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La liberazione dai vili

Ho sempre cercato di non identificare le persone con le loro opinioni. Eppure un diavoletto molesto, che continuavo a scacciare, insisteva a sussurrarmi all’orecchio che le opinioni più ardite corrispondono spesso alle persone più pavide. Poi finalmente è arrivata la Mirella, 96 anni, partigiana genovese, componente del CLN, a dire apertamente quello che mi sussurrava il diavoletto. Siccome lei la Resistenza l’ha fatta, mi ha tolto ogni senso di colpa per il piccolo satanasso che alberga nella mia coscienza.

“Quando si entrava in classe, negli anni del fascismo, l’insegnante ti mandava a guardare la cartina geografica per esaltare i progressi dell’“impero”. Ma poi quando uscivo di scuola, la prima immagine che mi capitava sotto gli occhi erano le madri vestite a lutto. Mi facevano tanta impressione. E poi c’erano gli amici che partivano per la guerra e non tornavano più. Che vita era, che gioventù era la nostra? Io odiavo le guerre. La guerra è bestialità, non è un prodotto dell’evoluzione. Ho fatto la guerra partigiana per non sentirne parlare più….A me fanno un po’ ridere queste persone che esaltano la guerra per difendere la democrazia e la libertà: sono le stesse, ci scommetto, che poi stanno zitte e buone quando capita a loro il momento di prendere una decisione di vita o di morte”.

Mirella Alloisio (staffetta partigiana)

PER CERTI VERSI
La dittatura, la liberazione e noi

LA DITTATURA, LA LIBERAZIONE E NOI

Mio babbo
Mi ha raccontato
Ancora
Del Fascismo
Mi fa vedere
Il suo atlante
Di geografia
Razzista
Povera Africa
Spartita
I bianchi…
Poi la guerra
L’ultima cartolina
Dello zio
Dalla Yugo
Lo zio in Russia
Morto assiderato
Poi le bombe
Il rifugio
Pippo
Un solo coniglio
Se no fame
Ma era un coniglio?
Il partigiano
Licurgo Fava
Trascinato
Per Medicina
Torturato
Fucilato
Davanti alla Chiesa
Medaglia d’oro
Grazie Licurgo
A te e a tutti
Quelli e quelle
Come te
Come voi…
Poi
La Liberazione
Suo nonno esce
Dal rifugio
I cecchini fascisti
Lo freddano
L’ultima vigliaccata…
Lo portano al cimitero
Con una carriola

Chi parla di dittatura
Oggi
L’ha solo letta
Non sa cosa sia
Me compreso
Abbia cura
Di certe parole
Premura
Ricordi
Che cosa è stato

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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Sventurata è la Terra che ha bisogno di eroi (altrui)

 

Dopo la tredicesima stazione della Via Crucis con la croce portata insieme, nel silenzio, da Irina e Albina, due infermiere amiche, una ucraina, una russa (quale fosse ucraina e quale russa non aveva e non ha la minima importanza); dopo questa spoglia e muta rappresentazione di cosa è il calvario dei nostri giorni, un ossimoro pensando all’impossibilità, resa possibile da Papa Bergoglio, di celebrare la Passione in modo muto e spoglio dentro una cornice urlante e gladiatoria (il Colosseo), dentro una Chiesa magniloquente e corrotta; dopo questo, non sarebbe decoroso scrivere di guerra.

Dopo questo, tutto il chiacchiericcio inane sulla guerra combattuta dai divani suonerebbe irritante, oltraggioso; blasfemo, aggettivo che fatico a pronunciare a causa della mia difficoltà nel riconoscere la religione, ma che per Papa Francesco mi lascio sfuggire dalle labbra senza pudore. Anche perché lui ha fatto un gesto spudorato: un gesto di pace, e la pace non esiste, esiste solo una tregua, come scriveva Primo Levi. Eppure, allo stesso tempo, in questi giorni è impossibile sfuggire alla terribile fascinazione della guerra, così come lo era sfuggire alla temibile fascinazione della pandemia. La cifra comune di queste due onnivore narrazioni è sicuramente la paura. Ormai la narrazione del mondo è un romanzo distopico scritto a più mani, alcune sapienti, altre penose.

Ho paura per la sofferenza del mondo, che nella mia mente non è un concetto astratto, ma molto concreto: il posto in cui vivo io e vivranno i miei discendenti. Ho paura che la situazione bellica sfugga di mano, che per errore o disperazione omicida si inneschi una situazione che comprometta il futuro delle prossime generazioni. Ho paura che l’incertezza di questo tempo si trasformi nella certezza di sofferenze e di sacrifici. Ho paura di lasciare un luogo peggiore di quello in cui sono nato, un luogo devastato, saccheggiato, avvelenato. Una natura ostile, resa tossica e vendicativa dalle nostre scelleratezze.

Un miracolo della creazione trasformato in un pessimo posto in cui vivere, talmente rovinato da non sapere più dove scappare. Ho paura dell’avverarsi della profezia di Albert Einstein, che la quarta guerra mondiale l’avremmo combattuta con le clave. All’ombra di questi fantasmi si nasconde la orribile sensazione di avere fallito come individuo che pretenderebbe di avere una coscienza sociale, oltre al livido sospetto di stare fallendo come specie umana.

Un’ altra grande paura è quella di essere chiamato ad eseguire degli ordini manifestamente criminosi. Non li eseguirei mai, di questo sono sicuro. Sarei però terrorizzato (e lo sono già) dal clima nel quale sarebbe piombato il mio spicchio di mondo per istigarmi a questo, e avrei certamente timore delle conseguenze della mia renitenza. Penso molto in questi giorni agli uomini ucraini e russi che nel loro paese sono accusati di tradimento perché si rifiutano di combattere, perché scappano o disertano. Mi riconosco nei loro sentimenti e nelle loro scelte. Questi uomini non hanno più paura di morire di quanta ne abbiano di uccidere. Ogni essere umano non accecato dal fanatismo dovrebbe seriamente fermarsi a riflettere su questa scelta.

Quando sento parlare di “eroica resistenza degli ucraini” da parte di qualche scribacchino o politico nostrano che pensa di essere in un gioco di ruolo, penso che Brecht avesse ragione: sventurata è la terra che ha bisogno di eroi. Quando poi ha bisogno di importarli, gli eroi, la tragedia si screzia con le sfumature della farsa.

Quando sento dire “sono loro che ce lo chiedono“, mi viene in mente una citazione dal fulminante “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq: “su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio“.

Ecco, io mi chiedo chi possa essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di ogni ucraino. Combattere con le armi non è obbligatorio. Uccidere in guerra non è obbligatorio. Certo, può essere disposto da uno stato di legge marziale, ma la paura delle conseguenze non ci toglie il libero arbitrio.

Pensate se ogni chiamato in guerra in nome della Patria, sia dalla parte dell’aggressore sia dalla parte dell’aggredito, si rifiutasse di farla. Pensate se non ci fossero dita disposte a premere un grilletto, a spingere un bottone, a pilotare un aereo che deve sganciare una bomba sulla popolazione. Purtroppo la responsabilità di una tirannide, di una dittatura sanguinaria, di un’aggressione bellica non è solo del tiranno, ma di tutti coloro che eseguono i suoi ordini. E in nome di cosa? Di una nuova religione: la Nazione, la Patria. Proprio la religione laica in nome della quale Putin manda i suoi giovani a uccidere e morire in un paese fratello.

Ancora una volta: la mia nazione e la mia patria non sono un’astrazione. Sono le mie radici, i miei affetti, i miei legami, i miei interessi e le mie passioni. Io non muoio per loro, io vivo per loro. Se qualcuno li vuole spazzare via con la violenza, la mia opzione sarà sempre di portarli al sicuro da qualche parte, dove possano rimanere vitali o rinascere, magari in altre condizioni. Non sarà mai di mettermi a sparare, che significa ammazzare gente abbastanza “colpevole” da meritare la morte per mano mia, ammesso che io fossi mai capace di infliggerla.

In questa allucinata contabilità dei morti di guerra, sia i sostenitori dell’eroismo altrui sia i cosiddetti (con spregio) pacifisti tendono a ragionare per grandi numeri: io invece mi domando come si faccia a parlare, dalla poltrona di casa, di mille persone morte in più o in meno, quando ogni persona morta è la distruzione di una storia, di una memoria, di una famiglia, di una madre, di un padre, di un fratello, di un amico, di un amante, di un futuro.
Che cos’è la Patria se non questo? Che cos’è una Nazione se non questo insieme di storie irripetibili, uniche, preziose, fragili? E come facciamo a non comprendere che chi ammazza per un’ idea di nazione sta ammazzando tutto ciò di cui è fatta una nazione?

Non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. La Resistenza è un fenomeno storicamente determinato, legato alle vicende dell’invasione nazifascista dell’Italia. “Ora e sempre resistenza” è un motto che mi provoca irritazione. La resistenza, in termini psicologici, è un atteggiamento deleterio. Non è resistendo alle cose che ci accadono che usciamo da un problema, ma assumendole come un dato di realtà, e riposizionandoci rispetto ad esse. Riposizionarsi può essere su un’altura, come hanno fatto i partigiani, o in un altro paese, come fanno gli esuli. Se l’altura non è raggiungibile, meglio la fuga che farsi ammazzare.
Avreste preferito che Luis Sepulveda morisse in carcere? Il suo popolo e l’umanità sarebbero stati meglio con lui morto cinquant’anni fa? Io no. Quindi non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. Andate a combattere, o tacete.

Infine. Non venitemi a dire che “per negoziare bisogna essere in due”. Se c’è una cosa che conosco, in tutte queste di cui ho parlato  – le altre non le conosco: le immagino o le percepisco, come tutti voi – è la trattativa. E’ diventato il mio mestiere. In un negoziato c’è sempre una parte più forte e una più debole. Se bastasse questo, non ci sarebbe mai alcuna trattativa. Una trattativa si fa concedendo qualcosa anche al bastardo (perché è un bastardo, solo che noi lo sapevamo, altri ci hanno fatto un sacco di affari) che se l’è presa con la forza.
Nel caso specifico potrebbe essere uno status di neutralità del paese, una autonomia amministrativa e linguistica di alcuni territori. Per caso qualcuno ha ricevuto un mandato dalla Nato o dal presidente ucraino per negoziare su queste basi? Se lo conoscete, presentatemelo. Diciamo piuttosto che per trattare bisogna che ci sia almeno uno che lo vuole realmente fare.

Io continuerò a fare un tifo sconfortato per Papa Bergoglio, purtroppo l’unico soggetto politico con la lucidità e l’autorità morale per orientare le sorti di questa guerra – no, forse solo per mostrarla nella sua nuda follia. Infatti improvvisamente sembra che il Vaticano non sia nemmeno più all’interno del territorio italiano, e lui sembra parlarci da una distanza lontanissima, altissima, siderale. Ed è solo.

Una Matrioska salverà il mondo

 

Patria: il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni“. “Nazione: il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla realizzazione in unità politica“. (Treccani)

Mi sono sempre meravigliato di quanto l’uomo, nella storia, abbia sentito il bisogno di combattere per qualcosa che pone fuori (sopra) di sé, invece che per sé. Dio, Patria, Nazione. Uso la parola “uomo” in senso specifico: sono i maschi che hanno costruito queste astrazioni. Per renderle dei feticci in nome dei quali uccidere e morire, i maschi ci hanno iniettato dentro concetti tratti dalla fisiologia: il sangue, come se un legame di sangue potesse allargarsi dalla propria ristretta cerchia di avi e discendenti, fino a ricomprendere una moltitudine di consanguinei che fanno un popolo, che formano una nazione. Anche qui, il maschio umano parte da un elemento reale, che scorre nelle sue vene, e lo trasforma in un’astrazione. Un allargamento della propria genìa ad un numero indefinito di pseudo-consanguinei. Un’idea folle. Che infatti porta all’altra follia genocida, quella della razza pura.

Non so se sia completamente attendibile, ma obbligherei tutti i nazionalisti, tutti i razzisti, tutti i sostenitori della superiorità della loro razza a fare il test genetico che attraverso il DNA rivela le varie origini etniche. Sarebbe bello vedere la faccia di un suprematista che scopre che nelle sue vene scorre sangue nigger, l’espressione di un nazista con la svastica tatuata addosso che scopre di essere di origine ebraica, l’amara sorpresa di un turco fanatico che scopre di avere ascendenze armene e curde.

Qui si innesta un altro elemento, questo sì biologico. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che un elevato livello di testosterone aumenta l’aggressività e diminuisce la capacità di ponderare le proprie decisioni, rendendole più impulsive. Lo ha detto anche la bravissima Francesca Mannocchi, inviata di guerra (anche) in Ucraina: “c’è troppo testosterone”. Si riferiva nello specifico ai proclami bellicisti di politica e stampa. Fino a che un uomo soddisfa il bisogno simbolico di prolungarsi il pene acquistando un Suv, i rischi sono limitati. Quando l’uomo in questione ha la possibilità di imbracciare un fucile, i rischi aumentano. Se poi il maschio in questione può azionare dei missili, diventa anziano ma non lo accetta ed è strafatto di steroidi, il rischio diventa maledettamente alto.

