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Cina e USA tra Big Tech e Sociale
Analisi delle differenze

Nell’ultimo anno stiamo assistendo ad un tentativo di ridimensionamento dello strapotere delle big tech cinesi ad opera di Xi Jinping. In realtà qualcosa di più di un semplice tentativo, esempio ne è la donazione da parte di Alibaba di 100 miliardi di yuan (15,5 miliardi di euro) ai programmi sociali ed economici del Partito Comunista.

Era successo anche a Pinduoduo, che aveva donato 1,5 miliardi di dollari, e a Tencent che da aprile ha annunciato donazioni complessive di 15 miliardi per un programma dedicato al “bene comune”.

Precedentemente sempre Alibaba di Jack Ma, a luglio di quest’anno, aveva donato altri 23 milioni di dollari all’Henan, la regione della Cina centrale colpita da un’alluvione.

Un susseguirsi di donazioni apparentemente spontanee ma che nei fatti seguono le richieste dell’apparato comunista cinese e, come notano e fanno notare gli analisti finanziari tra cui quelli di Mf – Milano Finanza, “il presidente Xi Jinping … pretende collaborazione dai Cresi del tech per la redistribuzione della ricchezza e, considerate le recenti ingerenze governative, le aziende stanno rispondendo all’appello.”

Ma per capire quello che sta succedendo bisogna fare qualche passo indietro ed arrivare fino al 1979, quando la Cina ristabilì le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e Deng Xiaoping divenne il primo leader supremo di quel Paese a visitare gli Usa. Una lunga visita di nove giorni, iniziata il 28 Gennaio 1979, nel corso della quale vi furono tanti incontri tra Deng e il Presidente statunitense Jimmy Carter.

La storica visita ruppe il ghiaccio delle relazioni Cina-Usa, e portò alla firma di accordi di cooperazione in materia di tecnologia, cultura, istruzione e agricoltura. Lo scopo di Deng era far uscire la Cina dalle esperienze traumatiche imposte da Mao Zedong copiando il modello capitalista americano senza perdere l’impronta asiatica.

Deng divenne così il pioniere della riforma economica e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”, teoria che segnava la transizione dall’economia pianificata a un’economia aperta al mercato, con la supervisione dello stato nelle sue prospettive macroeconomiche.

Da quel momento iniziò la grande corsa del pil cinese e Pechino si accreditò sempre di più agli occhi degli occidentali fino ad essere accettata nel Wto (World Trade Organization) nel 2001. Ma già allora il capitalismo cinese assomigliava sempre meno a quello americano e più a quello delle “tigri asiatiche”, cioè Taiwan, Corea del Sud, Singapore e Hong Kong cioè iniziativa privata con la presenza discreta (eufemismo) dello stato, che mantiene quote di partecipazione nelle grandi aziende e controlla le banche e gli interessi strategici.

Le concessioni alle leggi di mercato avevano un fine politico, funzionale agli scopi prefissati e non ideologiche, quindi le leve del potere non sono mai state cedute, solo messe da parte per il tempo ritenuto necessario. E per Xi Jinping il tempo di tirarle fuori e mostrare alla finanza cinese, ma anche al mondo, chi comanda davvero è arrivato, anche perché le big tech stavano oltrepassando il limite accettabile dalla nomenclatura.

Grazie a questo sistema la Cina ha ottenuto un successo dietro l’altro, fino a diventare la seconda potenza economica mondiale, tantissime persone sono uscite dalla povertà estrema (anche se con qualche trucco contabile) e Xi è arrivato a dire in un suo discorso a febbraio di quest’anno che in Cina “la povertà estrema è stata sconfitta”, intestandosi ovviamente il successo. Sembra che solo Di Maio sia riuscito in occidente nella stessa impresa!

Ma raggiunti i risultati, è tempo di tirare i remi in barca, in questo caso i remi sono le big tech e in primis Jack Ma a cui è richiesto il ritorno nei ranghi con il pretesto che tecnologica e protezione dei dati devono avere un ruolo nello sviluppo equo delle comunità, quindi non può essere un privato a detenerne il monopolio.

L’Occidente magari si scandalizza, abituata a un liberismo protetto per legge da schiere di avvocati, ma un po’ d’invidia in fondo c’è, visti i tanti grattacapi che le multinazionali ci danno in termini di trasparenza e ricorso ai paradisi fiscali.

Trump aveva provato a opporre qualche resistenza ma era stato subito ridimensionato. L’America non è la Cina, ci sono le elezioni, c’è la libertà, l’opinione pubblica manipolabile dai giornali manipolabili a loro volta dalle stesse big tech, e quindi capitolò e addirittura fu estromesso, come si ricorderà, da alcuni social. Il potere economico e lo stuolo di avvocati a sua difesa vince sul potere politico che lo ha creato.

Jo Biden è stato a guardare e quando è stato il momento ha seguito il coro di critiche a Trump comprendendo però che alcune delle lotte dei repubblicani avevano un senso. Motivo per cui ha lasciato in piedi tutti i dazi a carico della Cina, indugiando su quelli all’Europa, in funzione antiglobalista e di protezione del welfare interno, dei lavoratori e delle merci americane (quasi fosse un Trump qualsiasi).

Ovviamente senza troppo sbandierare le intenzioni per non turbare la sinistra mondiale (il baluardo della finanza costruito da Clinton fino a Obama) sembra proprio che anche lui sia intenzionato a ridimensionare il “libero mercato”. Ha assunto come assistente al National Security Council Jake Sullivan per ricostruire l’economia americana su basi meno liberiste e più protezioniste promuovendo lo slogan “Buy american”.

Un’altra mossa interessante è stata la nomina della giovanissima Lina Khan, una donna sempre all’attacco delle big tech alla Federal Trade Commission (Ftc, antitrust americano), proprio con lo scopo di portare più stato nelle grandi imprese. Un po’ di quel controllo statale cinese che Biden vorrebbe per gli Stati Uniti.

Di questi giorni è la nuova misura economica che immette nell’economia ulteriori 1.750 miliardi di dollari, un’iniezione di soldi per far ripartire i consumi proprio come aveva fatto la Cina immediatamente dopo la grandi crisi del 2008 e come ha fatto già dall’anno della pandemia, il che le ha permesso di superare immediatamente le difficoltà causate dalla pandemia. Il “Build back better framework” di Biden guarda alla classe media, alla scuola a partire dall’asilo, la cura dei disabili e in generale gli aiuti ai caregiver, le agevolazioni per il passaggio a energie rinnovabili e il rafforzamento dell’assistenza sanitaria. In particolare, vi figura la scuola materna gratuita per tutti i bambini di 3 e 4 anni, portando a circa 20 milioni il numero di bambini con accesso ai servizi di assistenza all’infanzia di alta qualità e a prezzi accessibili.

Non a tutti potrebbe piacere questo modo di fare, questo tentativo di imbrigliare le big tech e grandi spese per ambiente, cosa che la Cina sta facendo da tempo, e sociale. Biden sta operando in velocità perché sa che il suo orizzonte temporale è ben diverso da quello di Xi, dura solo due anni e già nelle elezioni di medio termine la sua maggioranza potrebbe cambiare, sullo sfondo di grandi lacerazioni interne tra cui quelli di movimenti come Black Lives Matter che tende a descrivere l’America agli stessi americani come un paese di razzisti incalliti che devono fare ammenda e scontare il peccato originale dell’imperialismo. Un paese diviso e in preda a isterismi continui che hanno portato persino all’abbattimento di statue per riscrivere il passato, metodi a metà tra talebani e 1984 (il libro di George Orwell). Una realtà di divisione e conflitti che per ora crea seri problemi interni ma sembra non fiaccare ancora la proiezione di potenza esterna.

Ma prima o poi l’America potrebbe crollare su stessa e sulle sue contraddizioni mentre la Cina all’interno è forte e questo le permette di perseguire i suoi scopi di politica estera senza contraccolpi. Noi non siamo pronti ad un futuro cinese e quindi dobbiamo sperare che l’Europa sappia trovare una terza via, staccarsi quanto basta dall’egemonia e dal caos americano, evitando ad esempio di impelagarci nelle future guerre nell’indo-pacifico dove già sono accorsi gli inglesi in funzione anti Cina, e tornare ad occuparci di Mediterraneo e del cortile di casa nostra. Ovviamente facendo attenzione a non cadere nelle lusinghe del mercato economico cinese, come ad un certo punto sembravano voler fare alcuni “portavoce” del passato governo Conte.

“Pensare positivo” per Trump

Nel 2016, Oxford Dictionaries proclamò post-truth (“post-verità”) parola dell’anno; il termine infatti ebbe un boom a causa soprattutto di due eventi di quell’anno: la Brexit e le elezioni presidenziali statunitensi, che hanno visto Trump come vincitore. Oxford Dictionaries definisce “post-verità” in questo modo: «relazione o denotazione di circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto agli appelli all’emotività e al credo personale».
Secondo il sito di fact-checking Politifact, il 70% delle dichiarazioni di Trump in periodo elettorale è da ritenersi parzialmente o totalmente falso, e solo il 4% completamente vero. Trump ha spesso attaccato gli esperti, aderito a teorie del complotto e sostenuto tesi antiscientifiche. In un’intervista per il Time afferma: «ho predetto molte cose che hanno richiesto un po’ di tempo. […] Sono una persona molto istintiva, ma il mio istinto si rivela essere giusto». Sembra dire che il suo credere in qualcosa in qualche modo lo renda vero. E se afferma qualcosa di falso, cercherà un modo per confermare che esso sia vero.
Come durante un comizio dell’11 febbraio 2017: Trump fece un oscuro riferimento a «quello che è successo ieri in Svezia». Il popolo svedese rimase perplesso poiché, per quanto si sapeva, non era accaduto nulla. Poi si scoprì che Trump si riferiva ad una storia che aveva visto su Fox News sugli immigrati in Svezia, ma di fatto non era accaduto nessun incidente. Due giorni dopo la sua dichiarazione, forse come risultato dell’amplificazione di Trump della questione, scoppiarono delle rivolte in un quartiere di immigrati a Stoccolma. Nell’intervista al Time, Trump si prende il merito di aver avuto ragione: «Svezia. Faccio la dichiarazione, tutti danno di matto. Il giorno dopo hanno una rivolta massiccia, morte e problemi. […] Un giorno più tardi hanno avuto un tumulto terribile, terribile in Svezia, e si è visto cosa è successo». Ma ciò non significa che aveva ragione. La sommossa non era stata “ieri sera”, non era massiccia e non c’erano stati morti; ma secondo il presidente era «esattamente ciò di cui stavo parlando, avevo ragione su questo».
Questa fiducia nei propri poteri e capacità potrebbe essere ricondotta al suo interesse per una complessa filosofia conosciuta come New thought, Mental Science o “potere del pensiero positivo”. Il mentore di Trump è stato infatti l’uomo che ha reso popolare il “pensiero positivo”, ovvero il reverendo Norman Vincent Peale. Pubblicato per la prima volta nel 1952, il suo libro The Power of Positive Thinking riscosse un grande successo grazie ai suoi racconti su come ottenere il meglio dalla vita, ed è ancora oggi un caposaldo nel settore del self-help. Già da bambino, negli anni Cinquanta, Trump iniziò a frequentare i sermoni di Peale; è stato infatti per più di cinquant’anni un volto familiare nella comunità del Marble Collegiate Church di New York, di cui Peale era il pastore. Questa chiesa era un luogo di culto, ma anche una vetrina per gli imprenditori, l’alta società, i politici e la famiglia Trump.
Secondo Peale, è possibile raggiungere sia il successo spirituale sia quello materiale. Egli condensò gli insegnamenti del New thought in una semplice formula; oltre alla regola generale che prevedeva di tenere sempre a mente pensieri buoni, sani e orientati al successo, propose anche una strategia precisa composta da tre passaggi: “Preghierizzare”, “Visualizzare” e “Realizzare”. Per il reverendo, “Preghierizzare” significa avere costantemente in mente il problema e discuterne con Dio durante tutta la giornata. “Visualizzare” significa farsi un’immagine mentale del risultato desiderato, così da farlo sprofondare nell’inconscio e raggiungere la “Presenza” di Dio; visualizzare qualcosa di palesemente impossibile non serve, è di aiuto invece raffigurarsi qualcosa che Dio approverebbe. L’ultimo passaggio, “Realizzare”, avviene in maniera imperscrutabile; bisogna agire considerando ciò che hai affermato e visualizzato come vero: verrà da sé.
Trump apprese dal suo maestro il focalizzarsi sul successo e applicò a modo suo le lezioni ricevute. Senza modestia, ha sostenuto che Peale lo ritenesse «il suo miglior allievo di tutti i tempi». Il tycoon gli ha attribuito il merito di avergli insegnato a vincere pensando solo ai risultati migliori; come viene riportato nel libro Trump Revealed (Kranish e Fisher, 2016), egli afferma: «La mente è in grado di superare qualsiasi ostacolo. Non penso mai agli aspetti negativi».

