerà e che ne diventerà portatrice.

Gli sviluppi tecnoscientifici hanno trasformato il potere in una gestione totale della vita, che diventerà sempre più tecno-medicale, con una manipolazione di ogni aspetto delle nostre vite, dalla nascita alla morte, dalla diagnosi prenatale alla medicina rigenerativa, dicendoci come bisogna venire al mondo e a quando bisogna morire, come quando si è considerati ormai un peso per le spese sanitarie in una logica di ottimizzazione delle risorse e in una logica eugenetica che definisce quale vita abbia più valore di vivere.

I corpi sono il nuovo terreno di colonizzazione e di conquista, sono il nuovo terreno di battaglia. Con i sieri genici a mRNA e con la possibilità di modificare geneticamente gli embrioni questi sviluppi tecno-scientifici sono penetrati nei corpi. Cellule e corpi terranno memoria della mutagenesi e dell’artificiosità, una memoria incarnata che precederà il simbolico, una memoria incarnata che permeerà lo spirito. L’umano modificato dal suo interno sarà un umano denaturato.

Possiamo dire che la vita, la nascita, la morte, i corpi tutti sono ormai immessi sul mercato? Se si mi puoi fare degli esempi?

Nel biomercato totale tutto è in vendita e tutto si può acquistare. È possibile la compra-vendita di un bambino nella pratica dell’utero in affitto attraverso un catalogo in cui scegliere anche alcune caratteristiche ed è possibile rispedirlo al mittente se non corrisponde alle proprie aspettative.
L’essere donna, da condizione corporea, diventa un sentire soggettivo e un qualcosa che si può comprare nel biomercato dei desideri e nell’industria dell’ “identità di genere”.

Anche le relazioni vengono consumate compulsivamente e spasmodicamente come merci. Nel nuovo ordine sentimentale, retto dalla logica del consumo usa e getta, l’amore diventa merce ed evapora perdendo così ciò che caratterizza quel che non si può consumare e che dura nel tempo. Tutto deve essere instabile, precario, mutevole, fluido, anche le relazioni.

È stata proprio la cancellazione del senso del sacro che ha aperto non solo alla mercificazione del vivente, ma ad imbrigliare la vita riducendola al regno della quantità. Oggi siamo oltre a una mercificazione totale di ogni dimensione, con il nucleare si è varcata una soglia, con l’ingegneria genetica e la biologia sintetica si è varcata un’altra soglia, ora siamo nell’era della riprogettabilità dell’essere umano e della sintetizzazione dei processi che regolano la vita.

Non si tratta solo di mercato, in generale i processi tecno-scientifici vengono analizzati principalmente attraverso la lente del profitto e del piano economico, facendo così sfuggire la comprensione di un più profondo piano di assoggettamento. Pensiamo alla Rivoluzione Verde diffusa negli anni ’60 dalle Nazioni Unite, grazie a lobby potenti come la Fondazione Rockfeller, che si proponeva di “migliorare” e rendere più produttivo il “Sud del mondo”, imponendo pesticidi, macchine, “semi miracolo” prodotti in occidente e pensiamo alla successiva Rivoluzione biotecnologica e ai suoi semi terminator sterili di Monsanto.

Sarebbe un errore ridurre queste colonizzazioni ad una ricerca di nuovi mercati: lo scopo non era meramente il profitto, ma imporre un certo modo di sviluppo, un certo modo di concepire il rapporto con la Terra e imporre prima il paradigma a monocoltura intensiva e poi biotecnologico, distruggendo biodiversità, antichi saperi e comunità.

La Rivoluzione Verde si è trasferita dalle campagne alla società intera e ai corpi: oggi è il tempo della rete 5G e degli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, della carne sintetica, delle cavallette nel piatto e dei nuovi OGM sviluppati con editing genetico (Tecniche di evoluzione assistita – TEA), dei sieri genici a DNA ricombinante e a mRNA nanotecnologici, della selezione embrionale e del CRISP/Cas 9.