La parola “patria” ha un etimo che deriva da “terra dei padri”, ma sono le madri che danno la vita. Sono persuaso che questa, come tutte le guerre, sia una guerra dei maschi, come scrive anche Roberta Trucco in un bello e drammatico pezzo appena pubblicato sul nostro giornale (qui). Una progressiva presa delle leve del potere (potere anche mediatico) da parte delle donne non rivestirebbe solo una funzione di riequilibrio sociale ed emancipazione culturale, ma contribuirebbe a spostare le priorità nei valori e le modalità di narrazione e magari anche gestione dei conflitti. Le donne non hanno bisogno di esibire ed esercitare la virilità: non è nella loro natura. Non intendo essere agiografico (ci sono state donne di potere feroci o spietate, perchè hanno mutuato un attitudine maschilista), nè costruire un santino: sono disperatamente interessato a intravedere un futuro per la specie umana. Guardate due donne che litigano. La loro ferocia verbale è superiore a quella maschile, più raffinata e greve al tempo stesso. Si potranno odiare per sempre, difficilmente arriveranno ad ammazzarsi.

Quando qualcuno mi dice che ho una spiccata parte femminile lo considero un bel complimento. Gli uomini ucraini in età dai 18 ai 60 anni, come sappiamo, hanno il divieto di uscire dal loro paese da quando è partita la guerra di aggressione russa. Questo divieto oblitera d’imperio la loro parte femminile, statuendo per legge la declinazione della loro individualità in termini esclusivamente virili: lotta, combattimento, aggressività. Le donne e i bambini possono andarsene, loro no. Loro devono rimanere a difendere con le armi…che cosa? La Patria, la Nazione. Non venitemi a raccontare che separarli dai figli e dalle compagne e lasciarli lì a combattere e a morire (non su delle alture, non lontano e sopra i bombardamenti ma sotto le bombe) serve a difendere la loro famiglia. Se volessero proteggere i loro affetti dovrebbero avere la possibilità  – almeno la possibilità – di andarsene via insieme alle loro famiglie. Se lo ritengono necessario, dovrebbero avere la chance di ricostruire un futuro altrove insieme ai loro cari. Invece, anche solo parlare di questa opzione (trovare una “seconda patria”) ti fa incasellare dentro una scatola con l’etichetta di smidollato, di vigliacco. Sono loro che ci chiedono di avere le armi, sento dire. Ma loro chi? Chi è costui che ha parlato con ogni singolo maschio ucraino per essere così sicuro delle sue intenzioni? Se lui muore, la Patria un giorno forse gli sarà grata, ma sicuramente i suoi figli saranno orfani e sua moglie vedova.

Albert Einstein dopo la salita al potere di Hitler si trasferì negli Stati Uniti. Sarebbe stato meglio per l’umanità se avesse imbracciato le armi contro il Kaiser? Sigmund Freud dovette chiedere un visto per l’Inghilterra, mentre le sue opere venivano bruciate e quattro delle sue sorelle trovavano la morte in un campo di concentramento. Rudolf Nureyev chiese asilo politico alla Francia e in Unione Sovietica – dove, accusato di essere una spia, fu condannato in contumacia per alto tradimento –  tornò solo nel 1987, grazie ad un permesso concessogli da Gorbaciov. Avrebbe dovuto andare in galera, anzichè espatriare? Cosa sarebbe stato meglio, per lui e per tutti, che ballasse tutta la vita in carcere? Cassius Clay rifiutò di arruolarsi per il Vietnam, affermando che, a differenza di quanto accadutogli nella sua nazione, nessun vietcong lo aveva mai chiamato “sporco negro”.

Però i partigiani hanno fatto la Resistenza armata, si obietta. Certo, ma chi si trovava in guerra e come l’hanno fatta la Resistenza? Pietro Secchia (Brigate d’assalto Garibaldi) afferma che, su 1.673 nomi di dirigenti del movimento partigiano, circa il 90% erano militanti che erano già stati condannati al carcere, al confino o all’esilio dal regime fascista. Moltissimi erano disertori. Quanto all’approvvigionamento di armi e alle leggendarie piogge di rifornimenti aerei dagli Alleati, cito quanto scrive Carlo Levati (partigiano Tom) nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”:
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l’imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall’aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: “Lucio 101” che significava attesa; “Lucio 1O1 il pollo è cotto” voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso “pollo”, che non venne mai; tant’è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: “Se il pollo c’è … ormai è carbonizzato!”. Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l’assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d’Adda per recuperare armi.»

Questo accadeva, tra l’altro, in una situazione completamente diversa dall’attuale: le truppe di Hitler avevano già sfondato in mezza Europa. La guerra era già diventata mondiale, e gli italiani non solo avevano i nazisti in casa, ma facevano i conti da anni con un regime interno che si era alleato coi nazisti per mandare i giovani italiani coscritti a morire in nome del Duce. I fautori dell’invio di armi alla “resistenza” ucraina, facendo un parallelismo con l’aiuto alleato ai partigiani, raccontano una favola ad un tempo mitologica e superficiale: mitologica perchè, come l’episodio sopra narrato mostra, gli alleati lanciarono armi soprattutto a partire dalla tarda primavera del 1945, alla vigilia della Liberazione; superficiale, perchè l’Europa e l’Italia non sono alleati bellici dell’Ucraina contro la Russia. Chiunque sostenga il contrario (compreso il nostro Governo) dovrebbe spiegare su quali basi giuridiche l’Italia offrirebbe assistenza armata all’Ucraina, che non è un paese aderente alla Nato e non fa parte dell’Unione Europea. 

Per quanto mi riguarda, sono e sarò un renitente e un disertore. Preferisco andare in carcere che ammazzare persone che non conosco e che non mi hanno dichiarato guerra, per soddisfare la brama di potere di qualcuno. Potessi avere una remota possibilità, imbracciando un fucile, di far fuori il tiranno: invece ho la certezza che dovrei ammazzare l’ innocente per salvare la mia vita, contemporaneamente perdendola per sempre. La guerra la dichiara qualcuno che sta in cima alla piramide, ma a morirne sono quelli che si trovano alla base della piramide. In nome di cosa? Il mio nemico è Putin, ma il mio fucile al massimo potrebbe uccidere un potenziale Bulgakov, un futuro Kandinskij, un Cechov, un Dostojevskij.

Tutta questa gente che si è messa in modalità “partigiana”, esaltando e propugnando la magnifica resistenza dei camerieri e ragionieri ucraini che diventano guerriglieri e “dobbiamo mandare loro le armi”: intanto se ne sta a casa, e sfoggia il proprio patriottismo in un talk show (in Italia, una delle peggiori degenerazioni dell’informazione). Avrei un briciolo di rispetto per questa posizione se chi la sostiene si muovesse per andare a combattere in prima persona a fianco degli ucraini, perchè almeno rischierebbe in proprio. Invece non ho nessun rispetto per i colonnelli da tastiera, nè per le margherite che si scoprono tupamaros, ma non si schiodano dalla poltrona. La battaglia per la “patria” la combatta chi la vuole combattere, ma almeno lo faccia assumendo il rischio sulla propria pelle. Altrimenti sono esercizi di oscenità verbale. Come l’osceno Ed-War-d Luttwak, che racconta che l’Europa è cresciuta a guerre, che lui se ne è fatte tre (mai una in trincea o sotto le bombe) e che è “un’esperienza bellissima”.

Io mi sento a mio agio nella “matria“, insieme alle donne e madri russe, alle donne e madri ucraine, che vedo già nel mio condominio, con bambini ma senza uomini. Sono loro che possono cambiare il paradigma della storia umana, perchè hanno dentro il seme della vita e non l’anelito alla morte. La mia estrema speranza che questa non diventi una guerra all’ultimo europeo, o all’ultimo essere umano, ha l’aspetto di una matrioska.

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Sì, ci vuole davvero un bel coraggio!

 

Chiedo preventivamente scusa ai miei amici con figli piccoli. Non intendo offendere nessuno e apprezzo la loro tenerezza, almeno nelle intenzioni e nella buona fede che non si nega a nessuno.

Ma non posso più vedere cartelli così, e ne vedo a dozzine.

Cioè, un attestato di coraggio per una puntura? che neanche si sente e dura mezzo secondo? e tutti lì, genitori, infermieri, medici… – gentilissimi, per carità – a rassicurare, distrarre, consolare, premiare…

Ma allora quando dovranno fare le tonsille (si fanno ancora?) cosa ci inventiamo? Gli regaliamo un Rolex?

E se nostro figlio dovesse subire un’appendicectomia prima di prendere la patente per risarcirlo di tanta tragedia gli compriamo uno yacht?

Se gli facciamo credere che un’iniezione sia un problema tale da meritare un diploma di coraggio, quando si troveranno di fronte un problema vero, piccolo o grande ma certo più grande della vaccinazione, come, dove, da chi troveranno, impareranno il coraggio?

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Quando guardiamo al telegiornale insieme a loro – speriamo – bambini della loro età, e anche più piccoli, spesso soli, su un gommone nel mare in tempesta – se pur non li vediamo affogare – come chiameremo quel coraggio? come lo spiegheremo ai nostri figli? con quale senso delle proporzioni e delle parole? Se gli diamo un diploma con i disegnini per una puntura, cosa dovremmo dare a chi è scampato alla morte in mare per mettersi in salvo dalla fame dalla guerra dalle torture?

Ma c’è di più. Per quello che ho visto io, per quello che mi hanno raccontato le persone direttamente o i miei amici volontari negli hub vaccinali, ci sono ragazzi più che maggiorenni che svengono per una puntura (e non li sto deridendo, la paura è rispettabilissima sempre), e così adulti, ho conosciuto un manager che era terrorizzato (non dal vaccino, proprio dall’ago in quanto tale), è svenuto poi – senza alcun effetto collaterale, solo per lo stress – dopo l’iniezione ha dovuto dormire tutto il pomeriggio per riprendersi. Questo io lo rispetto totalmente, sia chiaro. A me fanno paura i gatti, figuriamoci (ma quando se ne avvicina uno e non scappo non pretendo un diploma, soprattutto so che solo l’idea farebbe sghignazzare). Voglio dire, c’è una percentuale piccola di bambini che ha paura esattamente come i grandi, ma è una piccola percentuale, non una cosa che è eroica a causa della giovane età.

Quello che mi fa paura – ecco, paura, sì, paura davvero – è che questi cartelli dicono la nostra paura di adulti, non quella dei nostri bambini. Ai quali la trasmettiamo, semmai, dicendo a noi stessi che assumiamo la loro, bambini, figli sui quali proiettiamo ansie e terrori che poi loro assorbiranno, invece di esserne protetti (che sarebbe poi il compito degli adulti verso i piccoli, no?, liberarli per quanto possibile dalla paura della vita invece che inculcargliela a dosi massicce fin da piccolissimi).

Scusate se la vecchiaia mi porta a un paragone di sicuro spropositato. Non riesco però a non pensarci quando vedo questi cartelli.
Penso a ragazzini poco più grandi di questi nostri Supereroi dell’Ago (non ancora dell’Ego, auguriamoci, ma attenzione, che il passo è più breve di quanto non sembri), ai ragazzini entrati nella Resistenza, catturati, del tutto consapevoli che poche ore dopo sarebbero stati fucilati e scrivevano letterine alla mamma con tutta l’ingenuità dell’essere in quel momento più piccoli della loro giovanissima età ma con un orgoglio e un coraggio che ancora oggi ci commuove. “Non piangere, mamma, muoio volentieri per la Patria, per la Libertà, contro l’oppressore. Peccato che non ho ancora mai baciato una ragazza”.

Ecco, invece del diploma del coraggio con i disegnini, dai sei-sette anni in su prima o dopo la vaccinazione farei leggere ai nostri ragazzini una paginetta delle Lettere di condannati a morte della Resistenza. Così, per il senso delle proporzioni di cui dicevo, così, per dare loro un’idea sensata di cosa significhi avere coraggio.

Sogno – ma non credo di essere molto lontano dalla realtà – che i nostri bambini la sera prima del vaccino dicano a quei genitori più bambini di loro: “Non preoccuparti, mamma, è solo una puntura. Cosa vuoi che sia. Sono piccolo, non scemo. Dopo però mi porti da McDonald’s”.

Nota: questo articolo di Piergiorgio Paterlini è già uscito in  http://paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it/

L’ascolto come espressione della nonviolenza:
i diari di Tiziano Terzani

 

Un’idea di destino è una raccolta di scritti tratti dai diari degli ultimi vent’anni di Tiziano Terzani. È l’ultimo grande dono che la moglie, Angela Staude, ha voluto condividere. Invito a leggerlo e insieme a leggere e rileggere anche altro di Terzani.