“Pensare positivo” per Trump

Nel 2016, Oxford Dictionaries proclamò post-truth (“post-verità”) parola dell’anno; il termine infatti ebbe un boom a causa soprattutto di due eventi di quell’anno: la Brexit e le elezioni presidenziali statunitensi, che hanno visto Trump come vincitore. Oxford Dictionaries definisce “post-verità” in questo modo: «relazione o denotazione di circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto agli appelli all’emotività e al credo personale».
Secondo il sito di fact-checking Politifact, il 70% delle dichiarazioni di Trump in periodo elettorale è da ritenersi parzialmente o totalmente falso, e solo il 4% completamente vero. Trump ha spesso attaccato gli esperti, aderito a teorie del complotto e sostenuto tesi antiscientifiche. In un’intervista per il Time afferma: «ho predetto molte cose che hanno richiesto un po’ di tempo. […] Sono una persona molto istintiva, ma il mio istinto si rivela essere giusto». Sembra dire che il suo credere in qualcosa in qualche modo lo renda vero. E se afferma qualcosa di falso, cercherà un modo per confermare che esso sia vero.
Come durante un comizio dell’11 febbraio 2017: Trump fece un oscuro riferimento a «quello che è successo ieri in Svezia». Il popolo svedese rimase perplesso poiché, per quanto si sapeva, non era accaduto nulla. Poi si scoprì che Trump si riferiva ad una storia che aveva visto su Fox News sugli immigrati in Svezia, ma di fatto non era accaduto nessun incidente. Due giorni dopo la sua dichiarazione, forse come risultato dell’amplificazione di Trump della questione, scoppiarono delle rivolte in un quartiere di immigrati a Stoccolma. Nell’intervista al Time, Trump si prende il merito di aver avuto ragione: «Svezia. Faccio la dichiarazione, tutti danno di matto. Il giorno dopo hanno una rivolta massiccia, morte e problemi. […] Un giorno più tardi hanno avuto un tumulto terribile, terribile in Svezia, e si è visto cosa è successo». Ma ciò non significa che aveva ragione. La sommossa non era stata “ieri sera”, non era massiccia e non c’erano stati morti; ma secondo il presidente era «esattamente ciò di cui stavo parlando, avevo ragione su questo».
Questa fiducia nei propri poteri e capacità potrebbe essere ricondotta al suo interesse per una complessa filosofia conosciuta come New thought, Mental Science o “potere del pensiero positivo”. Il mentore di Trump è stato infatti l’uomo che ha reso popolare il “pensiero positivo”, ovvero il reverendo Norman Vincent Peale. Pubblicato per la prima volta nel 1952, il suo libro The Power of Positive Thinking riscosse un grande successo grazie ai suoi racconti su come ottenere il meglio dalla vita, ed è ancora oggi un caposaldo nel settore del self-help. Già da bambino, negli anni Cinquanta, Trump iniziò a frequentare i sermoni di Peale; è stato infatti per più di cinquant’anni un volto familiare nella comunità del Marble Collegiate Church di New York, di cui Peale era il pastore. Questa chiesa era un luogo di culto, ma anche una vetrina per gli imprenditori, l’alta società, i politici e la famiglia Trump.
Secondo Peale, è possibile raggiungere sia il successo spirituale sia quello materiale. Egli condensò gli insegnamenti del New thought in una semplice formula; oltre alla regola generale che prevedeva di tenere sempre a mente pensieri buoni, sani e orientati al successo, propose anche una strategia precisa composta da tre passaggi: “Preghierizzare”, “Visualizzare” e “Realizzare”. Per il reverendo, “Preghierizzare” significa avere costantemente in mente il problema e discuterne con Dio durante tutta la giornata. “Visualizzare” significa farsi un’immagine mentale del risultato desiderato, così da farlo sprofondare nell’inconscio e raggiungere la “Presenza” di Dio; visualizzare qualcosa di palesemente impossibile non serve, è di aiuto invece raffigurarsi qualcosa che Dio approverebbe. L’ultimo passaggio, “Realizzare”, avviene in maniera imperscrutabile; bisogna agire considerando ciò che hai affermato e visualizzato come vero: verrà da sé.
Trump apprese dal suo maestro il focalizzarsi sul successo e applicò a modo suo le lezioni ricevute. Senza modestia, ha sostenuto che Peale lo ritenesse «il suo miglior allievo di tutti i tempi». Il tycoon gli ha attribuito il merito di avergli insegnato a vincere pensando solo ai risultati migliori; come viene riportato nel libro Trump Revealed (Kranish e Fisher, 2016), egli afferma: «La mente è in grado di superare qualsiasi ostacolo. Non penso mai agli aspetti negativi».

BUFALE & BUGIE Fake news di Trump, o fake news su Trump?

Non è mai terminata la campagna denigratoria contro Donald Trump iniziata oramai in vista delle elezioni statunitensi del 2016, è anzi sempre più accesa e mistificatoria in questi ultimi mesi. Per evitare di assistere a una riconferma del presidente concentrato sulla federazione che governa, si arriva spesso a negare la stessa evidenza dei fatti.

Sul carrozzone della disinformazione si vedono salire anche testate pronte a evadere dal proprio campo di attività pur di sposare un ideale più alto. E’ il caso de Il Sole 24 Ore, specializzato in economia, che il 6 agosto scorso si è avventurato in considerazioni scientifiche: “Facebook rimuove e Twitter blocca video di Trump con false informazioni sul virus”. La notizia, in questo caso, è l’azione portata avanti dai due colossi della comunicazione, ma il giornalista Riccardo Barlaam – i cui argomenti di interesse sono l’economia, la finanza e la politica internazionale, e gli Stati Uniti – ha deciso autonomamente che i materiali incriminati contenessero informazioni errate sull’agente microbico. Di più, perché la teoria del corrispondente è illustrata nel sommario, secondo il quale “il fatto che i bambini sarebbero immuni dal coronavirus” è una “tesi senza fondamento scientifico”. Non si sta parlando, tuttavia, né di una tesi personale né di una posizione controversa, ma dei risultati raccolti nei numerosi mesi toccati dalla diffusione del SarsCov-2: secondo la letteratura scientifica attuale [vedi qui], gli individui con età inferiore ai diciotto anni, in condizioni di normalità, sono praticamente incolumi rispetto alla Covid-19, e pertanto non contribuiscono quasi in alcun modo al contagio, non possedendo abbastanza carica virale. La chiusura dell’articolo, inoltre, marca l’accento sui mancati interventi del passato rispetto a due affermazioni false che avrebbero visto il presidente americano come protagonista. Si tira in ballo il presunto suggerimento alla popolazione di ingerire candeggina contro la malattia, ma ciò non è mai avvenuto, nonostante l’avvenimento sia presentato senza alcuna ombra di dubbio. Per di più, si aggiunge la dichiarazione secondo cui l’esposizione alle luci ultraviolette sia in grado di contrastare il virus in questione; ebbene, anche stavolta non si tratta di una strana convinzione appartenente a una minoranza, ma di una scoperta scientifica nota e acclarata da diverso tempo.

Se anche le linee editoriali condotte dalla maggior parte dei media non combaciano esattamente con le politiche di un esponente al governo, l’inganno e la falsificazione dei dati scientifici condivisi a livello internazionale non dovrebbero in alcun caso essere consentite. Donald Trump si appropria di evidenze scientifiche utili alla propria agenda? Libero di farlo, ma questo non comporta la libertà che si arrogano i mezzi di informazione nel confondere le carte in tavola e comunicare visioni prive di fondamenta al pubblico lettore.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

Il futuro non è scritto ma sa già un bel po’ di fritto

C’è una domanda che ronza in giro ormai da un po’: è possibile che ormai, in questi anni ’20 appena iniziati, gli Stati Uniti d’America stiano andando definitivamente a rotoli?
Le risposte sono poche ma le domande sono effettivamente moltissime.
Trump verrà forse rieletto a novembre per un altro spumeggiante mandato da presidente?
Come si può pensare di sfidare la personificazione dell’assurdo più inspiegabile candidandogli contro uno sfidante che si chiama quasi Joe Bidet?
Kanye West correrà per davvero pure lui per le presidenziali o è questa sua recente boutade, un’altra delle sue infinite boutade?
Queste sono sole le prime domande che ci possiamo fare osservando “il Paese leader del Mondo Libero” dopo 4 anni di presidenza Trump, una pandemia ancora in corso e i soliti cronici “problemi sociali” che “la più grande democrazia del mondo” sembra non aver mai avuto intenzione di risolvere per davvero.
Se mi faccio queste domande mi balenano nel cervello il passato remoto di un Ronald Reagan, il passato un po’ più prossimo di George W. Bush, l’imperfetto di Donald Trump e un futuro che non è scritto ma sa già un bel po’ di fritto (cit.).
Collegando questi tre puntini, devo dire che una rielezione di Trump non mi pare così improbabile.
E se una rielezione di Trump può sembrare fattibile, devo ammettere che anche la candidatura dell’autoproclamatosi “rapper-genio-gesùcristointerra” Kanye West possa sembrare non troppo assurda o almeno: assurda uguale all’ipotesi del Trump 2.
In fondo stiamo parlando di un paese in cui sugli specchietti delle macchine bisogna scrivere una frase che avverte sulle reali dimensioni di ciò che si vede nei poco fa citati specchietti delle poco fa citate macchine.
Che dire?
Che fare?
Niente, sono tempi davvero esaltanti in cui vivere addentrandoci sempre più in qualcosa che somiglia per davvero all’Apocalisse di cui un tempo si parlava con una leggera ironia.
L’importante è non perdere la passione, la forza della lucidità e – soprattutto – quel sano spirito che consente di scrutare nell’abisso per poi scatarrarci dentro, tenendosi ben pronti in caso nel caso in cui le cose, come fortunatamente avvenne in passato, possano volgere anche solo per un breve attimo “a favore” di noi comuni mortali comunemente a rimorchi di chi ormai da secoli ci rimorchia nel suddetto abisso.
Buona settimana.

