Dove il limite non tiene: l’atto al posto della parola
Dove il limite non tiene: l’atto al posto della parola
Un ragazzo di tredici anni accoltella la propria insegnante. Non è solo un fatto di cronaca. È il punto in cui la parola non ha più tenuto.
Di fronte a un gesto così, la tentazione è immediata: condannare, spiegare in fretta, cercare un colpevole. Ma la violenza, da sola, non spiega nulla. Ciò che interroga davvero è il passaggio — quel momento preciso in cui qualcosa che avrebbe potuto essere detto, pensato, trattenuto, diventa invece azione.
Da una prospettiva lacaniana, il soggetto si costituisce nel linguaggio e attraverso il limite. Il limite non è una semplice regola imposta dall’esterno, ma ciò che rende possibile abitare il desiderio senza esserne travolti. È un “no” che struttura, che orienta, che introduce alla mancanza. Quando questo limite non si costruisce — perché assente, incoerente o vissuto come arbitrario — la frustrazione non trova argini. E ciò che non entra nel simbolico ritorna nel reale.
A tredici anni, questo passaggio è particolarmente fragile. Il gesto violento non è mai solo impulsività. È un corto circuito: tra ciò che si prova e ciò che si può dire, tra l’intensità dell’affetto e la povertà degli strumenti per trattarlo.
Rabbia, vergogna, umiliazione non trovano parola e allora si trasformano in atto. In quel momento, l’altro non è più un soggetto, ma un ostacolo. E l’atto prende il posto della parola.
La questione dell’autorità si iscrive esattamente qui. L’autorità, perché sia tale, non può essere solo esercizio di potere. Deve essere riconosciuta, deve avere consistenza simbolica.
Quando è fragile, intermittente o percepita come umiliante, non produce limite ma reazione. Non orienta, ma provoca. E allora il “no” non struttura: viene rifiutato, sfidato, aggirato.
È per questo che la risposta puramente repressiva rischia di essere una falsa soluzione. Più controllo, più rigidità, più sanzione: sono interventi che possono contenere un comportamento, ma non costruiscono un limite interno. Il simbolico non si impone. Senza un lavoro sul senso, sulla relazione, sulla possibilità di parola, la repressione resta esterna — e ciò che resta esterno, prima o poi, cede.
Allo stesso tempo, è necessario mantenere uno sguardo rigoroso sulla scena in cui il gesto è avvenuto, senza scivolare in attribuzioni semplicistiche.
Non sappiamo quale tipo di relazione si fosse costruita tra questo ragazzo e la sua insegnante, né quale posizione ciascuno occupasse in quel legame. Porre questa domanda non significa, in alcun modo, colpevolizzare l’insegnante o attenuare la gravità dell’accaduto. Significa riconoscere che ogni relazione educativa è un campo complesso, attraversato da dinamiche, da transfert, da punti di rottura.
È nella relazione che il limite può diventare esperienza, e non solo imposizione. Quando questo spazio si incrina, il conflitto rischia di non trovare più vie simboliche. E quando il simbolico viene meno, resta il reale dell’atto.
La domanda allora cambia. Non è più soltanto “perché lo ha fatto” o “come punire”. È: quale esperienza del limite è stata possibile per questo ragazzo? Dove ha potuto incontrare una parola capace di nominare ciò che provava? Quali adulti hanno potuto reggere, contenere, tradurre?
Un gesto così non nasce dal nulla. Nasce dove il linguaggio non ha tenuto, dove il limite non si è costruito, dove l’autorità non è stata esperienza simbolica ma presenza vuota o assente.
Quando un adolescente passa all’atto, non smette semplicemente di rispettare una regola. Sta parlando, ma senza parole.
E se continuiamo a rispondere solo con il controllo e la repressione, rischiamo di confermare proprio ciò che è mancato: uno spazio in cui la parola possa esistere.
Perché il punto non è eliminare il sintomo, ma comprenderne la logica. E riaprire, là dove si è chiuso, il passaggio fondamentale: quello dalla violenza alla parola.
cover: immagine Padre Stefano Liberti
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