Tiziano Terzani, Un’idea di destino : diari di una vita straordinaria, Longanesi, 2014

Qui abbiamo la possibilità di uno sguardo più intimo, che mette in moto pensiero e sentimento assieme. Siamo introdotti ai viaggi che Tiziano ha compiuto nei luoghi più pericolosi e sconosciuti del mondo e dell’anima. Un piccolo esercizio che Terzani ha proposto in un momento importante della vita sua e dei suoi cari: “Niente succede mai per caso. Se siamo qui deve esserci motivo. Vedere come ognuno di noi ha una ragione di esserci e rintracciare che cosa ci ha portato qui è un bellissimo esercizio di umiltà e d’ammirazione per quell’’Intelligenza’ che tiene assieme il mondo.” È un esercizio che si raccomanda anche a chi su quest’intelligenza mantiene forti dubbi.

Tiziano Terzani e Angela Staude
Tiziano Terzani e la moglie Angela Staude

 

“Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo”, ci ricorda Dietrich BonhoefferE ad ascoltare, vedere, sentire, interpretare, Terzani era bravissimo, dovendo poi riferire, secondo la prepotente vocazione che lo caratterizza. La sua è una straordinaria applicazione delle sette regole d’oro dell’arte di ascoltare (qui), ricordate da Marianella Sclavi:

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.
2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.
6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé…

Monumento Aldo Capitini
Monumento Aldo Capitini

Aldo Capitinimi ha insegnato (è il motto dei suoi centri di orientamento sociale) che chi può parlare ascolta più profondamente e molto profondo è l’ascolto di Terzani che sente il dovere di riferire su quanto ha direttamente sperimentato.
Anche a noi è dovuto servizio di ascoltarci profondamente. Già ne L’ultimo giro di di giostra a questo particolare ascolto Terzani ci aveva introdotto. Il diario lo approfondisce ulteriormente. È un ascolto che accompagna nelle esplorazioni di paesi vasti e sconosciuti (a me totalmente Usa e India), in percorsi tra scienza e religione, salute e malattia, medicina e guarigione, tra mondo che sta fuori e mondo, non meno misterioso e decisivo, che sta dentro.

Ci passano davanti vent’anni, dai primi anni Ottanta ai primi del Duemila, nei quali molte speranze di una società migliore e più giusta sono ricomparse; magari in nuova veste, e assieme ricadute, dentro e fuori d’Italia. I diari si aprono con l’espulsione dalla Cina, un Paese molto amato da Terzani e ci accompagnano in Giappone, Thailandia, Birmania, Urss, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan – e qualcosa ho di certo dimenticato – e anche negli Usa, per curarsi dal cancro, e passaggi in Italia, dove trascorrerà gli ultimi tempi. Gli stessi vent’anni terribili anche per chi non ha viaggiato. Già qui moriva la repubblica negli anni ‘70. Un poeta Mario Luzi se n’era accorto (in Al fuoco della controversia, Milano, Garzanti,1978).

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

È un’agonia che non sembra terminare mai, considerato anche la bassezza e volgarità che hanno caratterizzato la campagna elettorale appena conclusa. Nei diari si coglie proprio in un suo passaggio in Italia nel 2001 tutta l’indignazione e la tristezza per le condizioni in cui la democrazia e la convivenza sono precipitate nel nostro Paese e la tentazione di tornare ad occuparsi di politica; mentre è nel pieno di un suo percorso di ricerca spirituale sulle pendici dell’Himalaya, non più Tiziano Terzani, ma Anam, il Senza nome. Ancora una volta è completamente immerso nella sua esperienza come quando, “cinese”, si chiama Deng Tiannuo. È una tentazione alla quale fortunatamente non resiste regalandoci le Lettere contro la guerra, preziose nel momento in cui non solo Oriana Fallaci con La rabbia e l’orgoglio (titolo più appropriato sarebbe stato L’odio e il rancore) ma molti intellettuali sostengono e incoraggiano, dentro e fuori d’Italia, la vendetta americana nella disastrosa guerra afghana dopo l’11 settembre. Sono lettere ancora e sempre basate sulla presenza nei luoghi, nonostante il disagio, la malattia, i pericoli. Dello svilupparsi dell’estremismo islamico e delle responsabilità nell’alimentarlo in ogni modo da chi ora ne vuole l’annientamento, e invece lo rafforza, aveva da anni documentato l’ascesa.

Oriana Fallaci
Oriana Fallaci

Perché Terzani è uno straordinario giornalista, penetrante, documentato, sincero. Questo gli ha permesso di divenire un “permanentista”, secondo l’invito che l’orientalista Giuseppe Tucci gli aveva rivolto. I suoi primi articoli o rapporti mostrano le sue doti veramente straordinarie e precedono il mestiere di giornalista iniziato nel ’70 ne Il giorno di Italo Pietra e Giorgio Bocca (niente a che vedere con il giornale che di quell’esperienza ha mantenuto solo il titolo).
Ho ritrovato i suoi articoli su l’Astrolabio, la modesta, straordinaria pubblicazione, diretta da Ferruccio Parri, nata quindicinale il 25 marzo 1963, già settimanale quando Terzani comincia a scriverci nel ’66 e tornato quindicinale quando Terzani smette alla fine del ’70. Spesso i suoi pezzi ne ispirano le copertine, a partire dal primo Rapporto dal Sud Africa: Natale negro del 25 dicembre 1966. Ricordo bene l’attesa e il piacere della lettura dei suoi articoli, una lettura proseguita poi sul Giorno e quindi su Repubblica e l’Espresso, non ahimè sul Corriere. Ho ritrovato su Astrolabio anche due articoli di Alberto Angela del 1969 e mi rammarico di non avere mai letto suoi libri. Vedrò di colmare questa lacuna.

Se il periodo de l’Astrolabio è quello delle idee belle e chiare, che permettono di capire i problemi e di individuarne le soluzioni, gli anni dei diari sono quelli della disillusione a partire dalla Cina, che si rivela non il paradiso che lo studente Terzani aveva creduto (e con lui molti altri) ma l’inferno per i lavoratori e per la grande maggioranza dei cinesi, mentre lo slogan Servire il popolo si trasforma in Arricchirsi è glorioso. Così la tragedia della Cambogia e i deludenti esiti della guerra di liberazione del Vietnam, la situazione degli altri Paesi orientali molto amati e frequentati da Terzani non sono certo incoraggianti. Un Terzani che preferisce Mao a Gandhi al termine del suo percorso ha mutato pensiero, con la capacità di dirlo in modo netto e senza che questo tolga valore alle cose dette e scritte prima, che mantengono le positive caratteristiche di cui si è detto. Rilette ci dicono di possibilità diverse che non hanno avuto sviluppo, introducono a osservazioni più approfondite, sono esperimenti con la verità, secondo la bella espressione gandhiana, utili a spezzare pregiudizi, compito più difficile che spezzare l’atomo, ammonisce Einstein. Qualche disillusione avrebbe (avremmo) potuto risparmiarcela considerando che “Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto”. Non è Gandhi, è Marx, citato da Camus.

Mahatma Gandhi
Mahatma Gandhi

Il giornalista Terzani si volge al saggio, al piacere del racconto, a una scrittura, che meglio renda l’incerto mondo intravvisto al di là delle apparenze, pur tra ciarlatani, truffe e pure superstizioni, come in Un indovino mi disse. Proprio a conclusione di quel libro sta l’incontro con John Coleman, il meditatore della Cia, maestro di vipassana che gli consegna qualcosa di più di una tecnica (posso confermare che al termine di una seduta ben condotta la lettura della Lettera ai Corinti è particolarmente bella). La meditazione, in varie forme, lo accompagnerà nell’incontro con la malattia implacabile, occasione di svolta radicale di cui riferisce ne L’ultimo giro di giostra. Con Lettere contro la guerra sono questi i libri che aggiungono a La porta proibita, In Asia e Buonanotte signor Lenin, tutti realizzati nel periodo coperto dai diari.

Dalla lettura a me sono giunte diverse suggestioni, anche molto personali, sulla malattia, la vecchiaia, nei rapporti, e nella loro difficoltà, con le persone più care. La sua ricerca spirituale, la sua visione mi ha ricordato Capitini e la compresenza, termine che ha sostituito il Dio senza nome di primi scritti: “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza.” Non mi pare di aver trovato traccia di contatti, come invece per Balducci, La Pira, Spini, Ceronetti, a vario titolo in rapporto con Capitini. Né so se abbia avuto contatti con un altro “viaggiatore leggero” Alex Langer, (leggi anche qui) con il quale pure riscontro affinità, stremato fino a morirne dallo scavalcare muri e fossati, che dividono i popoli, dal costruire ponti e rapporti, contatti rispettosi delle differenze. Così mi pare Tiziano Terzani, cinese e poi indiano, ma sempre e più profondamente “fiorentino, un po’ italiano, europeo”, di un’Europa che sappia accogliere culture diverse, nella convivenza pacifica, accogliendone anche i portatori.
L’esperienza profonda dell’Advaita, della Nonseparazione, non lo ha reso indifferente alle sorti dei suoi simili; se mai lo ha reso più sensibile alla “orribile meraviglia che è la nostra razza: l’umanità”.

Alex Langer
Alex Langer

L’esercizio che ho proposto all’inizio è l’avvio dei suoi appunti per il discorso del matrimonio della figlia (l’ultimo in pubblico, nel 17 gennaio del 2004). Più avanti leggiamo: “Mai il mondo si è trovato dinanzi a scelte più drammatiche. Noi, gli umani, siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione. In nome della civiltà il mondo occidentale, guidato da una superpotenza che non ha ancor imparato la lezione della Storia – che tutte le superpotenze sono transitorie, impermanenti, effimere come ogni altra cosa -, sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia ai trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto per la protezione dell’ambiente. In un mondo così instabile occorre che le sue componenti fondamentali siano salde.

L’umanità aveva lavorato con enormi difficoltà, dopo le due più catastrofiche guerre del secolo scorso, per rendere illegale la guerra, e trovare altri modi di risolvere i conflitti internazionali, al punto che molti Stati hanno incluso questo principio nelle loro costituzioni. Oggi la guerra è tornata ad essere un fatto accettato. La guerra non è più un tabù non soltanto per coloro che hanno deciso di romperlo, ma – fatto ancora più inquietante – per i tanti cosiddetti intellettuali, diventati lacchè dei potenti, che provano gusto a lodare la guerra; o per quelli che si servono della guerra e in nome del realismo godono della sconfitta di quelli che continuano a credere nella possibilità della pace. Per loro il pacifismo è una degenerazione dell’uomo, di cui dicono che è bellicoso per sua natura, che sempre è stato e sempre sarà violento. Ma vi prego, vi prego, riflettete su tutto ciò e rendetevi conto che non c’è futuro nella violenza. Vi esorto a educare i vostri figli alla nonviolenza, a educarli al rispetto alla vita, a tutta la vita…”

Sì la nonviolenza: apertura al vivente, alla sua esistenza, alla sua libertà, al suo sviluppo. La nonviolenza è il punto di applicazione più profondo per il sovvertimento di una realtà inadeguata. Così a Verona un mese fa nel giorno della Liberazione abbiamo detto che oggi Resistenza è Nonviolenza, Liberazione è Disarmo. Non saremmo dispiaciuti a Terzani, purché poi ci comportassimo coerentemente.

Questo articolo è già apparso su ferraraitalia con altro titolo il 28 maggio 2014

Joyce ed Emilio Lussu: storia di un’amore e di una passione civile

 

Sento a Radio 3 l’invito a leggere o rileggere “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu.
L’ho letto e riletto in passato. Lo farei anche ora, ma dispero di ritrovarne una copia tra i miei libri. C’è di sicuro, ma dove? Lo ricomprerò. Il consiglio è buono. Alla radio hanno letto questo.
Il libro lo ricordo abbastanza. Lussu testimonia, in pagine di felice scrittura, l’irresistibile avanzata del fascismo nel decennio 1919-1929. Irresistibile anche perché chi doveva e poteva non ha resistito. Una sinistra litigiosa e miope è incapace nel primo dopoguerra di difendere lo stato di diritto, come nel secondo di costruire una democrazia migliore. Neppure oggi direi.

Nel dopoguerra Aldo Capitini, di fronte alle fratture e alle scissioni della sinistra, propone un piano sociale nel quale tutte le forze progressiste possano impegnarsi e ritrovare motivi di collaborazione. Ne scrive anche a Lussu.
Gli risponde la moglie Joyce: “28.2.47, Roma. Caro Capitini, Emilio è partito per la Sardegna e mi ha pregato di risponderti. Tutto quello che dici è giusto e sacrosanto ma le difficoltà cominciano dal primo accenno di tentativo di attuazione pratica. Come si fa a organizzare un comitato per il piano socialista, in cui entrino PSLI, PCI PSI e gli altri vari starnuti socialisti compreso il nostro, se tra nenniani e saragattiani esiste una così corrosiva acidità, che non è nemmeno possibile farli parlare tra loro? I blocchi che comprendano tutte le sinistre sono diventati un sogno ben difficile a realizzare dopo il congresso socialista. Vedi che in Sicilia ci siamo bloccati col PSI e il PCI, ma il PSLI e il PRI hanno recisamente rifiutato di aderire e si presentano per loro conto. Qui a Roma, per le prossime amministrative, situazione ancora peggiore: nessuno ci vuole e nessuno si mette d’accordo. In Calabria, dove sono andata a fare un giro per il partito, i comunisti mi hanno accolta in un paese al grido di <<Morte a Saragat venduto e fascista>>, chissà poi perché, dato che non ho mai nominato né Saragat né il PSLI. E purtroppo queste sono le direttive dal centro. Parrebbe più facile, ora, fare un blocco interno anarchico repubblicano che non un blocco delle sinistre. È una cosa spaventosamente triste, e certo noi continueremo a lavorare con tutte le nostre forze per l’unità socialista, ma con quali mezzi ci sarà dato incidere in questo senso non si vede ancora. Si cerca, si cerca, e si pensa con un senso di penosa ansietà alle prossime elezioni. Il 31 marzo c’è il congresso del PdA. Perché non vieni anche tu? Molto cordialmente, Joyce Lussu”.
Quel Congresso segna la fine del Partito d’Azione.