Dalla monocultura dei campi arriviamo a quella umana, dalla pannocchia di mais OGM arriviamo alla modificazione della linea germinale umana. Dai semi OGM arriviamo ai corpi tutti modificati geneticamente e resi sterili per generalizzare pratiche eugenetiche di selezione embrionale e la riproduzione artificiale delle future generazioni. Il laboratorio sperimentale, prima zootecnico e poi biotecnologico, sta continuando a estendersi all’umano.

La storia della zootecnia dovrebbe averci insegnato che tutto quello che viene sperimentato sugli altri animali, prima o poi, passerà all’umano, essendo il fine ultimo di questi processi. Oggi, come abbiamo visto in questi ultimi anni, siamo in pieno processo zootecnico, condannati a un’esistenza da allevamento. Se concediamo al sistema tecno-scientifico i nostri corpi, la nostra identità, le future generazioni i padroni universali avranno preso tutto e dopo cosa avranno ancora da prendere?

Dai tuoi scritti ho sempre rilevato un profondo rispetto e senso di sacralità nei confronti del concetto di madre. Perché a livello simbolico “ la madre archetipale” è  per te l’ultimo baluardo a difesa dell’essere umano? Come il transumanesimo e le tecnoscienze la stanno annientando?

Dobbiamo rimettere al centro il rapporto madre-figlia/o, la donna con il suo potere di generare è la fondatrice di ogni comunità. A prescindere che una donna possa essere madre o voglia essere madre, tutti e tutte siamo figli. Come pensare di costruire una comunità altra se i figli e le figlie nasceranno da un incubatrice artificiale?

Lo sviluppo delle tecno-scienze per chiudere il cerchio di gestione della vita necessita di impossessarsi della dimensione della nascita e della procreazione. L’ambiente laboratorio trasforma il processo della nascita in un’operazione tecnica: l’embrione diventa un “prodotto” da selezionare, da migliorare, da scartare, da modificare. L’ambiente laboratorio e la riproduzione artificiale trasformano il come veniamo al mondo.

Significativo che, fin dagli albori, l’ectogenesi fu ritenuta “un’importante opportunità di ingegneria sociale”, dalle parole del ricercatore genetista e biologo  J.B.S. Haldaine, che coniò questo termine negli anni ‘20 per indicare lo sviluppo di un nuovo essere fuori dal corpo materno.

Prima della realizzazione dell’utero artificiale le persone interiorizzeranno che sarà preferibile consegnare ai tecnici in camice bianco la dimensione della procreazione, quegli stessi tecnici che decreteranno poi quale sarà il “miglior interesse del minore”, creando un contesto nel quale la famiglia sarà considerata inidonea nel prendersi cura e nell’educazione dei propri figli. Famiglia oggi, dai progressisti di sinistra, considerata retrograda nella sua volontà di essere corpo unico con i propri figli e quindi da riformulare e rimodellare dai riprogrammatori della nuova umanità sintetica.

Stiamo inoltre assistendo a un’evaporazione del significato di madre: se tutte possono essere madri, nessuna lo è più. Oggi abbiamo una “madre d’intenzione”,  un “progetto parentale”, una “dichiarazione d’intenti”, previsti ad esempio nella nuova legge di bioetica francese e la neo lingua prevede “genitore 1” e “genitore 2”.

L’essere umano cessa così di avere una storia, una provenienza, riducendosi all’assemblaggio eugenetico di ovulo e sperma per un desiderio di un figlio a tutti i costi, ma questo desiderio non si può trasformare in un diritto per nessuno.

Noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo, un corpo sessuato e denso di significati. Quell’assenza di limiti rivendicata nel Sessantotto e quelle “macchine desideranti” di Deleze, Guattari & company hanno gettato le basi per la decostruzione post-moderna di valori, radici e punti fermi necessari per resistere alla dissoluzione transumana, hanno separato la donna dalla dimensione della procreazione, aprendo la strada alla sua espropriazione e artificializzazione.

E infine ti chiederei; c’è un legame tra maternità surrogata, editing genetico, utero artificiale, sieri genici e rete 5G? se si puoi tracciarmi il filo rosso che li unisce e perché oggi siamo a un bivio epocale?

