15 Maggio 2016

FRA LE RIGHE
Vivere l’attimo: Roberto Vecchioni insegna come essere felici

Riccarda Dalbuoni

Tempo di lettura: 3 minuti

Roberto-Vecchioni

vecchioni-libro
Quando, a sedici anni, leggevo Epicuro mi dicevo che, forse, da grande l’avrei capito quell’inno all’imperturbabilità, quella necessaria privazione di sconvolgimento come unica via alla felicità. Ho continuato a non capirlo (e a non perseguirlo) cercando risposte in saggi e libri che spiegavano la felicità come un manuale di cucina. Ingredienti, tempo di cottura e difficoltà di preparazione.
“La vita che si ama. Storie di felicità” (Einaudi, 2016) di Roberto Vecchioni, dedicato ai suoi quattro figli, è mito, dolore, lavoro, amicizia e famiglia, tutto insieme perchè la vita è una continua miscellanea di elementi, a volte ingovernabili, a volte stupefacenti, a volte da fare schifo.
E la felicità fluttua, troppo facile scambiarla per un balzo di entusiasmo o peggio ancora per serenità, parente della noia. Ma allora che cos’è? “La felicità non si definisce” è l’incipit del libro, “c’è, c’è sempre, e non solo negli attimi che sconvoglono il cuore, ma nella consapevolezza sognante dell’esserci e non subirla, la vita”.
Insomma crearla questa felicità, esserne demiurghi, “farla accadere e saperla cogliere dove s’acquatta” dice Vecchioni. Ci vuole allenamento alla vita, a guardare tra gli interstizi, tra i gesti e le relazioni perchè dove potrebbe stare la felicità se non in mezzo alle cose e dietro gli abbagli. Che poi sia comodo vestirla di un abito semplice, quello delle piccole cose, dell’assenza di dolore alla maniera di Epicuro o di un’aurea mediocritas tra il tanto e il poco, è facile e anche un po’ consolatorio. Ma per Vecchioni no, felicità è ricerca, ignoto, paura, sfida, nuovi inizi. Come il mito di Orfeo che il professore ci spiega come a scuola non l’avevamo colto: il cantore scende agli inferi per sfidare con la sua musica, con ciò che meglio sa fare, i demoni e la morte, per commuoverli agendo. Ci riesce ed è più forte, può riprendersi Euridice, che però è morta, non è più quella donna, ora Orfeo lo sa, perciò si volta e la lascia dov’è.
La felicità non fa i conti con l’inganno del tempo, almeno non con quello orizzontale, dice Vecchioni. Il tempo orizzontale è il rassicurante inanellare attimi, mettere ordine ai frammenti, riconoscere lo scorrere in successione tra un prima e un dopo, tralasciare il cambiamento che avviene sempre in noi. Tempo orizzontale è la visione d’insieme che vuole abbracciare tutto, mette conseguenze, compone un mosaico di tessere. “L’inganno del tempo orizzontale ci salva la vita”, se ci fosse sempre un nuovo inizio, sai che smarrimento ogni volta, sai che paura l’indefinito con la sua mancanza di contorni.
Ma ci sono alcuni, “i bambini, i pazzi, i geni, i poeti” che non conoscono il tempo orizzontale perchè vivono in quello “verticale”, senza prima nè dopo. Il tempo verticale è spalancato, non si nutre di ricordi nè di attese, è quell’attimo lì dove dentro ci sta tutto e dove tutto si può vivere.



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L’autore

Riccarda Dalbuoni

È addetto stampa del Comune di Occhiobello, laureata in Lettere classiche e in scienze della comunicazione all’Università di Ferrara, mamma di Elena.
Riccarda Dalbuoni

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