Qualcosa di Emilio Lussu ho scritto. Nulla dirò di Joyce Lussu, straordinaria per mille ragioni, non solo per il suo sostegno ai percorsi di liberazione degli oppressi, per il suo lavoro di scrittrice e traduttrice di fama mondiale, per il suo sapere coniugare bellezza e lotta concreta, efficace.
Emilio le dice di rispondere ad Aldo, sicuro che, anche in questo caso, lo farà come lo farebbe lui, se non meglio. Dirò dunque qualcosa solo del loro rapporto. Una biografia e bibliografia ragionata [Qui].

1932: Joyce, ventenne, è a Ponza dal fratello Max Salvadori, lì confinato. Molto, anche di lui, ci sarebbe da dire. Le consegna un piano per fuggire da consegnare a Emilio Lussu, già evaso da Lipari. Quasi una leggenda per Joyce. L’anno dopo a Ginevra lo incontra, ricercato dall’OVRA vive clandestino. Ha 22 anni più di lei.
È un colpo di fulmine senza seguito. Un rivoluzionario impegnato nella lotta non può permettersi impegni sentimentali. Sempre a Ginevra, 5 anni dopo, i due si ritrovano. Giunge pure Benedetto Croce, che curerà la stampa delle poesie della “signorina Salvadori”.

L’anno dopo Joyce ed Emilio sono a Parigi, clandestini, in un albergo per studenti. All’inizio del ’40 si considerano sposati, testimoni i compagni Emanuele Modigliani e Silvio Trentin. Già il 14 giugno, all’entrata dei tedeschi, lasciano Parigi. Sono ospitati a Tolosa da Silvio Trentin, A Marsiglia, con particolare impegno di Joyce, producono documenti falsi e organizzano partenze per i ricercati: Lisbona e poi Africa.

Nel giugno del ’41 vanno a Lisbona con documenti polacchi. Joyce, o meglio Anna Laskowska, aristocratica, conoscitrice di lingue, supera ogni difficoltà burocratica. A Lisbona sono francesi e organizzano una vasta rete con diversi fuorusciti.

Nel gennaio del ’42, con regolari passaporti inglesi, come coniugi Grienspan, sono a Londra per trattare di un piano insurrezionale che dovrebbe partire dalla Sardegna, propiziando la caduta del regime.
Sempre a tale scopo Emilio compie due viaggi, negli Stati Uniti e a Malta.
Intanto Joyce è addestrata all’uso della radiotrasmittente, dell’alfabeto Morse, di codici, cifrari, inchiostri simpatici, veleni e armi.
Il piano proposto non procede.
I due vengono riportati con un aereo militare a Gibilterra. Rientrano, ora coniugi Dupont, a Marsiglia, di nuovo falsari a favore dei profughi.

L’occupazione dell’intera Francia li induce a tentare il rientro in Italia attraverso la Svizzera. Sono intercettati. La perfetta conoscenza di Joyce, sia del tedesco che del francese, li salva. A Lione, ospiti di un giellista toscano detto Mostaccino, collaborano con la resistenza francese.
È Joyce, ora Marie Therese Chevalley a portare a buon fine, con documenti falsi da lei preparati, il passaggio in Svizzera del vecchio Emanuele Modigliani e della moglie Vera, ricercati dalla Gestapo.
Sempre a Lione, nella casa di Mostaccino, si incontrano, primavera ed estate del ’43, Amendola e Dozza per i Comunisti, Saragat per i Socialisti, Bedei per i Repubblicani, Lussu per Giustizia e Libertà; “Un comitato d’azione per la lotta unitaria del popolo italiano contro il nazifascismo e la guerra”.
Joyce rientra in Italia già a fine luglio, con passaporto regolare ottenuto dal consolato a Nizza. Emilio il 13 agosto. A Roma, occupata dai tedeschi, i due sono i coniugi Raimondi.

Da Emilio a Joyce

Il 5 e 6 settembre sono a Firenze, al primo Congresso del Partito d’Azione, nel quale confluisce Giustizia e Libertà.
Il 20 settembre Joyce oltrepassa a piedi il fronte, per conto del CLN. Le diffidenze nei suoi confronti sono vinte dall’arrivo del fratello Max, ufficiale della Special Force britannica,
Joyce manda per radio ai compagni del C.L.N. il primo messaggio dall’Italia liberata all’Italia occupata dai tedeschi. Incontra Benedetto Croce, ministro del Governo del Sud, per esporgli il punto di vista del CLN. Concorda, con l’aiuto del fratello, il primo lancio di armi ai partigiani. Ritorna a Roma, nonostante gli amici la sconsiglino, anche perché incinta.
Il 4 giugno 1944 gli alleati entrano in Roma. Due giorni dopo, Joyce ed Emilio si sposano civilmente per riconoscere il figlio in arrivo.

Emilio è nel ’45 Ministro nel breve Governo Parri ed eletto nel ’46 alla Costituente. Pure Joyce si è candidata sempre per il Partito d’Azione senza essere eletta. Nel 1947, allo scioglimento del partito, i Lussu entrano in quello socialista. Ne escono per fondare il Psiup nel 1964. Grande è l’impegno di Joyce in quegli anni, soprattutto in campo internazionale.
È il 1975 e Joyce annota: “Emilio morì ai primi di marzo, senza vedere l’inizio della primavera”. Muore il 4 novembre 1998. Le sue ceneri, con quelle di Emilio, sono al Cimitero degli Inglesi a Roma.

Qualche suo verso per finire con un auspicio.

Noi tutti così diversi,
noi tutti così uguali, possiamo forse aiutare a crescere
arbusti cespugli e boccioli
sparsi qua e là,
un giorno o l’altro ci daranno
fiori e frutti
per tutti
di mille forme e di mille colori.
Li raccoglieremo con grandi feste
In mazzi e ceste,
li appenderemo nei recinti
di etnie e di nazionalismi
artificiali
al posto delle armi micidiali
così care ai militari,
al posto di fasci di tratte e di cambiali,
così care agli usurai,
al posto di veleni globalizzati
che ci vendono ai supermercati
sostituendo alle chiusure
cancelli senza serrature. 

Nota: Questo articolo, con altro titolo, è uscito il 25 ottobre sull’edizione online di Azione nonviolenta

IL Fascismo è fuori dalla costituzione

Dopo l’assalto di Forza Nuova alla sede nazionale della Cgil, si è riaperto il dibattito sulle formazioni neofasciste e sulla opportunità del loro scioglimento per decreto. Così era stato nel novembre del 1973 per Ordine Nuovo, a seguito del processo e delle pesanti condanne inflitte ad alcuni suoi leader. Al di là del dibattito e dello scontro tra i partiti, viziato come d’uso da strategie mediatiche, il riferimento fondamentale – anche per verificare la possibilità dello scioglimento di Forza Nuova e Casa Pound – rimane il dettato costituzionale, cosa cioè la nostra Carta dispone rispetto al fascismo storico e ai tentativi di risuscitarlo. Il contributo del costituzionalista Francesco Pallante, che sotto riportiamo, attraverso un’analisi puntuale del testo costituzionale, fornisce utili elementi di conoscenza e di riflessione.
(La Redazione)

di Francesco Pallante

L’entrata in vigore, il 1° gennaio 1948, della Costituzione repubblicana segna una cesura nella storia d’Italia. A fronte del tentativo di trattare il fascismo come una parentesi, chiusa la quale avrebbe ripreso vigore l’ordinamento giuridico liberale imperniato sullo Statuto albertino, s’impone la diversa prospettiva di chi – lungo il sentiero tracciato da Piero Gobetti sin dal 1924 – fa propria l’idea che, dal punto di vista costituzionale, «la questione non sia di difendere [lo Statuto], ma di creare [una nuova costituzione]» (La filosofia di un fascista mancato, in Opere complete di Piero Gobetti, vol. I, Scritti politici, Einaudi, 1997, p. 574).

La prima disposizione della Costituzione repubblicana è il manifesto dell’avvenuta cesura. L’Italia era una monarchia oligarchica fondata sul privilegio. Con la nuova Carta fondamentale, si ribalta nel suo opposto, divenendo una «Repubblica democratica fondata sul lavoro» (art. 1, co. 1). I sudditi si tramutano in cittadini; da discendente, il fluire del potere si fa ascendente; il lavoro perde la sua connotazione negativa e si rinnova in strumento di inclusione sociale. Tale esito era tutt’altro che scontato. La destituzione di Mussolini (25 luglio 1943) apre il campo all’azione di una pluralità di forze che perseguono obiettivi solo parzialmente convergenti. Al confronto che si innesca tra alleati, partiti antifascisti riuniti nel CLN, corona, militari, ex sostenitori e membri del regime fascista si sommano le divergenze interne a ciascuna delle forze contrapposte: una miscela ad alto rischio di deflagrazione. Proprio in ciò sta il «miracolo costituente»: nell’aver saputo ricondurre a unità, nel nuovo testo costituzionale, il pluralismo sociale e ideale liberato dalla fine del fascismo, contenendone, nonostante gli aspri conflitti, i possibili sviluppi distruttivi. Chiave del successo, un articolato costituzionale felicemente compromissorio: tale, cioè, da non poter essere considerato da nessuno come pienamente “suo”, ma nemmeno come totalmente “altrui”.

Tuttavia, se è vero che il testo finale risulta approvato a larghissima maggioranza (453 voti favorevoli a fronte di 62 contrari), è altresì vero che non si deve sminuire, sotto il profilo concettuale, il significato delle posizioni ostili alla nuova Costituzione. Spiegando come nascono le carte fondamentali, Gustavo Zagrebelsky distingue le «costituzioni che comandano» dalle «costituzioni che unificano» (Intorno alla legge, Einaudi, Torino 2009, pp. 230 ss.). Le prime – le costituzioni che comandano – presuppongono che la società sia divisa da un conflitto tra due o più parti contrapposte, che si risolve con la prevalenza di una sulle altre. Tale prevalenza è sancita dalla Costituzione, che pone fine alle ostilità dividendo la società in dominanti (i vincitori) e dominati (i vinti). In casi come questi, la Costituzione è un “comando”, un “colpo di potenza” degli uni verso gli altri. Le seconde – le costituzioni che unificano – presuppongono anch’esse l’esigenza di dare ordine a una società plurale, ma, in questo caso, la pluralità è frutto della compresenza di forze amiche o, se avversarie, comunque non irriducibilmente ostili le une alle altre. La costituzione, di conseguenza, anziché come un «regolamento di conti tra nemici» opera come un «coordinamento tra amici».

È chiaro che quelli ora delineati sono modelli ideali, rigorosamente distinguibili l’uno dall’altro sul piano concettuale, non altrettanto sul piano storico. Ne è evidente dimostrazione proprio la Costituzione italiana, nel contempo atto di unificazione tra le vittoriose forze antifasciste e atto di comando ai danni della sconfitta forza fascista: una situazione fotografata con chiarezza dall’esito del voto finale.

Si comprende, così, come il fascismo risulti doppiamente estraneo all’ordinamento costituzionale repubblicano: perché, sul piano storico, la nuova Repubblica democratica è l’esito della vittoria della Resistenza sul fascismo (come ben si dice con l’espressione «Costituzione nata dalla Resistenza»); e perché, sul piano politico, fascisti e nostalgici del fascismo si ostinano a rimanere tali anche dopo la caduta del regime, rifiutando, con la Costituzione, i principi e le regole del costituzionalismo democratico, per definizione ostile all’assolutezza del potere e, di conseguenza, al fascismo che a quell’assolutezza anelava. Insomma, da qualunque punto di vista – teorico, storico, politico – si guardi la questione, l’antifascismo emerge come il principale tratto identitario della Costituzione italiana: ne è l’elemento costitutivo fondamentale. La doppia funzione – di comando e di coordinamento – della nostra Carta si esprime, con tutta evidenza, nel suo essere articolata, oltre che in norme rivolte a disciplinare i nuovi assi di sviluppo della società italiana, altresì in norme finalizzate a dettare proibizioni nei confronti del fascismo. È il caso della XII disposizione transitoria e finale, che vieta «la ricostituzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista» (co. 1) e dispone che siano imposte con legge limitazioni «per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione […] al diritto di voto e all’eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista» (co. 2). Delle due norme, è senz’altro la prima a rivestire importanza maggiore, per la sua proiezione indefinita nel tempo: il divieto di ricostituzione è imperituro e dettagliato in modo piuttosto preciso nella successiva legislazione di attuazione: la legge n. 645/1952 (c.d. legge Scelba), la legge n. 152/1975 (c.d. legge Reale) e la legge n. 205/1993 (c.d. legge Mancino).

