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Verso un nuovo scontro sociale?
La ricetta inascoltata del premio Nobel Daron Acemoglu

“Cosa è successo alla democrazia liberale?” è il titolo dell’ultimo libro di Daron Acemoglu, forse il più noto economista del Centrosinistra al mondo, premio Nobel nel 2024, che si interroga su come mai il liberalismo sia in crisi dopo i grandi successi nei primi 30 anni del secondo dopoguerra.

Trent’anni in cui gli Stati Uniti (già a partire dal New Deal di Roosevelt) e le democrazie europee scandinave (ma anche Italia, Germania e Francia) riuscirono ad irrobustire la democrazia, non solo distribuendo diritti e libertà, ma con una prosperità diffusa nel nome dell’uguaglianza.
Trent’anni di creazione di buoni posti di lavoro, alti salari, crescita del welfare, centralità della manifattura e una prosperità diffusa che fece crollare il comunismo sovietico (1991) in modo pacifico, sotto la rivolta dei suoi cittadini ammaliati proprio dall’Occidente.

Scomparsa l’URSS e puntato tutto su turbo-capitalismo e globalizzazione, le cose sono andate sempre peggio per gli operai e òa maggioranza dei cittadini occidentali. Come mai? Daron Acemoglu individua alcuni processi che hanno minato il liberalismo:

  • l’automazione ha tolto potere e salario ai lavoratori senza laurea, senza creare per loro nuovi buoni posti di lavoro, facendo crollare la manifattura e crescere servizi dove trovavano lavori poco pagati i non laureati e dove prosperavano solo i laureati;
  • la globalizzazione ha spostato la manifattura nei paesi a basso costo del lavoro (Cina,…), e accentuato l’evasione ed elusione fiscale.

L’esito è stato una crescita delle disuguaglianze senza precedenti dovuta alla scomparsa del ruolo degli Stati e al crescente potere delle multinazionali e di una oligarchia di miliardari che ora guida lo sviluppo, evade le tasse, e che ha fatto declinare il sindacato e l’autogoverno con la distruzione delle comunità dei lavoratori.

I partiti democratici (innanzitutto i DEM americani, ma anche in Europa), ammaliati da globalizzazione e libero mercato, hanno gradualmente abbandonato i lavoratori senza laurea (anche perché i laureati sono oggi negli Stati Uniti 93 milioni, 55% degli occupati) e la manifattura (ormai al 9% degli occupati), lasciando ampio spazio ai movimenti di destra e illiberali di “difenderli” (anche se più a parole) dalla concorrenza degli immigrati (nuovo capro espiatorio), dalla distruzione delle loro comunità e delle tradizioni, da pratiche diffuse di autogoverno con scelte dall’alto (vedi UE, vissuta come una forma di crescente centralizzazione).

Verso un nuovo scontro sociale?

I salari reali essi sono cresciuti in modo enorme nei paesi emergenti e BRICS e pochissimo nei Paesi liberali (in Italia, Regno Unito e Giappone sono calati), nonostante la produttività del lavoro sia salita del 30% dal 1999 al 2024 rispetto a +10% dei salari. Significa che 2/3 della ricchezza prodotta è andata al Capitale.

Nei paesi emergenti e BRICS invece i salari reali sono cresciuti molto di più. Si noterà che nei paesi meno democratici c’è una maggiore disuguaglianza tra salari per il minor ruolo svolto da liberi sindacati.

Dal 2006 al 2024 in quasi tutti i paesi al mondo le disuguaglianze salariali si vanno riducendo, tranne in Italia (stabili) e Francia, Finlandia, UK e Cina (in crescita).

Con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale (AI) senza regole nelle mani degli oligarchi delle multinazionali americane, assisteremo ad una nuova ondata di automazione che colpirebbe, questa volta, soprattutto i colletti bianchi, accentuando ancor più la disuguaglianza, la distruzione delle comunità e dell’autogoverno e minando quella prosperità diffusa, libertà e diritti sostanziali che sono alla base del liberalismo in Occidente.

Le stime parlano di un rischio sostituzione di lavoratori con AI e robot (tra USA e UE) di 40 milioni di lavoratori su 370 (circa 10,8%) e di 70 milioni in Cina. Il problema è soprattutto degli Stati Uniti che non solo non perdono popolazione e nella fascia lavorativa 15-64 anni dal 2026 al 2040 prevedono una crescita di 6 milioni, mentre la UE perde 15 milioni di abitanti tra 15 e 64 anni e la Cina ben 129 milioni.