The Voice of America/Damage is done (Cabaret Voltaire, 1980)

DIARIO IN PUBBLICO
Memorie, vita ed occasioni

Mentre mi appresto a partire per vedere mostre: Freud e Bacon, Frida Kahlo, Canova, continuano come in un meraviglioso caleidoscopio i contatti tra vita e opere, tra arte e incontri umani. Così vedendo il magnifico Pinocchio di Matteo Garrone ricordo la lunga collaborazione con Roberto Benigni a Firenze: lui che leggeva Dante nella piazza di Santa Croce, io che lo insegnavo a centinaia di studenti in Facoltà. E il suo carisma divenne tale da sostituire la comprensione totale del poema per gli studenti che seccamente mi opponevano al tentativo di indurli a spiegare un verso o in canto della Commedia il loro aver assistito alla lettura di Roberto in piazza. Mi lamentavo un po’ ai pranzi organizzati da Daniele Olschki nella trattoria vicino a Piazza della Signoria ma Benigni rispondeva con un abbraccio mentre sorrideva malizioso a vedere la nostra presentazione in un importante convegno a Palazzo Vecchio dove il mio cartellino era finito sotto la figura dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi e il suo sotto la mia faccia compiaciuta (vedi foto).

Quella foto ha girato per tutto il gruppo degli amici i quali sapevano dei non idilliaci rapporti che intrattenevo col sindaco M.R. Ora la rilettura del libro meraviglioso di Collodi e la scoperta mai testimoniata nei film (quello di Comencini e quello di Garrone) dell’impressionante rapporto tra la parrucca di Geppetto color ‘polendina’ e quello dei due mattatori americano e inglese che esibiscono una uguale parrucca polendina senza avere la qualità umana e morale e politica del nostro Geppetto. Sicuramente la scarruffata polendina che esibisce Johnson è più vicina a quella che maestro Ciliegia si trova in bocca dopo essersi azzuffato con Geppetto ed è adattissima da esibire per concludere la Brexit. Quella di Trump è più azzimata e ben s’attaglia al padrone delle Americhe che liscia la sua polendina per far gli occhi dolci ai cinesi.

Ma l’incontro più straordinario si è svolto quando, appena edito, m’impossesso di un racconto di Virginia Woolf pubblicato da Feltrinelli, Flush. Biografia di un cane con le illustrazioni di Iratxe López de Munáin provocando la delusione dell’amico Fiorenzo Baratelli che già l’aveva acquistato per regalarlo a mia moglie e a me. Certo mi provoca strizzoni sentimentali tremendi. Flush, lo sciacquone, è il cane di Elisabeth Barrett che sposerà il poeta Robert Browning. E’ uno spaniel come la mia Lilla che non c’è più, di pelo rosso a differenza della mia pezzata bianco e rosso. Un cane nobile di cui la meravigliosa Woolf racconta la vita e il suo rapporto con Elisabeth e Robert.
E allora ecco i ricordi di Bellosguardo nei 25 anni trascorsi là nel paesaggio più bello del mondo dove un viale univa il giardino della mia madre adottiva a quello della nobile amica di Vita Sackwille-West, la cosiddettà ‘bastarda’ reale, Violet, raccontata da Alvar González-Palacios a cui nella grazia e nell’amore successe Virginia. E basti rileggere di Vita il bellissimo Legami (il Saggiatore, 2006) pubblicato dal figlio Nigel Nicolson avuto dal marito Sir Harold Nicolson. La Barrett poi che passeggia nel chiostro della mia Facoltà in via del Parione ricalcando gli stessi luoghi dove mi sono formato o che compone le sue opere a Casa Guidi tra via Maggio e via San Felice dove, scrive la Woolf, Flush trovò la felicità totale.
E nelle biografie dei pelosi stupendi non poteva mancare, di Edmondo Berselli, il romanzo Liù. Biografia morale di un cane (Mondadori 2009) sicuramente quello più vicino, quasi un clone, a Flush.
Ecco allora che la vita si rispecchia nell’arte e le occasioni si trasformano in racconti ma soprattutto in memorie per cui ringrazio ancora chi mi ha permesso di poter accumulare una così lunga serie di ricordi, tanti quanti i peli di Flush.

Politica e biologia: la logica del clan

Con questo ‘provocatorio’ intervento il nostro Jonatas Di Sabato si cimenta nell’analisi politica scardinando le ortodosse logiche interpretative. Confidiamo che lo stimolo induca altri a prendere parola e intervenire nel merito del dibattito relativo alle strategie comunicative che caratterizzano il panorama politico attuale

 

Nelle ultime settimane la scena mediatica è stata dominata dalle analisi post elettorali. La sconfitta della sinistra, a tutti i livelli, ha acceso una forte discussione che, nella maggior parte dei casi, porta però sempre verso risposte in qualche misura genericamente rassicuranti, del tipo “bisogna cambiare”. Ma cambiare come? La politica è molto simile a un sistema ecologico, con le sue nicchie occupate dalle varie ‘specie’ che possiamo chiamare partiti. Proprio come un organismo, un partito politico subisce evoluzioni, anche se, in questo campo, sembra che più che Darwin sia Lamarck ad avere la meglio: un partito viene modellato rispondendo agli stimoli che provengono dall’esterno, dal proprio elettorato. Anche la sinistra ha provato a farlo. Basti pensare a come, durante gli anni Settanta, parlare di droga o divorzio fosse considerato un tema ‘borghese’, e infatti le battaglie su quei temi furono portate avanti non dal Pci, ma dal Partito Radicale. Oggi, lo vediamo, la sinistra si è assunta quasi la paternità o comunque la tutela di queste conquiste. Il problema di questi cambiamenti, però, sta nel fatto che, dopo la rivoluzione di internet, la risposta deve essere sempre più immediata. E questo favorisce, per sua natura, chi ha nel proprio ‘dna’ politico delle risposte strutturate ed efficaci. In questo la destra non ha rivali, per un motivo fondamentale: è naturale. Spiegare cosa voglia dire è molto semplice: la destra, e non mi riferisco a quella liberale, risponde a una logica ‘naturale’, quasi biologica, quella del branco: difende ciò che è vicino, simile, familiare. E la sinistra? Oramai è chiaro che l’arrancare dei partiti progressisti non può trovare una giustificazione solamente nel candidato sbagliato o nella gestione dei migranti fatta male. La risposta, questa volta, non può darla neppure l’economia o la politologia. No. Credo a ragion veduta che l’unica spiegazione si possa trovare nella ‘biologia politica‘.

  • Le estinzioni di massa

Quello delle estinzioni è un capitolo ciclico che vede il ripetersi con un ritmo più o meno regolare di scomparse traumatiche di specie viventi. Questo fatto così catastrofico, in realtà, porta con sé un fattore positivo: nuove nicchie ecologiche, accelerazione dei processi evolutivi. Ma cosa c’entra tutto questo con la politica? Ciclicamente anche in politica ci sono delle trasformazioni, delle estinzioni traumatiche. Un esempio potrebbe essere la scomparsa dei partiti d’elité agli inizi del Novecento per dare campo ai partiti di massa. E ora proprio i partiti che hanno fatto la storia del Novecento si trovano in un “collo di bottiglia evolutivo”. In pratica, qualsiasi cosa si tenti di fare, il loro destino è evoluzionisticamente segnato: devono estinguersi perché non hanno saputo adattarsi ai cambiamenti del loro ambiente e Darwin è stato molto chiaro: in natura, come in politica, non vince il più forte, ma chi si adatta meglio. E la sinistra non può adattarsi in un periodo di crisi perché, nel suo Dna, non ha i geni per farlo.

  • Forze centrifughe, forze centripete ed entropia

Per spiegare questa differenza, prenderò per buona l’esistenza in natura della forza centrifuga, anche se, in realtà, non lo è. Ogni forma di aggregazione umana ha al suo interno delle forze che tendono alla disgregazione. Qualunque sia la vostra opinione politica, non si può sfuggire alle leggi della chimica e della fisica. Prendendo come esempio una nazione, all’interno di questo insieme ci sono delle forze che mirano a separare, ad atomizzare, frammentare le componenti interne. Ci vuole molta più forza e quindi energia a far restare uniti invece che distruggere e creare un ambiente caotico. Banale termodinamica. Le forze che disgregano, all’interno degli agglomerati umani, sono essenzialmente due: l’individualità o, meglio nella sua accezione degradante, l’egoismo e la violenza intrinseca. Su quest’ultimo punto tornerò più avanti. Sta di fatto che, quindi, per mantenere un ordine delle cose, un’unione all’interno del sistema nazione, le energie da spendere sono direttamente proporzionate alla sua grandezza. Con energia, naturalmente, in questo contesto, intendo risorse economiche. Quindi, se prendiamo ad esempio un sistema chiuso, l’Italia, ci sono delle forze centrifughe che tendono alla disgregazione: campanilismi, individualismi, scissionisti, indipendentisti, localismi ecc. Per far sì che queste forze non trionfino ci vuole un’immissione di forze contrarie, forze che tendano verso l’unità della nazione e, sia chiaro, non parlo di nazionalismi, ma bensì di costrutti che vadano contro le elencate forze. La sola forza finanziaria non basta, perché eliminerebbe solo il primo fattore e cioè l’egoismo, per creare una vera unità deve essere proiettata verso l’esterno la forza più distruttiva del sistema umano e ovvero la violenza intra-clan. Ma come farlo?

