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Negli Stati Uniti ritornano i sindacati: quale futuro per il capitale?

Si è concluso con un buon accordo lo sciopero dei sindacati Usa contro le tre big dell’automobile. Le richieste erano di ridurre l’orario di lavoro da 40 a 32 ore e aumenti salariali del 40-46%. L’accordo prevede aumenti salariali del 25% con Ford e Stellantis, mentre per l’orario non ci sono riduzioni. Si prevede anche la difesa del lavoro locale (confermata per lo stabilimento di Trenton in Michigan ed altri siti e la produzione di nuove vetture in Illinois e altrove). Richieste pesanti che venivano dopo anni in cui a guadagnare erano state solo le aziende (250 miliardi di profitti negli ultimi 10 anni, +65%, stime del sindacato UAW) che hanno arricchito gli azionisti, i super dirigenti, manager e fasce alte dei lavoratori, mentre si riducevano le paghe orarie degli operai. Come ha detto il neo segretario eletto Shawn Fain è “una battaglia della classe operaia contro i ricchi” e la conferma che senza contro poteri il capitalismo diventa sempre più predatorio.

Oggi c’è una nuova generazione più determinata di sindacalisti, come Sean O’Brien della Brotherhood of Teamsters (che ha appena ottenuto un aumento del 20% dei salari dei dipendenti di Ups) o Lynne Fox, neopresidente della Workers United, che promette battaglie durissime. Anche i 60mila attori (e altri 2 milioni di lavoratori del settore) hanno fatto un accordo triennale con gli Studios dopo 4 mesi di scioperi che non avvenivano dal 1960. Oltre ad un aumento del 7% del minimo salariale ci sono benefici sulle pensioni, sull’assistenza sanitaria e pagamenti per le audizioni autoprodotte (spesso richieste dagli Studios). Il capitolo sull’Intelligenza Artificiale prevede che non si possa usare per repliche digitali o modifiche senza l’autorizzazione e il pagamento ai singoli attori. Non è invece passato l’aspetto più “rivoluzionario” che era quello del pagamento dell’1% o 2% degli abbonamenti o per gli ascolti in streaming, che prevede solo “bonus” in base al successo degli show. I costi di produzione aumentano così di circa il 10%.
Non passa purtroppo il principio delle “compartecipazioni” che, a mio avviso, è il futuro su cui dovrebbero lottare i lavoratori (di tutti i settori), affermando il principio che i profitti sono anche il prodotto di chi ci lavora e non solo del capitale.

L’accordo è anche la dimostrazione che si può negoziare sull’Intelligenza Artificiale e fare in modo che i vantaggi vadano a tutti e non solo ai pochi che la progettano.

Thomas Piketty ha riportato in “Il capitale del XXI secolo” le stime della Federal Reserve Usa (Banca centrale) che ha calcolato come al decile superiore (10% dei più pagati) andava (nel 2010) il 72% di tutto il “monte” salari, mentre al decile inferiore solo il 2%. Non c’è quindi solo un problema di iniqua distribuzione tra capitale e lavoro ma anche all’interno di chi lavora, con stipendi sempre più alti a manager e dirigenti e più bassi per chi fa lavori di routine.

La minore disuguaglianza si è avuta in Occidente negli ultimi 70 anni in Svezia (negli anni ’70-’80) quando il decile più ricco (10%) prendeva solo il 20% dell’intero monte salariale. In Francia il rapporto era invece (stime Piketty) di 62% per il decile superiore contro 4% di quello inferiore, che è più o meno quanto avviene oggi in Europa e anche in Italia. Le disuguaglianze salariali sono diminuite nei primi 30 anni del 2° dopoguerra, ma poi cresciute dagli anni ’90 ovunque, in particolare in Usa. Ma ciò che fa impressione non è la disuguaglianza dei redditi da lavoro, ma quella patrimoniale. Qui le differenze sono enormi in tutti i paesi occidentali. In Usa il decile superiore (10%) possiede oggi il 70% di tutta la ricchezza (60% in Europa, 50% nei paesi Scandinavi), mentre il 50% dei cittadini più poveri detengono in Usa ed Europa solo il 5% (10% in Scandinavia). Ciò significa non solo la progressiva sparizione della classe media, ma che il 20-30% più povero non possiede nulla. Anche in Italia (fonte Banca d’Italia) il 30% più povero ha solo 8-10mila euro di proprietà tra mobili, auto e qualche spicciolo sul conto corrente. Una catastrofe sociale che è alla base dell’astensionismo elettorale e pronta a sostenere qualsiasi “vandea” anti sistema.

I sindacati Usa hanno trovato l’appoggio sia del presidente Biden che di Trump e, per la prima volta, sia di Democratici che Repubblicani. Fain (58 anni), il nuovo leader del sindacato dell’auto, va ora alla conquista degli Stati del Sud (che non sono sindacalizzati) e si richiama più alla Bibbia che a Marx, sapendo quanto è forte la presenza evangelica e cristiana negli Stati del Sud. E’ stato eletto con nuove procedure direttamente dalla base degli iscritti, dopo una serie di scandali che hanno travolto la vecchia dirigenza corrotta che aveva sempre funzionato da cinghia di trasmissione del partito democratico ed era stata molto tenera con le 3 big company (Ford, General Motors e Stellantis/ex Chrysler). Fain ha imposto un negoziato durissimo con le industrie automobilistiche e ha avvertito Biden che avrà l’appoggio dell’UAW solo se dimostrerà che il suo piano di sviluppo dell’auto elettrica non avrà conseguenze negative per i lavoratori dell’auto (tutta batteria, quasi senza motore richiede meno manodopera) che erano reduci da anni di tagli drastici dei salari e delle pensioni e furiosi per le briciole che a loro arrivavano dei profitti miliardari e degli stipendi da star dei loro dirigenti.

Con questo accordo si rifanno vivi nella società USA i sindacati, quasi muti da 30 anni, un “contro potere” che alla democrazia fa solo bene, perché senza contropoteri la democrazia  – quella vera, fatta di eguaglianza e diritti e non solo di cabina elettorale – declina.

Il capitale in passato era quello commerciale dei mercanti che guadagnavano sulla differenza tra il prezzo di acquisto e di vendita. Capitale che si è evoluto in quello di prestito durante il medioevo, con gli ebrei e poi con le banche di Firenze, Genova e Venezia nel Rinascimento che hanno finanziato poi la globalizzazione con la scoperta di Cristoforo Colombo. Oggi abbiamo il capitale finanziario, che fa profitti solo usando il denaro, con una rendita media del 4% annuo.

Il futuro del Capitale quale potrebbe essere? Quello delle compartecipazioni, dove ai lavoratori vada una quota consistente (non 1-2%) dei profitti, chiudendo l’epoca iniqua in cui a guadagnare sono solo dirigenti e azionisti. Hanno fatto bene gli operai a far notare che è uno scandalo che il loro capo guadagni 30 milioni di dollari all’anno quando loro prendono 30 dollari all’ora.

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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