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Enrico Vaime
lo spettacolo continuerà anche lassù

 

Il grande autore e pensatore istrionico Enrico Vaime ci ha lasciato, ha raggiunto il caro compagno di una vita di battaglie artistiche scomparso nel 2008 con cui aveva formato la famosa ditta artistica Terzoli & Vaime.
Vaime è stato uno dei più grandi autori radiofonici e televisivi, nonché autore di circa una trentina di libri. Fra i tanti successi radiofonici, da ricordare “Black Out”, che ci ha accompagnati ogni sabato e domenica mattina dal lontano 1979.
Eccezionale come conduttore, mai sopra le righe, mai volgare. Un signore mai noioso e sempre brillante, simpatico e con una buona dose di pungente ironia:

Io sono uno che dice sempre la verità. Anche a costo di mentire.

In questo paese di ignoranti uno che riesce a distinguere un condizionale da un congiuntivo rischia di passare per intellettuale.

Anni fa, durante un’intervista, alla domanda sul suo orientamento politico, rispose: “A sinistra, anche se la sinistra non sa ridere, è permalosa, è sempre stata così. Andreotti invece, se lo prendi in giro, ride”
Poi, alla domanda se era comunista, rispose: “Dipende. Se me lo chiede Berlusconi rispondo di sì. Se me lo chiede Bertinotti rispondo che ci devo pensare”.
Il pensiero di Vaime sulla morte lo portava a riflettere sulla poesia di Fernando Pessoa La morte è la curva della strada.

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.

La morte non è che l’ombra della vita stessa. Non si può, infatti, scindere la vita dalla morte e non si può, come scrive Pessoa, trascurare il fatto che la morte sia la curva della strada.
Italo e Enrico continueranno anche lassù a fare spettacolo!

Ho paura del telegiornale

racconto di Patrizia Benetti

Sono fiorite le calle. Vedessi come sono belle, Annina! Ho tolto l’erbaccia dal nostro giardino e ho pure imparato a stirarmi le camicie. Sorridi, lo so.
Ieri sera, Alfio e Giuseppe sono venuti a prendermi e mi hanno “trascinato” al bar. Hanno detto che è dura, ma la vita continua.
Abbiamo giocato a tresette e mi sono divertito. Il tempo è trascorso veloce e l’angoscia si è placata.
Sto preparando gli arnesi: ami, esche e canne, perché domenica mattina andiamo a pescare. Una giornata all’aria aperta mi farà bene.
Alfio e Giuseppe sono i miei amici più cari, ci conosciamo da quando eravamo ragazzini e ci capiamo al volo. E’ bello poter essere se stessi, senza finzioni o forzature, soprattutto quando si soffre.
Mi manchi Annina e adesso che sono solo, la sera non riesco più a guardare il telegiornale. Mi fa paura, con tutte le sue brutture e le sue miserie.
Allora accendo la radio, cucino e penso a te.
Mi sembra di sentire la tua mano che mi accarezza e la tua voce dolce che mi sussurra:
“Coraggio Alfredo. La vita è bella!”.

Quando (Pino Daniele, 1991)

C’era una volta Supergulp
La storia di Guido De Maria, l’inventore dei fumetti in tv

Erano gli anni ’70, i fumetti arrivavano in tv.
Riviviamo quei meravigliosi momenti col papà di Supergulp Guido De Maria, disegnatore, umorista e regista pubblicitario e televisivo.

Ritengo doveroso rivolgere la mia attenzione a questo importante regista pubblicitario, nonché umorista, disegnatore e sceneggiatore, che ha prodotto centinaia di caroselli e spot pubblicitari per la Rai e noto come il papà di Supergulp. Negli anni ’70 i fumetti debuttano sul teleschermo con Gulp. Guido De Maria ne è coautore con Gaverni e ne cura anche la regia. Il grande successo dei fumetti in TV è dovuta alla sua intuizione che codifica un vero e proprio linguaggio del telefumetto; nasce così il famoso personaggio di Nick Carter, il detective di Bonvi e De Maria, il vero mattatore di Gulp, che De Maria produce e dirige per la Rai.

E chi non ricorda Giumbolo, creato sempre da De Maria per Supergulp, simpatico personaggio che cantava la sigla finale della trasmissione dei fumetti in tv, o Salomone, il pirata pacioccone dello spot per l’Amarena Fabbri, o la serie dei Brutos? E come dimenticarsi di Franco e Ciccio per lo spot della cera Grey, o del carosello della camicia coi baffi con Maurizio Costanzo?
De Maria è rimasto sempre attivo realizzando, proprio in questi giorni di emergenza del coronavirus, ExtraGulp! i fumetti sul web, un nuovo blog dedicato al mondo dei comics, omaggio a Supergulp dove il nostro infaticabile regista afferma: “In questi giorni inediti di pandemia mondiale ed emergenza sanitaria, in cui dobbiamo stare tutti in casa, ci è venuta la voglia di ripartire dalle belle cose di una volta, i bei ricordi che fanno piacere all’anima”.

Non solo questo, ma anche un altro imperdibile e invitante appuntamento ci attende nella mostra Anni molto animati, il fumetto italiano ai Musei Civici di Modena fino al 17 maggio 2020 (appena il Museo potrà riprendere dopo la pausa per coronavirus), che spazia dai caroselli di Paul Campani a quelli di Guido De Maria, da Supergulp di Bonvi e De Maria a Comix di Beppe Cottafi e De Maria.
Guido De Maria è nato nel 1932 a Lama Mocogno (Modena), comune sull’appennino modenese, dove è stato insignito della cittadinanza onoraria. Il nostro primo incontro , nel 2011, avvenne in occasione di una sua mostra a Carpi presso la Biblioteca Multimediale e fu proprio in quell’occasione che gli dedicai una mia prima recensione.
De Maria ha un suo posto onorevole nella storia non solo del fumetto, ma dell’arte dell’umorismo in genere, un posto che gli è dovuto per la sua originalità che ancora oggi ha il potere di piacere e di insegnare qualcosa.
Le sue figurazioni, o creature, sapienti e profonde, trasportano l’animo dello spettatore in quella sfera gioiosa che è propria della poesia creativa.
La vivacità ed alcuni caratteri della sua arte, quelli precisamente che fanno di essa qualcosa di eccezionale e unico, la rendono uno strumento davvero potente e importante.
Io vedo in lui, come molti altri avevano visto prima di me , il perfetto e genuino discendente di quella razza di illustratori, vignettisti e fumettisti, famosa per la sua felice spontaneità di visione e di espressione di un mondo tutto malizioso ed infantile, un artista completo in ogni sua sfumatura.

La zzzcozzzzaaaa

Da tempo mi chiedo cosa manca al Paese, all’Europa, al Mondo.
Finalmente ho trovato una risposta: what the world needs now – come diceva quello – è un altro fotografo.
C’è una certa carenza di persone dedite all’arte della fotografia, una cosa che proprio non mi riesco a spiegare, visto che ormai persino i telefoni fanno le foto.
Ho dunque deciso di lanciarmi in questo settore così poco inflazionato, sono carichissimo e non vedo l’ora di dare anch’io il mio contributo a quest’arte così svalutata.
Per prima cosa ho deciso di lanciarmi proprio in scivolata su quello che per molti è un terreno scivolosissimo: il nudo.
Ho dunque deciso di fotografare esseri umani nudi nelle più svariate situazioni e posizioni, concentrandomi particolarmente sulle loro espressioni facciali mentre vengono sottoposti a quell’esperienza olfattiva che tutti quanti abbiamo sperimentato nella nostra vita: il rilascio di un peto da parte di un’altra persona.
Con questo mio progetto vorrei indagare il livello di comprensione che la razza umana ha raggiunto, nel 2020, a proposito di questo fenomeno che per molti rappresenta ancora un tabù.
Successivamente, vorrei scardinare e distruggere – possibilmente per sempre – quest’altra grassissima bugia che da secoli, ormai, impiccia il mondo dal suo progredire: le signorine queste cose non le fanno.
Mi dedicherò allora ai ritratti di svariati esseri umani di genere femminile, esseri immortalati nel mentre del bel gesto.
Non vedo l’ora di realizzare questi miei progetti e di mandare poi tutte queste foto al sig. Amedeo Umberto Rita Sebastiani così, per simpatia ma soprattutto perché se lo merita.
Magari poi, fa 2 + 2 e la pianta di farle lui col cervello, ‘ste cose qua.
Ma vabbè, buona settimana.

Rock Me Amadeus (Falco, 1985)

DIARIO IN PUBBLICO
Poltrone, ansia pubblicitaria, cataclismi

In questi giorni di attesa, attaccato come non mai alla tv per aspettare la soluzione finale, mi accorgo, della incredibile e certo non voluta significanza della pubblicità che interrompe le maratone di Mentana. Tutte si riferiscono a poltrone per anziani e invalidi, altre a sofà di una nota marca. Allora: c’è un significato nascosto oppure la poltrona pubblicizzata crea un sottile rapporto su quel che succede in politica? La poltrona oggetto del desiderio e della comodità.

La mia perfidia intellettuale mi spinge oltre, per esempio ad osservare attentamente le posture, le camminate, gli ingressi e le uscite degli uomini (meno le donne non costrette alla divisa) che forse ci governeranno. Le giacchette (alla toscana) si striminziscono sempre di più fino a formare una specie di sacca nell’unico bottone che si può allacciare; i pantaloni a tubo – si diceva ai miei tempi – lasciano libero sfogo alle ‘fette’ enormi di solito che si muovono a ritmo marziale mentre le delegazioni entrano ed escono a ritmo affrettato con spalluccia in avanti. Lentamente tramontano le barbe che ora scompaiono dalle gote d’Orlando e rigogliosamente s’infoltiscono in quelle di Franceschini. Il Capitano sfoggia le mises più incredibili e il labbrone s’atteggia a ironica sapienza. Si trascinano enormi sacchi e si levano e s’indossano caschi da moto come se fossimo ad una corsa ad Imola. Qualcuno, novità molto apprezzata, arriva in taxi che è segno di democrazia sociale mentre braccato dai giornalisti emette  frasi sibilline prontamente recepite dall’uomo con la penna alle labbra che non ho mai capito chi fosse, o dalla curiosità di un ragazzotto paffuto che ha i capelli come un misto fra quelli di Trump e del premier inglese Johnson.

Sempre più spesso invoco pietà dai comunicati che a ritmo convulso vengono sparati al ritmo di uno al minuto.

Riprendo la cronaca sabato 31 agosto quando dopo le durissime dichiarazioni del cioccolatino Mozart-Di Maio – e lo sconcerto del sempre più frastornato Pd – il Conte corre tra le braccia di Mattarella (poverino!!! Matta naturalmente) a sussurrare e a gridare la sua impotenza. Lo sbuffo della giacchetta si sgonfia; il ciuffetto ribelle viene lisciato e ricomincia “la Ronde” metafora totale della vicenda narrata nel meraviglioso film di Max Ophuls dallo stesso titolo: “La storia è tratta dalla famosa commedia di Arthur Schnitzler ed è un girotondo d’amori che cominciano e si concludono con una piccola prostituta passando per un soldato, una cameriera, un signorino di buona famiglia, una signora, il marito di lei, una sarta, un poeta, una attrice, un ufficiale”. Divertitevi se riuscite a sostituire alcuni personaggi politici con quelli del film ovviamente cancellando la differenza dei sessi.

E così sarà per tutto il giorno mentre immagino il buon Mentana che si strappa le vesti perché non può fare la sua maratona.

Cataclismi ambientali intanto ammorbano l’aria e non solo metaforicamente. La mancanza d’ossigeno getta a riva enormi quantità di pesci morti sui littorali dei Lidi comacchiesi e naturalmente comincia la caccia del popolo scemo che armato di retini si porta a casa cadaveri piscatorii in attesa di farne una bella ‘magnada’. Meno male che ho lasciato le aure non profumate del ‘Laido’ prima dell’ecatombe.

Qui al di là della polemica sulle panchine l’afa rende immobile la città dei Buskers. Tutto tace in attesa degli ‘eventi’ che si concluderanno quando anche questo diario sarà pubblicato ed io dichiarerò pubblicamente che se si andrà al voto sceglierò l’unica persona che ai miei occhi ancora conserva dignità e carisma. Vale a dire Emma Bonino.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La confraternita del rosario

Pare che non ci sia nessuna remora ad esibire rosari al collo e medagliette di Maria ausiliatrice da parte dei giornalisti della Tv nazionale. È del tutto normale, sta nella libertà che ognuno ha d’acconciarsi, specie se fervente cattolico. Ciò significa che per il futuro vedremo giornalisti esibire in diretta televisiva cordigli e scapolari dei terz’ordini francescani e carmelitani, le icone delle loro appartenenze sociali, politiche e religiose, come forme di identità e coerenza, attraverso la testimonianza coraggiosa della propria fede e delle proprie convinzioni. Il sovranismo politico si accompagna al sovranismo delle proprie appartenenze. Attendiamo i Pastafariani con il colino in testa. Evidentemente non siamo un paese laico, siamo molto di più, un paese pluralista e multiculturale, dove ognuno è libero di esibire le insegne della propria tribù.
La fede come garanzia dell’autenticità delle proprie radici. I crocifissi con i Cristi sempre più agonizzanti e sanguinolenti da esporre come sulle barricate in tutti i luoghi pubblici dalle scuole agli ospedali, dalle dogane agli aeroporti. Non è l’avvento dell’oscurantismo, al contrario è l’apertura alla pluralità delle tradizioni, delle culture e delle sensibilità.
Presto in tv vedremo giornaliste in chador leggere le notizie, oltre ai quotidiani ragguagli sul verbo e sui viaggi del pontefice, avremo informazioni anche sul grande rabbinato di Israele e sull’Imam capo della comunità islamica, sulle chiese Avventiste, Metodiste e Ortodosse.
Sono i segni e le loro significazioni che storicamente fanno la cultura dell’uomo e i segni, come la parola, sono i mediatori della comunicazione, che se passa per la televisione pubblica non è più privata, non riguarda più soltanto le identità personali, il proprio vissuto, riguarda la storia di tutti.
La corona del rosario si accompagna alla preghiera a carattere litanico, alle Confraternite del Santo Rosario istituite dall’ordine dei frati predicatori per via che la Madonna apparve al loro fondatore, raccontano, san Domenico, facendogli dono del rosario. La vicenda è narrata dal ciclo di tutte le Madonne del rosario che si trovano raffigurate un po’ in tutte le chiese.
Siamo alla gratuita esibizione di un atto di culto, di una pratica devozionale, all’ostentazione della preghiera e del proprio bigottismo, che non c’entrano nulla con il lavoro e la deontologia professionale di un giornalista del servizio pubblico.
Se il crocifisso viene rivendicato come simbolo delle pretese radici cristiane, la corona del rosario proprio con le radici non c’entra nulla, per di più consacrata come pratica devota da Pio V all’indomani del Concilio di Trento, con un afrore di controriforma.
Viene il sospetto che tra il capo della Lega, che da un lato impugna vangeli, bacia rosari e invoca madonne e dall’altro la televisione pubblica che espone rosari al collo di giornaliste folgorate sulla via di Damasco, si sia volutamente scelto di sponsorizzare l’integralismo cattolico, le sagrestie devotamente votate a recuperare il terreno perduto, una sorta di risarcimento alla tradizione apostolica e romana.
A noi non piace la prepotenza dei vangeli che invece di porgere l’altra guancia impongono robustamente la loro buona novella. La questione degli dei, anche se ostentata da crocifissi e corone del rosario, resta primitiva, mitologica, offensiva per ogni mente razionale e soprattutto umiliante per le intelligenze che non accettano di essere abbindolate dai pifferai magici delle teologie.
Una caduta di stile, uno scivolone nel becero che anche i chierici più proni alla Conferenza episcopale italiana dovrebbero avere il buon gusto di evitare.
Il rispetto della dignità delle persone passa innanzitutto nel tenere per sé superstizioni e scaramanzie, evitare di ostentare croci come gobbi e cornetti rossi, in un carnevale di paccottiglie religiose come una sorta di sfida, di urto in faccia a chi osa non credere o non condivide la tua stessa fede.
Di fronte allo zelo religioso uno spirito laico prova disagio per la mortificazione della libertà personale che rappresenta, per l’angustia di pensiero che l’accompagna, tuttavia è volterrianamente disposto a dare la propria vita purché a ciascuno sia garantito il diritto di esprimersi.
La televisione pubblica è un’altra cosa. La condizione di utenti che pagano una tassa per avere un servizio pubblico non ammette né deroghe né scivoloni, perché in questo caso il carattere di “pubblico” del servizio pagato con i soldi dei cittadini viene meno e quei soldi si traducono nei proventi di un furto perpetrato a danno di chi è costretto a pagare una tassa per consentire propagande di parte, oltre il disegno di subliminali messaggi di superstizione e di ignoranza.
Evidentemente la commissione di vigilanza della Rai per la laicità del servizio pubblico ha una sensibilità come la pelle degli elefanti, e nessuno dei suoi componenti, a partire dai pentastellati novelli vessilliferi del cambiamento, è in grado di accorgersi di quanto strida e sappia di villania quella corona, ridotta a monile, al collo di una dipendente dell’azienda, tanto anche questi sono imbevuti di superstizioni e di cattolicesimo d’accatto, a partire dal loro capo politico devoto di san Gennaro e del culto del suo sangue.

