3 Luglio 2021

PRESTO DI MATTINA
Un ospedale da campo

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 10 minuti

chirurgia assistenza aiuto emergenza

 

«La parrocchia, appunto perché è una comunità, non può avere il passo delle élites. Il suo è un passo cadenzato e stanco, misurato sugli ultimi più che sui primi: e dietro l’ambulanza, per chi si lascia cadere sullo zaino a terra; il grosso della parrocchia viene avanti come può, e non è detto che anche lì non ci sia un po’ di quel sale della terra e di quella luce del mondo che serve per far fronte all’anticristianesimo avanzante. Anche una briciola serve, anche una memoria, un’abitudine lontana».

Leggendo queste righe vien da pensare che siano di papa Francesco. E invece no: a scriverle è stato don Primo Mazzolari (La riforma della parrocchia, in Il nostro tempo, 28.8.1948). Un profeta ‒ è proprio il caso di dire ‒ che, già alla metà del secolo scorso, coglieva la necessità di una riforma della parrocchia e l’urgenza di un nuovo stile e di un nuovo e più vivo linguaggio per dire Dio. In breve: una teologia poetica. Del resto, la testimonianza precede le parole; è loro ispiratrice. E come nella poesia, ne costituisce sorgente creativa: «Dobbiamo divenire i poeti del nostro ‘mestiere’ ‒ scriveva per l’appunto don Primo ‒ perché noi creiamo sempre: benedicendo, parlando, consacrando, amando» (Preti così, Bologna 1980, 148-149).

Di qui la necessità vitale di portare «il peso umano del pane», di dover mettersi nei panni delle persone, calcarne le orme, in ascolto del loro cuore, in mezzo a loro come testimoni di un altro “cuore trafitto” al pari del loro: «La fede è vita ‒ e quale vita! ‒ una testimonianza convincente non può esserci data che dalla vita». E pertanto «non si può usare la verità come una clava, un guanto di ferro, una spada. Certe durezze e implacabilità da guardiani gelosi e inintelligenti, certe intransigenze di metodo e certe dubbie amplificazioni presentate come necessarie, non servono la verità, che può essere proposta, senza diminuirla, in tanti modi».

È sempre don Primo che scrive e continua: «La regalità della verità assomiglia a quella di Cristo, che ha per emblema una corona di spine, per trono una croce, per scettro una canna, per strada un calvario, per parabola un pugno di lievito e un granello di senape. Purché venga accolta con libertà e con gioia. La verità, non la nostra verità. Perché la verità non ha padroni. Il mio e il tuo sono sacrileghe incrostazioni. A nessuno Iddio volle affidare il compito di fare trionfare la verità, ma solo di renderle testimonianza nella carità: “veritatem facente in caritate”. Dio non vuole che per accendere una lampada si spenga un cuore» (Della fede, della tolleranza, della speranza, Bologna 1995, 53; 134-135).

Così, ogni tanto vado a rileggermi una pagina del Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos [Qui] e subito mi ritrovo tra la gente: «So che la mia parrocchia esiste realmente, che siamo l’un dell’altra per l’eternità, che è una cellula vivente della Chiesa imperitura e non una finzione amministrativa. Ma vorrei che il buon Dio m’aprisse gli occhi e le orecchie, mi permettesse di vedere il suo viso, di sentire la sua voce. È un domandare troppo, forse? Il viso della mia parrocchia! Il suo sguardo! Dev’essere uno sguardo dolce, triste, paziente … Lo sguardo che Dio ha visto dall’alto della Croce», (Diario di un curato di campagna, Milano 1965, 37).

Se per don Primo la vita di una parrocchia è raffigurata dall’“ambulanza” posta in fondo in compagnia degli ultimi, l’intera chiesa di questo nostro tempo ben può essere raffigurata ‒ con le parole di papa Francescocome un “ospedale da campo” per la «capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo» (Intervista in La Civiltà Cattolica, 3918, 2013).[Qui]

E così dev’essere anche la teologia, espressione della cura e del dono di «una Chiesa che è ospedale da campo, che vive la sua missione di salvezza e guarigione nel mondo. La misericordia non è solo un atteggiamento pastorale ma è la sostanza stessa del vangelo di Gesù. Vi incoraggio a studiare come nelle varie discipline – la dogmatica, la morale, la spiritualità, il diritto e così via – possa riflettersi la centralità della misericordia. Senza la misericordia la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nell’ideologia, che di natura sua vuole addomesticare il mistero. Comprendere la teologia è comprendere Dio, che è Amore», (Lettera ad decano della Pontificia università cattolica argentina, 3 marzo 2015).