  • Nemici immaginari e nemici reali

Una delle più grandi sfide è proprio quella del saper gestire ogni forma di forza distruttrice interna al gruppo e proiettarla verso l’esterno. Qualsiasi tipo di società, da quelle di stampo egualitario ‘primitivo’ fino alle società complesse, deve affrontare questa problematica. Chi governa, quindi, ha dalla sua due possibilità: avere un nemico o creare un nemico. Nei secoli si sono avuti entrambi gli esempi, ma per restare agli ultimi decenni trascorsi si potrebbe pensare alla seconda guerra mondiale. Un nemico reale, il nazi-fascismo, fa unire gruppi altrimenti lontani da ogni logica alleanza: ed ecco i cattolici con i comunisti, liberali con anarchici. Nonostante alcune problematiche, il riuscire ad incanalare la violenza verso un nemico esterno fa in modo che quella interna al gruppo sia limitata e gestibile. In fin dei conti anche la scelta biologica della sessualità secondaria da parte del genere sapiens ha avuto come fine anche quello di limitare questo genere di problematica. Rapportato in politica chi è avvantaggiato, in questo momento storico, è sicuramente chi propone un nemico, anche artefatto, ma assolutamente percepibile. In questo caso le forze sovraniste hanno fatto un lavoro eccellente. Un esempio è la Lega di Salvini. Quest’ultimo, incanalando verso forze esterne le problematiche italiane, ha riversato tutta la rabbia verso di loro. Così da nord saremmo, nella sua logica, attaccati dai burocrati di Bruxelles, e da sud dall’invasione dei migranti africani. Ma ha fatto un passo in più. Issandosi come cavalleresco paladino della difesa dei valori tradizionali cattolici, combatte anche il nemico interno di una islamizzazione a suo dire sempre più evidente e di una degenerazione dei costumi. Tralasciando se le sue affermazioni siano vere o false, il nocciolo della questione e l’aver saputo creare più nemici e incanalare verso di loro la violenza. È stato talmente abile da aver trasformato un partito di stampo territoriale e federalista, in un partito nazionalista unionista.

  • La crisi perfetta

Durante una crisi le visioni della società si polarizzano e si estremizzano. Vince chi fornisce la risposta migliore, immediata e in grado di creare consenso. Ecco perché, a parer mio, la sinistra fatica a riformarsi e rischia di estinguersi: il motivo risiede proprio nel non riuscire a dare risposte ‘naturali’. Uno dei capisaldi della sinistra fu enunciato da Pietro Nenni: “L’essere socialista vuol dire portare avanti chi è nato indietro”. In pratica aiutare i deboli, creare uguaglianza sociale. La sinistra italiana, poi, mostra l’incapacità di generare un tema forte e unificante attorno al quale aggregare le proprie schiere. Ha provato segnalando il rischio della reviviscenza del fascismo, ma ha fallito, perché, dopo anni di abbandono di una certa nicchia sociale, si è trovata respinta dalle periferie e da parte della classe lavoratrice, che paga il più alto costo della crisi del 2008, ed ha estremizzato il proprio voto verso chi ha dato risposte semplici e perciò ‘rassicuranti’: io sono come te, tu sei come me, sono gli ‘altri’ che ci stanno facendo del male. Sia chiaro che qui non si parla di giusto o sbagliato, ma di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo. Altro problema della sinistra, come detto, è l’incapacità di dare risposte in tempi stretti. Questo deriva dal fatto che gli obiettivi della sinistra impongono un lavoro di lunga lena per dissodare l’inaridito terreno sociale. La destra, invece, non deve investire, ma attaccare. Non a caso per stare al potere ha bisogno di generare un clima da campagna elettorale perenne e uno stato di crisi perpetua. Se non ci fosse una crisi, la popolazione andrebbe naturalmente verso posizioni politiche moderate, vincenti in periodi di crescita, come fu per la Dc fino agli anni Ottanta. Ma il problema più grande ancora non si è manifestato: la crisi economica ‘perfetta’ ancora non è arrivata. Quella del 2008 è stata la peggiore crisi che si ricordi dal 1929 eppure, affermano molti esperti, questa potrebbe essere nulla in confronto a quella che potrebbe investirci nel 2020. I motivi sono vari. In primis la crescita esponenziale degli Usa, prima o poi finirà. Quando questo accadrà, andrà ad unirsi alle guerre commerciali messe in atto da Trump, via via sempre più aspre, con Cina, Canada e Messico. Ciliegina sulla torta sarà un conflitto armato. Scongiurata l’ipotesi nordcoreana, i riflettori si sono spostati subito su un altro Paese, il più probabile a questo punto: l’Iran. Solo nelle ultime settimane l’escalation è arrivata a livelli altissimi e un conflitto armato non è più solo un’ipotesi. Quando l’economia statunitense andrà giù, a seguire ci sarà anche quella europea. Quando ciò accadrà, però, al contrario del 2008, non ci saranno governi solidi e strumenti politici adeguati a prevenire una caduta libera. Chi dovrà affrontare la prossima recessione avrà le mani legate, con livelli di debito di molto superiori a quelli attuali. Quando ciò si verificherà, la risposta elettorale sarà ancora più estrema. In questo scenario l’attuale sinistra rischia di essere letteralmente spazzata via, se non riuscirà rapidamente a interpretare i tempi che cambiano e adeguare ad essi la propria azione.

A questo punto bisogna chiedersi: cosa fare? La risposta è dura ma semplice: prima di tutto accettare che la sinistra con stampo novecentesco è entrata in un collo di bottiglia evolutivo. In poche parole è destinata all’estinzione. Meglio correre ai ripari e ripensare un nuovo modello di forma-relazione improntato, appunto, su un’innovativa modalità di risposta alle istanze del nuovo millennio, con parole nuove e, soprattutto, strutturando anche una nuova capacità di movimentazione ideologica. Se ciò non dovesse accadere, quello che ne seguirà è abbastanza evidente: la fragilità dell’economia mondiale sta estremizzando le risposte dei cittadini, da Salvini, a Le Pen, passando per Bolsonaro o Trump. La prossima crisi, forse già alle porte, troverà un panorama politico e sociale già estremizzato. Quello che ne deriverà potrà portare solo alla caduta delle istituzioni più fragili in questo momento, prima tra tutte proprio l’Unione Europea. Tutto ciò che accadrà dopo resta imprevedibile, ma di certo non si profila uno scenario capace di alimentare positivi pensieri.

OSSERVATORIO POLITICO
Il rischio di un dispotismo mite

Quando un potente taglia con la spada aggrovigliati nodi teorici, non sta facendo teoria ma indicando un’idea di società. E’ ciò che si legge nella lunga intervista a Putin (“La Repubblica”, 29 giugno). In particolare mi interessa un passaggio: “L’idea liberale ha esaurito il suo scopo. L’idea liberale presuppone che non ci sia bisogno di fare nulla. I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati. Quindi l’idea liberale è diventata obsoleta”. Secoli di elaborazione per definire una ricca e complessa cultura della libertà e dell’autonomia degli individui (Locke, Montesquieu, de Tocqueville, Stuart Mill, Croce, Bobbio, Amartya Sen) vengono cancellati e al suo posto si propone una figura di liberalismo irresponsabile e caricaturale. Da non dimenticare che un grande Paese come la Russia non ha mai conosciuto né il principio di libertà, né l’esperienza liberale. Essa è passata dallo zarismo al totalitarismo per approdare ad un’idea di ‘democrazia illiberale’ come quella teorizzata da Putin e dall’ungherese Orban, non a caso altro superstite di quell’area totalitaria. Attenzione! Il consenso che questa idea di società autoritaria sta raccogliendo (da Trump a Putin, passando per… Salvini) ha una spiegazione in un altro passaggio dell’intervista: “I sostenitori dell’idea liberale non stanno facendo nulla. Dicono che tutto va bene. Sono seduti nei loro accoglienti uffici, mentre le persone alle prese con problemi reali soffrono”. Ecco la questione! Se le democrazie costituzionali liberali non riescono a tenere insieme uguaglianza e libertà individuali (l’art. 3 della nostra Costituzione), partecipazione dei cittadini ed efficienza delle Istituzioni, la sorte che toccò alla Repubblica di Weimar (1919-1933) può ripresentarsi in nuove forme tragiche. L’aveva già scritto A. de Tocqueville nel suo capolavoro “Democrazia in America” (1835-’40) che democrazia e libertà non hanno una connessione spontanea, naturale. E aggiungeva che, per evitare un esito di dispotismo mite, è necessaria una continua e complessa lotta culturale e politica per tenerle insieme. In conclusione si può affermare che quando una democrazia di massa diventa una democrazia senza qualità dietro l’angolo sono pronti i suoi becchini.

DIARIO IN PUBBLICO
La noia dei campus e le nostre scassate ma vive università

Intrappolato tra centenari e ricorrenze, Canova, Ariosto, Bassani; incattivito dai mille umori che colano da versioni diverse di uno stesso problema; incavolato da chi con sorriso ebetino imbandiera proditoriamente il pennone destinato al Tricolore di notte, baciando una bandiera di parte. M’abbatto dopo una splendida cena di lasagne con tartufi (offerta) in poltrona. Puntuale come il destino, o il rimorso, comincia in tv la più grande ciofeca della storia del cinema: ‘Love Story’.
E i ricordi cominciano a mulinare. Mia moglie insegnava in provincia; mia madre e io ci trasferimmo al Lido degli Estensi, aspettando l’arrivo della consorte. In giugno era attivissimo il cinema . All’apertura serale – due spettacoli – mamma si piazzò in quarta fila munita di abbondanti fazzoletti e si pappò entrambi gli spettacoli. Noi la raggiungemmo all’ultimo. Il sommesso singhiozzare del pubblico, quasi tutto femminile, accompagnava la celeberrima frase “amare significa mai dire mi dispiace”; mentre anche dal mio ciglio inumidito, forse dalla spaventosa ovvietà del racconto, colava una lacrima sul viso mentalmente cantata da Bobby Solo, di cui invidiavo rabbiosamente la chioma. Passano gli anni e vado a insegnare per un anno in Massachussets, poi vengo invitato ad Harvard da fraterni amici che mi preparano alla Eliot House sontuosa camera da letto. Beh! Quegli studenti erano simili a quelli del film! Molto sport, molta attività sessuale, doverosi studi, pantofole infradito in dicembre – ricordate i giochi sulla neve dei protagonisti del film? – tutto quello che ci aspettavamo dall’immagine dell’America che amavamo e che ci pareva un ‘Paradise’. Non a caso nell’Università dove insegnavo abitavamo in ‘Paradise Road’. Francamente un modo di vivere noioso rispetto alle nostre scassate sedi universitarie, dove tutto era ed è precario ma originale, imprevedibile, nuovo.
E allora appare di una verità sorprendente il commento che Michael Moore mette in bocca ai giovani del suo nuovo film-documentario ‘Fahrenheit 11/9’: “forse noi amavamo un’America che non è mai esistita”. Poi, una delle sere seguenti, acchiappo per caso uno dei film più sconvolgenti e belli della storia del cinema: ‘Sunset Boulevard’ – ‘Viale del tramonto’ – il capolavoro di Billy Wilder. E quell’America che forse non è mai esistita appare reale e vera in quel melodramma che ha la stessa forza di un’opera di Verdi o di Puccini.