Lo scontro sociale sarà quindi enorme proprio dove si sta sviluppando l’idea di una AI deregolata (negli Stati Uniti) che determinerà di certo una drastica riduzione di occupati, al punto che alcuni esperti si spingono a parlare di probabile “guerra civile”. La Cina invece teme poco l’automazione da AI e robot in quanto perderà una cifra enorme di potenziali lavoratori e nei suoi piani al 2030 prevede già una formazione di 30 milioni di addetti nell’alta tecnologia più esposti e piani di re-inserimento in altri settori per chi dovesse perdere il lavoro.

L’Europa si trova in situazione intermedia: perderà 15 milioni di lavoratori potenziali e cercherà di regolare gli effetti più devastanti dell’AI.
Ma solo mettendo di nuovo al centro la classe operaia (secondo Acemoglu) il liberalismo ha un futuro e quindi gli Stati Uniti si stanno mettendo su un sentiero molto pericoloso socialmente ed economicamente ed hanno già tutti i fondamentali critici (debito pubblico, deficit commerciale, manifattura distrutta).

Daron Acemoglu: rilanciare la democrazia liberale

Per Daron Acemoglu rilanciare il liberalismo significa mantenere welfare e libertà di espressione, difendere le comunità, le forme di autogoverno, la ricchezza condivisa. Occorre limitare l’uso del denaro che dalle imprese finisce nella politica (condizionandola), creare buoni posti di lavoro ben pagati, favorire un’immigrazione legale, regolamentare l’AI sia verso i minori (come si fa con tabacco, droghe e alcol), sia modificando gli algoritmi per non accentuare le polarizzazioni e i messaggi fortemente emotivo che generano dipendenza, più tempo sulle piattaforme, più profitti e pubblicità.

Valorizzare un federalismo in cui si dia ampio spazio all’autogoverno e alle comunità nelle materie che possono amministrare, evitando eccessi di centralizzazione (una parte delle imposte va distribuita alle comunità locali come pare voglia fare Burnham in UK e forse l’autonomia regionale in Italia).

Con gli immigrati ci può essere buona convivenza se i flussi sono legali e se rispettano le libertà fondamentali del liberalismo (istruzione per i loro figli, diritto di uscita di casa e dalla loro comunità e nessuna minaccia di violenza alle donne al loro interno). La ricerca economica indica che l’immigrazione (sia qualificata che non) non ha effetti negativi sulle prospettive occupazionali o sui salari del lavoratori nativi e sono spesso le comunità con pochi immigrati quelle più ostili.

Afferma l’importanza di politiche di decarbonizzazione, di antitrust che riducano i monopoli oggi esistenti, l’asimmetria tra maggiori tasse sul lavoro che sul capitale e come alcuni servizi (istruzione) potrebbero essere erogati dalle comunità locali, creando diverse esperienze e imparando l’una dall’altra.

Sarà importante soprattutto regolare l’AI in modo che anziché favorire una nuova ondata di automazione, arricchisca le mansioni attuali (e altre nuove) sia per chi non è laureato che per i laureati.
Questa è la grande sfida del futuro, che significa nel caso dell’Europa creare anche propri campioni di AI, regole, più formazione per i lavoratori e un ruolo maggiore del sindacato e delle “associazioni”, tornando alle normative fiscali pre 1990 e pre globalizzazione. Oggi negli Stati Uniti il Lavoro è tassato al 30%, mentre gli investimenti in Capitale con meno del 5% (via ammortamenti accelerati e altre detrazioni). Lo scontro, e la sfida, sarà quindi tra una società che sarà guidata da ristrette élite o dalla maggioranza di chi lavora.

14 Feb 2026 Stanford (California): Big Billionaire Breakup

Intanto in California vediamo se martedì 3 novembre (mid term) viene approvata la patrimoniale una tantum (Proposition 40) del 5% sui miliardari, nonostante i 500 milioni pagati dagli 80 tycoon della Silicon Valley sia repubblicani che democratici agli influencer per opporsi ad una tassa che forse piace alla grande maggioranza degli americani (e al miliardario Tom Steyer che è –raro caso- a favore) e che qualcuno in Italia vuol farci credere sia una tassa estremista.

In questo scenario (Acemoglu non lo dice) sono favoriti quei paesi (federali) come Usa, Australia, India, Brasile che hanno Stati con un’architettura federale che fa politica e può regolamentare le loro multinazionali (tech, energetiche,…). Favoriti sono anche gli Stati non liberali (Cina, Russia,…) che hanno uno Stato capace di regolamentare i loro giganti privati tech ed energetici e redistribuire la ricchezza prodotta. Chi è spiazzato è invece l’attuale UE che manca di uno Stato a causa dell’assurda architettura che si è data (o che qualcuno ha consigliato). Un problema che prima o poi si dovrà risolvere anche se uno Stato UE non credo piaccia all’amico (ex alleato) americano.

Cover: Daron Acemoglu (2016) – foto su licenza Wikimedia Commons

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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