La teologia deve narrare lo sguardo del Crocifisso risorto e del suo farsi prossimo ad ogni persona. Dev’essere in grado di svelare il volto di quel forestiero che si accompagnò ai discepoli la sera di Pasqua: colui che è più intimo a noi di noi stessi, la nostra gioia sorgiva, quella che rende il cuore inquieto in cerca della verità nella vita: «La gioia della verità esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra, non abita e non condivide con tutti la Luce di Dio. La verità, infatti, non è un’idea astratta, ma è Gesù, il Verbo di Dio in cui è la Vita che è la Luce degli uomini, (cfr. Gv 1,4) il Figlio di Dio, che è insieme il Figlio dell’uomo. Egli soltanto, «rivelando il mistero del Padre e del suo amore, rivela l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione. Uno dei contributi principali del Concilio Vaticano II è stato proprio quello di cercare di superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita. Oso dire che ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente. La teologia, non vi è dubbio, dev’essere radicata e fondata nella Sacra Scrittura e nella Tradizione vivente, ma proprio per questo deve accompagnare simultaneamente i processi culturali e sociali, in particolare le transizioni difficili. Anzi, in questo tempo la teologia deve farsi carico anche dei conflitti: non solamente quelli che sperimentiamo dentro la Chiesa, ma anche quelli che riguardano il mondo intero» (Veritatis gaudium, Costituzione Apostolica su Università e Facoltà ecclesiastiche 2018).

Decisiva e centrale risulta per la comprensione della teologia di Francesco, come per la sua riflessione antropologica e sociale, la cultura dell’incontro e del dialogo mediante un processo “in uscita”. Un processo di attraversamento dei confini capace di situarci in prossimità dell’altro, sino a trasformare la nostra periferia in un nuovo centro. Non più senza di lui: se manca, se ci si sottare alla relazione, le fratture esistenziali generano isolamento, pensiero autoreferenziale e, alla fine, rendono la comunicazione incomprensibile. Il pensiero teologico è allora un pensiero di ricerca, che avanza necessariamente in compagnia, perché intrinsecamente claudicante.

Così come la rivelazione di Dio, la sua Parola, non è senza le parole umane, così la teologia non può vivere senza la relazione alla vita del popolo: «Essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore. E questa è l’inquietudine della nostra voragine; possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca, o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio. Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace», (Omelia, 3 gennaio 2014) [Qui]

Ma uscire verso le periferie e varcare i confini non è solo un problema di aggiornamento pastorale, indispensabile a evitare l’autoreferenzialità e la sterilità culturale. Per papa Francesco, è anche e soprattutto una questione propriamente teologica: l’uscita è una maniera di seguire Cristo e in lui incontrare il mistero di Dio in sé e negli altri: «Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriamo più cose, e quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa. Una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato», e sappiamo chi incontreremo anche nell’ultimo posto. (Intervista, in www.terredamerica.com).

L’opzione fondamentale attraverso cui Francesco intreccia la sua riflessione teologica è quello della misericordia: «Sono due logiche di pensiero e di fede: la paura di perdere i salvati e il desiderio di salvare i perduti. Anche oggi accade, a volte, di trovarci nell’incrocio di queste due logiche: quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio», (Omelia, 15 febbraio 2015) [Qui]

Tale interpretazione complessiva nasce, infatti, da una considerazione originaria della sua esperienza che è, nello stesso tempo, teologica e spirituale: «La misericordia eccede, va sempre oltre», (Misericordia et misera, 19). Principio fondativo e punto di convergenza di una retta fede (ortodossia); di una pratica che ispira e nutre la fede (ortoprassi); di un retto cuore: un sentire e un valutare con cuore umano e sensibilità evangelica (ortopatia). La misericordia di Dio dice la sua accondiscendenza: lo scendere e il fermarsi del samaritano, l’abbassarsi verso gli infermi di un medico, il farsi prossimo fino a impregnarsi dell’umano, come il pastore dell’odore delle pecore.