Chi, dunque, nel passare e col trascorre degli anni raggiunge una maturità (anche) intellettuale, a quale immagine dell’America deve dare ascolto? Quella di Trump o quella di una straordinaria favolosa cultura che sembra nascere dal nulla? Quella del cittadino ‘comune’ che entra in una sinagoga e uccide gli ebrei ‘vil razza dannata’ o in un dancing fa fuori undici ragazzi che ballano? Oppure quell’America che ci prometteva un nuovo mondo con le rivoluzioni sessantottine o la liberazione sessuale? L’America di Melville o di Hemingway, oppure dei votanti di Trump, il quale minaccia o promette disastri col ditino alzato e la chioma color pannocchia? L’America che produce le soap opera come ‘Love Story’ o l’America che si riconosce nel fondo oscuro della follia di Norma Desmond o del suo banalissimo Guy-Toy?
Allora, in conclusione, quella nazione rimane esempio lacerato delle contraddizioni che ci inquietano e ci turbano.

Frattanto l’intensa attività della Ferrara città d’arte e di cultura procede implacabile. Conto per caso ciò che accade un sabato 17 novembre: Premio Bassani; conferenza alla Fondazione Bassani; cena storica per la Lilt a Palazzo Roverella intitolata ‘La spada nel piatto’; commemorazione degli eccidi al cippo del Doro; la mostra di Courbet e forse un concerto o due.
Potremmo darci ammalati per troppa cultura. Ma per chi ci crede non è mai abbastanza. E speriamo che non ce la tolgano, non ce la limitino perché allora il mondo davvero diverrebbe molto, ma molto più piccolo.

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
L’America in fermento tra rivolte e proteste

di Camilla Finotti, Giulia Pirazzini (allieve del liceo classico Ariosto, Ferrara)

Giornalisti americani a confronto sull’attuale fermento sociale negli Stati Uniti, all’arena del cinema al Apollo nell’ambito del festival di Internazionale. La giornalista Sarah Jaffe ha parlato degli scioperi dovuti alla crisi economica del 2008: gli insegnanti del Wisconsin e di altri Stati repubblicani hanno protestato per settimane davanti alle istituzioni per ottenere maggiore tutela sul luogo di lavoro. Nonostante ciò, gli scioperi sono aumentati raggiungendo il picco massimo nel 2017. E’ poi intervenuto di Gary Younge che, avendo vissuto per 12 anni negli Stati Uniti, ha potuto vivere appieno il cambiamento politico; nell’agosto 2015 non si credeva possibile una futura vincita di Donald Trump, come non si pensava ad una uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Young definisce questi due avvenimenti “connessi”, sostenendo poi che l’attuale presidente degli Stati Uniti appare come un personaggio soggetto a molte critiche e segnalando come “ogni Nazione ha il proprio Trump”.
Si è poi parlato di “obamafilia”, ossia la voglia di un cambiamento di potere, come accadde ai tempi del presidente Bush, rispetto al quale Barack Obama apparve come un promesso ‘principe, in sintonia con i desideri e i pensieri della gente.

I really don’t care, do u?

L’oggetto del pour parler che ha accalorato opinione pubblica, media e salotti buoni del chiacchiericcio più o meno impegnato è un parka color kaki indossato da Melania Trump, ripresa dai fotografi prima di salire sull’aereo presidenziale Air Force One, in procinto di raggiungere la struttura Upbring New Hope Children’s Center a Mc Allen, in Texas, a ridosso del tanto discusso confine tra Usa e Messico. Una visita che non compariva nei programmi ufficiali datati bensì ispirata e decisa dalle circostanze che riguardano i bambini dei migranti messicani, separati dai loro genitori. Ma a fare scandalo non è senz’altro la sobrietà e l’informalità del look della first lady che indossa un capo da 39 euro, dopo essersi guadagnata titoli di eleganza e raffinatezza. A diffondere una eco internazionale e attirare i riflettori con insistenza è stata quella scritta in evidenza sulla schiena: “I really don’t care, do u?” “A me non importa davvero, e a te?”. All’attenzione mondiale non è sfuggita l’improprietà della frase che stride enormemente in contrasto con la visita, decriptata da alcuni come messaggio intenzionale attraverso i personali codici fashion della first lady, da altri giustificata come semplice gaffe.

Gli psicanalisti andrebbero in sollucchero in questo momento, affermando che molti messaggi vengono lanciati inconsciamente, in evidente contrasto tra radicato pensiero intenzionale e comportamento. D’altro canto, Freud stesso spiega come lapsus, amnesie, sbadataggini abbiano senso, siano solo apparentemente casuali ed esprimano il vero desiderio di chi ne è portatore perché espressioni indirette dell’inconscio. Se poi vogliamo tradurre l’espressione incriminata con “me ne frego” anziché “non me ne importa”, allora tutto assume un significato ancora più violento e categorico, di stampo e memoria fascista, fa notare qualcuno. Un’isteria generale, sul tema del parka, che ha generato reazioni colorite come risposta eloquente. Jill Vedder, moglie del cantante dei Pearl Jam, nel recente concerto di Milano indossava la scritta “Yes we all care, y don’t u?”, “ Sì, a noi tutti interessa, perché a voi no?”
Altre scritte sulla stessa lunghezza d’onda hanno vivacizzato questo insolito dibattito “I do care and u should too” “A me importa e dovrebbe importare anche a te”, “I care, do u?” “Mi importa e a te?” Una terza interessante interpretazione ci suggerisce ancora il profilo di una Melania Trump che in passato non ci saremmo immaginati perché imperscrutabile e defilata: una donna del suo status, contro corrente rispetto coloro che l’hanno preceduta, pronta ad agire indipendentemente e talvolta in antitesi con le linee ufficiali, i protocolli, i diktat. E se così fosse capiremmo anche l’indirizzo della scritta tanto discussa nel momento della solidarietà a quei poveri bambini. La politica della ‘tolleranza zero’ sull’immigrazione adottata dall’amministrazione Trump era già stata in qualche modo criticata da Melania, che aveva dichiarato di ‘detestare’ le scene strazianti di separazione documentate dai media, arrivando a dichiarare di sperare che Repubblicani e Democratici potessero cambiare l’attuale legge su questo tema. La moglie del Presidente Donald Trump si è appellata alle parole ‘gentilezza, compassione e positività’ per richiamare a un umanesimo accantonato, memore forse che la condizione di migrazione è presente nella sua stessa storia, quando era Melanija Knavs, nata 48 anni fa a Novo Mesto, Slovenia, nell’allora Jugoslavia, diventata Melania Knauss da modella affermata a Milano, Parigi, New York, comparsa sulle copertine di Vogue, Harper’s Bazaar, New York Magazine, Allure, Vanity Fair, Glamour. E infine cittadina americana a tutti gli effetti e quarantacinquesima First Lady degli Stati Uniti d’America dal 20 gennaio 2017. Una immigrata privilegiata, se vogliamo, ma consapevole di ciò che significa lasciare i luoghi di origine per bussare alle porte altrui. E’ bastata questa interpretazione per renderla un’icona vera e propria dell’anti-trumpismo e cambiare lo sguardo sulla sua figura.

La giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva Barbara Jill Walters, ricordando certi stereotipi ancora fin troppo popolari, parlando di Melania Trump ha affermato: “Forse perché è così carina, non ci aspettiamo che sia così intelligente com’è.” E la first lady ha dimostrato, nel breve periodo dal suo nuovo ruolo, di saper camminare da sola, assumendosi responsabilità e rischi, esprimendo un suo sentire che non sempre risponde all’ufficialità. Il mistero della scritta sul parka si infittisce e le interpretazioni continueranno finchè non saranno rimpiazzate da altre news; a noi piace immaginare una moglie del Presidente presente, attiva, intraprendente e coerente con quello spirito umanitario che lascia trapelare, sorvolando sulla fantasiosa versione di chi crede che sia solo un gioco delle parti, nello spirito della tradizionale famiglia americana: uomo spietato e donna compassionevole.

La domenica ‘per la pace’ di Ferrara

Varie sono state le reazioni al raid targato Usa-Francia-Gran Bretagna della notte tra venerdì 13 e sabato 14 aprile. Anche Ferrara ha visto qualcuno muoversi nella direzione della condanna. Così domenica 15 aprile, alle ore 16, ero lì in piazza municipale a seguire le dichiarazioni di chi si è schierato contro quest’azione.

Piccola premessa. Non posso approfondire qui, in poche righe, tutta la situazione siriana, ma due cose devono essere chiare: sì, sono state usate armi chimiche a Douma e no, non abbiamo la certezza che sia stato Assad, ma molte prove indirizzerebbero a lui la colpa, nonostante la strenua difesa da parte del governo russo. Altra cosa che sappiamo: la guerra in Siria è complessa, ci sono molti attori e sicuramente quello di venerdì non può essere chiamato un ‘bombardamento’ per tante ragioni. Se aggiungiamo che la Francia ha 4000 uomini impegnati in Mali e non ha quasi munizioni a disposizione, mentre la Gran Bretagna dopo la guerra in Iraq non ha fondi per iniziare qualsivoglia conflitto, capiamo che non è cominciata nessuna nuova guerra. Né, probabilmente, comincerà, perché non è negli interessi degli ‘attori’. La guerra civile siriana, infine, dura da ben sette anni e questo non è stato il primo bombardamento di forze occidentali in Siria, e nemmeno la prima volta che si sono usate armi chimiche. La prima volta sono state usate nel 2013: fu bombardata Damasco proprio da Assad, ma nessuno fece nulla.

Ma, lo ripeto, non voglio entrare nella questione siriana. Restiamo a Ferrara.
Domenica alcune sigle, tra le quali Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Partito Comunista Italiano, Usb, Comitato per l’Acqua pubblica, Emergency, Arcigay, Arcilesbiche e Anpi, hanno manifestato per dire il loro no alla guerra. Un’analisi delle parole dette non sarebbe giusta. Forse sono io a pretendere troppo da una discussione, forse il luogo non consono, ma limitare a degli slogan una situazione complessa come la Siria non credo sia corretto.
Avrei voluto sentir parlare un po’ di più dei motivi reali della guerra. Avrei voluto sentire parlare di ‘Pipeline’, ma anche di come il governo di Assad non sia tra i migliori al mondo e di quali prove a riguardo si abbiano. Avrei voluto sentire, al fianco alle critiche verso gli Usa, delle critiche altrettanto severe verso la Russia, la Turchia e lo stesso Iran. Avrei voluto che, visto che si condannava la guerra e si parlava di “movimento pacifista”, la discussione si fosse allargata a tutto il Medio Oriente. Avrei voluto sentir parlare delle armi italiane usate dai sauditi nello Yemen, della peggior crisi umanitaria secondo l’Onu in quest’ultimo paese. Avrei voluto sentire di come questa guerra nello Yemen sia stata fatta per punire l’Iran, di come sia cambiata la linea proprio sull’Iran con l’inserimento di Pompeo a segretario di Stato negli Stati Uniti.

