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Maura Franchi e il nostro ‘68

Maura Franchi e il nostro ‘68

Maura l’ho conosciuta alla FLM di Ferrara, la Federazione Lavoratori Metalmeccanici che, sulla spinta del movimento prima studentesco e poi operaio, decise di diventare un sindacato unitario, abbandonando le precedenti Fiom, Fim, Uilm. Allora i sindacati attraevano anche giovani laureati disposti a questo lavoro meno pagato e idealisti. Lei, laureata in sociologia, era in Fiom, io, laureato in scienze economiche a Bologna, ero in Fim. Gli altri 6 operatori FLM di Ferrara erano tutti operai o ex operai, un’unica squadra con sfumature diverse (la squadra non è un gruppo).

Il nostro lavoro era organizzare le trattative aziendali e, nel caso, gli scioperi, studi sull’organizzazione del lavoro nelle grandi fabbriche (Berco, VM,…), formazione dei delegati e servizi (controllo delle buste paga, etc.). Maura ed io eravamo più esperti nei servizi (buste paga,…), studi aziendali, formazione. Ricordo che con il padrone della Reynolds Wheels feci la trattativa in inglese, spiazzando i compagni della Fiom che nulla capivano.

Maura era la più giovane (da Massa Carrara) ultima arrivata dei 4 operatori della Fiom e sperava di diventare la prima segretaria donna, ma non sapeva che allora, anche nella progressista Cgil, una donna non avrebbe mai potuto fare il n.1 in un ambiente così maschile.

Quando lo scoprì, dopo 7 anni, andò in crisi (e pianse non poco), così decise di andarsene in Regione dove le avevo consigliato di andare visti i suoi interessi di studio, diventando poi responsabile dell’Agenzia sul Mercato del Lavoro. Infine andò all’università di Parma.

Ero entrato nella Fim-Cisl perché allora si entrava in Cgil solo se iscritti al PCI o al PSI e siccome ero de Il Manifesto (Rossanda, Pintor, Magri,…) l’unico sindacato che poteva prendermi era la Cisl, che aveva al suo interno una componente di extraparlamentari di sinistra (altri tempi).

Con Maura andavo d’accordo perchè eravamo entrambi su posizioni simili ed eterodosse (condannammo l’invasione di Praga dell’Urss) e non eravamo d’accordo nel presidiare la sede FLM di notte per paura di un colpo di Stato (fatiche terribili). Avevamo un interesse profondo per il cristianesimo, tant’è che lei invitò, con mia grande soddisfazione, Giulio Girardi, per un corso ai delegati, con qualche mugugno degli altri. Girardi era un noto teologo promotore del movimento Cristiani per il Socialismo, ex sacerdote salesiano, chiamato al Concilio Vaticano II come esperto del marxismo e delle problematiche dell’ateismo contemporaneo. Era stato espulso dall’Università Salesiana di Roma e da altri atenei cattolici, dalla congregazione salesiana e sospeso a divinis, per le sue idee. Nel 1969 non si accettava una stretta collaborazione tra marxisti e cristiani. Pubblicò con La Cittadella ”Marxismo e cristianesimo” e stava sorgendo in Brasile la teologia della liberazione dei Boff.

Maura si sposò con Fiorenzo Baratelli, segretario della Figc (i giovani del PCI), ed ebbe una figlia (Chiara).

La prima volta che incontrai Fiorenzo fu nel 1968 al palazzetto dello sport di Ferrara. Stracolmo di studenti delle superiori in sciopero, tutti gridavamo “ognuno rappresenta se stesso“. Avevamo 18 anni e ricordo che Fiorenzo mi guardava come dire “ma non è un po’ generico?”. Aveva una formazione PCI, un po’ più solida di noi sessantottini, ma forse meno aperta a quel gigantesco movimento che allora era guidato da noi extraparlamentari. Ma alla fine si mise a gridarli anche lui gli slogan, non so se per farci piacere o per convinzione.

Il ’68 fu un’esperienza travolgente, di intense relazioni, quelle che mancano a molti giovani oggi, anche se il 18 aprile è ripartita la flotilla da Venezia (nessuno ne parla) e vedo di nuovo tra i giovani molti aspetti che mi ricordano il ’68. Cavolate ne abbiamo fatte ma, nel nostro piccolo, aiutammo a creare quei delegati di fabbrica (che sostituirono le Commissioni interne) e fecero (da allora) più forti i sindacati sui luoghi di lavoro. Maura scrisse proprio sui consigli di fabbrica un libro con Vittorio Rieser.

Per molti giovani sindacalisti quel lavoro rappresentava il sogno di poter cambiare in meglio la società. Da studenti avevamo messo sotto pressione i sindacati che avevano ancora le Commissioni Interne che non erano una forma democratica di rappresentanza dei lavoratori. Molte furono le conquiste, fu eliminato il cottimo, ridotti i ritmi di lavoro, i salari accresciuti, le forme di lotta decise in assemblea. Processi influenzati dalle lotte studentesche, in quanto, a differenza dalla Francia, il sindacato italiano, non chiuse la porta in faccia agli studenti e ne accolse lo stimolo per farne, dopo la vittoria contrattuale del 1969, il famoso «autunno caldo», la base stessa del sindacato in fabbrica.

I delegati e i Consigli di Fabbrica che si formarono, vennero infatti ufficialmente riconosciuti. Alla fine del 1970 i CdF in Italia erano 1.374 con 22.609 delegati: nel 1971, 2.566 con 30.493 delegati, nel 1972 un totale di 83mila delegati. In Germania si sviluppò invece un movimento in cui gli operai accedono a sistemi di partecipazione (“mitbestimmung”) e lo scontro coi datori di lavoro fu meno intenso.

Eravamo comunisti “a modo nostro” (direbbe Lucio Dalla) e leggevamo Marx, Keynes ma anche Karl Polanyi pubblicato da Einaudi nel 1974 (La grande trasformazione) in cui veniva messo in discussione il libero mercato tipico del liberalismo, esteso a tutto (lavoro, terra, natura), che avrebbe avuto una gran fortuna nei successivi 50 anni e, come disse il finanziere Warren Buffet, la lotta di classe è stata ampiamente vinta dai ricchi capitalisti. Ma, a mio modesto avviso, la “talpa ha scavato” e oggi il capitalismo liberale sta vivendo una profonda crisi come mostra il tramonto degli Stati Uniti e l’ascesa di un nuovo “socialismo 2.0” della Cina. Non tutto ci piace oggi della Cina (anzi), ma l’aver sradicato la povertà per la prima volta nella storia e aver portato la Cina a una prosperità diffusa mostra che la “storia” non è finita e quindi c’è speranza in un mondo migliore che prenda, in futuro, la parte migliore del capitalismo e del comunismo.

Abbiamo vissuto anni di grande intensità emotiva e relazionale, tipici degli “stati nascenti”. La storia non finisce mai e credo che ci stiamo avvicinando ad un’altra fase di “grande svolta”. Credo che con Maura, ci vedremo ancora nella prossima vita, ma non sarà facile riconoscersi, perché tutto cambia ed è il bello della vita prossima che verrà.

Maura Franchi (nella foto di copertina) ha collaborato assiduamente a questo giornale. Per leggere i suoi articoli su Periscopio consulta la sua rubrica Elogio del presente  .

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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