DIARIO IN PUBBLICO
Ma se domani… E sottolineo se

Quando questo diario in pubblico sarà edito, forse sapremo già la nostra sorte politica cittadina e quella dell’Europa. Per motivi contingenti ho dovuto trascorrere gli ultimi quindici giorni in casa, salvo qualche brevissima uscita istituzionale improrogabile e di grandissima soddisfazione, quale quella che mi ha permesso di donare il volume ‘Vivere è scrivere. Biografia visiva di Giorgio Bassani’ a cura di Portia Prebys e Gianni Venturi (Edisai Ferrara 2019) al grande scrittore israeliano David Grossman. Oppure per collaborare alla realizzazione della festa che ha concluso l’assegnazione del Premio Città di Ferrara Ippogrifo d’oro a Portia Prebys da parte dell’amministrazione comunale e consegnato dal sindaco Tiziano Tagliani, per la generosità che la curatrice onoraria del Centro ha avuto nel donare alla città di Ferrara oggetti, opere, libri, quadri, e suppellettili  del grande scrittore ferrarese e che ha permesso di istituire il magnifico Centro Studi Bassaniani nella casa Minerbi di Via Gioco del Pallone .

Nelle ore interminabili passate in un lento dormiveglia e dopo avere espletato il mio lavoro intellettuale, mi sono abbattuto in poltrona a guardare i programmi più popolari e più seguiti della tv cosiddetta generalista, ricavandone un senso di nausea e di orrore che sembra essere senza tergiversazioni lo stato mentale e ‘normale’  di milioni di ‘itagliani’. Si comincia col più scandaloso: un certo ‘Forum’ dove veri giudici sotto lo sguardo impassibile della Palombelli analizzano i casi mostruosi presentati da gente senza pudore, senno o capacità mentale sufficiente. Scusate il termine: da vomito. Ma possibile che esseri umani si dilettino a mettere in piazza simili atrocità disgustose? Ma possibile che per questioni esplicitamente mercantili veri giudici si pieghino a risolvere casi che sarebbe meglio fossero discussi a porte chiuse? Provocando l’eccitazione – anche sessuale – di quella miserabile umanità? E mentre in Rai tenta si susseguono i tentativi di togliere un programma della qualità di ‘Che tempo che fa’ di Fazio dalla sede di Rai1, per affidarlo ad altri, magari più accetti al potere odierno di cui il tacere è bello, assisto sbalordito a ‘Ballando sotto le stelle’ tra le urla scomposte della conduttrice e l’incredibile fauna di coloro che sono chiamati ‘giudici’. Guardo così le  evoluzioni aeree di una suora e gli altrettanto imbarazzanti passetti di una dignitosa signora che fu l’indimenticabile consorte nei film di Fantozzi di Paolo Villaggio tra le urla – ormai il tono di voce più amato – di spettatori probabilmente pagati che passano il loro tempo ad applaudire o a muggire.

Domanda rituale: perché ti infliggi questa penitenza? Proprio per la ragione che ha portato al distacco della sinistra dalle esigenze, scelte, indirizzi che il cosiddetto popolo stava imboccando e che ora stiamo pagando con un rifiuto, tanto più fragoroso, di quello stesso popolo che purtroppo, anche se in parte ancora minoritaria, applaude apertamente alle performances dell’ala più nera della destra a cui un potente ministro in carica sembra – e sottolineo sembra per le tortuose riflessioni del personaggio politico qui volutamente non nominato – abbandonarsi.

Comunque  ritorno alle mie riflessioni linguistiche. Entro frettolosamente a cambiar qualche euro con il  bancomat e trovo due bambini che come da sempre giocano a scivolare sul pavimento. La madre con voce trattenuta e impostata scandisce: “Volete cortesemente alzarvi e smetterla di lisciare il pavimento?” Ma quando mai? Da sempre in qualsiasi classe sociale si diceva o un trattenuto “alzatevi subito” oppure “se non la smettete vi do due slepe o scupazun…” Ma il ‘cortesemente’ puzza; puzza di linguaggio falso, assorbito dai social o dalle ultime leve politiche di tutto l’arco costituzionale e anche di quello incostituzionale.

Le parole-chiave durano lo spazio di un giorno. Resistono ‘le tasche degli italiani’ e le immobili flat tax, reddito di cittadinanza e via elencando. Forse fino a quando sapremo il nostro destino politico.

Un dubbio poi m’assale. Che sia una mia eccessiva e ironica immaginazione oppure tutta la sinistra sta eseguendo il rito del taglio della barba per distinguersi dai salviniani. Perfino Massimo Giannini che la esibisce in tutti i suoi siti se l’è tagliata. E’ vero che Feltri il giornalista non ce l’ha, ma forse è un mio giochetto per passare il tempo e far passare il tempo che ci/ mi rimane in un’attesa della sempre più gravosa e implacabile ‘resultanza’ dei giochi politici.

P.S. Ho 34 coltelli piantati nel cuore…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Arrivano le crocerossine!

La serie di Candy Candy e l’archetipo della crocerossina. Scrivono a I dialoghi della vagina le bambine degli anni ottanta.

Prevenire è meglio che curare

Cara Riccarda,
impossibile liberarsi di Candy Candy, quasi l’unica forma di educazione sentimentale per le bambine degli anni ottanta. Ci ha puntellato in testa che noi donne dobbiamo avere l’istinto della cura. E, chiaramente, quante fregature sono venute di conseguenza!
M.

Cara M.,
è stata una iattura e la mia amica B. non vuole convincersene. B. si giustifica dicendo che però c’era il valore dell’amicizia e dei buoni sentimenti. Ma quali buoni sentimenti, Candy viveva fra le serpi e l’invidia degli altri, marginalizzata, incompresa e, soprattutto, con l’istinto della cura. Sempre.
Ma un po’ di sano egoismo per l’autotutela non possiamo praticarlo? Candy rappresentava l’opposto. Ciò che più mi ricordo di lei, è l’inafferrabilità della gioia, la brutta sorpresa sempre in agguato e il senso di ingiustizia. Mi angosciava, eppure la guardavo lo stesso. A pensarci, qualcosa di simile l’ho replicato anche da grande.
Riccarda

Da Candy alle Winx… passando per Padre Ralph

Cara Riccarda,
non so dirti quante volte, da bambina, ho guardato la serie di Candy Candy. Mi piazzavo a mezzo metro dalla tv per seguire le sventure della mia eroina. Davanti a quelle immagini di sofferenza e a quella musica malinconica, capivo che c’era qualcosa di affascinante nel destino dell’orfanella, lei era un passo più avanti rispetto a me perché aveva vissuto davvero. Non so quanto mi sia rimasto del suo spirito di crocerossina, trovavo più interessante le vicende d’amore col bellissimo Terence che poi speravo di sognare. Da adolescente spesso sognavo a occhi aperti e speravo di incontrare un ragazzo che assomigliasse a un idolo della tv, cosa che non è successa mai.
Poi sono cresciuta, oggi ho due figli che hanno vissuto l’epoca dell’esibizione dei corpi delle Winx e un mondo parallelo dove tutto è possibile. Sarebbe bello dire ai figli facciamo un disegno o impastiamo una torta, ma bisognerebbe essere mamme Wonder Woman. I figli davanti alla tv o allo smartphone, se vogliamo riuscire a preparare la cena o altro, ci sono e ci saranno sempre . Magari, con un genitore che spieghi loro che la realtà è tutta un’altra cosa.
Elena

Cara Elena,
se all’epoca, qualcuno mi avesse detto che si possono anche fare scelte diverse, cioè un po’ più felici, e che le cose possono andare meglio, avrei guardato Candy con maggiore serenità, ma forse meno interesse.
Quanto alla più rassicurante Uccelli di rovo, ricordo ancora che fu lì che chiesi a mia madre come si fanno i bambini. “Così”, mi rispose lei, indicando lo schermo e dandomi da leggere l’ultimo volume dei Quindici.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

  • La rubrica I dialoghi della vagina riprenderà venerdì 11 gennaio 2019.
    Auguriamo serene festività a tutti i lettori.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Tutta colpa di Candy Candy

Lei pensa di fare bene, di proporre alle figlie qualcosa di sano e pedagogico, ma sta combinando un disastro. La mia amica B. ha recuperato tutta la serie di Candy Candy e la somministra alle figlie giorno per giorno. Le chiedo se è diventata pazza a fare vedere quella roba che ha irrimediabilmente rovinato noi, bambine degli anni ottanta. Non è bastato che, sempre in quegli anni, alla sera Uccelli di rovo guardato dalle nostre mamme e, quindi, anche da noi perché la visione era sempre collettiva, riequilibrasse un po’ le cose: noi abbiamo continuato a credere e fare come Candy Candy.
Mi mettevo seduta per terra sul tappeto di mucca, a gambe incrociate e sotto la tv perché il divano era troppo distante e Candy non mi avrebbe sentita mentre gioivo o piangevo con lei.
Tutta quella sofferenza femminile esibita e cercata mi faceva immaginare futuri scenari senza via di scampo: non c’era pace per lei, un rifiuto dopo l’altro, prima Anthony che non si capiva bene cosa ci stesse a fare su quella collina dove appariva e scompariva a piacimento, suonando la cornamusa in un kilt per niente sexy, poi Terence bello e dannato che si metteva con un’altra.
Me la ricordo ancora quella sensazione di impotenza di fronte alle sventure e a quell’amore inarrivabile e bellissimo. Tutto le sfuggiva di continuo dalle mani, Candy correva sempre dietro una perdita, ferita ricominciava da capo e ci ricascava, ogni situazione congiurava contro di lei fino alla catastrofe finale: diventare infermiera. Una vita di dedizione come la sua, non poteva che scegliere di stare in corsia tra il male quotidiano.
Candy è stata la donna crocerossina ante litteram, quella che ripara, soccorrere sempre in un disequilibrio costante e totale. Ma noi bambine degli anni ottanta non lo sapevamo, l’abbiamo guardata con fiduciosa mimesi, predestinandoci a fare più o meno così. Le ripetute stagioni di Candy Candy ci devono avere inoculato qualcosa che poi è diventata una fregatura pazzesca perché quell’istinto a esserci nonostante tutto, non riusciamo a togliercelo mai completamente.
Allora, cara amica mia, fermati, pensa a come anche tua madre avrà guardato languida padre Ralph e la passione sconvolgente con l’amata Maggie. E, per favore, butta via quei dvd.

Care bambine degli anni ottanta, siete riuscite a liberarvi di Candy Candy o vi è rimasto qualcosa che vi fa stare sempre in corsia a soccorrere qualcuno?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I profeti dello spread

Forza Italia (almeno quel che ne resta) e Partito Democratico (almeno quel che ne resta) a far fronte comune contro questo governo di irresponsabili e fascisti.
Allarmi! Allarmi! La democrazia è a rischio! Tutti sull’Aventino per protesta… anzi no!
“Anzi no… Perché mai tacer quando tutti i media stanno dalla nostra parte? Quando ogni santo giorno, da mattina a sera, televisioni, radio e giornali ospitano e pubblicano fior di esperti e opinionisti e politici e giornalisti a parlar male e a criticare ogni azione e ogni parola di questo infausto governo?
Anzi no… stiamo sul pezzo! Non sia mai che la gente – e pure quegli stupidotti (tanti) che questa assurda maggioranza l’han votata – finalmente si convinca. Si renda conto del tremendo rischio che sta correndo”.
Bene, di quale rischio stiamo parlando?
Rischio per la democrazia? Capirei che si parlasse di rischio per la democrazia se adesso fossimo in democrazia.
Ma è vera democrazia un paese in cui il governo non possa decidere in piena autonomia la propria politica economica e sociale perché posto sotto ricatto dai mercati finanziari internazionali?
Rischio di fallimento del paese?
Ma come può l’Italia fallire se tuttora siamo uno dei paesi più ricchi al mondo. Un paese in cui, nonostante tutto, il risparmio privato (contrariamente rispetto all’estero) è uno dei maggiori al mondo.
E allora, con queste premesse, perché l’Italia è finita nell’occhio del ciclone? Perché è diventata bersaglio dell’Unione Europea? Perché lo spread sale minacciosamente?
Ma poi, cosa diavolo è questo spread, e perché le agenzie di rating ci stanno prendendo di mira?

Esponenti illustri di Forza Italia parlano di rischio per la democrazia e di deriva sovranista. Intanto il buon Silvio va a trovare il suo caro amico russo Vladimir, che proprio democratico non è, e un po’ sovranista sì.
Quelli del Pd, renziani in testa, si augurano che questo governo mandi in malora il paese. Se lo augurano per rinfacciarlo poi al popolo ignorante e beduino, colpevole di non aver capito nulla. Se sapessero, quelli del Pd, che sono proprio loro a non aver capito nulla della gente.