Avrei voluto sentir parlare di commercio in nero di petrolio e del perché questo ‘bombardamento’ sia stato fatto di venerdì: forse proprio per non far avere crolli sul mercato azionario, soprattutto del greggio, e lasciare tre giorni per far ‘rielaborare’ la notizia e far aprire le borse senza sbalzi il lunedì successivo.

Avrei voluto, infine, sentire qualche voce condannare non solo la guerra, ma anche la disinformazione che rischia di trasformarci in tifosi di questa o quella fazione. Avrei voluto sentir parlare di Afrin e di come forse non ci sia stata la denunciata “pulizia etnica”. Avrei voluto, e qui la smetto, sentir parlare qualche siriano, o almeno qualcuno che in Siria, ultimamente, ci sia stato.

Oltre a sentire avrei voluto anche vedere. Vedere più gente. Avrei voluto vedere un pubblico più numeroso, partecipe, coinvolto. Avrei voluto tante, forse troppe cose, da una manifestazione che voleva solo, in fin dei conti, dire che la guerra è uno schifo e che alla fine, a pagarne le conseguenze, sono sempre le popolazioni civili inermi e indifese. E credo che una volta sentito questo, non ci sia stato più bisogno di nulla.

Fake news, troll e bot: quando i governi ‘contaminano’ le elezioni

Southlonestar. Texas Lone Star. PeterMagLob. United Muslims of America. La lista potrebbe continuare. Questi sono solo alcuni dei migliaia di account fake, cioè falsi, che sarebbero stati creati per scopi precisi, da agenzie filogovernative russe. Il loro compito: creare astio, aumentare i sentimenti razzisti e xenofobi, dare credito ai partiti populisti. Sono saliti alla ribalta nel 2016, con le elezioni di Donald Trump, che sembra essere stato ‘sponsorizzato’ dal governo del Cremlino.
Purtroppo le ingerenze non si sono limitate alla sola campagna elettorale americana: basti pensare che Southlonestar ha commentato una foto fatta dopo l’attentato sul ponte di Westminster che mostrava una donna musulmana che se ne andava ‘ignorando’ quello che stava accadendo. In realtà la spiegazione del fotografo Jamie Lorriman fu chiara, attribuendo il comportamento alla paura di quei momenti, al non voler essere di intralcio e, soprattutto, come lei, molta gente scappava via cercando di non guardare, impressionata dagli avvenimenti. L’odio scaturito dai commenti di Southlonestar non si è fatto attendere e soprattutto questa foto con il suo commento diventò virale. Era il marzo 2016. Sono passati mesi e ora è venuto fuori che questo sarebbe uno dei 2700 troll del governo russo. Un problema evidente, spesso banalizzato da Putin con un “Non ne sappiamo nulla. E’ tutto falso”. Ma qui di falso ci sono solo i migliaia di utenti creati per scopi precisi.

Nelle ultime ore anche un altro scoop, che sembra infittire ancor di più la trama del cosiddetto ‘Russiagate‘ è venuto a galla: sembra infatti che Trump jr. abbia avuto uno scambio di messaggi con Wikileaks, scrive The Atlantic, e che quest’ultima abbia addirittura consigliato un post da pubblicare al padre che era candidato alle presidenziali.
Un quadro losco, che si insinua nei meandri del deepweb, una rete di falsi nomi, account nati con lo scopo di impaurire, destabilizzare. Governi che giostrano i marchingegni di quello che sembra essere un copione di un film alla 007 e non la realtà dei fatti. Si perché di questo si tratta: la realtà dell’incertezza. La nuova era della ‘post-verità’. Questa nuova fase dove, purtroppo, i governi hanno capito la forza delle notizie, soprattutto se false, sul web. Non può di certo rincuorare il nuovo rapporto del think tank ‘Freedom House’ sulla libertà online. In questo resoconto si accerta che i governi di almeno 30 Paesi, tra i quali spiccano Russia, Cina, Turchia, Venezuela e Filippine, avrebbero usato manipolazioni di informazioni sul web con commentatori a pagamento, troll, bot e fake news. Purtroppo ciò non si ferma solo al mondo online perché le elezioni in almeno18 Stati, continua il rapporto, sarebbero state manipolate con questi mezzi. Il report segnala che anche in Italia ci sarebbero state questo tipo di ingerenze. Una situazione che appare sempre più drammatica e che non lascia ben sperare per il futuro soprattutto per noi in vista delle elezioni governative del 2018.

Una domanda a questo punto sorge spontanea: saremo realmente liberi di votare oppure saremo stati vittima dell’ennesimo troll?

La retorica della distruzione di massa

Oggi tuona di nuovo in lontananza uno spettro pazzesco, orrendo, cannibale. Una visione quasi profetica, come l’Agnello che apre il primo dei sigilli che ci catapulterebbe nell’Apocalisse, ma ci sarebbe poco di santifico. I 4 cavalieri li conosciamo bene sullo scacchiere internazionale: Donald Trump, Vladimir Putin, Kim Jong-un e Li Keqiang.
Il primo affossa la sua retorica nel più becero populismo, non mancando di arroganza e spesso ignorando totalmente i fatti (si veda il discorso inquinamento). Il secondo sta giocando una partita strategicamente perfetta. Un nuovo zar. Si prende pezzi di Ucraina senza far guerre (ufficiali) e aspetta quasi silenzioso i movimenti dei suoi avversari. Kim è il folle, accostato a un ‘cavaliere’ sarebbe sicuramente il secondo, armato di spada, mandato per far cadere la disperazione e la guerra sulla Terra: narcisista, con una sindrome di inferiorità che lo porta ad attaccare tutto e tutti. Ossessionato dagli Usa più che dalla parte meridionale della Corea è sicuramente il più pericoloso tra i quattro. Poi c’è il primo ministro cinese, Li, colui che sta tentando il tutto per tutto per la soluzione diplomatica. La Cina, non senza sorprese, ha firmato le ultime sanzioni alla Corea del Nord, facendo modificare alcuni parametri. La stessa Cina, infatti, è il maggiore (se non l’unico) partner commerciale del governo di Pyongyang e ha quindi molti interessi in quell’area, ma ha anche grossi affari con gli Stati Uniti. Non dimentichiamo che detiene una grossa parte del debito statunitense, anche se il primo detentore è il Giappone. Quindi Trump non può alzare la voce in maniera smisurata, rischierebbe di perdere altri alleati nella zona asiatica, che sta diventando teatro fondamentale per i giochi di potere commerciale, con il controllo di isole, tratti di mare e di terra.

Fa impressione vedere come tutto questo intrigato e interconnesso panorama vada a concentrarsi in pochi caratteri, gettati sui social da una parte e dall’altra. “La Corea del Nord dovrebbe mettere fine alle azioni che potrebbero portare alla fine del suo regime e alla distruzione della sua gente”. Sono le parole di James Mattis, capo del Pentagono, che non suonano come minaccia, ma come certezza, quella che se i ‘sigilli’ si spezzassero, l’Apocalisse cancellerebbe la Corea e la sua gente. E non solo quella del Nord perché “Il presidente Trump è stato molto chiaro su questo. Ha detto che non tollererà più le minacce della Corea del Nord. Per lui è intollerabile che abbiano armi nucleari che possano minacciare gli Usa. L’opzione militare è dunque sul tavolo. Una guerra molto costosa che potrebbe causare sofferenze immense soprattutto alla popolazione sudcoreana” e questo lo dice Herbert Raymond McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Quindi una condanna già scritta, solo da attuare, per tutta la Corea. E fa riflettere che a dire queste parole siano alti rappresentanti dell’unico paese che abbia mai usato l’atomica per fini bellici, e pronunciate proprio, rispettivamente, nell’anniversario di Nagasaki e di Hiroshima. Una fatale coincidenza? O una voluta concomitanza per ricordare gli Usa di cosa sono capaci?
Trump, dall’alto della sua spavalderia, è stato chiaro “Speriamo di non dover mai usare questa forza ma non ci sarà un momento in cui non saremo la nazione più potente del mondo”. Questa è la situazione, questo lo scenario. Questa la retorica che puzza di anni Cinquanta. Da una parte veri e propri ‘cowboys‘ del nuovo millennio, pronti a mostrare i muscoli, e dall’altra un uomo che si crede un dio sceso in terra e che, con le sue parole e con quelle dei suoi ministri, fa capire che l’opzione nucleare non sarebbe una valutazione ‘in extremis’, ma che addirittura potrebbe essere una partenza per “Dare una lezione agli Stati Uniti”.

Tra tutto questo parlare, alla mente dovrebbe tornare un numero: 200.000. Duecentomila. Un numero, una rappresentazione visiva. Un dato, in realtà per difetto, quello delle vittime dirette delle due bombe atomiche sganciate in Giappone il 6 e 9 agosto del 1945 dagli Usa. Una forza mostruosa, un cambio di prospettive globali che avrebbe segnato non solo la fine della seconda guerra mondiale, ma l’inizio di un’epoca, quella conosciuta, appunto, come era atomica. E via con corsa agli armamenti, test nucleari, sperimentazioni, distruzioni di habitat oceanici (e non solo), creazione di ordigni sempre più potenti, piccoli, veloci, a lunga gittata. Via con guerre fredde, influenze geopolitiche, guerre vere e proprie. Tutto quello che si è giocato in questi decenni si è fatto più o meno seguendo sempre uno stesso filo, molto alla ‘Constantine’, si lotta con l’influenza, qualche azione diretta, ma tutto nella consapevolezza che la vera forza, quella nucleare, deve restare lì, solo a far paura. Sono passati 72 anni da quell’inizio agosto del 1945, quando due ordigni nucleari sono stati usati per la prima e unica volta per creare danni materiali e centinaia di migliaia di vittime; ora quella ‘certezza’, quella consapevolezza che le bombe ci sono, ma non si usano, si sta assottigliando. Oramai sembra quasi che l’agnello abbia aperto i 4 sigilli, i cavalieri sono arrivati, ora non ci resta che attendere lo squillo delle sette trombe e l’arrivo della Gerusalemme celeste.

Viaggio nella terra dei ‘no’: il G7 degli ambientalisti

Riassumere tre giorni di manifestazioni in poche righe è cosa ardua. Lo è ancor di più se la mole di informazioni avute è tale da rendere questa operazione quasi impossibile. I colori, i volti, le parole, i gesti di chi, per tanti motivi si è ritrovato sotto la bandiera della contromanifestazione chiamata ‘G7M: ambiente alla base e non al vertice’. Additati con tanti sostantivi, dal più semplice ‘no-global’, alle odierne coniature giornalistiche tra le quali svetta il termine ‘antagonisti‘. Ma contro cosa lottano questi ragazzi e ragazze?
Il viaggio nel mondo dei ‘no’ ha inizio venerdì 9 giugno, è questo il giorno che dà inizio alle danze: si apre il sipario su workshop, flashmob, tavoli di discussione e svariate attività. Le zone di concentramento sono due, ma la principale è nel Parco 11 settembre 2001, poco distante dalla ‘zona rossa’ del centro cittadino. Il mondo di questi attivisti è svariato, variopinto, ma quasi tutti i cartelli iniziano con la stessa parola: no. No alle trivelle, no al G7, no alla Tav, no al carbone e altri no che non sto nemmeno a elencare.