Sarebbe, tuttavia, riduttivo ritenere che la funzione di comando della Costituzione si esaurisca nella sua XII disposizione transitoria e finale. Analoga è, infatti, la funzione delle numerose disposizioni costituzionali che, nel dettare la nuova disciplina democratica dei fenomeni sociali, prendono, più o meno implicitamente, le distanze dal regime precedente. Si pensi all’art. 18 che, nel proclamare la libertà di associazione, si figura le “camicie nere” mussoliniane e vieta le associazioni «che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare» (co. 2). Oppure all’art. 21, che a tutela della libertà di stampa violentemente conculcata dal fascismo, distingue accuratamente le ipotesi di autorizzazione, censura e sequestro, ammettendo solamente quest’ultimo e con garanzie più stringenti di quelle previste per la libertà personale. O, ancora, a una norma sull’organizzazione costituzionale come l’art. 102, co. 2, che – ricordando la barbarie del Tribunale speciale per la difesa dello Stato – vieta l’istituzione di «giudici straordinari», vale a dire di organi giudicanti appositamente costituiti per vagliare fatti già avvenuti (e, dunque, suscettibili di essere formati in modo tale che la decisione sia pregiudicata). O, infine, sempre nell’ambito dell’organizzazione dei poteri, alla denominazione assunta dall’esponente di vertice dell’esecutivo: non «Primo ministro», come per esempio in Inghilterra, ma «Presidente del Consiglio dei ministri» (art. 92, co. 1), a sottolinearne la funzione di coordinamento tra pari anziché di primazia verso subordinati – com’era, invece, al tempo del fascismo, quando l’analoga figura si fregiava, significativamente, del titolo di «Capo del governo».

Questi casi – e gli altri che potrebbero essere ricordati – significano che l’intera Costituzione, in tutte le sue articolazioni, s’impone come comando ai fascisti e a chi, al di là delle furbizie lessicali dietro cui vilmente si nasconde, all’ideale fascista di fatto si rifà. È dunque errata la posizione che vorrebbe ridurre l’antifascismo costituzionale alla sopra ricordata XII disposizione transitoria e finale, trattando il fascismo come un fenomeno contingente, storicamente circoscritto all’esperienza consumatasi durante il ventennio: una posizione che mira, in ultima istanza, a riconoscere dignità costituzionale a chi, riproponendo posizioni di fatto analoghe a quelle del fascismo, la Costituzione vorrebbe distruggerla, sfruttandone la democraticità a fini antidemocratici – alla maniera in cui un parassita approfitta delle risorse del soggetto in cui s’incista.

Il fascismo, insomma, è fuori dalla Costituzione, e non potrebbe essere altrimenti, perché il compromesso democratico può, per definizione, includere solo chi è disposto a riconoscere il valore delle posizioni altrui, a partire da quelle che non condivide. Aprirlo a includere il fascismo – neo, para o post che sia – significherebbe, oltre che condannare il compromesso alla distruzione sul piano concreto, trasformarlo in una accozzaglia contraddittoria sul piano ideale. Per questo i fascisti non godono delle libertà costituzionali: perché, avendo subìto e subendo la Costituzione nel suo complesso come comando, non ne sono parte attiva, ma passiva. Come ha scritto Paolo Barile, con esplicito riferimento alla libertà di manifestazione del pensiero, ma sviluppando un ragionamento suscettibile di estensione generale, la XII disposizione transitoria e finale Cost. priva l’ideologia fascista della garanzia costituzionale delle libertà (Libertà di manifestazione del pensiero, in Enciclopedia del diritto, vol. XXIV, 1974, p. 470). Di tutte le libertà: quelle individuali allo stesso modo di quelle collettive, come dimostra l’art. 49 Cost., che, nel definire i confini della contesa politica, stabilisce che essa debba svolgersi «liberamente» e «con metodo democratico», così implicitamente escludendo le formazioni politiche che si rifanno al fascismo. Che il fascismo, «sotto qualsiasi forma» si manifesti, possa essere libero e democratico è infatti una contraddizione in termini così lampante che la sua negazione sarebbe di per sé sufficiente a privare di credibilità la Costituzione in cui s’incarna la «Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di “Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali” (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato “Contro la democrazia diretta” (Einaudi 2020) e “Elogio delle tasse” (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

Questo articolo è già apparso col medesimo titolo sul sito volerelaluna.it

Cover: Militante di Forza Nuova in azione (Wikimedia Commons)

SE 20.000 VI SEMBRAN POCHI…
A Firenze nasce una nuova opposizione. L’unica.

Per raccontare cosa è successo ieri, 18 settembre 2021, a Firenze, bisogna partire dall’inizio.
partigiani
Firenze, 5 agosto 1944: La Brigata Partigiana “Vittorio Sinigaglia” entra in Oltrarno.
Comincia cosi la canzone dei partigiani della brigata. Nel corso degli anni, alla sua riscoperta è seguita una popolarità rinnovata, e Insorgiam è entrato a far parte del repertorio di diverse formazioni toscane e non solo:
Insorgiam
ci chiamano gli schiavi,
sbirri della Libertà,
i bastardi non figli degli avi
che fecero la nostra Unità.
Il fascismo ci rese ribaldi
vili servi del gran capital
freme a noi tra di noi Garibaldi,
muoia dunque chi vili ci fa.
La canzone continua: Passa passa l’orda gigante e si leva / l’era nuova di pace e d’amor. / Ogni popolo è il solo padrone / della patria e del proprio avvenir; / non più guerre, non più distruzione, / solo forza che sa costruir. [Un po’ di storia e il testo integrale di Insorgiam!] 

Ne abbiamo ampiamente parlato su questo giornale [Qui] e [Qui] La lotta dei lavoratori della GKN di Campi Bisenzio contro la chiusura dello stabilimento, la delocalizzazione della produzione e il licenziamento in blocco di tutti i dipendenti, ha assunto da subito un carattere nuovo, inedito.

I 422 della GKN, i protagonisti, non si sono limitati a scendere in strada, a occupare la fabbrica e a impostare una vertenza locale con il loro padrone, ma hanno subito ‘guardato oltre’.

Hanno coinvolto tutte le realtà sociali e di movimento di Firenze. Hanno preso contatto con i lavoratori che in tutta Italia subiscono oggi la minaccia del licenziamento. Hanno lanciato un appello che chiede la solidarietà di studenti, lavoratori, disoccupati e cittadini di buona volontà.

Hanno addirittura scritto insieme a un pool di esperti una proposta di legge che vieta il ricorso ai licenziamenti alle Aziende che oggi delocalizzano, ma che fino a ieri hanno ottenuto contributi pubblici.

Dunque una lotta esemplare, che cerca di bucare il muro di silenzio di partiti e media, ed è riuscita a costruire un larghissimo e colorato fronte comune. Da qui la scelta del motto partigiano fiorentino, quel #Insorgiamo! che da alcune settimane disturba il sonno del presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Il risultato di questo grande lavoro di base (i lavoratori della GKN stanno ancora girando l’Italia per raccontare la loro proposta), della loro  lungimiranza e maturità intellettuale nell’impostare la lotta come “una lotta di tutti”, si è visto nell’imponente manifestazione di ieri. Più di 20.000 persone, un corteo combattivo ma composto, tantissime bandiere (rosse i maggioranza).

E’ stata ‘una cosa così grossa’ che giornali e televisioni questa volta devono rompere il silenzio tenuto nei giorni che hanno preceduto la manifestazione. Questa volta, per dovere di cronaca, devono parlarne, almeno un poco. Per una manciata di secondi, e nelle pagine interne. Solo Il manifesto concede alla notizia la sua prima pagina.

E se, come previsto, il segretario nazionale della Cgil non si fa vedere, sfila tra gli altri lo scrittore e drammaturgo fiorentino Stefano Massini. Per raccontare questo grande fiume di gente – tantissimi i giovani e giovanissimi – e le decine e decine di facce, bandiere e striscioni, la cosa migliore è lasciar spazio alle immagini:

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Scrivono nella loro pagina Fb i lavoratori della GKN: “Siamo giunti alla fine di questa immensa giornata di lotta. Firenze è insorta, ci ha abbracciato. Ecco le nostre parole”:
https://www.facebook.com/insorgiamoconilavoratorigkn/videos/409606300551155/

In questo ponte ho camminato sul ponte



Dal punto di vista figurativo, un ‘ponte’ è un periodo di più giorni di vacanza ottenuto inserendo tra due festività, vicine ma non consecutive, un giorno feriale intermedio.
A Ferrara oggi è giorno di ponte fra il 23 aprile (festa di San Giorgio, patrono della città) e il 25 aprile (Festa della Liberazione).

Dal punto di vista letterale, un ponte è un’opera umana che serve per superare un corso d’acqua.
A Ferrara di ponti ce ne sono diversi; quello nel tratto di via Ippolito d’Este che attraversa il Po di Volano si chiama “Ponte della pace” e dal 29 marzo  2019 quel ponte è intitolato ad Altiero Spinelli.

A Ferrara, stamattina presto 24 aprile, giorno di ponte, ho camminato sul “Ponte della Pace”.
Lì ci sono due targhe di marmo dedicate ad Altiero Spinelli: una è ben conservata, l’altra invece è stata brutalizzata da qualche sedicente artista. Avrei ben altre definizioni per l’autore di questa bestialità, ma non so chi sia, anche se immagino che durante questi suoi gesti senta dentro di sé una sorta di forza nuova che gli fa scegliere di usare soprattutto il colore nero per manganellare la memoria di un uomo importante.

Per opportuna conoscenza, ricordo che Altiero Spinelli fu carcerato a 19 anni e rimase in galera quasi 10 anni perché antifascista.
Fu poi confinato e costretto a rimanere a Ponza e a Ventotene per circa 6 anni; in quest’ultima isola, insieme ad altri, elaborò il “Manifesto per un’Europa Libera e Unita”, conosciuto come “Manifesto di Ventotene”.
Liberato nel 1943, dopo l’arresto di Mussolini, Altiero Spinelli fondò il Movimento Federalista Europeo e prese parte alla Resistenza.

Dal punto di vista storico, l’autore delle scritte non può non sapere che, in un periodo nero  della nostra storia, quel ponte si chiamava “Ponte dell’impero”.
Dal punto di vista simbolico, l’autore è ben consapevole di aver recato offesa alla città.
Dal punto di vista artistico, l’autore può considerarsi uno sporco che sporca.
Dal punto di vista fiscale, l’autore dovrebbe risarcire il Comune di Ferrara per le spese che, voglio sperare, impegnerà presto per la pulizia di questo scempio.

Confido davvero che questa amministrazione si impegni a ripulire quella targa, perché dal punto di vista metaforico, un ponte mette in comunicazione mondi diversi; dal punto di vista poetico, un ponte rappresenta la fiducia nell’altro; dal punto di vista politico, a Ferrara il ponte della Pace dedicato ad Altiero Spinelli ha un valore molteplice per tutta la nostra comunità: di pace, di antifascismo e di unione dei popoli europei.

MORTI DI REGGIO EMILIA
Avevo 19 anni: il mio ricordo per i ventenni di oggi.

«Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli
dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti
Voialtri al nostro fianco per non sentirci soli»
Fausto Amodei: Per i morti di Reggio Emilia

Mi chiedo cosa dica oggi (e a chi) una vicenda di sessanta anni fa e la canzone che ne fa memoria, Per i morti di Reggio Emilia. I miei ricordi sono più o meno questi.
Con l’amico di sempre, Ranieri Varese, frequento il Consiglio Provinciale della Resistenza, che si occupa di diffondere la conoscenza di quelle vicende tra i giovani. È un argomento pressoché tabù negli anni ’50. Ricordo in particolare, come illuminanti, le conferenze di Riccardo Bauer ed Enzo Boeri. Ranieri ed io siamo i più giovani in quegli incontri preparatori.
Nella primavera del 1960, in un incontro in vista del 25 aprile, vengono espresse preoccupazioni per la situazione del Paese. Si è insediato il governo Tambroni, monocolore democristiano con l’appoggio determinante dei neofascisti. La convocazione del congresso nazionale del MSI a Genova riceve una netta ripulsa dalla città. Viene annullato a fine giugno.

Manifestazioni contro il Governo, per la democrazia e l’antifascismo, si svolgono in varie città nei primi giorni di luglio. Anche a Ferrara, come a Reggio Emilia, la data è il 7 luglio, piazza Municipale strapiena, direi di ricordare una sola camionetta della Celere a garanzia dell’ordine pubblico. Tutto si svolge tranquillamente. Più oratori si susseguono. Saprò poi che la notizia dell’eccidio di Reggio Emilia è giunta al palco, ma è responsabilmente taciuta.

Reggio Emilia, 7 luglio 1960. Le Forze dell’Ordine sparano sulla folla.

Reggio Emilia, 7 luglio 1960. Le Forze dell’Ordine sparano sulla folla.A Reggio Emilia la Celere apre il fuoco sui manifestanti. Muoiono Ovidio Franchi, operaio, 19 anni; Lauro Farioli, operaio, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino; Marino Serri, pastore, 41 anni, partigiano della 76SAP, primo di sei fratelli; Afro Tondelli, operaio, 36 anni, partigiano della 76a SAP, quinto di otto fratelli; Emilio Reverberi, operaio, 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi e commissario politico nel distaccamento G. Amendola.

Quest’anno Reggio li ha ricordati con diverse iniziative e in particolare con una manifestazione – promossa da Comune, Provincia, Cgil, Cisl e Uil, Anpi, Alpi-Apc, Anppia, Istoreco e Comitato democratico e costituzionale – il 7 luglio. Partecipava pure Silvano Franchi, il fratello di Ovidio. A Reggio, evidentemente, pensano che la data qualcosa ci dica sessanta anni dopo.

In quel tempo un giovane cantautore, Fausto Amodei, fa servizio militare soldato semplice, Centro Addestramento Reclute di Montorio Veronese. La notizia lo sconvolge e il suo modo di solidarizzare consiste nel comporre una canzone [puoi ascoltarla qui]. Sarà la sua più ascoltata e cantata. Amodei è già attivo nel gruppo di Cantacronache, sorto a Torino nel 1957 tra musicisti, letterati e poeti. Sono le prime canzoni ‘impegnate’ – pure belle – che ho modo di sentire nell’ospitale casa, a Ferrara, di un compagno di Liceo, Afro Maisto. Nella canzone l’autore chiama a una nuova resistenza nel nome dei caduti, già partigiani o loro eredi ideali, i due giovanissimi. Ranieri ed io abbiamo la stessa età di Ovidio!

Di Amodei non dirò altro. Le sue canzoni si possono ancora ascoltare con piacere. Io non le so cantare. Alla cresima, nelle prove del coro, mi dicono “Tu apri solo la bocca!”. Le parole però le so, non solo Per i morti di Reggio Emilia, ma almeno La zolfara, Qualcosa da aspettare, La marcia della pace. Le suggerisco quando qualcuno, chitarra in mano, le intona. Ora non succede più. Di Fausto Amodei, che però non ho mai incontrato, ho condiviso pure una parte di percorso politico: Unità Popolare, Psi, Psiup…

Io sono sicuro che occorre recuperare il meglio dell’Antifascismo e della Resistenza, di fronte al ritorno di un passato infame, nell’esplodere della diseguaglianza sociale, nella negazione delle diversità, nel connubio tra nazionalismo e religione, nella negazione dei diritti fondamentali.
In una intervista Enzo Biagi chiede a Primo Levi: “Come nascono i lager?” “Facendo finta di nulla” è la risposta. È una risposta che condivido e che considero attuale.

Le vicende che ho semplicemente evocato sono state importanti nella mia formazione. Mi piacerebbe parlare ai ventenni di oggi per sentire se a loro questa vecchia storia dica qualcosa di vivo nel loro presente.
Poi penso: se a me, diciannovenne, avessero chiesto di riflettere su un fatto avvenuto sessanta anni prima, nell’anno 1900 cioè, come avrei reagito? Posso pensare all’uccisione di Umberto I o alla Guerra Boera. Alla monarchia si è posto fine con un referendum e non con colpi di pistola e tra coloni olandesi e soldati inglesi i più simpatici sono gli zulù. Sono risposte possibili. Non so se le avrei date.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

Cover: Il corpo di Lauro Farioli, una delle cinque vittime della strage (wikipedia commons)

Consigli di Resistenza

Si possono dichiarare tante guerre. Alcune possono avere motivazioni futili, altre esiti nefasti. Sicuramente si può consigliare a chi dichiarare guerra e, nel farlo, centrare molti punti per risollevare l’animo umano: è così che un messaggio dato da un certo individuo, sia trasmesso, tramite ciò che si combatte, e diventa più che dichiarazione belligerante, un grido di speranza. Nemmeno a farlo di proposito, tale missiva arriva da un luogo che richiama a quei valori che, oggi più di ieri, ci vedono impegnati come moderni partigiani nella lotta più difficile: quella per la salvaguardia della nostra casa. La Resistenza ci consiglia, spetta a noi accettare o meno quello che ci viene indicato.

Resistere o accettare

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Da sostenitore della Resistenza e propugnatore della sua memoria, non comprendo chi chiama costantemente alla resistenza contro qualcuno o contro qualcosa, come se stare sempre in tensione fosse auspicabile. Come se resistere avesse un significato escatologico. Credo invece che molta gente dovrebbe imparare a mollare.

“Ciò a cui opponi resistenza, persiste. Ciò che accetti può essere cambiato.”
Carl Gustav Jung

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Per leggere i germogli delle settimane passate, clicca [Qui]

La Resistenza, i giovani e il 25 aprile

Questa riflessione di Sandro Abruzzese è apparsa su Ferraraitalia esattamente 6 anni fa, in occasione della celebrazione del 69° Anniversario della Liberazione. Lo riproponiamo oggi, per onorare la memoria di chi ha dato la vita per la democrazia e la libertà. Perché dimenticare, distrarsi, abbandonare la lotta al fascismo (di ieri e di oggi) ci porterebbe a compiere i tragici errori del passato. Non è quindi uno slogan, non sono parole vuote, ma un nostro preciso impegno: viva la Resistenza, viva il 25 aprile, viva la Costituzione.
(La Redazione)

Ferrara, rievocazione della Liberazione

Questo 25 aprile molti ragazzi ventenni non lo capiscono, niente pathos o commozione, vuota retorica. Ciò accade per un motivo principale di cui non hanno colpa: non esiste nel loro sguardo nulla di collettivo, non un ideale, non un’utopia. Tutto è individuale nel loro incedere, e quindi egoistico. Ma non lo hanno creato loro l’egoismo, non l’hanno costruita loro la società, ne sono preda, spesso inermi. Alla fine i ragazzi, pure quelli egoisti, nel complesso sono preferibili rispetto agli adulti, i responsabili della situazione odierna.

La festa della “liberazione” non è una festa di parte, perché prima che dall’invasore-alleato essa ci libera “dal peggio di noi stessi”. Per essere liberi del tutto, però, occorre disegnare i tratti della propria parte di responsabilità, e affrontare il riscatto.

La resistenza rappresenta il riscatto ed è per tutti! Si tratta di una Iliade moderna, della nostra Odissea di terra, è una pagina epica ed eroica della storia italiana come poche altre.
Mi chiedo agli occhi dei giovani cosa sia mancato, cosa abbia contribuito a svuotare questa pagina del proprio significato. Un’altra risposta la trovo nella nostra incapacità di narrarci. Ciò che ha trovato degna eco nelle pagine della letteratura, penso a Calvino o Fenoglio, non ha avuto un seguito all’altezza nel cinema o in televisione. E’ mancato il neorealismo della resistenza, immagino pure per motivi politici nell’Italia dell’epoca. Un paragone potrebbe essere il Vietnam per gli americani, ma loro vivono della capacità di narrarsi, vivono nella continua contemporaneità.

La struttura portante del nostro paese invece continua a poggiare sulla divisione, perpetuando l’Italia meschina e frammentata del Discorso sopra i costumi degli italiani di Leopardi. Per tutta risposta invece di ricordare e raccontare il valore, la parte migliore della nostra storia, si è scelto di virare e puntare il banco sull’astuzia di Ulisse.
L’unica dote incontestabile del maggiore protagonista degli ultimi vent’anni di politica italiana è la furbizia. La riedizione della furbizia di Berlusconi è la giovane scaltrezza del renzismo.

Il risultato è che se buona parte dell’eterogeneo schieramento della resistenza aveva una propria idea di patria, un patrimonio condiviso di valori, le nuove generazioni sono impegnate ad abbandonarla senza nemmeno un sussulto. Siamo passati dalla costruzione della patria al proposito di abbandonarla in meno di settanta anni. Quando vuole la politica sa essere veloce! Ma non tutto può essere giustificato dalla crisi economica, la nostra è prima di tutto crisi di identità e valori.

Sotto il ponte
(in memoria di Bruno Rizzieri)

Sono qua vigliacchi, venite a prendermi,
sono sotto il ponte, finite il vostro sporco lavoro.
Il mio compagno giovinetto è oramai in salvo,
sarà lui a raccontare il mio ultimo respiro.

Lo sento il rumore dei vostri stivali
lordi di sangue, vi avvicinate,
ho sparato il mio ultimo colpo nel petto di un traditore,
un altro è disteso a terra in attesa di satanasso.

Siete giunti finalmente, sono ferito,
la mia pistola è inceppata,
sparate dunque, massacrate le mie carni,
ma il vostro destino è segnato.

Vedo le fiamme uscire dalla vostre armi,
non sento dolore,
mi sto allontanando dal mio corpo riverso a terra,
sento l’acqua nera scorrermi accanto.

Perdonatemi madre per il dolore che vi causerò,
trasformate i vostri singhiozzi in orgoglio,
quel pomeriggio di primavera,
quando la Brigata che porterà il mio nome entrerà in città

Viva la trentacinquesima Brigata Garibaldi,
viva Ferrara liberata,
e voi posteri ricordatevi,
il nostro sangue è stato versato per liberarci dagli oppressori.

Ed i fascisti sono gli oppressori,
e i partigiani i liberatori.
Ora e sempre.

DI MERCOLEDI’
L’Arminuta … ecologia e solidarietà

Non c’è che L’Arminuta per compensare il vuoto. Anche questo mercoledì la piazza del mio paese è deserta, non ci sono le vocianti bancarelle del mercato e la regola dominante rimane il distanziamento sociale. In realtà la regola numero uno è “Restate a casa”. Resto a casa e riapro L’Arminuta, il romanzo con cui Donatella di Pietrantonio ha vinto il Premio Campiello nel 2018. Uno di quei libri in cui mentre leggo e capisco che è perfetto divento ancora più vigile. Ingaggio con l’opera una sfida sotterranea: scorro le pagine, seguendo la storia ma sotto, più in profondità, controllo la forma, la sua orchestrazione, le scelte lessicali ed il ritmo, la potenza definitoria di ogni vocabolo, le combinazioni. Alla fine vince lei.

Ma andiamo con ordine. Non è per la scrittura ineccepibile che ho pensato a questo terzo bellissimo romanzo della Di Pietrantonio. La parabola di vita che vi si profila  mi è sembrata funzionale  a tante riflessioni sul presente che leggo dai giornali o sento nei dibattiti infiniti alla tv. Sono le proiezioni sul futuro che vivremo a farmi di nuovo avvicinare al libro. Al centro della storia c’è un regresso, un processo di peggioramento per la vita della protagonista: ecco la prima somiglianza col nostro presente. Abbiamo cambiato di colpo abitudini e convinzioni; lo spazio vitale coincide con la nostra casa e poco altro. Se c’è una parola che può riassumere la vita che facciamo è ‘rinuncia.

L’arminuta ha tredici anni e all’improvviso viene restituita, questo è il significato della parola nella parlata abruzzese, alla sua vera famiglia. Dalla bella casa in città, dove ha vissuto fino al giorno prima come figlia unica di una coppia borghese, il padre carabiniere la conduce in un paesino dell’entroterra di Pescara e la lascia coi suoi bagagli, “una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse”, dentro la casa povera dove vivono i suoi veri genitori e i fratelli che lei non ha mai saputo di avere. “La madre” e “il padre”, così per tutto il romanzo chiamerà i genitori che ora conosce e che non la baciano, non l’abbracciano, privi di qualunque comunicazione affettiva. Il padre lavora in una fornace e i soldi che guadagna non bastano a mantenere la moglie, i due figli maschi che sono già adolescenti, il terzo maschio solo nominato per la sua vivacità, la piccola Adriana che aiuta la madre nei lavori di casa ed è una bambina già adulta, l’ultimo nato Giuseppe, che ha pochi mesi di vita e manifesta i segni di un ritardo mentale e ora la figlia restituita da una cugina materna e dal marito, che se l’erano presa e portata a vivere con loro quando aveva solo sei mesi.
La casa è piccola, i figli dormono in un’unica stanza e  Adriana divide il letto con la sorella appena arrivata,  la restituita di cui non viene detto il nome. Lascio dire a lei, che narra la sua storia in prima persona, come sono le prime notti e i primi giorni nella nuova famiglia. Non è stato preparato il letto in attesa del suo arrivo: “Domani vediamo, aveva detto il padre, ma poi si è dimenticato. Io e Adriana non gli abbiamo chiesto niente. Ogni sera mi prestava una pianta del piede da tenere sulla guancia. Non avevo altro, in quel buio popolato di fiati.”
“Mi sono impegnata a pulire, quello non era difficile.. ..Le faccende che mi chiedeva di sbrigare non erano molte, in confronto a quelle di Adriana. Forse mi stava risparmiando, o forse si dimenticava che c’ero. Di sicuro non mi riteneva capace, e non aveva torto. A volte nemmeno capivo cosa ordinava, in quel dialetto veloce e contratto”. In città la sua vita era trascorsa tra la scuola, le amicizie, la danza. A questo pensa con dolore  quando comincia a darsi da fare per essere di aiuto in casa, dovendo rimanere lì dove è stata riportata, con la motivazione che sua madre (quella di città) è seriamente ammalata. Non capisce nemmeno la lingua che si parla in quella casa.

Anche noi ora viviamo in una casa, la nostra, che ci appare diversa, con risorse, angoli o passatempi che non sapevamo che avesse. Anche la nostra lingua si sta modificando, pensiamo ai termini finora poco usati che sono spuntati come funghi sulla bocca degli esperti intervistati dai media. Ci guardiamo allo specchio e ci chiediamo: – E se fossi ‘un asintomatico’?- E intanto ci atteniamo alle ‘regole draconiane’ imposte dalla ‘pandemia’ e non sfuggiamo (come sarebbe possibile?) alla ‘infodemia’ del momento. E ora che la protagonista ci travolge col suo spaesamento cosa verrà fuori dalla sua storia? E dalla nostra clausura forzata, dalle nostre rinunce cosa risulterà? Ne usciremo peggiori o migliori di prima?

L’arminuta impiega mesi a entrare nelle dinamiche affettive dei suoi familiari, specie i fratelli. Adriana è il suo sostegno, è quella che le insegna a vivere nella povertà ma che le trasmette anche slanci e piccole felicità. In una delle anticipazioni sparse nel libro la protagonista dice che la somiglianza tra loro due, evidente quando erano piccole, dopo vent’anni non si sarebbe notata quasi più. Dunque  ce l’ha fatta. E’ entrata poco a poco nel cuore della  famiglia e la famiglia in lei; ha sofferto per la morte tragica del fratello maggiore; è rimasta a vivere nella stessa casa, pur continuando gli studi a spese della madre di città, la madre ricca. Adalgisa, questo è il suo nome,  non è mai stata ammalata: si è separata dal marito e si è sposata con un altro uomo, avendo anche un figlio da lui.
L’arminuta va a trovarla alla casa sul mare che era stata anche la sua casa. La accompagna Adriana, sempre solidale e preziosa nelle giornate faticose là in paese, e oggi pronta all’avventura di andare una volta tanto in città. Alla protagonista la casa  sembra uguale, ma anche irrimediabilmente cambiata, anche se ad essere cambiata è prima di tutto Adalgisa, felice di avere lì la “figlia”, ma al tempo stesso incerta e soggiogata dal nuovo marito.
Nell’andare via dalla città l’arminuta regala il mare ad Adriana, che non lo conosce. Il libro si chiude sulla scena del bagno che fanno insieme: sono di fronte le due sorelle e l’acqua arriva al petto di una, al collo dell’altra. L’una, l’arminuta, ha appena compreso qual è il suo posto e si è lasciata alle spalle la madre di prima, dell’altra, di Adriana, dice  una cosa bellissima, la definisce “un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia”. E ammette: “Da lei ho appreso la resistenza”.

Ripongo il libro e mi dico che siamo anche noi messi alla prova nel nostro romanzo di formazione e abbiamo la possibilità di uscire dalle peripezie di oggi con una nuova consapevolezza. Per l’eroe di tanta narrativa è la consapevolezza dei propri limiti e della raggiunta maturità, per noi della necessità di ridimensionarci e di un bel po’ di altre cose. Le due più importanti è meglio non ripeterle qui, le ho messe nel titolo e lì devono stare, prima di ogni altra parola.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Con un libro in mano

Occorreva andare in piazza con un libro per scoprire che siamo città. Di colpo tutti i luoghi comuni s’annullano, la solitudine digitale scompare dietro la moltitudine culturale.
La città si ritrova nell’identità comune della conoscenza. Non più il solitario coltivare proprio della cultura, ma il condividere della conoscenza, della “cum gnosi”, del conoscere insieme, dello stare insieme per mezzo della conoscenza.
C’è un’idea della città che nasce dagli apprendimenti e si difende con gli apprendimenti continui e condivisi. Sono turning point epocali questi, veri salti di mentalità, nuovi paradigmi.
Eravamo abituati ai comizi e alle manifestazioni sindacali, ai megafoni e agli altoparlanti, non avevamo mai visto migliaia di cittadini fare cerchio in largo Castello ciascuno con il proprio libro in mano.
Sembrava che la competenza fosse nemica del nostro tempo, ora la competenza scende in piazza per invitare garbatamente a leggere, a studiare, non a farsi una cultura per esibirla, ma per essere competenti della vita, sulla vita, per la vita propria e per quella degli altri.
Le tecnologie digitali dovevano soppiantare il libro, quello con la copertina e le pagine da sfogliare, e invece il libro torna alla ribalta, fa da protagonista, agitato come fosse uno stendardo, un’insegna di appartenenza in cui riconoscersi.
Certo è il segno di una appartenenza. Quella di quanti condividono la fatica di studiare, di indagare, di scavare, di confrontarsi con i pensieri che non sono i tuoi, la fatica di ricercare pensieri altri e pensieri contrari, come i pensieri nuovi e quelli passati. La fatica dell’incontro fra le menti impegnate a capire, a conoscere, a penetrare, a fare luce. La vita senza libri non aiuta, sarà sempre cieca.
Duemila libri, ciascuno recato in mano da una persona, fanno già una biblioteca. Non tutte le case ce l’hanno una biblioteca così.
Ma questa è particolare, perché oltre ad essere biblioteca è umanoteca.
Ognuno ha portato la sua proposta di lettura da condividere, ritenuta importante per crescere una sensibilità necessaria ad essere città insieme anziché città contro, città aperta anziché città chiusa, città inclusiva anziché città escludente. Ciascuno, dunque, con un libro utile al come essere della città. Ciascuno da quel libro esibito ha appreso qualcosa di prezioso sul come essere cittadino e per questo l’ha portato con sé in piazza.
Allora umanoteca, proprio perché quelle migliaia di persone che si sono radunate intorno al castello costituiscono un patrimonio di saperi, di intelligenze e di civismo che è risorsa della città, disponibili con il loro libro in mano a condividerlo con tutti gli altri.
I libri schierati come i pacifici testimoni delle parole che contengono, dei pensieri, delle idee, delle storie e delle avventure conservate. Ricordano che tutto può essere scritto e diventare storia e che leggerli può aiutare a rendere la nostra storia migliore, e nello stesso tempo a impedire che i libri portino scritte pagine che sarebbe stato per tutti meglio non comporre mai.
Ecco la forza del libro portato in piazza. La necessità del pensiero contro l’ignoranza, il pensiero lasciato alla testimonianza della pagina come antidoto.
Un’ idea che tiene insieme, che fa sentire cittadini diversi di una città diversa, migliore, più avanti di noi. Un’idea di città da cui partire per rigenerare i nostri modi di abitare e di stare insieme.
L’esibizione in piazza della civiltà del sapere, del civismo del sapere, della propria umanità e del proprio pensiero sull’umanità.
Andare in piazza tutti con lo stesso libro può essere ideologico, dividente, escludente, scendere invece ognuno con il proprio significa abbracciarsi nel riconoscere la forza della lettura, che ogni lettura è una tappa nella propria esistenza e che le esistenze hanno senso se queste tappe si condividono, si mettono in comune, si offrono agli altri come un esercizio di accoglienza e non di differenza, di incertezza da condividere contro le sicurezze che vengono ostentate per dividere, un invito a camminare insieme anziché separare le strade.
Essere cittadini perché si abita il sapere e una città che condivide i saperi, aiuta a capirsi, ad accogliersi, a difendere i valori comuni che non possono essere messi in discussione, a partire dalla diversità di ciascuno che è ricchezza, come sono ricchezza i libri diversi che ciascuno ha portato come compagno della propria testimonianza contro chi vorrebbe dividere anziché unire, contro chi vorrebbe tradire il primo tra tutti i libri del nostro paese che in quella piazza non poteva mancare: la nostra Costituzione nata dalla Resistenza e dall’antifascismo.
Il libro come testimone di una cittadinanza dove la conoscenza è la chiave della convivenza e del crescere comune.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Politica e valori: l’incubo di un sogno rovesciato

Espressioni come “Il battito della città”, “La città che vogliamo” non sono solo titoli intorno ai quali organizzare l’impegno di liste che nascono dalla società civile per una gestione condivisa della comunità e del territorio che si abitano. Sono prima di tutto molto di più. Un modo nuovo di intendere il rapporto tra il sé e la città, il sé e gli altri, non da utenti amministrati, ma da padroni di casa che hanno cura e amore della propria abitazione e di quanti con loro vivono sotto lo stesso tetto, senza chiedere a nessuno credenziali, ma solo di condividere lo stesso impegno e lo stesso amore. Un’idea di gestione della città non delegata a un governo di pochi, ma diffusa e condivisa che chiama in causa la responsabilità di tutti e il ruolo di ciascuno.
La città è nostra, è per noi, dunque riprendiamocela, per farla più bella e più abitabile, senza escludere nessuno e con il contributo di tutti, come deve essere per le cose che non sono né mie né tue, ma nostre, di tutti noi. L’idea che anziché essere governati possiamo decidere di governarci, senza meet up e piattaforme Rousseau, ma con la maturazione di una cultura nuova, di un senso di responsabilità condiviso che si esprimono e si confrontano nell’incontro e nella partecipazione.
Per farlo bisogna ricominciare da capo, spogliarsi dei vecchi abiti, lasciare a casa gli a priori e portarsi dietro i valori, i valori di umanità condivisa e partecipata, i valori dei saperi, della conoscenza, della cultura, del dubbio e delle incertezze, i valori della nostra Costituzione nata dalla Resistenza che è la premessa al nostro stare insieme, al nostro abitare la stessa casa, la stessa città.
L’intelligenza ci serve, nient’altro. La consapevolezza che la stagione delle “amministrazioni comunali” è finita. Intendo la stagione delle amministrazioni comunali come le abbiamo finora conosciute, ancora figlie del secolo che ci siamo lasciati alle spalle e che con il terzo millennio non possono più essere come prima, hanno bisogno di essere reinventate, di più fantasia, di più generosità, di più intelligenza. Di lasciare le piattaforme digitali e di scendere in piazza a mettere a disposizione della città parte del proprio tempo, le proprie competenze, la propria cultura, la propria intelligenza, giocarsi come capitale umano, come risorsa della città anziché come numero del casellario anagrafico. È necessario che ognuno viva sé stesso e il suo prossimo come risorsa indispensabile al presente e al futuro della città, a partire prima di tutto dai giovani, su cui una città non può che investire, con attenzione e massima cura.
Invece ci ritroviamo riproposta la più becera delle amministrazioni comunali, neppure sulla falsa riga dei governi locali ereditati dal passato, qualcosa da feuilleton dell’ottocento, un’amministrazione d’appendice come i romanzi, con la ruspa per cacciare i Rom dai campi nomadi, mentre si appendono i crocifissi nelle aule delle scuole.
È l’incubo di un sogno rovesciato, la metastasi sul corpo sociale della città. La violenza di chi governa per disegnare la città a sua immagine, la riduzione al pensiero unico, l’infantilismo dell’egotismo politico.
La città è in ostaggio di questa giunta e una città in ostaggio non è amministrata, ma piegata, avvilita, mortificata.
Non potrà mai scaturirne una stagione di rinascita della città, di crescita comune, di sogni da condividere, ma solo divisioni e ferite allargate, odi e livori, una vita da separati in casa.
I cuori non battono, i desideri si raggelano, le persone si cancellano nell’illusione della sicurezza di essere gli uni diffidenti degli altri, divisi, perché divisi il nuovo podestà ci vuole per governarci meglio, per espropriarci della città e farla sua, assegnando a ciascuno la casella da occupare, dove stare ritirato in tranquillità.
Più i giorni passeranno più qualcosa verrà sottratto alla città, il contributo della sua intelligenza e delle risorse umane che la abitano, rubato alla sua anima, alla sua cultura, ai suoi giovani e al loro futuro, al domani della città che non si vede da nessuna parte, scomparso ancora prima dell’apparire delle nebbie.
Una città di cittadini provvisori, privati di cittadinanza, utenti di un dormitorio, che s’alzano al mattino e tornano al tramonto, a cui ogni tanto assicurare qualche distrazione perché mai venga da pensare di vivere in un ricovero, dove ognuno vale uno. Uno nel senso di numero, nel senso di ordine, nel senso di occupare una casella, nel senso di oggetto, perché l’unico soggetto è quello che risiede in piazza municipale.