Il filo è la medesima visione di mondo e di essere umano e di vivente sottesa a tutti questi passaggi. Oggi come non mai è essenziale unire i vari passaggi e comprendere il disegno d’insieme.
Siamo a un bivio epocale, in gioco c’è il senso stesso di umanità, cosa renderà non nelle prossime generazioni ma nel breve futuro l’umano ancora tale. Due opposte visioni di mondo si scontrano e in questo scontro non possiamo ne arretrare ne cedere nulla.

Durante la Germania nazista erroneamente si crede che vi fu poca o addirittura nessuna resistenza, qualcosa invece ci fu, di molto piccolo, ma molto significativo non solo per quel paese, basti pensare alla storia dei giovani della Rosa Bianca, ghigliottinati dal regime mentre spargevano semi di libertà, dando l’esempio e la vera speranza. Oggi di fronte a tutto questo dobbiamo, perlomeno, trovare una misura del coraggio che hanno mostrato i giovani della Rosa Bianca se l’umanità vorrà sopravvivere.

L’Agenda di oggi è “l’ingegneria dell’anima” nella sua massima espressione con le tecno-scienze che ci spingono giù dal precipizio con l’obiettivo finale della completa estirpazione, lacerazione e soggiogazione dello spirito più profondo dell’essere umano, per costituire un’umanità artificiale. Dalla presa dei corpi arriviamo alla presa dello spirito per il definitivo assedio dell’essere umano.

“Gli studenti di Monaco che nel Febbraio del 1943 proclamarono per mezzo di volantini la verità sulla tirannia ed incitavano al sabotaggio dell’industria bellica, non erano degli uomini politici. Essi erano dei giovani cristiani pieni di vita… Combattevano contro un fuoco gigantesco a mani nude, con la loro fede, con il loro povero apparecchio da ciclostile contro l’onnipotenza dello Stato. Non poteva finir bene, ed il loro tempo fu breve. Anche se fossero stati soli nella resistenza tedesca, i fratelli Scholl ed i loro amici, da soli essi sarebbero bastati per salvare una parte della dignità degli uomini che parlano il tedesco” (Thomas Mann).

L’intervista a Silvia Guerini è stata pubblicata in “Iglesia Viva”, n°293, gennaio-marzo 2023, www.iviva.org

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Roberta Trucco

Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), femminista atipica, felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia con una tesi in teatro e spettacolo. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all’ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo sono impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini. Amo l’arte, il cinema, il teatro e ogni tipo di lettura. Da alcuni anni dipingo con passione, totalmente autodidatta. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta “che niente succede per caso.” Nel 2015 Ho scritto la prefazione del libro “la teologia femminista nella storia “ di Teresa Forcades.. Ho scritto la prefazione del libro “L’uomo creatore” di Angela Volpini” (2016). Ho e curato e scritto la prefazione al libro “Siamo Tutti diversi “ di Teresa Forcades. (2016). Ho scritto la prefazione del libro “Nel Ventre di un’altra” di Laura Corradi, (2017). Nel 2019 è uscito per Marlin Editore il mio primo romanzo “ Il mio nome è Maria Maddalena”. un romanzo che tratta lo spinoso tema della maternità surrogata e dell’ambiente.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

La redazione e gli oltre 50 collaboratori scrivono e confezionano Periscopio  a titolo assolutamente volontario; lo fanno perché credono nel progetto del giornale e nel valore di una informazione diversa. Per questa ragione il giornale è sostenuto da una associazione di volontariato senza fini di lucro. I lettori – sostenitori, fanno parte a tutti gli effetti di una famiglia volonterosa e partecipata a garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano che si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori, amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato 10 anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato Periscopio e naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale.  Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 

Oggi Periscopio conta oltre 320.000 lettori, ma vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

Tutti i contenuti di Periscopio, salvo espressa indicazione, sono free. Possono essere liberamente stampati, diffusi e ripubblicati, indicando fonte, autore e data di pubblicazione su questo quotidiano.

Francesco Monini
direttore responsabile


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