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L‘Italia sceglie il Fossile, ingrana la retromarcia e volta le spalle alla transizione ecologica. Nel pieno della crisi energetica e della guerra in Ucraina, inizia ad emergere in modo più chiaro la strategia energetica del governo Meloni e dei poteri forti.

L’interprete più autentico di questo nuovo corso è senz’altro il confermato presidente dell’Eni Claudio Descalzi, fedele accompagnatore della premier Meloni nei suoi viaggi dall’Algeria agli Emirati Arabi per incrementare il flusso del gas da quei Paesi all’Italia.

In una recente intervista, il nostro dice chiaramente che “quello che pensa l’Europa non è per forza quello che pensa tutto il mondo. In Europa la quota degli idrocarburi scenderà, ma non così in Cina, India, in Africa….Ora, che l’Europa voglia fare bene sul fronte ambientale è un esempio importante che sta dando a tutto il mondo, ma che pensi che la questione ambientale è l’unica componente da considerare è però un errore, perché dobbiamo parlare di competitività, di prezzi….Perchè di eccesso di virtù si può anche morire”.

Questa nuova strategia si basa sull’idea di fare del nostro Paese un “hub” del gas, cioè snodo del suo transito e scambio per tutta l’Europa, rilanciare la sua estrazione nell’Adriatico e in terraferma, mettere in funzione nuovi rigassificatori, a iniziare da Piombino e Ravenna, contrabbandare per fonti rinnovabili anche quelle che non sono tali, come il biometano, in buona sostanza decidere di continuare a stare nell’economia del fossile per i prossimi 15-20 anni.

Accanto e “coerentemente”a questo, ci si oppone alle direttive europee sull’efficientamento energetico degli edifici e sulla cessazione delle vendite di autoveicoli con motore endotermico entro il 2035.

Il risultato finale è quello di abbandonare qualsiasi ipotesi di transizione e conversione ecologica, fondate sulle fonti rinnovabili, che invece vengono ostacolate. Rinunciare all’autonomia energetica. Decidere che il contrasto al cambiamento climatico e alle emissioni climalteranti non è un problema serio e drammatico da affrontare ora.

Ma c’è persino di più: emerge anche un tentativo, assai pericoloso, di dipingere la transizione ecologica come “un lusso per i ricchi” e conseguentemente, si lasciano sole le persone, in particolare quelle a reddito medio basso, ad affrontarla, con l’idea che si possa anche dar vita ad un blocco sociale e popolare contrario alla stessa.

Per fortuna, è in campo una mobilitazione che è partita dai territori, e dai cittadini che li abitano, dove da ultimo si stanno installando o progettando i nuovi rigassificatori. Un movimento promosso e sostenuto da un arco vasto di reti e associazioni sociali, in primo luogo la Rete nazionale contro i rigassificatori, la campagna Per il clima- Fuori dal fossile, la Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna e diversi altri ancora.

Tale mobilitazione si è snodata attraverso manifestazioni che si sono svolte a Piombino l’11 marzo, a Cagliari il 15 aprile e la cui prossima tappa è prevista per il 6 maggio a Ravenna [Vedi su Periscopio il testo della convocazione della manifestazione di Ravenna] .

Inutile sottolineare la coltre di silenzio che i media mainstream hanno dedicato a questi appuntamenti e, per converso, l’importanza che esse assumono per provare a contrastare e invertire le scelte che governo e poteri forti stanno mettendo in campo.

Quest’impostazione, peraltro, ha una forte pervasività e si traduce in atti che investono l’insieme dei territori del nostro Paese. Da questo punto di vista, è emblematico anche ciò che succede nella provincia e nel comune di Ferrara. Due vicende saltano immediatamente agli occhi.

La prima
è quella che riguarda la messa in funzione dell’impianto di biometano di Villanova
: un impianto industriale molto grande, che produrrà più di 12 milioni di mc/anno, il secondo per dimensioni del genere nella regione Emilia-Romagna, che va ad aggiungersi alla cinquantina di impianti di biogas già esistenti nella provincia.

Ora, è bene chiarire, intanto, che il biometano non può essere considerato facente parte del ciclo dell’economia circolare, né assimilato ad una fonte energetica pulita e rinnovabile, visto che esso produce comunque emissioni climalteranti.