Venerdì 9 giugno
Venerdì la partenza è in sordina: all’arrivo nel parco pochi volti, qualche banchetto di associazioni qui e là, gente che sembra lì più per prendere un po’ di sole che per organizzare una contro-manifestazione, come la chiamano loro. Uscendo però da questo luogo e dirigendosi verso il centro, tutto cambia. Si inizia a sentire la presenza delle forze dell’ordine in una Bologna particolarmente blindata. Arrivato in piazza Maggiore cambia il registro anche visuale dei partecipanti: dai ‘dread’ si passa ai capelli ben tagliati, dalle magliette con scritte di protesta si va agli smoking e tailleur, e, soprattutto, dai no si passa ai sì. Il tavolo che si sta aprendo qui scotta parecchio e tra qualche ora si dovrà ridiscutere del destino ambientale del pianeta, soprattutto dopo l’abbandono di Trump dell’accordo di Parigi. Piazza Maggiore sembra un fortino, con militari su ogni angolo, anche l’arrivo del ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti è annunciato più dal rinforzarsi degli agenti in borghese, che dagli organizzatori. Qui si coglie poco però di quello che sta succedendo: cerimonie ufficiali, sorrisi diplomatici e strette di mano. Non è questo che volevo raccontare. Tornato al parco la situazione non è cambiata: poca gente, troppo caldo. Il primo giorno della mia gita in questa terra dei no passa così.

Striscioni di protesta
Momenti di aggregazione nel Parco 11 settembre 2001
Agenti del servizio d’ordine
Il ministro Galletti

Sabato 10 giugno
Il sabato decido di andare già dalla mattina, non vorrei perdermi nulla di quello che succederà. Arrivato nuovamente nel Parco 11 settembre la situazione è ben diversa rispetto al giorno prima: più gente, più attività, più banchetti. Decido così di passare qualche ora di nuovo in centro per poi riscendere definitivamente qui. Incappo in una biciclettata di protesta, il primo gesto ufficiale: un flashmob contro la banca Carisbo, sono una trentina. Di lì a poco srotoleranno uno striscione contro Intesa san Paolo, a parer loro responsabile di finanziare gli investimenti che stanno portando alla realizzazione dell’oleodotto nel North Dakota, a danno delle popolazioni indigene locali dei Sioux. Il centro è meno blindato del giorno precedente e dopo poco tempo ritorno al parco.
La giornata qui è stata intensa. La mia voglia di capire i perché di questo contro-vertice ha avuto parzialmente risposta. Le motivazioni principali sono state spiegate da svariate associazioni, ma il punto cardine si è incentrato su alcune parole fondamentali: decrescita, disinvestimento, tutela dell’ambiente, rapporto con i mass media. Su quest’ultimo tema le voci sono state tante, ma univoche: la gran parte dei giornali scrive senza conoscere i fatti o, peggio ancora, scrive attaccando i protestanti ricevendo finanziamenti da questa o quella azienda. Durante questo durissimo attacco sono rimasto in silenzio anche se alcune perplessità mi sono sorte, le da due principali: sono stati invitati giornalisti per rispondere a queste accuse? Il problema è chi scrive inesattezze o chi legge e non se ne rende conto? Solo l’agenzia di stampa ‘Pressenza’ era lì: ha parlato delle proprie attività e di come nelle proteste dei Sioux si respiri, oltre alla solita aria di manifestazione, anche un certo alone di spiritualità, ma alle accuse non ha risposto, ne per confermarle ne per smentirle.
Mi ha colpito anche l’aggressività di alcuni interventi, anche se il titolo della conversazione rimandasse proprio alla ‘non-violenza‘. E c’è chi ha parlato di reporter di guerra, adducendo che la loro bravura era direttamente proporzionata ai buchi di proiettile nelle gambe. Non è un caso: per gli ‘antagonisti’ questa è una guerra vera e propria contro i cambiamenti climatici.

Dopo gli interventi di altre associazioni ‘no’, come i ‘No-Tap’ pugliesi, la parola è passata a Raphael Gonzales: lui è la testimonianza diretta di quello che sta succedendo in North Dakota e gira il mondo per raccontare delle proteste fatte e dei maltrattamenti subiti dalla polizia. Non un accenno sulla spiritualità però, solo pragmatismo e testimonianze di ciò che lui e chi sta al suo fianco hanno fatto per contrastare tutto ciò. La giornata, almeno la mia, si è conclusa con un intervento che mi ha lasciato turbato. Ha preso la parola, facendo fare un mini tour tra diversi cartelloni, un meteorologo che ha spiegato come si formano, come agiscono e quali sono le conseguenze dei gas serra e i derivati cambiamenti climatici a seconda delle loro percentuali. Lo ha raccontato con un sorriso macabramente ironico. Lui ha detto di essere un ottimista e che una speranza c’è, ma dalla sua bocca sono uscite parole che suonavano come condanne a morte. In pochi forse avranno capito alcune spiegazioni e c’è chi ha lamentato anche il fatto che gli scienziati debbano parlare alla pancia della gente prendendo in esempio Salvini (si, quello della Lega Nord). Il povero malcapitato meteorologo ha cercato di spiegare che alcuni argomenti sono complessi, e che quindi necessitano di un linguaggio complesso. Avrei voluto soccorrerlo, ma ero lì solo per osservare, non per interagire. Finita la disamina il mio spirito non ha potuto sopportare altro. Ho deciso di andar via e di tornare l’indomani, ultimo giorno, per il corteo finale.

La partenza della ‘biciclettata’
Raphael Gonzales
Momenti di dibattito
La direttrice di Pressenza
Il meteorologo spiega le conseguenze dell’effetto serra

Domenica 11 giugno
Domenica è una giornata caldissima, di quelle che solo questa pianura ti fa affrontare. L’arrivo al Parco 11 settembre mi presenta una nuova scena: molta più gente, ma divisa. Tanti piccoli ‘clan’ uniti sotto i propri vessilli di protesta, tutti distinti, c’è chi ha addirittura delle magliette che richiamano delle associazioni per non confondersi con gli altri. Il caldo picchia su tutti e tutti cercano riparo prima della partenza. Aggirandomi fra loro sento qualcuno dire – quasi in un atto di preparazione alla battaglia – di “restare uniti”, di “non mischiarsi con gli altri” sventolando la propria bandiera di protesta. Non so più se sono in un campo per manifestare contro il G7 oppure ad una rievocazione storica romana, con ogni legione sotto il proprio stendardo.
Decido quindi di uscire e osservare come la città si sta preparando al corteo. Appena pochi passi fuori e ci si imbatte in un contro-corteo, ma fatto di agenti, polizia in gran parte. Il numero mi lascia stupito: sono moltissimi, sia in assetto anti-sommossa sia in borghese. Mi chiedo se ci sia anche la paura verso il terrorismo dietro questa scelta, o se ci aspettasse molta più gente. Scelgo di rimanere nei loro paraggi per fotografare l’arrivo del corteo in quelle zone, inizia l’attesa. Orario di partenza previsto alle 15. Alle 15.30 un agente si avvicina a me e al fotografo di redazione per scherzare sul caldo. Ore 16, del corteo neanche l’ombra. Inizio a pensare che i manifestanti lo stiano facendo di proposito: gli uomini in divisa avrebbero di certo gradito di più qualche insulto, invece di stare un altro minuto sotto il sole con il pesante armamento. C’è chi cerca l’ombra sotto un portico, chi fuma nervosamente una sigaretta, chi, colpendo l’orologio, chiede dove siano questi manifestanti. Alle 16.30 decido di tornare e verificare cosa stia succedendo. Sembra non più una manifestazione ma un gran concerto, sta iniziando l’assembramento vicino al camioncino che manda musica ad alto volume e che farà da apertura al corteo. Iniziano a srotolarsi striscioni, c’è chi balla, chi cerca ancora un po’ di ombra. Sorrido nel vedere tutti, o quasi, i giornalisti appollaiati sotto un albero, in attesa della partenza, ma avvicinandomi resto basito dal discorso di due di loro, che può essere riassunto con una frase: “speriamo che almeno succeda qualcosa di buono”. Il tono era chiaro e se a questo si unisce la triste massima “bad news is a good news” si può ben capire a cosa stesse facendo riferimento. Tutta questa scena mi rende davvero insofferente e, vuoi per il caldo, vuoi per il ritardo, decido di andar via proprio mentre il corteo parte. Non voglio raccontare di eventuali scontri, non sono lì per questo, qualche risposta che cercavo l’ho già trovata nei giorni precedenti, soprattutto nelle parole del meteorologo, del quale, purtroppo, non sono riuscito a sapere il nome.

Il corteo in partenza dal Parco 11 settembre 2001
Manifestanti in arrivo al Parco da Piazza Maggiore, dove avevano fatto un’azione di protesta
Manifestanti in arrivo al Parco da Piazza Maggiore, dove avevano fatto un’azione di protesta
Chi distrugge l’ambiente ha paura della gente
Striscione di protesta
Striscione Legambiente
No Snam
Cartellone di protesta
Cartelli di protesta
Non c’è un PlanetB
Cartellone di protesta
Striscione di protesta

Tornato a Ferrara cerco di fare mente locale su questa tre giorni vissuta tra chi crede di poter cambiare il mondo, tra chi una speranza perché le cose vadano meglio ce l’ha, tra chi, sotto questo o quel vessillo, dice no a tante cose, anche se a volte più per partito preso. Insomma tante sfaccettature come è giusto che sia in un mondo che non è il mio, ma che apprezzo soprattutto perché lì c’è chi, e gli si legge negli occhi, ha una vera speranza in un mondo migliore. Ma su tutto, tre cose porterò con me di questo G7 bolognese: i tre labrador del mio amico disoccupato, il sorriso del meteorologo e i ghiaccioli mangiati dai poliziotti in attesa.

Il servizio fotografico è di Valerio Pazzi

ECONOMIA
Lo scopo dei 27 a Roma? Venderci come nuova una favola avariata:
ecco cosa si nasconde dietro il libero mercato

Il libero mercato e il ritorno all’800, quando il libero mercato aumentò le disuguaglianze. Il rapporto tra disuguaglianza e libero mercato secondo le dottrine scientifiche dei padroni del XVIII secolo per migliorare il mondo del XXI secolo (a loro uso e consumo).