Per questo, nulla meglio del gesto di Gesù che si inginocchia a lavare i piedi ai discepoli è in grado di esprimere il senso teologico della Chiesa e della sua missione nel mondo. A partire dalla lavanda dei piedi si è infatti avviato un processo di conversione, affidato ai discepoli, che attiene al modo di vivere le relazioni nella forma della misericordia originaria del Padre che si è rivelata nel gesto profetico del Figlio: «Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 43,45).

Il gesto di Gesù, volutamente originario, generativo ed esemplare, dischiude il dono e l’impegno a ricrearlo sempre di nuovo, nel tempo e nello spazio, gli uni gli altri, al modo delle note di uno spartito che, scritte e suonate una prima volta, poi continuano ad essere reinterpretate con sempre nuova creatività, in un processo musicale stupefacente.

In questa prospettiva non sorprende allora che il teologo Pierangelo Sequeri abbia descritto la teologia di Francesco come una «sinfonia incompiuta» in occasione del Simposio su Teologia e magistero nella Chiesa con Papa Francesco tenuto all’Università Gregoriana nel 2019. Non diversamente dalle parole: «Così fate anche voi» nella lavanda dei piedi, Sequeri ricorda come anche Francesco ci affidi suggestioni pastorali come fossero note, che poi tocca a noi interpretare, dando prova di comporre la nostra vita sulle note della Parola di Dio. «Dio se l’aspetta da noi: vuole suscitare risposte, e la musica fa questo lavoro da sempre».

Alla fine ritorno al Mazzolari dell’inizio per ricordare come la teologia di papa Francesco ci insegna a portare «il peso umano del pane»: la vita del popolo; ci invita a tenere insieme «il pane e la mano che lo dona»: la misericordia del pane spezzato, con il sacrificio di coloro le cui mani lo hanno preparato. Così è pure tenere uniti il pane della parola di Dio con i testimoni che hanno trasformato il loro in pane eucaristico, pane spezzato e condiviso: «Io ricevo il mio pane quotidiano da tante mani, da milioni di mani che hanno lavorato per me, sudato per me, rubato il tempo al sonno, al riposo, alla gioia per me. Dio mi serve per mezzo di tante creature, che non conosco».

Il pane non senza le mani, la teologia non senza la vita, le mani della gente: «Cancellando quella mano dal mio pane, cancello i chiarori dell’alba, il fulgore del meriggio, le iridescenze delle rugiade, i muti colloqui delle stelle con le spighe, la sinfonia del vento, il canto degli uccelli, lo zirlio dei grilli, la paziente fatica dei lombrichi, le canzoni dei mietitori, il muggito dei bovi, l’odore dei fieni.

Quale peso di bontà e di poesia in ogni briciola di pane! Il cantico delle creature, segnato su ogni boccone di pane, fa del mio pasto un rito di comunione naturale, che mi prepara a capire il mistero della comunione col corpo e il sangue del Signore. Il sacrificio è il valore del pane: il suo peso umano, che mi sento palpitare tra le mani come qualche cosa che già appartiene a Cristo: un po’ della sua passione, ch’egli “consuma” nel sacramento, stabilendo nell’eterno la preziosità d’ogni lacrima e d’ogni goccia di sudore e di sangue». (La parola che non passa, Vicenza 1966, 96-97).

Papa Francesco? Don Primo direbbe: un cristiano che non ha paura dell’amore sempre più grande: «Chi crede non ha paura, né di quello che tramonta né di quello che sorge, né di quello che crolla né di quello che sotto il sole gli uomini ricostruiscono. Bisogna aver paura di essere travolti con ciò che cade solo perché non ce ne siamo sciolti a tempo, riparando nell’eterno. Bisogna aver paura di non essere presenti nella novità che sorge, perché noi siamo la novità che deve scaturire dalla nostra fede, come “acqua saliente (ascendente) a vita eterna”… Il volto inconfondibile della rivoluzione cristiana è la capacità perennemente creatrice della nostra fede. Il nuovo deve portare qualche cosa di nostro, il nuovo è nostro, generato dalla nostra fede. Sulle strade della giustizia e dell’amore, un cristiano che non sia un «di più» è un perduto. “Non c’è amore più grande…”. L’amore (misericordia) più grande fa la rivoluzione più grande, la sola di cui il mondo ha bisogno» (La rivoluzione cristiana, Bologna 1995, 183-184; 186).

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L’autore

Andrea Zerbini

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