In più, il progetto presentato fa emergere seri problemi dal punto di vista dell’impatto ambientale e della salute dei cittadini, forti problematiche derivano dai volumi di traffico che si genererebbero, non sufficientemente approfonditi e altrettanti motivi di preoccupazione traggono origine dalla vicinanza dell’impianto nei confronti delle case e dell’abitato.

A cui si somma il grave problema democratico che si è evidenziato nel percorso dell’autorizzazione dello stesso: i cittadini coinvolti non sono mai stati né informati e tantomeno consultati e si è proceduto incuranti della loro opinione  e della contrarietà manifestata in numerose occasioni dalla gran parte dei residenti.

Inoltre, ci è toccato assistere allo spettacolo scandaloso offerto dall’Amministrazione comunale di Ferrara che, con una delibera votata a maggioranza dal Consiglio Comunale, ha espresso, ancora nel febbraio dello scorso anno, la propria bocciatura dell’insieme del progetto, facendo finta di non sapere che, stante l’attuale vergognosa normativa relativa all’autorizzazione agli impianti di questa natura, considerati di per sé strategici e di pubblica utilità, essa non avrebbe prodotto nessun effetto sulla decisione finale.

Mentre l’opposizione da parte dell’Amministrazione comunale alla variante urbanistica necessaria, che avrebbe bloccato l’iter autorizzativo, non è stata agita e, alla fine, è arrivato anche il parere positivo dei vari uffici dell’Amministrazione.

Anche questo vulnus democratico – un vero e proprio gioco delle tre carte – impone di azzerare la decisione, ridiscutere la vicenda in Consiglio Comunale, arrivare ad un’iniziativa del sindaco che blocchi il progetto, come chiesto in modo chiaro dalla Rete Giustizia Climatica di Ferrara e dal gruppo di cittadini che si oppongono all’impianto.

La seconda vicenda che merita di essere evidenziata è quella relativa all’incredibile aumento delle tariffe per le famiglie che sono allacciate alla rete di teleriscaldamento, ben di più di quello verificatosi per l’incremento del prezzo del gas.

La questione è che, nel comune di Ferrara, il teleriscaldamento è alimentato dalla geotermia, dall’inceneritore e dal ricorso al gas: ebbene il paradosso sta nel fatto che questo fortissimo incremento – bollette bimestrali a più di 700 € per consumi “normali”- deriva maggiormente dal costo della geotermia – derivato direttamente da un accordo tra il Comune e la multiutily Hera che gestisce il servizio di teleriscaldamento, fortemente sbilanciato a favore di quest’ultima- piuttosto che da quello del costo del gas.

Con il risultato straordinario di aver sollevato la giusta protesta e iniziativa dei cittadini interessati rispetto a questa situazione, ma anche quella di creare un immaginario collettivo – guarda caso in linea con le considerazioni svolte prima- per cui la responsabilità di quanto successo sta più in una fonte rinnovabile come la geotermia locale e meno dalle vicende del gas.

Insomma, siamo in presenza di vertenze locali importanti e che hanno visto la mobilitazione di cittadini e Reti e Associazioni, che non sono questioni ciascuna a sé stante, ma si inseriscono in un quadro che origina dalle stesse scelte di fondo. Per questo meritano di essere connesse tra loro e, ancor più, di essere inserite in un orizzonte generale capace di cogliere i nessi tra quanto avviene nei territori e le scelte compiute a livello nazionale.

Probabilmente la strada per opporsi e costruire un’alternativa credibile alle scelte regressive in tema di politica energetica e ambientale sta proprio nel tenere insieme vertenze locali e nazionali: qui si può utilmente collocare l’idea di sviluppare in modo diffuso le comunità energetiche, che ci dicono appunto che possiamo costruire concretamente soluzioni vicine alle comunità e contribuire fortemente alla realizzazione di un modello alternativo di produzione e consumo energetico.
Ma di questo avremo senz’altro modo di tornare a parlare.

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Corrado Oddi

Attivista sociale. Si occupa in particolare di beni comuni, vocazione maturata anche in una lunga esperienza sindacale a tempo pieno, dal 1982 al 2014, ricoprendo diversi incarichi a Bologna e a livello nazionale nella CGIL. E’ stato tra i fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nel 2006 e tra i promotori dei referendum sull’acqua pubblica nel 2011, tema cui rimane particolarmente legato. Che, peraltro, non gli impedisce di interessarsi e scrivere sugli altri beni comuni, dall’ambiente all’energia, dal ciclo dei rifiuti alla conoscenza. E anche di economia politica, suo primo amore e oggetto di studio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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