Fascismo è il contrario di libertà: Resistenza per un mondo senza oppressi né oppressori

di Cristiano Mazzoni

Ha ragione signor Ministro, lei col 25 aprile non c’entra niente. Noi il 25 aprile del 1945 abbiamo vinto, abbiamo abbattuta la dittatura nazi-fascista, lei signor ministro ha perso. Giusto, vada a festeggiare la più bella festa dell’anno a Corleone o a Cinisi. Le ricordo però che “Cosa Nostra”, odiava realmente solo un partito, il mio, non il suo. La mafia dalle origini pasteggia con lo Stato, e coi padroni del vapore, il prefetto Mori inviato da Mussolini, ottenne in realtà dei risultati, che sparirono appena il prefetto lasciò l’isola, e “l’onorata società” aderì in blocco al fascismo.
Quindi, signor ministro lei fa assolutamente bene a non festeggiare, l’antifascismo, non è roba per lei. I nostro nonni combatterono e morirono in montagna e nelle valli, nelle città, nei paesi e nei borghi, i nostri padri fronteggiarono la Celere di Scelba, rivisitazione post fascista del sopruso e della violenza dopo la guerra, noi siamo i discendenti di quei combattenti, di quei giovani che credettero in un mondo migliore, quello stesso mondo che lei ora divide per razze e racchiude entro muri.
La Costituzione repubblicana è figlia di quel 25 Aprile, lo sviluppo, le lotte sindacali, i diritti comuni, la libertà, rinacquero quel giorno.
In Italia per vent’anni – lunghi e bui anni – la dittatura con l’arma del ricatto e della violenza, pasteggiò con le anime dei morti in guerra, dei morti a causa delle leggi razziali, dei morti fucilati, o picchiati in seguito alle scorribande delle camice nere.
E no, non fece anche del buono signor ministro, legga meglio, si informi, Inps, Inail, pensioni, diritto di voto iniziarono prima il loro percorso e lo finirono dopo la guerra, sempre grazie a noi.
Certo, infrastrutture e bonifiche vennero fatte, ma nello spirito di una finta autoreferenzialità, per dimostrare quanto la dittatura fosse potente.
I morti, signor ministro non furono tutti uguali, durante la guerra civile, da una parte i patrioti, dall’altra quelli che vendettero l’Italia allo straniero, che la condussero in guerra, che causarono centinaia di migliaia di morti, altroché qualche migliaia “per sedersi al tavolo delle trattative”.
Il revisionismo oramai ha contagiato l’intero Paese e lei signor ministro ne è l’espressione massima.
Fascismo, non è il contrario di comunismo, è il contrario di libertà
E poi smettetela di affiancare una teologia del sopruso e della forza, quale fu il fascismo ed il conseguente nazismo, con l’ideale che Marx teorizzò nel Manifesto e nel Capitale.
Libertà contro oppressione, finitela di tirare in ballo Stalin e Pol Pot, i dittatori sono tutti uguali, le idee e le ideologie no. Le brigate Garibaldi, le brigate di Giustizia e Libertà, le Brigate Bianche, liberarono l’Italia spargendo il loro sangue giovane sulle baionette degli oppressori, non era un derby, signor ministro.
Per me l’unico derby è quello col Bologna, la liberazione d’Italia fu la speranza di un popolo oppresso che spezzò a forza le proprie catene, come è possibile dimenticarlo?
Il mio cuore il 25 Aprile sarà ovunque un fiore rosso indichi il luogo del martirio di un partigiano, perché la Resistenza per noi non è un semplice esercizio della memoria, ma un punto di arrivo, nella infinita ricerca di un mondo migliore, senza oppressi e né oppressori.
E lei signor ministro, fa bene a non festeggiare la nostra festa, si mangi un buon piatto di bucatini, perché lei con gli ideali della resistenza, davvero, non c’entra nulla. Ora e sempre, resistenza.

L’importanza di ricordare

di Federica Mammina

Come ogni anno, il 25 aprile, si festeggia l’anniversario della Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. E lo si fa precisamente dal 22 aprile 1946 quando si scelse questa precisa data, fissata poi definitivamente come festa nazionale con una legge del maggio 1949.
Una data simbolica naturalmente perché l’occupazione tedesca e fascista in Italia non terminò in un solo giorno, scelta però perché proprio quel giorno coincise con l’inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riprendere le città.
E così ogni anno in tutta Italia si svolgono cerimonie e manifestazioni per celebrare la memoria di tutti coloro che combattendo e sacrificando la propria vita hanno dato al nostro paese la possibilità di essere libero e democratico.
È una ricorrenza ancora sentita e percepita nella sua importanza? C’è da augurarselo, perché dovrebbe farci riflettere sul dono immenso che abbiamo ricevuto, la libertà, che noi diamo per scontata, ma che solo settant’anni fa è stata ottenuta con l’estremo sacrificio. Perché non perda il suo valore quindi è necessario che questa giornata, nel suo profondo significato, venga calata anno dopo anno nei tempi che viviamo e ci costringa a fermarci per considerare quali siano le dittature moderne verso le quali dobbiamo avere il coraggio di ribellarci per custodire con cura il dono ricevuto.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanesimo e metamorfosi, l’ultima opera di Edgar Morin

L’umano porta in sé l’avventura dell’universo e l’avventura della vita. In questo senso, l’umano è un microcosmo, a immagine dell’universo.
Ma l’avventura dell’umanità può trasformarsi in una folle avventura che rischia il sublime e l’orribile, per Edgar Morin la mente umana viaggia verso due avventure disgiunte.
L’una cerca all’esterno di svelare, e perfino di possedere, i segreti del mondo fisico, della vita, della società, e ha sviluppato una scienza capace di conoscere tutto, ma incapace di conoscersi e che oggi produce non solo “elucidazioni benefiche, ma anche accecamenti malefici e poteri terrificanti”.
L’altra avventura cerca, all’interno di sé, di conoscersi, di meditare su ciò che sappiamo e su ciò che non sappiamo, di nutrirsi di poesia vitale, di sentire il commovente, il bello, il mirabile.
La prima è l’avventura conquistatrice della trinità scienza/tecnica/economia. La seconda è l’avventura della filosofia, della poesia, della comprensione, della compassione.
L’ultimo libro del filosofo francese Edgar Morin, “Conoscenza Ignoranza Mistero” chiama all’appello la nostra intelligenza, accende la spia rossa, l’allarme sulla rotta del vascello spaziale Terra guidato dalla supremazia della triade: scienza/tecnica/economia.
Scienza, tecnica, economia conducono la mondializzazione, promettono all’uomo di sconfiggere la morte e di emanciparlo dal lavoro con le macchine intelligenti. Sempre più la prospettiva della post-umanità si fa immaginabile sotto diverse forme.
Ma questa prospettiva necessita imperativamente di noi, umani, e sin da ora di un pensiero della condizione e dell’avventura umane, di una coscienza delle possibilità e dei pericoli che comporta la complessità antropologica, di una coscienza di ciò che di più prezioso c’è nell’uomo.
È tragico che la metamorfosi post-umana sia cominciata sotto la spinta cieca del triplo motore scientifico/tecnico/economico, mentre la metamorfosi etica/culturale/sociale, sempre più indispensabile a questa metamorfosi resta ancora nel limbo. Peggio: la regressione etica, psicologica, affettiva accompagna la progressione scientifica, tecnica, economica.
Il sonnambulismo del mondo politico, che vive alla giornata, del mondo intellettuale cieco alla complessità, l’incoscienza generalizzata contribuiscono alla marcia verso i disastri.
Il viaggio e la destinazione sono sempre più verso la metamorfosi del post-umano, se non interviene una guida etica/culturale/sociale.
Per questo l’invito è di continuare a pattugliare ai confini della conoscenza per apprendere e sentire l’inseparabilità di conoscenza, ignoranza e mistero, perché il fiammifero che accendiamo nel buio non solo rischiara un piccolo spazio, ma rivela anche l’enorme oscurità che ci circonda. Fino a quando il sapere produrrà la consapevolezza dell’ignoranza, sarà salva la vera forza rivoluzionaria della conoscenza: l’ignoranza sapiente che conosce se stessa, come direbbe Blaise Pascal.
Altrimenti rimarremo ignoranti della nostra ignoranza, incapaci di comprendere che vivere è una navigazione in un oceano di incertezze con qualche isolotto di certezze per orientarsi e approvvigionarsi.
Conoscenza, ignoranza e mistero sono i nostri compagni in seno all’avventura cosmica, i soli che ci possono soccorrere nell’incertezza di quale parte prendere nel corpo a corpo tra Eros e Thanatos, nel sapere dove andare.
Ma è sempre più necessaria la rigenerazione di un umanesimo planetario, radicato nella Terra-Patria per evitare il regno della nuova specie dei signori che dispongono di tutti i poteri, fra i quali quello del prolungamento della vita, sull’insieme degli altri umani asserviti.
La metamorfosi biologica-tecnica-informatica necessita soprattutto di essere accompagnata, regolata, controllata e guidata da una metamorfosi etico-culturale-sociale, per evitare che macchine pensanti pensino per noi e possano dominare il destino post umano.
Per sottrarsi all’inumanità della post-umanità è necessaria una profonda riforma intellettuale e morale come resistenza all’egemonia del calcolo, del profitto, dell’egoismo. Una resistenza animata dai bisogni di realizzazione personale, di condivisione, d’amore, di vita poetica. Un umanesimo antropo-bio-cosmico, una comunità di destino di tutti gli umani sulla Terra con una comune coscienza di Terra-Patria. Da questa aspirazione e da questa doppia coscienza potrebbe nascere una nuova via per un altro avvenire.

PERSONAGGI
Umberto Terracini

“Questo giornale lo compro perché ci scrivi tu, con la tua ironia”.
Fui sorpreso da questa, non so quanto meritata, confessione, ma accettai di buon grado, la vanità è sempre dietro l’angolo. “Questo giornale” era ‘Il Giorno’, lo sentivo come una mia creatura, era un fratello che amavo con tutto il cuore, o un mio figlio a cui prestare sempre attenzione, e la volta che mi fece uno sgarbo grosso gli voltai le spalle e me ne andai.
D’altra parte il direttore di allora, Gaetanino Afeltra, aveva già rimescolato le carte e il grande quotidiano moderno, antifascista, culturalmente all’avanguardia, era morto; al funerale aveva pensato l’editore, sempre pronto a eliminare i rompicoglioni, a licenziarli, a farne carne da macello come i grandi generali con i soldati. I padroni stavano già preparando i nuovi tempi e le nuove coscienze, quelle dei giovani che fanno il saluto romano a Marzabotto.

Eravamo seduti a una tavola molto ospitale, la tavola della signora Adele, che faceva delle tagliatelle da far ingelosire mia zia Olga, bolognese d’antico ceppo, tirate a mano sul tagliere pieno di ferite. Avevamo preso l’abitudine di andare, finita l’udienza, dalla signora Adele, la cui vecchia trattoria guardava il porto di un’Ancona allora sconciata dal terremoto, le case sostenute da pali ma, soprattutto, da tubi di ferro che s’incrociavano pericolosamente sulla tua testa. Umberto guardava e scuoteva il capo. Umberto era Umberto Terracini, in quel momento avvocato di parte civile al processo per l’assassinio, da parte dei fascisti, di un giovane di Lotta Continua, Mariano Lupo: stava passeggiando quando arrivò la squadraccia nera, che con grande fermezza e coraggio lo affrontò e l’ammazzò.
Con Terracini avevo condiviso altri grandi processi, da quello per il massacro di piazza Fontana, a quello per la strage di Peteano e al lungo, orribile dibattimento triestino sullo sterminio di partigiani e di ebrei nella Risiera di San Sabba. Ero diventato amico del vecchio antifascista: un uomo sereno, perfino allegro. Un giorno gli chiesi come avesse fatto a sopportare, uscendone vivo, diciotto anni di galera e di confino e lui rispose, con quel suo modo cortese: “Facendo un riposino dopo mangiato, nevvero!”
Era una persona gentile il Terracini, troppo gentile. L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato in un teatro romano in occasione di un convegno organizzato dal Pci: ero salito sul palcoscenico a salutare il presidente quando ho visto Terracini giù in platea, sono sceso immediatamente e ho raggiunto l’amico, che se ne stava da solo in mezzo alla folla di compagni. Uno di loro mi disse sogghignando: “è rimasto solo finalmente”. “Come stai Umberto?”, chiesi. Il firmatario della Carta Costituzionale – sottolineo: della più moderna e più umana delle carte costituzionali moderne – si guardò attorno indicandomi le poltroncine vuote e, con un sorriso triste, mi rispose: “sto così, nevvero”. Pochi mesi dopo moriva.

DAL NOSTRO ARCHIVIO
25 aprile, la festa e lo spirito della Liberazione

La Resistenza, la guerra di liberazione, l’antifascismo… Ferrara anche quest’anno celebra il 25 aprile con un fitto e apprezzabile calendario di iniziative che vivificano questa ricorrenza tenendola al riparo dalla retorica.

Ai nostri lettori segnaliamo gli articoli pubblicati da Ferraraitalia nella sezione “partigiani oggi”, una raccolta di riflessioni sul significato e l’attualità della Resistenza
[leggi l‘inchiesta]
 oppure [vai all’archivio generale]

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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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