Il fatto, a me pare, è che in questo marasma generale nessuno voglia sprecarsi per cercare di capirci qualcosa. È più facile fare il tifo. Prendere per buono ciò che ci fa più comodo.
Lo fanno i partiti, i politici, lo fanno le persone. Ma la cosa più grave è che lo fanno pure i giornalisti. Non dubito che molti di loro siano in buona fede, questo però non aiuta, anzi.

Tutti noi guardiamo sempre la tv e qualche volta leggiamo i giornali. Ascoltiamo con attenzione ciò che ci dicono e leggiamo ciò che scrivono. Adesso cerchiamo di ripassare le informazioni che ci arrivano e con esse proviamo a immaginare questa scena: un tizio che arringa la folla sul pericolo rappresentato da barboni e mendicanti, mentre tutto intorno la gente intenta ad ascoltare non s’accorge che distinti signori in doppio petto e scarpe firmate stanno sfilando a ognuno dei presenti il portafogli. Il paradosso è che anche quelli che se ne accorgono fanno finta di niente perché indotti a credere che, se i soldi te li porta via uno che veste elegante, certamente dietro ci deve essere un motivo ragionevole e inevitabile.
Ebbene, se i signori distinti ed eleganti fossero le banche?

Chiediamoci anche il perché, nei vari dibattiti che tutti i giorni infiammano i talk show televisivi, esperti economisti, giuristi, sociologi, e chi più ne ha più ne metta, che dissertano e pontificano su economia e finanza, non pongano mai in discussione i criteri di calcolo dei tassi d’interesse sul debito, men che meno i meccanismi reali che stanno dietro il fenomeno dello spread. Ovvero non si chiedano mai quale sia la sua vera ragion d’essere, o perché debbano esistere le agenzie di rating.
Ciò che costantemente si sente sono continue discussioni sullo spauracchio del suo innalzamento e delle conseguenze che questo comporterebbe sulla gente. Terrorismo istituzionalizzato.
Si dà per scontato che il meccanismo dello spread sia lecito e inevitabile. Che non sia invece frutto di speculazioni della finanza. Che sia normale che queste famose agenzie di rating, col potere di declassare l’economia di un intero paese e, guarda caso, appartenenti a grandi multinazionali finanziarie private, abbiano di fatto il diritto di influenzare le decisioni politiche di un governo.

Le parole sovranista e populista sono diventate bestemmie da scandire in ogni dibattito. Si pensa ai vari Le Pen, Orban, fino al Salvini nostrano. Disprezzabili esempi di politiche di chiusura e isolamento, di tendenze antidemocratiche, di ideologie razziste? Probabilmente sì, o forse non esattamente. Questi tizi non stanno simpatici neanche a chi scrive, ma dobbiamo seriamente preoccuparci? Davvero crediamo all’approssimarsi di nuovi Hitler o Mussolini? Davvero siamo così condizionati da decenni di asservimento al modello corrente da non vedere che già da tempo non godiamo più delle nostre libertà?

Ma concettualmente cosa significa il tanto temuto sovranismo? Magari riappropriarsi della sovranità del proprio paese, del proprio potere decisionale. Senza rendere conto a enti stranieri privati che tutto hanno a cuore fuorché il benessere del cittadino.
E cosa significa il tanto vituperato populismo? Magari rivendicare una politica più attenta al suo popolo, alla sua gente, quindi alla risoluzione dei suoi problemi e dei suoi bisogni. E magari non ossequiosa di banche estere e nemmeno sotto ricatto di speculatori finanziari stranieri. Cosa c’è di così sbagliato in tutto ciò?
Dall’Enciclopedia Treccani.
“Sovranismo: posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.
“Populismo: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate”.
Tutto questo merita davvero lo sdegno e l’insofferenza del mondo intellettuale? Non sarebbe forse meglio capirne le ragioni profonde senza preconcetti?

Nasce il sospetto che certa intellighenzia, quella con il pass d’accesso ai principali media istituzionali, si sia definitivamente appiattita all’establishment. Che il modello dominante e ormai straripante, quello dell’economia finanziaria globale, sia considerato sempre più un totem inattaccabile e imprescindibile. Che quei pochi pensatori – di fatto relegati ai margini, se non addirittura esclusi da ogni dibattito pubblico – che osano metterlo in discussione siano soltanto poveri utopisti, sognatori patetici, come tanti Don Chisciotte, o magari pericolosi sobillatori anti-sistema alla Guy Fawkes. Tutto fuorché gente con cui confrontarsi e discutere.
Così assistiamo come degli intrusi – e con un misto di fastidio e apprensione – alle performance dei primi, quelli pro-sistema, che dialogano comodamente tra loro dalle poltrone dei salotti televisivi, amabilmente accolti da giornalisti compiacenti, tutti intenti a mettere a proprio agio i loro ospiti.
Intanto, il solco tra questi autorevoli esperti, convinti portavoce del modello dominante, e la gente semplice diventa sempre più profondo e incolmabile.

Paragonano l’Italia alla Grecia, senza considerare il fatto che l’Italia è un paese ricco, mentre la Grecia era ed è rimasto un paese povero. Lo fanno senza denunciare l’assoluta ingiustizia subita dai greci, depredati da un giorno all’altro dei loro risparmi per ingrassare le casse già grasse di banche estere ‘amiche’ e dei loro azionisti (soltanto speculatori spacciati per benefattori).
Ci mettono in guardia da catastrofi imminenti, ci minacciano e ci impauriscono riempendosi la bocca con lo spettro di uno spread alle stelle e di una condanna senza appello delle agenzie di rating. Lo fanno con aria saccente e si sognano bene dal mettere in discussione l’eticità e la legittimità di codesto spread e di codeste agenzie. Lo fanno senza chiedersi assolutamente se questi meccanismi voluti e generati da una finanza speculativa in netto contrasto coi bisogni del cittadino non siano invece una forma di vera e propria aggressione all’autonomia decisionale di un paese. Tutto ciò non fa onore a questa genìa d’intellettuali, politici e giornalisti trasformati in sibille dell’Apocalisse, in profeti dello spread.

Per capirci qualcosa:
Di seguito gli approfondimenti di Guido Grossi (giurista esperto di economia e finanza), Marco Bersani (filosofo esperto di dinamiche sociali), Nando Ioppolo (avvocato ed economista).

Il furto del debito pubblico
Perché non ti fanno ripagare il debito
Cos’è lo spread?

FACCI CASO
I parvenu della tv

“…E andiamo a Parigi dal nostro inviato: Bruno, ci senti? Ti passo la linea!”. “Sì, grazie Raffaella, è proprio come stavi dicendo: qui nella capitale francese…”.
Ora questa è la normalità. Conduttori, inviati, ospiti dialogano fra loro, in forma diretta, in modo colloquiale e informale. Si danno del tu. Si chiamano per nome. Conversano (“Guarda, nelle strade qui intorno a me non c’è nessuno in questo momento…), quasi fossero in famiglia. E il telespettatore ha come l’impressione di essere dentro al fatto, direttamente coinvolto, partecipe.
Un tempo non era così, in tv c’era una rigida etichetta: nome e cognome, rapporto formale, riferimento sempre rispettoso allo spettatore. Che cos’è cambiato? Il tono certamente, più diretto, informale, amichevole. Ma anche il punto di riferimento: non è più chi sta al di là dello schermo, ora i giornalisti sono i veri protagonisti, partecipi anch’essi delle storie che raccontano, attori di una messa in scena alla quale noi (spettatori) siamo eccezionalmente ammessi. Al confronto, le vecchie maniere – più ingessate, formali – marcavano certamente la distanza, ma anche il rispetto dei ruoli.
Ora questo spettacolino dell’informazione che caratterizza un po’ tutti i telegiornali e i numerosi contenitori di notizie, ci rende falsamente partecipi: non ci è più riconosciuta l’identità di utenti del servizio (che in un certo senso significa anche essere gli azionisti di maggioranza, perché il canone o l’abbonamento in fin dei conti li paghiamo noi); ma in realtà non assurgiamo neppure a uno status di pari grado, non diventiamo commensali come la situazione ci illude d’essere, perché, a ben vedere, parlano fra loro, sono loro i protagonisti, noi siamo semplicemente spettatori passivi, come davanti a una vetrina o nella sala prove di un teatro, e assistiamo a quel che succede. Siamo stati ammessi, beneficiari e beneficiati dalla loro magnanimità. Loro sanno, discutono, discettano, scherzano, ammiccano, si danno di gomito: noi possiamo star lì a guardarli, ignorati eppur felici di essere ammessi alla recita, orgogliosi di questo privilegio che ci è stato concesso. Parvenu. Facci caso…

Il nuovo corso della dialettica politica

L’ambito reale dello scontro intrapreso dal Ministro Di Maio non è tra i rider e la tecnologia, come dice l’amministratore delegato di Foodora Gianluca Cocco, ma tra i cittadini, gli esseri umani, e l’uso strumentale che della tecnologia alcuni, come lo stesso Cocco, fanno.
Al momento, infatti, funziona che questa è al servizio delle grandi aziende, delle multinazionali, dei pochi geniacci dell’app mentre i restanti 6.5 miliardi persone (… e il calcolo è alla buona) si connettono ad internet ed usano Whatsapp.
Un po’ come i vantaggi dell’eurozona. Da una parte pochi esercitano il potere, fanno affari, traggono interessi e aumentano il lusso, dall’altra la maggior parte delle persone grazie all’euro va in vacanza in Francia, Germania, Spagna e Grecia senza il fastidio di dover cambiare valuta.
Nel caso specifico, si impone nella discussione la “necessaria” flessibilità, la diminuzione dei diritti, delle tutele e degli stipendi in cambio del lavoro. O lo si accetta oppure l’arroganza del potere minaccia la fuoriuscita dal Paese alla ricerca di altri luoghi dove imporre la giungla del mercato. Ed è chiaro che in questo momento storico questo potere vincerà perché fuori dalla portata di Di Maio e del tentativo tutto italiano di mettere la dignità davanti al potere c’è il mondo. Un mondo neoliberista, flessibile, disuguale e classista che non sa che farsene della coscienza di un ragazzo di trent’anni che vuole fare il Ministro e vorrebbe andargli contro.
La tecnologia aiuterà l’essere umano solo quando sarà democratizzata ma in questo momento bisogna prendere atto che laddove non fossimo capaci di piegarla al nostro bisogno allora Foodora, come minacciato dal suo Amministratore, può accomodarsi alla porta, ce ne faremo una ragione. Non vogliamo avere uno schiavo a consegnarci la pizza, non necessariamente dobbiamo essere partecipi di questo obbrobrio, possiamo perfino scegliere di comprare le scarpe al negozio all’angolo e, forse, in questo sistema sbagliato di valori contribuiremmo a migliorare la vita di tutti.
Il bisogno di rivolgersi ad Amazon è un falso bisogno o, meglio, un bisogno indotto dalla necessità di contenere le nostre spese e gestire il nostro tempo. Ma questi purtroppo sono due aspetti della vita moderna scolpita nello stampo neoliberista che vuole lo scambio sociale al minimo al pari dei salari, in modo da avere più potere di contrattazione e controllo del dissenso.
E quindi la battaglia di DI Maio mi sembra una gran bella battaglia, dignitosa e onesta, che meriterebbe un sostegno forte almeno da parte di noi cittadini, anche di quelli che hanno un lavoro meglio pagato e tutelato dei “porta pizza”. Un momento, questo, in cui fare Paese e smetterla di attaccare l’operato di questo Governo, di tener conto sì dei 620 migranti indirizzati in Spagna ma anche considerare i 1.000 appena sbarcati e metter insieme le due cose, riflettere per indirizzare la lotta politica e di opinione, comprendere di cosa ha realmente bisogno la gente.
E prendere atto che la politica sta davvero cambiando, bisogna farsi forza e vedere cose che ci sono finora sfuggite. Il PD aveva torto e continua ad averne. Perché dell’impatto della tecnologia sulla dignità del lavoro, dello strapotere delle multinazionali, dei riders e dei migranti utilizzati nella raccolta dei pomodori e della frutta a 2 euro all’ora, della schiavitù sempre più evidente a cui il lavoratore italiano e straniero è sottoposto sul nostro territorio, non si è mai occupato veramente oppure l’ha accettata o, peggio, ha fatto finta di niente e l‘ ha nascosta dietro le belle chiacchiere di Saviano. Sono mesi che il PD parla dell’importanza di fare autocritica ma i suoi dirigenti continuano a sparlare e ad attaccare più gli altri che se stessi perché forse hanno già deciso di non avere niente di cui pentirsi o da rimettere in discussione.
E gli attacchi arrivano da tutte le TV dando l’impressione, viste le presenze, di aver occupato lì le poltrone che gli sono sfuggite a Palazzo Chigi.
Questo Governo non sta’ facendo campagna elettorale ma qualcosa a cui non eravamo abituati: sta facendo. Eravamo abituati alle grandi promesse prima e al silenzio dopo, invece Salvini sta procedendo come i treni, su binari tracciati in campagna elettorale. Sta mettendo in atto, lui come Di Maio quello che avevano annunciato di voler fare.
La cosa ci sconvolge talmente tanto che questo darsi da fare non sappiamo come chiamarlo e lo chiamiamo campagna elettorale, cioè, invece di appoggiarlo e rispettarlo e magari legittimamente criticarlo e indicare vie diverse senza dimenticare l’obiettivo, lo denigriamo. Rivogliamo dunque Renzi, Del Rio, Padoan e la Boschi? E per far cosa, perché tutto rimanga fermo e uguale seguendo quel processo che la sinistra ha iniziato negli anni ’80 quando ha abbandonato la gente, le persone, i lavoratori per dedicarsi al grande capitale e alla finanza?
In questi anni è stato creato un modello di società diviso in due, poveri e ricchi. Come non se ne vedevano dai tempi peggiori dei re e dei nobili con l’aggravante che i tribuni della plebe, negli ultimi decenni, parteggiavano per i ricchi. E questa situazione ci costringe a gridare al miracolo quando un partito, talmente liberista da proporre addirittura la Flat Tax di Milton Freedman, dimostra di tenere di più alla gente dei tribuni della plebe, mostra un volto umano e si preoccupa non di risanare a parole l’immagine del mondo ma nei fatti di migliorare l’esistenza di qualche milione di italiani e di coloro, non italiani, che ci vivono, di ridare dignità alle città e alla convivenza insieme ad un altro partito che vuole ridare dignità al lavoro rimettendo mano alle opere di “sinistra” come il Job Acts e la legge Fornero e tutti insieme rivedere i termini dell’Unione Bancaria per evitare la completa distruzione e precarizzazione del sistema bancario.
E magari ridare dignità al processo di unificazione europea guardandolo, finalmente, non dal solo punto di vista finanziario e di tutela delle élite, ma anche dal punto di vista delle persone reali e degli europei, se mai esistesse una identità in tal senso anche fuori dai confini del limes romano.

