Skip to main content

Vite di carta /
“L’insieme delle parti” di Ivan Vladislavic

Vite di carta. L’insieme delle parti di Ivan Vladislavic

Un altro mondo, il Sudafrica. Ho letto i quattro racconti che formano il libro di Ivan Vladislavic rincorrendo i nomi di strade, sobborghi e ambienti naturali attorno a Johannesburg e rileggendoli più volte. Ho appreso nomi sconosciuti di persone, di cibi.

Il libro è uscito nel 2004 ma il Italia è stato edito solo nel 2005 da Utopia.

Il Sudafrica è quello degli ultimi anni ’90 successivi alla abolizione dell’apartheid e sta facendo i conti con i cambiamenti della società e del paesaggio. Due aspetti del vivere che investono i personaggi di troppe novità con l’effetto di frustrarli.

La curiosità mi è arrivata intanto a partire dai contenuti dei racconti, dal loro contesto. Poi è diventata attrazione per la scrittura di Vladislavic, piuttosto esperta nel mettere i protagonisti dentro le cose della vita di ogni giorno e nell’assumerne il punto di vista per dare voce al loro spaesamento.

I quattro racconti, inoltre, hanno tra loro assonanze narrative come nei quattro tempi di una sinfonia, hanno raccordi spaziali e temporali che almeno a livello strutturale attivano il titolo.

I protagonisti tutti maschili, un nero e tre bianchi, appartengono a una classe sociale più o meno privilegiata e si muovono sulle strade di Johannesburg dandoci un paradigma della loro quotidianità.

L’addetto al censimento, il tecnico idraulico, l’artista e l’esperto di cartellonistica sono colti mentre lavorano e hanno relazioni e incontri con gli spazi della città e con i suoi abitanti.

Il protagonista del secondo racconto, Egan, nella sua giornata si muove tra complessi residenziali di lusso e casette di nuova costruzione ma già cadenti, dall’auto guarda la periferia della città invasa dai nuovi quartieri che esibiscono ricchezza e povertà messe faccia a faccia, separate solo dal nastro d’asfalto della strada.

Mette piede per la prima volta in un nuovo complesso di cui ha curato la rete fognaria e che “conosceva solo dalla planimetria. Era come aggiungere una terza dimensione a un foglio che ne ha soltanto due”.

Egan ispeziona i nuovi spazi tra le case e le case con un misto di sensazioni: si sente pronto per le questioni tecniche del suo lavoro e se ne compiace anche, non ha però gli strumenti per affrontare le persone che ci vivono né lo spaccato sociale di quel luogo.

Quando la grassa signora nera gli mostra le crepe nei muri di casa sua rimane perplesso e disorientato, pensa che tutti lì sappiano solo lamentarsi. Alla cena che segue, tra colleghi e rappresentanti della Associazione dei residenti, si sente fuori luogo, non ha scelto l’abbigliamento giusto, non sa parlare la lingua sotho che a un certo punto usano gli altri commensali.

Tutto comincia a inquietarlo nel locale, dalle maschere mostruose sulle pareti alla cameriera che serve cibi insoliti. Solo la Salsa Afritudine, che dà il titolo al racconto, gli risulta buonissima. Vi si rifugia  mangiandone in quantità.

Al rientro nella sua camera d’albergo, pieno com’è di cibo e di alcol, sente finalmente la realtà sudafricana su di lui. Sono i pugni che dalla tv gli arrivano dalla scena in cui viene pestato il De Niro di Toro scatenato, li sente come si si abbattessero sul suo corpo.

Come lui gli altri protagonisti sanno padroneggiare soltanto pezzi di situazioni. Rifuggono dal comporre le parti dell’insieme che è il nuovo Sudafrica.  Del nuovo apartheid, un apartheid economico, che sta prendendo il posto di quello razziale.

Nel tratto di vita che ci viene mostrata, si sentono tutti ancipiti, non pienamente realizzati. Hanno grosse auto con cui percorrono le strade della città e del veld e i loro pensieri scorrono avanti e indietro nel tempo. Chi sono stati da bambini, che vita di relazione hanno costruito, cosa produce il lavoro che fanno.

Accade in particolare all’artista, il protagonista del terzo racconto che ha costruito la sua ultima mostra facendo a pezzi le maschere degli artigiani locali, pagate a un prezzo bassissimo, per ricomporre ed esporre l’orrore dei massacri in Angola o in Ruanda in opere che spera di vendere a costi molto più alti.

Lui, Simeon, ricco nella sua villa con piscina ha sfruttato quello che hanno fatto tante mani nere come le sue per ricavarne una testimonianza dell’Africa violenta che ha poi intriso di bellezza e di sensi di colpa.

Un altro mondo, il Sudafrica?

Nota bibliografica:

  • Ivan Vladislavic, L’insieme delle parti, Utopia Editore, 2025 (traduzione di Carmen Concilio)

Cover: foto di mzgiaconte da https://pixabay.com/images/search/johannesburg/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

Tutti i tag di questo articolo:

Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *