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Lula vince ancora: contro i pronostici e contro Trump

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Contro i pronostici, Lula vince le elezioni e diventa Presidente del Brasile per la quarta volta, ribaltando l’ascesa in tutta l’America Latina delle destre.

In rimonta sul 1° turno, Lula vince le elezioni (è al 4° mandato e governerà altri 4 anni, 16 in tutto, più di qualsiasi altro), con uno scarto di 4,4 milioni di voti su Bolsonaro e 10,3 milioni più del 1° turno raggiungendo 64 milioni di voti. Alcuni seggi sono stati prorogati di 2 ore (su richiesta dei due candidati) per le copiose piogge e strani disservizi dei bus. In ogni caso hanno votato solo 17mila persone in più dopo le ore 17 contro uno scarto di 4,4 milioni per Lula. La solita richiesta di voto truccato (à la Trump) è stata respinta dal giudice di turno, peraltro, indicato da Bolsonaro.

Logo ufficiale della campagna per Lula presidente

Decisiva è stata la mobilitazione su whatsapp promossa dal collaboratore André Janones (Lula non ha mai posseduto uno smartphone) che ha portato a votare moltissimi giovani e astenuti al 1° turno. 

La vittoria (51,8% vs 48,2%) ribalta l’ascesa in tutta l’America Latina delle destre che voleva trasformarla nel “cortile di casa” (dottrina DonRoe). Brasile e Messico, con presidenti di sinistra, hanno il 55% dell’intera popolazione dell’America Latina.

Da qui la stizza di Trump che aveva introdotto proprio due mesi fa dazi del 37,5% alle esportazioni brasiliane in Usa, proprio per indebolire Lula che fa parte dei BRICS (Cina, Russia, India, …) e delle big tech che avevano puntato tutto su Bolsonaro, neoliberista, e che avrebbe ceduto tutte le terre rare, mentre Lula vuole mantenere un rigoroso controllo nazionale e creare lavoro in Brasile, mantenendo aperto il commercio con la Cina, oggi triplo di quello con gli USA.
Una vittoria geopolitica di Cina e Russia (e di Cuba che spera in aiuti).

Il bolsonarismo si avvaleva dei 47 milioni di evangelici e neopentacostali e del motto “Dio, patria e famiglia”, mentre i cattolici sono in maggioranza con il PT di Lula e le sue politiche sociali (sostegno ai poveri, riduzione dell’orario di lavoro su 5 giorni anziché 6), aumento della spesa pubblica (che ha però portato il debito pubblico all’82% del Pil) e crescita dei salari.
L’apertura alla Cina ha favorito la crescita economica (+2,4% il Pil nel 2026), la bilancia commerciale è attiva, inflazione è al 4,7%, il tasso di disoccupazione è basso 5,3%.

I salari reali sono cresciuti del 10% dal 2018 al 2024 e nel 2023 avevano registrato una crescita reale del 5,2%, una delle più alte in America Latina (rimbalzati dopo il calo via pandemia e inflazione). Poi la crescita si è fatta più moderata, ma sempre positiva. Salari reali cresciuti tre volte quelli degli Stati Uniti dal 2008, mentre in Italia è avvenuto un calo.

Il D9/D1 ratio (rapporto tra il salario al 90° percentile e quello al 10° percentile) è 5,5 (i lavoratori nel decile più alto guadagnano 5,5 volte quelli nel decile più basso). Dal 2006 al 2021, il Brasile ha visto una diminuzione annualizzata della disuguaglianza salariale (D9/D1 ratio: -1,2% all’anno), favorendo i salari più bassi. Le donne sono sovra-rappresentate tra i lavoratori a basso salario e nell’economia informale. Il rapporto ILO raccomandava per il Brasile un rafforzamento della contrattazione collettiva e dei salari minimi. Nel complesso i dati economici sono molto buoni e hanno visto crescere infatti anche gli investimenti esteri.

Lula avrà la possibilità di influenzare la nomina di 4 giudici della Corte Suprema (uno vacante e 3 che vanno in pensione nei prossimi 4 anni) che però necessitano del voto della maggioranza del Senato. Avrà seri problemi a governare in quanto non ha una maggioranza al Senato e Camera. Ma neppure Bolsonaro (se tornerà in Brasile dopo la fuga dal suo sponsor americano) ce l’ha, anche se il suo partito (liberale) ha 121 seggi su 513 alla camera rispetto a 88 del PT.
Lula dovrà quindi negoziare con partiti di centro non favorevoli alle sue politiche sociali (per approfondire vedi l’articolo sul blog Melquìades di Macondo di Marcela Anzola “Brasile: Lula ha vinto le elezioni, ma chi ha vinto il potere?”)

Si riduce così la minaccia all’Amazzonia che ha subito la distruzione di 3,5 milioni di ettari durante il governo Bolsonaro (ma anche con Lula ha perso 2 milioni di ettari), anche se l’accordo Mercosur firmato con la UE, favorisce una potenziale distruzione della foresta per nuove coltivazioni ed export della carne brasiliana, attaccata anche da taglialegna, miniere, esplorazione di gas (alla foce del Rio delle Amazzoni), strade (come quella tra Manaus e Porto Velho).
Nel 2024 sono stati ammazzati 258 indigeni, 215 i suicidi tra gli indigeni (soprattutto giovani), 160 conflitti in quanto la legge del 2023 riconosce il diritto alla terra solo agli indigeni che sono in grado di dimostrare la loro presenza al momento della promulgazione della Costituzione (5.10.1988), come se tutti i processi di espulsione e massacri precedenti non fossero avvenuti.

Che ricchi, gran parte delle imprese, latifondisti, finanza, predatori esteri (da big tech all’agroalimentare) siano dalla parte di Bolsonaro ( è certo ed è anche vero che hanno nelle due camere una potenziale maggioranza. Ora però si sono trovati come presidente Lula che dovrà negoziare coi partiti di centro (MDB, PSD,…) per far passare molte leggi e riforme. Non avrà vita facile nei prossimi 4 anni ma è un abile negoziatore per garantire crescita, difesa del welfare e dei diritti. La frammentazione del Parlamento è per certi versi un vantaggio per l’abile Lula. Dovrà fare accordi programmatici con vari partiti e negoziazioni.

Lula dovrà trovare (finalmente) un erede in vista delle elezioni del 2030, quando non ci sarà forse più Trump e molto nel mondo sarà cambiato. Intanto godiamoci questa vittoria memorabile di Lula (81 anni ieri, 27 ottobre) contro i principali giornali liberisti e tv del Paese, contro i sondaggisti, contro Meta e Trump. Nel nostro piccolo abbiamo contribuito anche noi di Macondo (Pippo Morelli, Giuseppe Stoppiglia, Gaetano Farinelli e altri) da quando nel 1985 abbiano iniziato a sostenere Lula, un semplice sindacalista metalmeccanico dall’ABC di San Paolo. Avevamo visto giusto.

 

In copertina: Brasile, San Paulo 25.10.2026, il discorso della vittoria di Lula da Silva – Foto: Ricardo Stuckert, licenza Creative Commons.

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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