Dalle arene alla tv: a ogni epoca il proprio spettacolo

C’è un’insana pulsione che induce molta gente a ‘spiare’ la vita degli altri, come se da questa deprecabile azione dipendesse la propria stessa vita. Un’odiosa propensione che alimenta se stessa, fino a diventare quasi una dipendenza con una forte necessità di continuità. I social sono diventati vie preferenziali per accedere alla sfera privata di ciascuno e subdolo territorio che permette, favorisce e incrementa l’invasione della privacy altrui, con una naturalezza e una leggerezza preoccupanti. Se poi consideriamo anche la tv, allora il fenomeno acquista un’eco enorme, diventiamo tutti insaziabili guardoni, pronti a negare pubblicamente il nostro morboso interesse per l’intimità degli altri.

Sono mediamente 12 milioni i nostri connazionali che hanno seguito e seguono ‘Il Grande Fratello’: non si può ignorare questo dato che, se da un lato ha reso trionfante la produzione del programma, dall’altro fa riflettere seriamente dal punto di vista antropologico e sociale. Stiamo davanti allo schermo fino alle ore piccole, con lo sguardo incollato ai protagonisti della scena tutti più o meno vip che, convinti di offrire grandi lezioni di vita, invidiabili modelli comportamentali e immagini di alta cultura, bellezza e divertimento si muovono h24 sotto telecamere e riflettori per essere ammirati come pesci esotici in un prestigioso acquario, se non idolatrati da una massa che interagisce attraverso i social, proclama consensi o dinieghi, trae conclusioni e spara sentenze. E siccome, in fondo in fondo – ma neanche tanto in fondo – rimaniamo un popolo di moralisti, non ci pare vero poter dichiarare guerra al fedifrago di turno, l’omofobo, l’omosessuale, il bestemmiatore, l’asociale, il fanfarone, il furbastro, lo straniero in suolo italiano, l’italiano con simpatie esterofile, il finto acculturato, il vanesio millantatore, e molte altre categorie su cui sbizzarrirsi ed appiccicare etichette, trasformando il tutto in un grande tiro al bersaglio nel nome di un’etica di cui ciascuno si ritiene sano detentore. Ci identifichiamo o ci dissociamo davanti a questi personaggi, ci infervoriamo, partecipiamo emotivamente a ciò che accade con esultanza o rabbia, spendiamo il nostro tempo a guardare, scrivere i commenti su facebook o twitter, parlarne nella nostra quotidianità come se coloro aldilà dello schermo fossero realmente compagni di vita, guru, persone carismatiche ed esempi da imitare o rifiutare, premiare o condannare attraverso una selezione al televoto.

Cambiano i tempi e a ogni epoca il proprio spettacolo.
Nell’antica Roma lo spettacolo in cui la sovranità del pubblico decretava il diritto di vita o di morte aveva luogo nelle arene e negli anfiteatri. Protagonisti osannati o destinati a morire erano i gladiatori, solitamente prigionieri di guerra, schiavi o condannati a morte, talvolta uomini liberi oberati dai debiti o attratti dalla ricompensa e dalla gloria. Da testimonianze pervenuteci (decreto Tabula Larinas), esistevano anche donne combattenti, le amazzoni, ammesse alla sfida con l’unico vincolo del superamento dei 20 anni di età, ma erano rare. Tutti i gladiatori pronunciavano un solenne e terribile giuramento prima di combattere tra loro o contro tigri, leoni, orsi e perfino coccodrilli e rinoceronti: “Sopporterò di essere bruciato, di essere legato, di essere morso, di essere ucciso per questo giuramento”. Paradossale che attraverso questa promessa il gladiatore potesse trasformare in volontario quello che in origine era un atto coercitivo, imposto, diventando per un attimo un uomo che combatteva per propria volontà. Resta il fatto che chiunque scegliesse di diventare gladiatore veniva automaticamente considerato ‘infamis’ per la legge, perché associato al mondo dei bassifondi e reietti, con la possibilità di diventare però un eroe, lautamente ricompensato, in caso di successo nei combattimenti.
L’esaltazione della massa durante la Rivoluzione Francese raggiunge l’apice dell’intensità durante le esecuzioni di piazza: la morbosa curiosità, l’eccitazione dell’attesa, il brivido del momento in cui cade la testa del condannato rendono animalesche le reazioni, proprio come una belva alla vista del sangue. Una folla urlante in preda al delirio che si accalcava attorno al patibolo accompagnava il macabro spettacolo nel periodo in cui a Parigi si respirava aria di spaventosi massacri. Una scena diventata quotidiana, talmente calata in una costruita normalità che le donne sferruzzavano e cucivano in attesa del momento con una familiarità a-normale. Lo spettacolo pubblico delle ‘messe rosse’ era celebrato su quello che veniva definito l’’altare della patria’ sotto gli occhi avidi di tutti, e non venivano risparmiati neanche i più piccoli. La ghigliottina cessò la sua funzione in Francia solo il 10 settembre 1977 a Marsiglia con l’ultima esecuzione, quella del tunisino Hamida Djanboubi, reo di aver ucciso la sua compagna.

“Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo”, si interrogava Charles Bukowski e, detto da uno scrittore dissacrante, disincantato e implacabile come lo è stato, rappresentante di quello che in letteratura viene definito ‘realismo sporco’, contiene una tensione inequivocabile. Torniamo alle nostre poltrone da cui continuare a seguire gli ‘eroi’ di cartapesta del momento, perché tra luci, riflettori, telecamere, microspie, rilevatori e microfoni “the show must go on…”

IL PERSONAGGIO
Pio D’Emilia, l’inviato Sky che racconta con umanità l’odissea dei migranti

E’ diventato per tutti un volto noto e familiare. Pio D’Emilia ha scardinato la maniera tradizionale, un po’ impettita e distaccata, di fare informazione televisiva. Inviato da Sky alla frontiera fra la miseria e la speranza per raccontare l’esodo dei migranti, è riuscito a trasformare la loro vicenda da un fatto a una storia. Nei suoi servizi traspaiono le emozioni. Il suo modo di narrare questa epopea è fuori dagli schemi e richiama la sensibilità di grandi reporter quali Ryszard Kapuscinski o Tiziano Terzani.

Si ritrova nella loro concezione di giornalismo?
Assolutamente sì – replica convinto D’Emilia, che ha accettato di raccontarsi a Ferraraitalia -. Non ho conosciuto il primo, mentre ho avuto il piacere – e talvolta lo ‘spiacere’ – di incrociarmi spesso con Tiziano. Ma ce ne sono tanti altri, che ammiro e rispetto, sia italiani che stranieri. Purtroppo sempre di meno: scarsa preparazione umana e professionale, pigrizia fisica e mentale, censura e soprattutto autocensura stanno uccidendo un certo tipo di giornalismo…

Di Kapuscinski condivide l’idea che il giornalista non possa essere neutrale ma debba schierarsi e dare voce a chi voce non ha?
L’obiettività nel senso di neutralità non esiste, né nelle parole, né tantomeno nelle emozioni. Pensiamo solo all’Afghanistan, a quando gli attuali terroristi e ‘tagliagole’ erano chiamati, dalle grandi agenzie, “combattenti per la libertà”, eccetera eccetera. Certo, bisogna sempre cercare di essere il più possibile precisi nel fornire dati e descrivere situazioni, ma poi l’analisi e anche il giudizio – perché no – deve esserci e deve essere sincero. Poi da che parte stare dipende: io preferisco, da sempre, stare dalla parte del ‘torto’…

Prima di decidere se rendere pubblica un’informazione valuta sempre l’effetto che la notizia sortirà? E, nel caso, questo condiziona la sua scelta?
In genere no. Solo in alcuni casi di cronaca nera, in cui per esempio sono coinvolte famiglie, bambini… Ma per fortuna non mi capita spesso di dovermene occupare.

I suoi servizi su Sky evidenziano una grande preparazione e insieme una forte empatia nei confronti dei migranti di cui riporta vicende, storia personali, speranze, delusioni, drammi. Qualcuno in redazione o nell’ambiente professionale ha espresso critiche per questo sue essere partecipe?
Beh, la ‘preparazione’ dovrebbe essere uno dei doveri dei giornalista, tenuto a documentarsi prima di affrontare un argomento o vicenda e poi, se si occupa di un particolare settore (nel mio caso, l’Asia orientale) aggiornarsi continuamente. Io dei migranti sapevo poco o nulla, ma appena sono partito ho cercato di documentarmi attraverso letture e contatti personali. Nello stesso tempo cerco di restare aggiornato sulla ‘mia’ materia: in questi giorni ad esempio sono successe delle cose in Cina e Giappone di cui ovviamente non mi sono potuto occupare (anche se me l’avevano chiesto!) ma mi sono sempre tenuto aggiornato. Ma non è un peso, è una cosa che fai volentieri, di cui senti il bisogno, e di cui ahimè si sente sempre più la mancanza. Lo vedo in molti colleghi, che prendono questa professione come qualsiasi altra: dalle ore alle ore… E quando sono ‘fuori turno’ o in vacanza, staccano la spina. Io non riesco mai, a staccarla.
Quanto all’empatia e alle eventuali critiche: su Facebook e sul sito di Sky ricevo quotidianamente centinaia di commenti. Diciamo che per l’80% sono positivi, 10% negativi e 10% veri e propri insulti. Mi sta più che bene. Per quanto riguarda i pareri all’interno di Sky – una redazione dove si tende a dare una immagine di neutralità – debbo dire che la stragrande maggioranza dei colleghi mi sta esprimendo, almeno a parole, grande sostegno e solidarietà. Direttora compresa. La quale pare che un giorno, durante la riunione di redazione, mi abbia additato a esempio di “Inviato” e di come si possa prendere posizione. Ma per farlo, pare abbia detto, occorre avere una certa età e sopratutto credibilità. E Pio le ha entrambe… (ride di gusto)

Qualcosa che ha letto o sentito sui media, in relazione ai fatti di cui è testimone, l’ha particolarmente infastidita?
In questi giorni non ho davvero avuto tempo di leggere la ‘concorrenza’. Confesso di non aver molta stima per la stampa italiana, tranne rare eccezioni. C’è molto pressappochismo, superficialità, per non parlare di plagio e molta fantasia. Mi dispiace dirlo perché conosco molti colleghi in gamba che ci lavorano, ma Repubblica è il simbolo di questa dilagante cialtroneria

Quali risposte auspicherebbe dalla politica e dalle istituzioni?
La creazione immediata di una task force. Uomini e risorse da inviare sul luogo per creare un corridoio umanitario efficace e logisticamente sostenibile. L’Europa dovrebbe europeizzare la vicenda, toglierla dalle mani dei singoli Paesi e approvare immediatamente il famoso “asilo politico europeo”. Chi ci sta ci sta, gli altri fuori, a cominciare dai neo-unni ungheresi.

Riesce a tracciare un sommario affresco dell’umanità che si muove intorno a lei in queste settimane?
La cosa più importante è uscire dal concetto di “rifugiato”, “profugo” etc etc e puntare su quello di “migrante”. Non so se si è notato, ma io cerco sempre di usare questa parola. Migrare è un sacrosanto diritto umano: un diritto esercitato nei secoli da vari popoli, compreso il nostro. Il resto sono chiacchiere, strumentalizzazioni, banalizzazioni. Tra la gente che ho visto e frequentato in queste settimane c’è un unico elemento in comune: quello di voler/dover andarsene dalla propria terra/casa/paese e andarsene in un altro. Le motivazioni sono varie, ma l’obiettivo è comune. E va compreso e rispettato. Chi si esce con frasi come “ci possono essere potenziali terroristi” o è idiota o è in malafede. Spesso, entrambe le cose. Uno non abbandona la propria casa, la propria ‘terra’, le proprie radici senza un valido motivo. Chiediamolo ai nostri nonni.

Infine una nota personale: vivere in Giappone, ormai da molti anni, è una scelta di vita o professionale? E come mai proprio lei, dal Lontano Oriente, è stato chiamato a seguire questa epopea dei migranti nel cuore antico dell’Europa?
Personale inizialmente, poi anche professionale. Ci sono andato nel lontano 1979, appena laureato in legge, con una borsa di studio per un master di procedura penale internazionale. All’epoca ero avvocato, avevo conosciuto una donna giapponese (che poi scoprii essere una terrorista…) e volevo entrare in uno studio penale internazionale. Ma sul posto ho cambiato idea e professione. Ho cominciato a scrivere degli articoli per l’Espresso e… da cosa è nata cosa. Troppo lungo per raccontarlo qui, ma se vuoi e se ci sarà occasione di una mia visita lo farò volentieri (raccogliamo al volo l’opportunità e gli rivolgiamo l’invito a Ferrara per un incontro pubblico). Ho avuto la fortuna di vivere una vita molto interessante. E sopratutto di fare – più o meno ben pagato (in passato non sempre) – un lavoro che avrei fatto gratis. Lo dico sempre ai miei figli: vi auguro di poter fare altrettanto, ma la vedo molto difficile.
Quanto al perché abbiano mandato proprio me, beh è stato per caso. Anche se un po’ me la sono cercata. Io ero in vacanza a Misurina, dove ho il mio buon ritiro montano, e vedendo in tv gli improvvisi sviluppi della vicenda e non vedendo un nostro inviato, ho spedito un messaggio alla direzione dicendo che forse era il caso di mandare qualcuno. Erano tutti in vacanza, anche loro e chi era al ‘timone’, in quei giorni forse aveva sottovalutato la cosa. Il giorno dopo mi chiama il capo degli esteri, ringraziandomi per la segnalazione e dicendomi: “Perché non te ne occupi tu? Sei il nostro inviato delle catastrofi”, riferendosi al fatto che in passato mi sono occupato di guerre, tsunami, emergenze nucleari, tifoni vari e rivolte. A me le sfide piacciono e ho accettato, anche se francamente pensavo fosse una trasferta di qualche giorno. Ora è quasi un mese che sto in giro. E confesso di essere anche un po’ provato, fisicamente. Ma poi penso ai migranti, e mi vergogno di sentirmi stanco.

(intervista originale pubblicata su Ferraraitalia il 21 settembre 2015)

Dal teatro al cinema: un viaggio fra due mondi.

 

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“Dal teatro al cinema: un viaggio fra due mondi” (Scuola di teatro e audiovisivi). Una scuola di racconti teatrali e digitali. Non si tratta di un corso ma di una vera e propria scuola della durata di due anni e con diversi insegnanti, specifici per le diverse materie trattate. La filosofia che ispira il nostro lavoro è quella di tracciare un percorso che fonda nella forza del teatro, capace di raccontare storie nello spazio, quella di raccontarle anche su di uno schermo, che questo sia quello del computer, del video o del cinema. Recitare è “essere veri in una situazione finta”, una definizione bella e semplice, che descrive il processo profondo che sta alla base del lavoro creativo, in teatro e su uno schermo, ovunque vi sia una storia raccontata attraverso gli attori ed i personaggi cui essi danno vita. La regia teatrale è raccontare una storia nello spazio, componendo tutti i linguaggi, da quelli del testo, delle luci e dei suoni, dell’organizzazione visiva e dinamica della scena, fino a quelli degli attori.

Tutto questo costituisce il fondamento della possibilità di raccontare storie sugli schermi Finalità Attraverso l’antica e nobile radice teatrale intendiamo quindi dare una nuova dignità a tante forme di racconto contemporaneo di grande facilità tecnica ma spesso realizzate senza alcuna qualità artistica e con pessimi risultati comunicativi, come il video, il cortometraggio o la web serie, nonché contribuire alla qualità del lavoro cinematografico.

La struttura
I due anni e gli insegnamenti.Primo anno, insegnamenti: “Recitazione I: storie, personaggi, situazioni. La finzione, la presenza fisica e il personaggio”. “Regia I: i mondi possibili del racconto scenico” “Recitazione per lo schermo, davanti all’obiettivo. Acting e micromimica facciale”. “Realizzazione di un cortometraggio” Secondo anno, insegnamenti: “Recitazione II: La finzione, la presenza fisica e il personaggio, a confronto con vari tipi di testualità” “Regia II: storie, personaggi e situazioni da vari testi e sceneggiature: le diverse modalità del racconto spettacolare” “Sceneggiatura” “Realizzazione di un video originale degli allievi” .

“Caratteristica che riteniamo unica della scuola, sarà quella di presentare, come esercitazione di fine anno, una performance teatrale dalla quale trarremo spunto per creare un video su quello stesso soggetto, ma questa volta sceneggiato e montato secondo il linguaggio dell’audiovisivo, e quindi come racconto filmico per lo schermo.” La scuola è rivolta in particolare al mondo dei giovani e degli studenti universitari che abbiano avuto esperienze o abbiano un forte interesse per le arti dello spettacolo, la comunicazione, la recitazione e la fiction, attraverso i media “in presenza”, come quello teatrale, o il mezzo tecnologico, vissuto con una nuova qualità del messaggio e una diversa incisività del racconto sul piano emotivo, comunicativo, significativo. Opportunità create dalla scuola I prodotti, risultato del percorso fatto insieme, potranno partecipare a festival e rassegne, italiane e straniere, e girare su piattaforme web dedicate. Avremo l’opportunità di sottoporre il nostro lavoro al “Giffoni Film festival”, con cui collaboriamo, nonché network televisivi con i quali cooperiamo da tempo. Al termine del secondo anno sarà consegnato un diploma riconosciuto da Fonè e i suoi collaboratori e patrocinatori, come il “Giffoni Film Festival”, l’ARCI provinciale di Ferrara, il Comune di Ferrara

Organizzazione
Direttore artistico: Massimo Malucelli
Prima lezione gratuita: martedì 8 novembre 2016 ore 20,30 – 23 Periodo: novembre – maggio Frequenza: martedì e venerdì ore 20,30 – 23 Sede: associazione “Fonè”, via Arianuova, 128 Costi: 7 mesi per 20h al mese, tot 140h = Euro 665 totali, divisi in rate da 95€ mensili + 60 euro di iscrizione associativa annuale (comprensivi di materiali di consumo e saggio finale). Per gli studenti universitari c’è un forte sconto: 7 mesi per 20h al mese, tot 140h = Euro 455 totali, divisi in rate da 65€ mensili + 60 euro di iscrizione associativa annuale (comprensivi di materiali di consumo e saggio finale).

Pagamento
Alla prima lezione del mese al nostro incaricato.
Per motivi amministrativi questa regola dovrà essere rispettata con rigore.
Il pagamento sarà effettuato mese per mese 
A dicembre però si richiede anche il versamento della quota corrispondente al mese di maggio, a titolo di cauzione ed impegno da parte dello studente. Le lezioni saranno quindi pagate fino ad aprile compreso, in quanto maggio sarà già stato pagato.
Si capirà che l’organizzazione del corso è onerosa e soggetta a spese fisse, inoltre pensiamo che aderire a quest’esperienza debba essere un impegno che va rispettato seriamente, tanto da parte di chi la organizza come da parte di chi la frequenta, per cui, comunque, il pagamento dell’intera quota annuale rateizzata secondo cadenza mensile, è obbligatorio. Numero chiuso: minimo 8 massimo 20 persone.

Contatti
Vedi sito: www.foneteatro.com  Per info: foneteatro@gmail.com     Tel: 347 5997889 Si prega di prenotare la lezione di prova tramite mail

LA SFIDA Oltre 146mila chilometri di onde in 137 giorni:
è partito il giro del mondo in solitaria di Gaetano Mura

L’Ocean Racer di Cala Gonone il 15 ottobre è partito da Cagliari per battere il record nella circumnavigazione del globo in solitario, senza assistenza e senza scalo, a bordo di un Class40.
Il suo viaggio durerà – questa è la speranza – meno di 137 giorni, cioè quanto ha impiegato il cinese Guo Chuan nel 2013 per completare la stessa impresa con un Class 40, barca a vela di 12 metri.

Farà da “prototipo” per lo studio del fisico e della psiche sottoposti a condizioni estreme, farà da ambasciatore di cibi naturali patrimonio della cultura gastronomica della Sardegna, sarà una centralina vivente che, per quattro mesi in mare aperto, osserverà le condizioni ambientali di mari, oceani e dei loro abitanti, sarà testimonial d’eccellenza per il rilancio della sua regione, ma sarà soprattutto il protagonista di un’avventura al limite delle possibilità umane: battere il record sul giro del mondo in solitario senza assistenza e senza scalo, a bordo di un Class40, barca a vela da regata di 12 metri.
L’Ocean Racer sardo, Gaetano Mura, è partito dal porto di Cagliari il 15 ottobre e per oltre 4 mesi cercherà di compiere un’impresa che fino ad oggi è riuscita solo al cinese Guo Chuan, che l’ha portata a termine in 137 giorni.
La sostenibilità e l’ambiente sono stati sempre al centro delle avventure marine di Gaetano Mura. Anche questa volta registrerà con mezzi televisivi e fotografici le condizioni dei mari e degli oceani che attraverserà e sarà anche un testimone “oculare” di tutte le forme di vita che incontrerà.
Il “Solo Round the Globe Record” il giro del mondo a vela che si svolgerà sotto l’egida dell’Enit e della Regione Sardegna.
“L’avventura sta per cominciare – ha dichiarato Gaetano Mura – è più di un anno che mi sto preparando. Molti mi paragonano ad un’astronauta che deve affrontare la solitudine dello spazio e le sfide di un viaggio ai limiti. Anche io dovrò affrontare per mesi la solitudine del mare, imprevisti e difficoltà estreme. Ciascuno ha la sua storia e un sogno. Il mio sogno è quello di portare a termine questa avventura in cui credo e metto tutto me stesso”.
Un viaggio che per Mura assomiglia a quello di Ulisse ed è, come ci ha raccontato, “un tuffo dentro se stesso, una via per conoscersi meglio, scoprire limiti e risorse di un “essere umano”.
E se questo non bastasse, c’è un aspetto di “Gaetano fuori dall’acqua” che vogliamo ricordare. Gaetano ha collaborato con il Museo di Arte Moderna di Nuoro assieme a giovani artisti, ha partecipato a festival letterari e culturali con i suoi documentari, si è dedicato ai ragazzi di Cala Gonone, trasferendo loro i primi rudimenti della vela. Dà il suo contributo a Diahiò – il diario della legalità distribuito in tutte le scuole della Sardegna, progetto dedicato al rispetto delle regole promosso dalla Questura di Nuoro. Raccontare l’oceano, il rispetto dell’ambiente e del mare a un pubblico di tutte le età è certamente fra le sue priorità.

La sfida
Il giro del mondo in oltre 4 mesi si snoderà dal Mar Mediterraneo (la partenza ad ottobre è prevista da Cagliari) attraverso l’Oceano Atlantico fino al Capo di Buona Speranza, poi in senso orario attorno all’Antartide, lasciando a sinistra Cape Leeuwin (Australia) e Capo Horn, per ritornare infine nel Mediterraneo. Un percorso di 25.000 miglia nautiche (46.300 chilometri). Buona parte si svilupperà in mari ostili, con condizioni meteo estreme, al limite dei ghiacci antartici. Per gestire una navigazione in solitario ed indipendente verrà utilizzata la tecnica dei “microsonni”, ossia veglie di 2 ore alternate a sonni di 20 minuti. I soli compagni di viaggio di questa traversata saranno gli iceberg, le balene, gli abitanti tutti del mare, le raffiche di vento che possono superare i 100 km orari e le onde fino a 10 metri. L’impresa sarà compiuta a bordo di un Class 40, una barca da regata ‘monotipo’ di 12 metri allestita ad hoc per questa impresa.

La salute prima di tutto, Mura come centralina bio-medica
Gaetano Mura sarà sotto osservazione medica giorno dopo giorno, si tratta infatti di un’occasione unica per studiare le risposte e gli adattamenti di un organismo umano alla prolungata permanenza in condizioni ambientali estreme. La sfida è stata raccolta da un gruppo interdisciplinare di studiosi e ricercatori che fanno capo ai professori Vincenzo Piras, Alberto Concu e Maurizio Porcu, del sistema ospedaliero universitario di Cagliari. Alterazione delle concentrazioni ematiche e di importanti fattori essenziali per il funzionamento del sistema nervoso, della produzione di forza muscolare e della capacità contrattile del cuore, frammentazione del sonno con aumento dei tempi di reazione a stimoli visivi; sistema immunitario sotto stress: questi alcuni dei rischi cui è sottoposto un velista.
“Per controllare lo stato psicofisico di Mura –spiega il team sardo di ricerca – è previsto il monitoraggio in remoto di numerosi indicatori dello stato di funzione dei principali organi. Questo controllo avverrà quotidianamente e regolarmente attraverso sistemi sicuri, non invasivi e di facile applicazione.
Il gruppo di ricerca ha progettato e messo a punto una piattaforma informatica ICT estremamente avanzata, che consentirà, tramite l’acquisizione h24 di segnali trasmessi dai rilevatori indossati da Gaetano Mura, il controllo dell’andamento nel tempo degli indicatori vitali relativi alle funzioni cardiorespiratoria, nervosa centrale, muscolare e metabolica, idrico-salina e urinaria. I principali sistemi bio-medici di controllo e acquisizione dati sono il Remote Cardiac Output Recorder, il Telemetric Brain Tracking e la Photogrammetric Motion Analysis.

Un’ impresa per rilanciare l’immagine della Sardegna e monitorare l’ambiente
L’impresa di Gaetano Mura si inserisce nella strategia di rilancio del turismo sardo. “Sardegna Isola Del Vento” è, infatti, il brand che accompagna il progetto di sostegno agli sport velici di cui il velista sardo è sicuramente uno dei maggiori ambasciatori.
Gli sport del mare, parte consistente dell’offerta del turismo in Sardegna, sono uno straordinario attrattore nel corso di tutto l’anno, così come sono uno straordinario veicolo di promozione gli eventi velici che vedono sardi e la Sardegna protagonisti: attraverso appuntamenti affascinanti e di valore mondiale come la regata in solitaria di Gaetano Mura. L’impresa creerà infatti interesse per l’isola e servirà da piattaforma mediatica per accrescere l’attenzione sulla Sardegna e il suo ritorno d’immagine della Sardegna, in particolare attraverso i canali social e i media più attuali.
La sostenibilità e l’ambiente sono stati sempre al centro delle avventure marine di Gaetano Mura. Anche questa volta registrerà con mezzi televisivi e fotografici le condizioni dei mari e degli oceani che attraverserà e sarà anche un testimone “oculare” di tutte le forme di vita che incontrerà.

Il video su Ispra TV, la tv dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
http://tv.isprambiente.it/index.php/2016/07/26/mura-around-the-globe/

Umana decenza

Qualche sera fa sono andato a trovare un amico e dopo cena ci siamo messi a chiacchierare. C’era la tv accesa e fatalmente la mia attenzione si è spostata per un attimo sullo schermo, dove il faccione pezzato di Bruno Vespa s’intratteneva con un altro faccione mai visto prima. Poi ho capito chi era l’ospite…
Mi sono indignato, lo confesso, eppure di esempi di pubblica indecenza ce ne sarebbero tanti, e non solo su “Porta a porta”, programma che evito come la peste, ma che quella sera, trovandomi in trasferta, non ho potuto ignorare.

Così il figlio di un boss della mafia in galera per strage, il più famoso boss che possiate immaginare, va in televisione a parlare di valore dei sentimenti, di affetti familiari, di rispetto e di senso della giustizia. Promuove il suo libro, nel quale parla di sé e della sua famiglia. Lo fa con l’aria di qualcuno che si concede alle altrui attenzioni, elevandosi a modello di coerenza nel rifiutare la logica delle regole sociali, probabilmente in nome di una più sentita concezione di fedeltà ai vincoli del sangue. Per questo motivo cita il quarto comandamento biblico: onora il padre… Forse dimenticandosi che subito dopo ce n’è un quinto che recita: non uccidere!
Così un uomo politico italiano, illuminato paladino dei diritti delle minoranze, si procura a pagamento un ovulo e un utero (non ho ben capito se di una donna o di due donne diverse) per concepire su ordinazione un bambino destinato ancor prima della nascita a non poter scegliere di crescere con la propria madre naturale. E tutto ciò lo fa incredibilmente in nome di quel cosiddetto principio delle pari opportunità… Forse dimenticandosi che al mondo ci sono già bambini senza genitori e bisognosi di essere adottati per aspirare a una vita migliore!
Così il padre addolorato di un torturatore e omicida reo confesso va in onda in prima serata a parlare del figlio, a elencarne le qualità: ovvero la bontà d’animo e la spiccata intelligenza, nonché la sventurata dipendenza dalla cocaina. Lasciando intuire a tutti che la vera colpevole del delitto sia evidentemente la droga e i suoi effetti devastanti sulla mente umana. Lo fa inducendo tutti quanti alla commozione, nella generale consapevolezza che il figlio carnefice e il ragazzo crudelmente e volutamente ammazzato siano in fondo entrambi vittime di un tragico ma inevitabile intreccio di destini… Forse dimenticandosi che sarebbe stato ben più opportuno un rispettoso silenzio, dovuto a due genitori che hanno appena perso un figlio torturato e ucciso insensatamente dal proprio!
Così nell’ennesimo talk show televisivo, nel corso di un acceso confronto tra politico e giornalista, un senatore rivendica a gran voce e senza alcun imbarazzo la possibilità di continuare a percepire il vitalizio maturato in tre anni di legislatura, giustificandolo come un diritto acquisito e quindi costituzionalmente inattaccabile… Forse dimenticandosi che nelle recenti legislature i sacrosanti diritti acquisiti di milioni di lavoratori e pensionati sono stati attaccati e massacrati ripetutamente!
Così nelle tv, come pure sulle pagine di alcuni rotocalchi, noti personaggi dello spettacolo e della politica si lamentano pubblicamente dei loro stipendi e delle loro pensioni. In effetti, a loro dire, poche migliaia di euro al mese non sono in grado di garantire un tenore di vita accettabile… Forse dimenticandosi che fuori, nella vita reale, c’è gente che da sempre accetta di campare con molto meno, resistendo alle difficoltà in dignitoso e rassegnato silenzio!
Vogliamo poi dire due parole sull’attico del cardinal Bertone? No, questa ve la risparmio. Come vi voglio risparmiare la scenetta, ripresa su una tv locale, che un noto esponente politico, tale – onorevole mi pare fuori luogo – Denis Verdini, ha pensato bene di esibire a spese di un giovane intervistatore un po’ impacciato e molto intimidito dal fare aggressivo del navigato e bianco chiomato intervistato. Eppure una volta, immagino, l’arroganza dei potenti aveva il pudore di rinchiudersi nelle segrete stanze dei palazzi. Oggi, al contrario, viene esibita per strada, se non addirittura rivendicata come il sacrosanto diritto del più forte di prevaricare e umiliare il più debole. Il Marchese del Grillo diceva “io so’ io e voi non siete un cazzo”, ma almeno Alberto Sordi era simpatico. Lo fanno i politici, gli amministratori delegati, in pratica i primi della classe. Ma lo fanno pure gli ultimi, sull’esempio dei primi. Così vediamo i tifosi di una squadra di calcio che, prima di andare allo stadio a sfogare le loro frustrazioni da ultimi, si allenano urinando sopra un barbone che dorme sdraiato su un marciapiede. E tutto questo avviene quotidianamente, sotto i nostri occhi, condito di battute e sorrisini, mirabilmente ripreso da telefonini e puntualmente trasmesso da tv e social, senza nemmeno la decenza di dare una qualche giustificazione (anche falsa, perché no?).

Ecco appunto: che cos’è la decenza?
Riassumo dall’Enciclopedia Treccani: convenienza, decoro, pudore, intesi come sentimento individuale e pure come esigenza etica collettiva da rispettare, eccetera eccetera… Nulla da eccepire, ho però il sospetto che molti tendano a limitarne il concetto soltanto alla prima parola: convenienza.
Credo, ma è soltanto il mio parere, che le parole decenza e convenienza abbiano in comune solo la rima baciata, perciò mi pongo alcune domande: chi mai può pensare che sia indispensabile rendere noto al vasto pubblico il pensiero del parente di uno stragista mafioso? Com’è possibile che la conquista di un diritto possa evolvere in un desiderio egocentrico mascherato da bisogno di dare amore, che di fatto priva un nascituro del diritto di crescere con la propria madre? Come si può pensare di rivendicare pubblicamente uno smaccato privilegio paragonandosi a gente che a malapena riesce a conservare i propri diritti? Più banalmente, come si può credere che tali personaggi appaiano al vasto pubblico puntando spavaldamente a una qualsiasi forma di consenso? Eppure tutto questo accade. Accade nel nostro ‘bel’ paese, dove vale tutto e il contrario di tutto. Dove pesce grande mangia pesce piccolo, che mangia pesce più piccolo, che mangia pesce ancora più piccolo. Dove i reality show sono diventati le vetrine mediatiche del trash istituzionalizzato, in cui si possono dire tutte le cazzate più insulse, basta che siano accompagnate da giustificazioni del tipo “io sono fatto così”, oppure “io dico quello che penso”. E così, in un mondo dove la menzogna è ormai tacitamente accettata quasi come norma di sopravvivenza, anche l’imbecillità più disarmante e volgare viene sdoganata pubblicamente e finanche assolta proprio perché sincera (ammesso poi che non esistano pure i bugiardi imbecilli).
Pertanto, per tutte queste ragioni e per altre ancora che per decenza vi risparmio, temo che all’umana decenza sia stato tolto definitivamente il diritto di asilo in favore dell’umana convenienza. Temo che la scelta si sia ridotta a due sole opzioni, entrambe apprezzatissime dai più: essere imbecilli ma sinceri oppure intelligenti ma falsi.
Ognuno si schieri dove più gli aggrada.

La tv carogna, il compagno cybernauta e il manoscritto ritrovato

La mia tv puzza. È un fenomeno impercettibile, lento, ma ormai gli effluvi della putrefazione stanno cominciando a farsi sentire, tanto che i miei cani se ne stanno a leccare il monitor praticamente tutto il santo giorno. Non gli par vero di avere una carogna tutta per loro, nel bel mezzo del salotto, da odorare e assaporare a turno. Hanno imparato a non litigarsela, tanto non la possono mangiare. Resterà lì finché l’odore non sarà più sopportabile, almeno per me. Poi la butterò, con buona pace di Kikko e Groucho… e di mia moglie!
Mia moglie appunto, lei non se n’è ancora accorta.
Una sera, spaparanzato nel divano, le chiedo: – Non senti nulla?
Lei mi guarda e mi fa: – Cosa devo sentire?
Io indico la tv, – Puzza! – rispondo. Lei non mi asseconda, non capisce.
– È la cuccia, è ora di lavarla! – conclude. Poi mi strappa il telecomando e alza il volume. È il segnale che devo tacere e smetterla di dire cavolate.
Così mi alzo e me ne vado nel mio studio, li lascio in pace: mia moglie, i miei cani e la carogna al plasma puzzolente da cinquanta pollici.
Nello studio mi aspetta lui, il mio adorabile compagno d’avventure. Lo accendo, basta un clic del mouse e mi accoglie nel suo mondo.
Sì perché dovete sapere che è grazie a lui se sono diventato il protagonista delle mie serate. Clicco ed entro nel palcoscenico, scrivo le mie frasi d’effetto e la gente mi dice “Bravo, mi piace… condivido…”
Non tutti per la verità, ma in fondo nemmeno lo pretendo, mi basta un po’ d’attenzione. E poi mi guardo attorno, osservo, m’informo, ascolto e dico la mia. Ormai parlo più con lui che con mia moglie. Lei del resto, quando mi parla, non mi guarda nemmeno in faccia, fissa la carogna che, nonostante tutto, continua a funzionare perfettamente e a ubriacarla con le sue storie sempre uguali.
Lui no, lui è attento, mi chiede partecipazione, mi lusinga, mi fa sentire importante. Mi porta fra i suoi amici, siamo in tanti e ogni sera parliamo di questo e quello.
È una situazione strana però, lui e la carogna non si parlano, non si sopportano, fanno di tutto per mettere zizzania: l’una dice una cosa e l’altro la smentisce subito dopo. Forse è proprio per questo che mia moglie e io non ci capiamo più: lei si fa infinocchiare dalle fregnacce che sente, io invece no. Io m’informo, chiedo, dico la mia e vado a cercare la verità. Non mi accontento del parere del signor opinionista a contratto “so tutto io” e tantomeno dei servizi del servizievole giornalista di turno.
L’altro giorno, per esempio, c’è stato un complotto di Rai e servizi segreti: tutti d’accordo per fare andare in tilt i modem e le linee telefoniche del quartiere per mettere fuori gioco il mio amico cybernauta. Tant’è che ho dovuto passare tutta la sera a fissare la carogna!
– Come mai tra noi stasera? – fa mia moglie senza distogliere gli occhi dalla carogna.
– C’è qualche film interessante? – ribatto, la soddisfazione di risponderle non gliela do.
– Film? No no, stasera c’è “Quarto grado”… e non azzardarti a cambiare come tuo solito! – dice. Trattasi di serio avvertimento, perché mi accorgo che per un attimo ha posato lo sguardo su di me.
Così, senza dire una parola, mi sistemo nell’angolo più scomodo del divano, di fianco c’è mia moglie sdraiata col plaid sulle gambe e Kikko a scaldarle i piedi, mentre Groucho già dorme nella sua cuccia. Tanto è solo questione di poco mi dico: infatti, dopo mezzora appena, lei e i due quattrozampe stanno ronfando all’unisono che è quasi un piacere sentirli.
È da parecchio tempo ormai che mi sono accorto dell’effetto soporifero che puntualmente la carogna esercita sulla mia famiglia, a esclusione del sottoscritto ovviamente. Saranno i gas della decomposizione o forse le chiacchiere ipnotiche in dolby surround, ancora non ho ben capito quale ne sia la causa. In fondo non m’importa nemmeno, anzi meglio così: di solito ho altro da fare.
– A noi due carogna! Vediamo cosa mi racconti stasera – le bisbiglio. Sfilo il telecomando dalla mano inerte di mia moglie e inizio a cercare.
Premo uno: c’è Bruno Vespa che ammira il suo ultimo plastico sfregandosi le mani compiaciuto, somiglia sempre di più al suo vecchio mentore Andreotti. Premo due: Roberto Giacobbo mi aggiorna sulle ultime ipotesi riguardanti la misteriosa fine del tesoro dei templari. Premo tre: una faccia da mezzo tossico con l’erre moscia parla e ride del nulla col suo ospite, un ex sessantottino pseudointellettuale. Premo quattro: quella stragnocca bionda della Viero chiede lumi sul dna dell’indagato al prezzemolino esperto di medicina forense. Premo cinque: un robot con la mascella e i muscoli di Arnold Schwarzenegger si rialza dopo essere stato appena investito da un tir nella quarantacinquesima replica di Terminator. Premo sei: uno sconosciuto dalla faccia di bronzo e vestito come un MIB rincorre Maurizio Gasparri davanti a Montecitorio, mentre quest’ultimo gli risponde dandogli dell’handicappato. Premo sette: un Crozza-Renzi tutto sorridente parla con un Crozza-Bersani tutto abbacchiato, mentre un Crozza-Berlusconi tutto allupato ammicca e fa battute a un Crozza-Razzi tutto rincretinito che non capisce.
Ok, soliti canali e solita roba, proseguiamo…
Premo dieci: un omone vestito da cuoco in odore d’infarto urla a un ometto magro e intimidito in divisa da cameriere di sbrigarsi a servire ai tavoli. Premo sedici: due coatte italoamericane truccatissime stanno immerse in un idromassaggio a raccontarsi le performance erotiche dei loro boyfriends. Premo ventitré: una voce fuoricampo commenta le immagini relative a un probabile cataclisma planetario, ricordandoci simpaticamente per l’ennesima volta quanto sia casuale la nostra sopravvivenza nell’Universo.
Direi che può bastare. Lascio la carogna e torno nello studio, non si sa mai che il mio compagno di giochi abbia ripreso a funzionare. Provo a collegarmi e… alleluia, sono di nuovo in rete! Ne approfitto e vado a trovare alcuni miei amici: parlano del disegno di legge del senatore Cirenga per l’istituzione di un fondo di centotrentaquattro miliardi di euro per gli ex deputati in difficoltà, in pratica una somma pari a cinque leggi di stabilità. Un tale di Bergamo scrive di due rom che, offesi dalle ingiurie di un pensionato che avevano appena rapinato, lo querelano per razzismo. Pare poi che Putin abbia dichiarato che l’Italia è governata da un branco di incapaci che in Europa non contano nulla… Piove sul bagnato.

Questa sera non ho voglia di scrivere niente, non ho voglia di discutere, di commentare, di smentire. Sarà la stanchezza, sarà che ho visto e sentito troppe cose, troppo grosse e tutte quante nella stessa serata.
Spengo tutto: la carogna in salotto, il mio amico burlone nello studio. Osservo mia moglie e i miei cani che dormono, li lascio tranquilli e me ne vado a dormire anch’io.
Sto per sdraiarmi a letto quando mi accorgo di un libro appoggiato sul bordo del comodino: “Manoscritto trovato a Saragozza”. È il mio libro preferito di sempre, non ricordavo di averlo lasciato lì.
Lo apro, il segnalibro è a pagina centoventitré, c’è scritto “decima giornata”.
Che faccio? Proseguo da lì o ricomincio daccapo?
In fondo non è importante da dove ripartire, l’avrò letto e riletto una ventina di volte ormai. La cosa importante è che mi è venuta voglia di leggerlo di nuovo, per un’altra prima volta.

Appaio dunque sono, la tv resta cattiva maestra

Da piccolo, come tutti, credevo che i contenuti dei palinsesti televisivi fossero i film, i cartoni animati e gli altri programmi. Poi negli anni si è fatta largo l’idea che i contenuti principali dei palinsesti fossero le pubblicità, di cui i programmi erano mera cornice. Alle soglie dei quarant’anni, devo ricredermi ancora una volta. Ormai sono quasi convinto che con i mass-media in ballo ci sia, ancor prima del palinsesto televisivo, la visibilità. Intendo dire che il possesso del network televisivo dona a chi lo controlla il potere di scegliere a chi dare visibilità nel Paese. La tv sceglie chi sarà celebre al di là del bene e del male, al di là di qualsiasi merito. E’ semplice: basta farti apparire, accendere i riflettori.

Se la tv è potere autoritario e assoluto (occorre citare Popper o Pasolini per dire quanto sia cattiva maestra?), il suo potere immenso – il quarto, quinto o sesto che dir si voglia – non è quindi solo quello di selezionare le notizie o il modo di raccontarle, bensì di decidere chi ‘esiste’ e chi no agli occhi della massa dei cittadini, di propagandare stili di vita come fossero dei messaggi occulti, che lentamente – nell’arco di pochi anni – si fanno strada nella società. La tv, a dispetto della rete, è ancora il mezzo capace di plasmare la società del futuro.
Per quanto riguarda i giorni nostri e l’editto del deputato della commissione di Vigilanza della Rai Anzaldi contro il conduttore di Ballarò ed ex vice direttore di Repubblica, Massimo Giannini, è chiaro che la politica non deve entrare nelle scelte editoriali dell’azienda. Detto questo, però, aggiungo che le reti pubbliche dovrebbero dotarsi di un meccanismo di turnazione, una sorta di regolamento per cui chi è già stato ospitato non può esserlo di nuovo almeno per un determinato periodo. Lo stesso Giannini, nella fattispecie, accetta senza colpo ferire la lottizzazione delle poltrone del suo show. In Rai il potere che noi cediamo all’azienda viene di continuo utilizzato in maniera indebita. Decine di presenzialisti usano spazi televisivi pubblici (un potere immenso, un passaggio televisivo vale migliaia di euro) per promuovere sempre i soliti personaggi. Una volta divenuti famosi, porre un argine non è più possibile. Ce li ritroviamo a teatro, al cinema, in libreria, e pure sotto l’albero di Natale (ebbene sì, lo confesso, una volta una zia mi regalò un libro di Emilio Fede!)

Pochi politici e alcuni giornalisti occupano quotidianamente le tv di Stato. In Italia vivono 70 milioni di persone, ma in tv, dove conta, ne vediamo sempre e solo alcune decine. Allora forse gli italiani sono ostaggio di una classe politica che usa le tv per perpetuare il potere attraverso la reiterazione della propria immagine con la complicità degli addetti ai lavori.

Sono pronto al baratto:  offro libro di Emilio Fede in cambio dell’ultimo Bruno Vespa. Oppure rilancio: toglietemi “Porta a porta” dalla Rai e mi schiero a favore delle trivellazioni, mi schiero pure per il nucleare (“nuculare , si dice nuculare” – cit. Homer Simpson).

@sandroabruzzese

L’INTERVISTA
Pio D’Emilia, l’inviato Sky che racconta con umanità l’odissea dei migranti

E’ diventato per tutti un volto noto e familiare. Pio D’Emilia ha scardinato la maniera tradizionale, un po’ impettita e distaccata, di fare informazione televisiva. Inviato da Sky alla frontiera fra la miseria e la speranza per raccontare l’esodo dei migranti, è riuscito a trasformare la loro vicenda da un fatto a una storia. Nei suoi servizi traspaiono le emozioni. Il suo modo di narrare questa epopea è fuori dagli schemi e richiama la sensibilità di grandi reporter quali Ryszard Kapuscinski o Tiziano Terzani.

Si ritrova nella loro concezione di giornalismo?
Assolutamente sì – replica convinto D’Emilia, che ha accettato di raccontarsi a Ferraraitalia -. Non ho conosciuto il primo, mentre ho avuto il piacere – e talvolta lo ‘spiacere’ – di incrociarmi spesso con Tiziano. Ma ce ne sono tanti altri, che ammiro e rispetto, sia italiani che stranieri. Purtroppo sempre di meno: scarsa preparazione umana e professionale, pigrizia fisica e mentale, censura e soprattutto autocensura stanno uccidendo un certo tipo di giornalismo…

Di Kapuscinski condivide l’idea che il giornalista non possa essere neutrale ma debba schierarsi e dare voce a chi voce non ha?
L’obiettività nel senso di neutralità non esiste, né nelle parole, né tantomeno nelle emozioni. Pensiamo solo all’Afghanistan, a quando gli attuali terroristi e ‘tagliagole’ erano chiamati, dalle grandi agenzie, “combattenti per la libertà”, eccetera eccetera. Certo, bisogna sempre cercare di essere il più possibile precisi nel fornire dati e descrivere situazioni, ma poi l’analisi e anche il giudizio – perché no – deve esserci e deve essere sincero. Poi da che parte stare dipende: io preferisco, da sempre, stare dalla parte del ‘torto’…

Prima di decidere se rendere pubblica un’informazione valuta sempre l’effetto che la notizia sortirà? E, nel caso, questo condiziona la sua scelta?
In genere no. Solo in alcuni casi di cronaca nera, in cui per esempio sono coinvolte famiglie, bambini… Ma per fortuna non mi capita spesso di dovermene occupare.

I suoi servizi su Sky evidenziano una grande preparazione e insieme una forte empatia nei confronti dei migranti di cui riporta vicende, storia personali, speranze, delusioni, drammi. Qualcuno in redazione o nell’ambiente professionale ha espresso critiche per questo sue essere partecipe?
Beh, la ‘preparazione’ dovrebbe essere uno dei doveri dei giornalista, tenuto a documentarsi prima di affrontare un argomento o vicenda e poi, se si occupa di un particolare settore (nel mio caso, l’Asia orientale) aggiornarsi continuamente. Io dei migranti sapevo poco o nulla, ma appena sono partito ho cercato di documentarmi attraverso letture e contatti personali. Nello stesso tempo cerco di restare aggiornato sulla ‘mia’ materia: in questi giorni ad esempio sono successe delle cose in Cina e Giappone di cui ovviamente non mi sono potuto occupare (anche se me l’avevano chiesto!) ma mi sono sempre tenuto aggiornato. Ma non è un peso, è una cosa che fai volentieri, di cui senti il bisogno, e di cui ahimè si sente sempre più la mancanza. Lo vedo in molti colleghi, che prendono questa professione come qualsiasi altra: dalle ore alle ore… E quando sono ‘fuori turno’ o in vacanza, staccano la spina. Io non riesco mai, a staccarla.
Quanto all’empatia e alle eventuali critiche: su Facebook e sul sito di Sky ricevo quotidianamente centinaia di commenti. Diciamo che per l’80% sono positivi, 10% negativi e 10% veri e propri insulti. Mi sta più che bene. Per quanto riguarda i pareri all’interno di Sky – una redazione dove si tende a dare una immagine di neutralità – debbo dire che la stragrande maggioranza dei colleghi mi sta esprimendo, almeno a parole, grande sostegno e solidarietà. Direttora compresa. La quale pare che un giorno, durante la riunione di redazione, mi abbia additato a esempio di “Inviato” e di come si possa prendere posizione. Ma per farlo, pare abbia detto, occorre avere una certa età e sopratutto credibilità. E Pio le ha entrambe… (ride di gusto)

Qualcosa che ha letto o sentito sui media, in relazione ai fatti di cui è testimone, l’ha particolarmente infastidita?
In questi giorni non ho davvero avuto tempo di leggere la ‘concorrenza’. Confesso di non aver molta stima per la stampa italiana, tranne rare eccezioni. C’è molto pressappochismo, superficialità, per non parlare di plagio e molta fantasia. Mi dispiace dirlo perché conosco molti colleghi in gamba che ci lavorano, ma Repubblica è il simbolo di questa dilagante cialtroneria

Quali risposte auspicherebbe dalla politica e dalle istituzioni?
La creazione immediata di una task force. Uomini e risorse da inviare sul luogo per creare un corridoio umanitario efficace e logisticamente sostenibile. L’Europa dovrebbe europeizzare la vicenda, toglierla dalle mani dei singoli Paesi e approvare immediatamente il famoso “asilo politico europeo”. Chi ci sta ci sta, gli altri fuori, a cominciare dai neo-unni ungheresi.

Riesce a tracciare un sommario affresco dell’umanità che si muove intorno a lei in queste settimane?
La cosa più importante è uscire dal concetto di “rifugiato”, “profugo” etc etc e puntare su quello di “migrante”. Non so se si è notato, ma io cerco sempre di usare questa parola. Migrare è un sacrosanto diritto umano: un diritto esercitato nei secoli da vari popoli, compreso il nostro. Il resto sono chiacchiere, strumentalizzazioni, banalizzazioni. Tra la gente che ho visto e frequentato in queste settimane c’è un unico elemento in comune: quello di voler/dover andarsene dalla propria terra/casa/paese e andarsene in un altro. Le motivazioni sono varie, ma l’obiettivo è comune. E va compreso e rispettato. Chi si esce con frasi come “ci possono essere potenziali terroristi” o è idiota o è in malafede. Spesso, entrambe le cose. Uno non abbandona la propria casa, la propria ‘terra’, le proprie radici senza un valido motivo. Chiediamolo ai nostri nonni.

Infine una nota personale: vivere in Giappone, ormai da molti anni, è una scelta di vita o professionale? E come mai proprio lei, dal Lontano Oriente, è stato chiamato a seguire questa epopea dei migranti nel cuore antico dell’Europa?
Personale inizialmente, poi anche professionale. Ci sono andato nel lontano 1979, appena laureato in legge, con una borsa di studio per un master di procedura penale internazionale. All’epoca ero avvocato, avevo conosciuto una donna giapponese (che poi scoprii essere una terrorista…) e volevo entrare in uno studio penale internazionale. Ma sul posto ho cambiato idea e professione. Ho cominciato a scrivere degli articoli per l’Espresso e… da cosa è nata cosa. Troppo lungo per raccontarlo qui, ma se vuoi e se ci sarà occasione di una mia visita lo farò volentieri (raccogliamo al volo l’opportunità e gli rivolgiamo l’invito a Ferrara per un incontro pubblico). Ho avuto la fortuna di vivere una vita molto interessante. E sopratutto di fare – più o meno ben pagato (in passato non sempre) – un lavoro che avrei fatto gratis. Lo dico sempre ai miei figli: vi auguro di poter fare altrettanto, ma la vedo molto difficile.
Quanto al perché abbiano mandato proprio me, beh è stato per caso. Anche se un po’ me la sono cercata. Io ero in vacanza a Misurina, dove ho il mio buon ritiro montano, e vedendo in tv gli improvvisi sviluppi della vicenda e non vedendo un nostro inviato, ho spedito un messaggio alla direzione dicendo che forse era il caso di mandare qualcuno. Erano tutti in vacanza, anche loro e chi era al ‘timone’, in quei giorni forse aveva sottovalutato la cosa. Il giorno dopo mi chiama il capo degli esteri, ringraziandomi per la segnalazione e dicendomi: “Perché non te ne occupi tu? Sei il nostro inviato delle catastrofi”, riferendosi al fatto che in passato mi sono occupato di guerre, tsunami, emergenze nucleari, tifoni vari e rivolte. A me le sfide piacciono e ho accettato, anche se francamente pensavo fosse una trasferta di qualche giorno. Ora è quasi un mese che sto in giro. E confesso di essere anche un po’ provato, fisicamente. Ma poi penso ai migranti, e mi vergogno di sentirmi stanco.

E’ nata ‘Ferrara film commission’ per riportare cinema e tv in città

Ferrara non ha mai detto no al cinema. Anzi, in passato specialmente è stata set privilegiato. Basti pensare a “Il Giardino dei Finzi Contini” (1970), di Vittorio de Sica, a “La Lunga Notte del ’43” (1960), di Florestano Vancini, a “Ossessione” (1943), di Luchino Visconti, a “Gente del Po” (1943), “Cronaca di un amore” (1950) e “Al di là delle nuvole” (1995), del grande Michelangelo Antonioni, o agli “Occhiali d’oro” (1987), di Giuliano Montaldo. Anche le valli di Comacchio sono state luogo di grande cinema: “L’Agnese va a morire” (1976), di Giuliano Montaldo, “La donna del fiume” (1955), di Mario Soldati, parlano da sé. Si può, dunque, passeggiare per la città seguendo e ripercorrendo le immagini e le vicende raccontate da quelle pellicole, approfondendo i temi della Ferrara nei giorni della guerra civile del 1943 o della città ebraica nel periodo delle due guerre. Si possono recuperare pagine di storia, di costume e colore locali, di letteratura. Si può vedere com’eravamo, capire da dove veniamo. Chi siamo.

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‘L’Agnese va a morire’
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‘La lunga notte del ’43’
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‘Cronaca di un amore’
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‘Riso amaro’
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Giuliano Montaldo sul set de ‘Gli occhiali d’oro’

Ma molti di quei film ci riportano al passato, per quanto glorioso e di solo passato non si vive. Ferrara può essere ancora oggi teatro di grandi scene, può raccontare storie di ieri ma anche di oggi, far vivere le sue strade. La città pare vivere un bel risveglio culturale. L’onda va cavalcata, e bene. Se poi il film calamita il turismo, come ormai è chiaro a tutti, allora la città prova a essere pronta. Dico prova, perché siamo all’inizio, anche se un buon inizio.
Lo scorso 15 maggio è nata, infatti, la Ferrara Film Commission [vedi], con l’obiettivo di ridare valore alla meravigliosa città estense nell’ambito cinematografico e farvi crescere le potenzialità del territorio, trasformandola in un centro che diventi polo attrattivo per produzioni cinematografiche e audiovisive, e favorendo anche la promozione del territorio.

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I soci fondatori della Ferrara film commission riuniti al museo Mario Piva (a destra Laura Rossi).

I soci fondatori sono una trentina, ci dice Laura Rossi, una delle forze motrici di questo progetto (nel vero senso della parola, perché Laura è un tornado). La sede legale dell’associazione è al museo Mario Piva, in via Cisterna del Follo 39, che Laura gestisce da tempo. Presto saranno identificati nuovi soci onorari, ordinari, sostenitori (la prossima riunione del 28 maggio sarà dedicata anche a questo). L’ideatore del progetto è Alberto Squarcia, che ne sarà il presidente e, fra i fondatori, vi sono anche Stefano e Giuseppe Muroni. Sono previste alcune collaborazioni dall’estero come quella Maximilian Law (il ferrarese Massimiliano Stroscio) da Los Angeles, fondatore del Ferrara Film Festival, che avrà la prima presentazione ufficiale il 7 e 8 Settembre in Fiera a Bologna (al convegno Fa-rete).

 

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Massimiliano Stroscio, nome d’arte Maximilian Law
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E’ il fondatore del Ferrara film festival

La Ffc vuole favorire l’ambientazione a Ferrara di produzioni televisive, cinematografiche e pubblicitarie, dai film, agli spot e alle fiction. Com’è parte del ruolo di ogni Film commission, quella ferrarese costituirà anche un trait d’union con i professionisti locali del settore e non solo (artisti, costumisti, scenografi, artigiani e ogni tipo di professionalità richiesta per girare un film). Il dialogo con le produzioni nazionali e le istituzioni locali, fondamentale per ottenere supporto finanziario ma anche logistico (si pensi, ad esempio, a permessi e autorizzazioni per le riprese che, se non concessi in tempo, possono comportare importanti ritardi e costi aggiuntivi per una produzione), sarà un’altra parte fondamentale del lavoro della commissione. I soci fondatori hanno recentemente incontrato le realtà locali di Ascom, Cna, Arci ed Ecipar. Regione e Provincia dovranno sostenere, perché questo tipo di avventura non si porta avanti da soli. E l’interesse dovrebbe esserci, perché lo sviluppo dell’industria audiovisiva è uno straordinario catalizzatore di ricchezza e di attività, economiche e culturali, per qualsiasi territorio. Un’opportunità per tutti, se ben compresa e sfruttata.

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‘Vacanze romane’
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‘La dolce vita’

Quanto alla valorizzazione del territorio, va ricordato che, negli ultimi anni, sono stati presentati numerosi studi e ricerche sulla correlazione fra l’ospitare una produzione cinematografica e i vantaggi/benefici più o meno direttamente correlati per il territorio. Certo, il fenomeno del turismo indotto dalla visione di un film o di una fiction non è recente (basti pensare al ruolo che ebbero per Roma film come “Vacanze romane” o “La dolce vita”), ma, negli ultimi anni, il tema (movie-induced film) ha ricevuto un’attenzione crescente, tanto che si è realizzata una Borsa dedicata al Turismo Cinematografico all’interno dell’Ischia Film Festival. Il cinema, infatti, può influenzare la decisione di viaggiare e così come c’è il cine-turista vero e proprio (specific film tourist), vi è anche il generico cine-turista (general film tourist) o quello che è contento di essere in un luogo dove è stato girato un film ma rimane passivo (serendipitous film tourist). Le potenzialità per il territorio ci sono. Ecco allora l’Inghilterra di Harry Potter, le Highlands di Braveheart, la Salina del Postino, la Napoli di Un posto al Sole, la campagna piemontese di Elisa di Rivombrosa, l’Umbria di Don Matteo, l’Alta Pusteria di Un Passo dal cielo, la Basilicata di Basilicata Coast to Coast. Sono sempre più numerosi (e virtuosi) gli esempi di turismo legato ai luoghi che hanno fatto da sfondo a film o fiction.

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Il format in digitale terrestre Territorius, la prima puntata ‘Procida. Un’isola tutta da girare’

Anche se il tema è sicuramente da approfondire meglio, citerei alcuni studi sulla relazione cinema-territorio-turismo. Fra i più interessanti, vi sono il progetto voluto dalla Biennale di Venezia, nel 2006, realizzato da Risposte Turismo s.r.l. con il coordinamento scientifico di Francesco di Cesare, docente di marketing del turismo all’Università Ca’ Foscari di Venezia (un rapporto di ricerca sul legame cinema-turismo-territorio presentato, al Lido di Venezia, il 31 agosto 2006, durante la 63° Mostra del Cinema) e gli studi successivi dello stesso di Cesare con il ricercatore Anthony A. La Salandra e, in particolare, il loro “Film Tourism: the Backstage” (naturale continuazione del primo).

Il primo studio parte da una riflessione sul ‘destination management’ e da un inquadramento sul ‘film-induced tourism‘, analizza la complessità dei rapporti tra chi rappresenta il territorio turisticamente e non solo, e chi le società di produzione, per poi presentare una casistica internazionale che offre spunti interessanti per eventuali progetti da avviare e politiche da adottare nel nostro Paese. Una delle parti centrali del lavoro descrive e riporta i risultati della ‘web survey‘ (inchiesta sul web) condotta per indagare ruolo e capacità dei film di elevarsi a veri driver del processo di scelta e acquisto di una vacanza. I risultati di questa indagine, condotta su un campione di circa 900 individui, hanno permesso di evidenziare come, a oggi, quattro soggetti su cinque affermano di provare almeno qualche volta il desiderio di visitare i luoghi visti in un film, mentre poco più di uno su cinque dichiari di farsi influenzare costantemente dal cinema nelle scelte di consumo turistico.

Il secondo studio, del 2010, invece, apporta un’interessante riflessione al dibattito sulle ragioni per le quali in Italia, nonostante si sia, da tempo, ben coscienti delle potenzialità del binomio cinema-turismo, non si siano raggiunti ancora risultati significativi. In primis, vanno esaminate e comprese le competenze e gli ambiti specifici d’intervento dei principali soggetti in gioco: le produzioni audiovisive, le Film commission e le Dmo (Destination management organization), le organizzazioni, cioè, incaricate di gestire e promuovere turisticamente una destinazione, un territorio. Non basta realizzare movie map e individuare e segnalare in loco i luoghi nei quali uno o più film sono stati girati o possono essere girati, per ambire alla conquista di nuovi flussi di visitatori. Bisogna lavorare in modo sinergico e strategico sul film tourism. Bisogna comprendere i vantaggi immediati per un territorio dati dall’ospitare produzioni, ma anche gli effetti nel medio-lungo termine su immagine, promozione, flussi turistici, ricadute economiche e occupazionali, capire le nuove motivazioni di vacanza e, soprattutto, non dare mai per scontate le ricadute. In poche parole, i turisti vanno orientati, non solo attirati. E i tre soggetti citati devono avere uno stretto rapporto fra di loro, relazioni continue e costruttive, perché tutte sono normalmente coinvolte nella promozione turistica, nella produzione audiovisiva, o possono avere interessi diffusi e trasversali, ma ogni soggetto ha, per sua natura, uno scopo diverso. Le Dmo, in particolare, indipendentemente da struttura e forma, dovrebbero, senza voler sollevare le Film commission dal presidiare tale aspetto, essere più ricettive e sensibili al fenomeno. Dovrebbero, ad esempio, porsi una serie di domande, in un’azione di raccordo, costante e fattiva con le stesse commissioni, quali: cosa si è fatto o si fa, per creare e diffondere una notizia? Come si è operato, o non operato, per creare le condizioni per una promozione puntuale ed efficace legata al binomio cinema-turismo? Quanto si è investito per fare in modo che una domanda potenzialmente interessata trovasse facilmente informazioni sul luogo visto in un film? Quale pensiero strategico c’è alla base? Dalla risposta a queste e altre domande dovrebbe nascere un orientamento strategico e una conseguente politica operativa capaci di assicurare i risultati ricercati. Lo studio porta alcuni esempi di produzioni che non sono state seguite da azioni adeguate al suo successo e ruolo per il territorio dove era stato girato, il caso diLetters to Juliet“, una produzione dal budget milionario con attori importanti e incassi da record, girato tra New York, Siena, Verona e Soave, con attenzione particolare a Verona, visibile nel film e anche nel trailer. Amministratori e operatori locali avevano fatto qualcosa: il 3 maggio 2010 era stata proiettata la prima visione italiana al Teatro Filarmonico di Verona, con la presenza di tutto il cast, la stampa (generalista) era stata invitata alla serata e, durante un fine settimana, molti giornalisti erano stati accompagnati in tour a Verona. Era stato indetto un concorso in associazione con riviste britanniche che metteva in palio alcuni pacchetti per arrivare e visitare Verona, l’assessorato al Turismo della città aveva acquistato spazi per poter aggiungere contenuti di natura turistica sul sito del film. Eppure dall’assessorato stesso avevano fatto sapere che non vi erano in programma altre iniziative di promozione turistica associate al film, né altri progetti simili. L’idea restava quella che il film stesso fosse lo strumento promozionale migliore per attrarre i turisti, non si notava abbastanza che, in assenza di una promozione mirata, di un “accompagnamento” dello spettatore-potenziale turista nel processo che può portarlo all’acquisto di una vacanza, saranno ben pochi i frutti da raccogliere. L’ufficio del turismo di Verona, ad esempio, all’inizio della stagione estiva non era in grado di segnalare alcuna forma concreta di fruizione del territorio ispirata al film. Lo studio parla dunque anche, e soprattutto, di questo.

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Locandina della fiction ‘Un passo dal cielo’

In questo, credo, sia stata particolarmente efficiente la Regione Trentino-Alto Adige, che ha fatto della Guardia forestale e dei luoghi incantati dove si gira la fortunata fictionUn passo dal cielo”, un autentico marchio turistico di qualità. Vedete i siti web dell’ufficio turismo dell’Alta Pusteria e capirete di cosa parlo (per fare solo alcun esempi) [vedi] [vedi]; [vedi];[vedi].

Il cambiamento e i risultati veri arriveranno, dunque, solo con strategie e idee chiare. In forte sinergia tra gli attori coinvolti. Per uno stesso fine, per uno stesso successo. Accompagnare, orientare, seguire, indirizzare. Insomma, prendersi cura del turista potenziale, dall’inizio alla fine. Perché un film si guarda e il luogo dove è girato non si dimentica. Se poi lì si trovano anche accoglienza, amicizia e cura, ci si ritorna. Il vero viaggiatore è quello che torna, perché cosi facendo si sente un po’ a casa.

arnoldo foà - ferrara - nascita - anniversario

LA PROPOSTA
In memoria di Arnoldo Foà. E di Florestano Vancini

Dedicare ad Arnoldo Foà la sala della Musica, nel complesso monumentale del chiostro di san Paolo. “Potrebbe essere una buona idea”, riconosce il vicesindaco con delega alla Cultura, Massimo Maisto. Foà era attore, ma anche uomo di impegno civile. E la sala della Musica si è qualificata in questi anni come pubblico spazio di intervento e di confronto. Quindi un vero palcoscenico cittadino, al quale il nome dell’artista ferrarese si potrebbe opportunamente associare.
Foà, attore, regista, scrittore, doppiatore, avrebbe oggi 99 anni. Nato a Ferrara da una famiglia di origine ebraica è stato per questo vittima di discriminazioni razziali in epoca fascista.
Ha recitato a teatro sotto la regia di Visconti, Ronconi, Strehler; al cinema con Blasetti, Welles, Damiani, Scola; alla radio e in tv (celebre la sua interpretazione del Corsaro Nero). Inconfondibile il suo timbro di voce, impagabile l’espressività, il suo sarcasmo e il fine umorismo. Nel 1994, dopo la vittoria di Berlusconi alla elezioni, emigra: “Non sono mai stato comunista – dichiarò alla Stampa – ma mi esiliai alle Seychelles quando ho rivisto i fascisti al governo”. Quattro mogli, quattro figlie, ha vissuto un’esistenza piena.
Il mese scorso, con tutti gli onori, si è celebrato l’anniversario della scomparsa di Claudio Abbado, cui la città di Ferrara ha intestato il proprio teatro. Di Arnoldo Foà, le cui ricorrenze (99 dalla nascita, uno dalla scomparsa) sono entrambe in gennaio, ci si è dimenticati e quelle date sono scivolate nel sostanziale silenzio (Ferraraitalia ha dedicato a Foà il proprio immaginario del 22 gennaio, vedi qua).
“Ho di recente incontrato la vedova di Foà – riferisce Maisto – che mi ha comunicato l’intenzione della famiglia di ricordare l’attore con una mostra itinerante che nel 2016 dovrebbe essere allestita a Roma, Firenze e Ferrara. Hanno foto, locandine, video, reperti sonori, insomma tutto quel che serve per onorare degnamente una figura importante come la sua. Ma ho presente anche un altro grande ferrarese cui è doveroso che la città riservi il proprio tributo. Parlo di Florestano Vancini (il celebre regista scomparso nel 2008 a 82 anni, ndr). Strade significativa da dedicare ormai non ce ne sono più. Quindi bisognerà individuare un luogo o un degno contenitore culturale. Credo che nel 2016, in concomitanza con la mostra per Foà che si sta cercando di realizzare, dovremmo trovare il modo di rendere omaggio a entrambi”.

LA STORIA
“Giriamo il mondo gratis. E ora vogliamo produrre i nostri video”

Girano il mondo gratis e realizzano video in ogni luogo che visitano. Non il vecchio e trito filmino delle vacanze, ma accattivanti e freschi reportage. Intervistano, mostrano, spiegano. Raccontano e si raccontano. Il loro sogno è fare di un hobby il loro lavoro. Film-maker di fatto lo sono già. Ma cercano un riconoscimento professionale. E un’opportunità.

Loro sono Anna Luciani e Simone Chiesa. “Esploriamo il mondo utilizzando il Couchsurfing, un social network – spiegano – che mette in relazione viaggiatori e persone che offrono gratuitamente ospitalità a casa propria con l’obiettivo condiviso di realizzare un vero e proprio scambio culturale”.
Avviato come progetto no-profit, CouchSurfing ha la sua base operativa a San Francisco. Il sito è gratuito per gli utenti che sono incoraggiati a fornire informazioni e foto dei luoghi visitati e trae guadagno dagli investitori.
“Couchsurfing.org è appunto un particolare social network nato nel 2004 per permettere ai viaggiatori di tutto il mondo di incontrare persone disposte ad ospitarli gratis. Questa pratica da luogo a un vero e proprio scambio culturale che arricchisce tutti: chi viaggia scopre il luogo visitato da un punto di vista meno turistico e più autentico, mentre chi ospita ha la possibilità di conoscere persone e culture diverse senza doversi muovere da casa propria”.
Ad oggi il Couchsurfing è praticato in più di 120mila città in tutto il mondo e conta circa 9 milioni di iscritti.
“Le affinità tra i “couch” – così ci si chiama abbreviandosi tra couchsurfers – vengono garantite attraverso gli strumenti del portale. Ogni utente ha un proprio profilo in cui compaiono informazioni generali e personali (interessi, sport e hobby, passioni, aspetti del carattere eccetera), foto e soprattutto recensioni ricevute dagli altri utenti (compagni di viaggio o ospiti). I feedback sul profilo costituiscono una ‘carta di identità’ fondamentale per selezionare a chi mandare le richieste di ospitalità o scegliere chi ospitare, creando una fiducia reciproca reale a partire dall’analisi delle esperienze già vissute con gli altri membri della comunità.

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Anna Luciani
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Simone Chiesa

“Viaggiando – dicono – abbiamo messo a frutto la nostra passione e le nostre competenze (l’esperto è Simone, ndr) nel campo della produzione video. Abbiamo realizzato un gran numero di episodi, raccolti in 15 puntate da 52 minuti ciascuna oppure in tante pillole più brevi. Quella che consideriamo ‘prima stagione’ è stata girata in Brasile, Uruguay e Argentina nel 2014. ‘Couchsurfers’ è il titolo che abbiamo scelto per il nostro programma, che propone uno stile di viaggio alternativo, giovane, divertente e dinamico che racconta luoghi, persone, curiosità e aspetti singolari delle più interessanti località nel mondo, servendosi della guida privilegiata e della visione interna dei locals”.

Vi siete ispirati ad altri programmi già in onda?
Girano molte cose. “Racconti dalle megalopoli” trasmesso da LaEffe e “Posso venire a dormire da voi” di Rai 5 sono i nostri riferimenti.

Cosa volete mostrare attraverso le vostre immagini?
L’obiettivo del programma è quello di raccontare i luoghi visitati, le persone e i vari aspetti delle diverse culture viaggiando in stile ‘Globetrotter’ a basso costo, zaino in spalla, in un’atmosfera autentica e genuina, valorizzando sia gli incontri e gli eventi casuali sia quelli programmati con persone o situazioni di particolare interesse, filmando spesso in soggettiva e in modo discreto, creando dinamiche informali e divertenti ma allo stesso tempo interessanti e informative.

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Simone Chiesa e Anna Luciani, ideatori di Couchsurfers programma tv di viaggio

Come siete organizzati nel vostro lavoro?
La troupe non è costituita dal classico binomio presentatore-operatore, bensì da due film-makers che sono al tempo stesso i protagonisti dell’avventura, permettendo in questo modo di creare dinamiche sociali intime e spontanee e facilitando l’immedesimazione dello spettatore che si sente coinvolto e partecipe.

Il prodotto finale che caratteristiche assume?
I video vengono presentati come diari di viaggio che i due protagonisti mostrano agli amici durante un aperitivo in casa commentando l’avventura, scherzando, ironizzando, riflettendo sulle esperienze vissute. Questa tecnica è simile a quella utilizzata in “Gazebo”, il celebre programma di Rai 3.
Lo stile è fresco, giovane, con una buona dose di umorismo ma usato in modo intelligente, non superficiale e non banale. Si cerca di fare vivere allo spettatore le stesse cose che accadono realmente facendo couchsurfing e viaggiando zaino in spalla per il mondo, senza filtri, senza censure e senza artifizi.

Avete già pronta una prima serie di puntate, giusto?
Sì, sono 15, ambientate in Sudamerica e sono state registrate tra febbraio e luglio 2014. E’ stato scelto il Brasile particolarmente vivace per la concomitanza dei mondiali di calcio 2014 e prossimo teatro di un altro evento di dimensione mondiale: le Olimpiadi 2016.

E come intendente in seguito sviluppare il format?
L’idea è quella di realizzare un progetto cross-media che si integri con il portale già esistente couchsurfing.org, invitando gli utenti di tutto il mondo a proporre e proporsi per partecipare al programma. Si possono anche creare tre o quattro troupe di viaggiatori diversi, in modo tale da coprire contemporaneamente luoghi anche molto distanti tra loro e creare un programma più lungo e più vario.

Insomma non resta che augurar loro di rivederli presto in tv…


Simone Chiesa
, originario del Lago di Garda, è un filmmaker di 33 anni che ha realizzato in 8 anni di attività circa 200 prodotti audiovisivi, tra cui 6 documentari d’autore andati in onda in prima serata su DeejayTV e numerosissimi episodi di “Icarus – La ricerca del limite” in onda tutti i giorni su Sky Sport. Ha viaggiato in più di 24 Paesi nel mondo e vissuto in alcuni di questi anche per periodi prolungati. Parla fluentemente 6 lingue.

Anna Luciani, sua compagna in viaggio e nella vita, nata a Comacchio, è un noto architetto urbanista con l’hobby della fotografia. La sua passione sono sempre stati i viaggi e parla fluentemente inglese, spagnolo, francese e portoghese.

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