Una delle grandi decisioni o, meglio, delle grandi raccomandazioni che si sono dati i 27 leader europei, a margine degli incontri di Roma e al fine di rilanciare la corsa all’abbattimento delle frontiere e di contrastare, almeno ideologicamente, il nascente protezionismo trumpista, è il sostegno che dovrà venire, sempre più convinto, al libero mercato.
Frase lunga, lo so, ma altrettanto lunghi gli articoli che ho letto a sostegno di questo proclama, tra cui in particolare uno veramente angosciante sul sole24ore che elencava i benefici del libero scempio, in termini soprattutto di posti di lavoro e di aumento delle entrate da parte, ovviamente, dei paesi occidentali ed europei.
Ed è infatti proprio questa parte della popolazione mondiale, questa parte geografica, che usufruisce in quasi totale esclusiva del libero mercato, dell’espansione attraverso le esportazioni. Ma che tipo di dottrina economica è quella del libero mercato?
Si potrebbe dire, sintetizzando, che è quella che vede come un successo la situazione greca, oppure l’abbassamento del costo della vita in Portogallo, oppure il fatto che si possa pensare di andarsene a vivere in Thailandia con la pensione italiana. Tutto questo indubbiamente è un successo per l’Occidente ma anche di quei Paesi non occidentali che ne hanno adottato i principi, penso al Giappone o, ai giorni nostri, alla Cina dei benestanti che impazza in Africa.
In effetti non tutto il mondo usufruisce del benessere provocato dal libero mercato, la maggior parte dei benefici vanno a noi e per noi intendo quel fortunato gruppo di paesi di cui sopra e di cui almeno io so di far parte, e non ne sono certamente fiero.
Il libero mercato è quella dottrina che vede come un successo, ma non lo dice, che milioni di persone nei cosiddetti paesi del terzo mondo, o poveri, non riescano a sfamarsi con il grano che pure producono, perché non possono trattenerlo ma devono darlo alla multinazionale di turno che lo lavora per altri e che una volta da questi lavorato non riescono a ricomprarsi. Oppure non riescono a vestirsi con quel cotone che pure producono per lo stesso processo del grano.
Il libero mercato. Si cerca di dare una nobiltà ad una dottrina nata a fine ‘700 e che ha infestato l’800 per giustificare il colonialismo britannico, olandese, francese, belga e di quei paesi tanto anglofoni quanto “affidabili”, in termini finanziari, del nord Europa. Che sostituì quella che non era per niente una dottrina economica, ma delle scelte dei mercanti che “guardavano ai propri interessi” (per dirla alla Adam Smith) e condizionavano i sovrani durante il periodo detto del “mercantilismo” e a cui siamo incredibilmente tornati, neppure tanto velatamente.
Ma certo un popolo civile deve sempre giustificare il male che fa agli altri, ai più deboli, deve giustificare il fatto di creare miseria e fame e quindi bisognava che qualche studioso illuminato desse una parvenza di logica, di scientificità al malaffare di stato ed ecco i “classici”. Ecco Smith, Ricardo e Malthus. Ecco che la depredazione diventa dottrina, nasce il liberismo.
Una dottrina che per vivere ha bisogno di abbattere le frontiere, e per questo i proclami del folle Trump sono visti come il rosso dai tori infuriati, di far girare i capitali insieme ai derivati e che il debito non si estingua mai perché è la carne dei macellai e senza non si può creare schiavitù totale o far lavorare gli africani a 10 dollari a settimana oppure i greci a 400 euro al mese o i portoghesi a 350 oppure giustificare i mini job in Germania e chiaramente il jobs act in italia.
Eh sì, il libero mercato si sta avvicinando sempre di più ai nostri diritti e sta globalizzando anni di lotte sindacali, distruggendo il futuro e sempre più ci consiglia di non fare figli e affidarci ai migranti, già abituati alla sofferenza.
La globalizzazione fu interrotta una volta dalle conseguenze della grande crisi del ’29 che si chiamarono fascismo, nazismo o nazionalismi e poi, dopo la seconda grande guerra e i suoi infiniti morti senza nome, sindacati, figli dei fiori, Woodstock, i Beatles e i Rolling Stones, la libertà e perché no, sovranismo individuale e degli stati ma con rispetto delle transazioni internazionali. Regole vere e utili, insomma.
Ma in quel periodo il capitalismo aveva un’anima dettata dall’esigenza della divisione del mondo in blocchi contrapposti. Oggi non abbiamo bisogno di quell’anima o di maschere che sono cadute insieme al nefasto muro. Non ne ha bisogno la finanza sfrenata e i suoi servi possono scrivere delle gioie del libero mercato e delle follie di Trump e dei nazionalismi affioranti come il male del futuro.
E questo mentre non abbiamo più futuro, sostituiamo ai figli i migranti, i papà con le mamme, la libertà con il debito e osserviamo soddisfatti morire di fame chi produce grano e girare nudo chi produce cotone, almeno finché non saremo noi. E i 27 vengono a Roma a rilanciare il libero mercato, il neoliberismo, le dottrine ottocentesche ammantate di nuovo, nello stesso Paese in cui l’Istat certifica l’aumento della povertà assoluta e non troviamo i soldi per ricostruire dopo i terremoti.

ATTUALITA’
Dal Messico a Israele: c’è muro e muro…
Fenomenologia delle fortificazioni odierne
 

Oggi vorrei affrontare un argomento, quello dei muri e delle barriere, non di facile comprensione ed espressione, soprattutto quando il mondo sembra concentrato esclusivamente sul conflitto israeliano-palestinese e dalle mura vaticane papa Francesco invita a “non costruire muri, ma ponti”.
Lo sguardo critico del mondo si sposta anche sugli Stati Uniti, dove l’attuale presidente Trump intende portare a termine ciò che i suoi predecessori Bush e Clinton avevano iniziato nel 2006, con tanto di approvazione da parte dei 25 senatori democratici, tra cui gli stessi Hillary Clinton e Barack Obama: la costruzione di un muro atto a separare Stati Uniti e Messico. In questo momento, il confine tra i due Paesi è intervallato da una serie discontinua di muri supportati da spiegamenti di forze militari. L’idea della costruzione del muro sembra attirare critiche rivolte unicamente al nuovo presidente. Vogliamo ricordare che durante l’amministrazione Obama vennero espulsi due milioni e mezzo di latinos?
Quando fu abbattuto il muro di Berlino (1989), esistevano nel mondo 15 muri, oggi sono circa 70, comprese le barriere difensive. Fra questi muri va ricordato anche la barriera difensiva lunga 600 miglia che Riyad sta costruendo al confine tra l’Arabia Saudita e l’Iraq. A questo si aggiungono il muro marocchino, eretto oltre trent’anni fa e lungo quasi tremila chilometri, il muro Spagna-Marocco, Bulgaria-Turchia, Ungheria-Serbia, Melilla-Marocco, Irlanda Belfast cattolica- Belfast protestante, India-Pakistan ecc…

Nonostante la lunga lista di mura e barriere esistenti, i soliti detrattori, pieni di livore antisraeliano e supportati da una cattiva e ipocrita ‘disinformazione’, che non verifica, appositamente, fonti e notizie con senso di responsabilità, sono la causa dell’aumento dell’antisemitismo, che in chiave moderna prende il nome di “politica israeliana”, come è stata definita ultimamente da uno scrittore rumeno.
Questi personaggi sono sempre pronti a colpire, ogni giorno, le barriere di difesa israeliane, senza nessun distinguo con altri Paesi in cui i muri impediscono l’ingresso ai migranti clandestini, mentre in Israele servono a garantire alla popolazione il diritto alla vita. E’ d’obbligo sottolinearne l’utilità, in quanto è un dato di fatto il netto decremento di attentati da parte degli arabi-palestinesi.
Bisogna considerare che troppi sono coloro che non conoscono la storia, o quantomeno non conoscono la vera storia di Israele e della Palestina.
‘Palestina’ indica la terra che, per migliaia di anni, è stata incubatrice dell’identità ebraica; sulla bandiera della Palestina, vi era disegnata la stella di David. Il popolo della Palestina è il popolo ebraico e gli ebrei sono i veri palestinesi. Infatti, fino alla creazione dello Stato d’Israele, gli ebrei erano noti come “palestinesi”. La Palestina è sempre stata ebraica, non araba.

Nel novembre del 1947, l’assemblea dell’Onu approvò a grande maggioranza il piano di spartizione della Palestina, dove gli ebrei e gli arabi si trovavano esattamente nella stessa posizione: non esisteva uno Stato, ma solamente due movimenti di liberazione contrapposti. Di fronte alla soluzione di compromesso proposta dall’Onu, il popolo ebraico ha accettato, sia pure a malincuore, mentre gli arabi hanno rifiutato. Il popolo ebraico, dunque, si erige a Stato, ma il popolo arabo cerca con tutti i mezzi possibili di impedirne l’esistenza, non mettendo mai fine agli attentati fino ai giorni nostri.
Israele deve sempre convivere anche con le minacce di essere raso al suolo, in passato dall’Iraq e oggi dall’Iran, e per questi motivi non può permettersi di dormire su comodi guanciali, visto che ha anche la consapevolezza che nessuno Stato europeo interverrebbe in suo aiuto. L’antisemitismo ha spalancato le porte alla Shoah e ha continuato a esistere anche dopo la sconfitta del nazismo, grazie anche a certi personaggi e a certa disinformazione che ogni giorno giocano sporco con il solo fine di fomentare odio.

Milioni di persone in piazza contro Trump.
La marcia rosa che ha infiammato il mondo

di Giancarlo Balsano

“Grazie ai milioni di persone che oggi, 21 Gennaio, sono venuti tutti insieme per protestare contro la violazione dei nostri diritti. Adesso è arrivata l’ora di riunirci tutti insieme con i nostri amici, famiglie e comunità per fare la storia”. Questa è la frase di ringraziamento, pubblicata sul sito ufficiale di ‘Women’s March’, in merito alla grandissima partecipazione dei manifestanti. Dopo le innumerevoli esternazioni sessiste e maschiliste del neopresidente americano Trump, milioni di donne, bambini, uomini e anziani sono scesi in piazza protestando contro ogni discriminazione di genere, per difendere i diritti delle donne e per contrastare la salita al potere di Trump. ‘La marcia rosa anti-Trump’ è partita da Washington DC e oltre a toccare le città statunitensi, è arrivata anche in Europa, a Londra, Parigi, Berlino e Roma. Ma ha raggiunto anche l’Asia e l’Australia. Caotica ed emozionante è stata l’atmosfera, in quanto il 21 gennaio le grandi città di tutto il mondo erano invase da persone di ogni sesso e di ogni ceto sociale che protestavano pacificamente per l’affermazione dei diritti sulla parità di genere.

Agghiaccianti sono state le innumerevoli testimonianze di alcune delle donne che hanno partecipato alla marcia e che hanno voluto raccontare la loro esperienza di vittime di abusi. L’Istat conta circa 7 milioni di donne “che hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale”. Si fa riferimento alla violenza domestica, a molestie, ad abusi sessuali, a stupri e a ricatti sessuali esposti in luoghi pubblici e sul posto di lavoro. Molteplici sono i danni fisici, ma più dolorosi, incessanti e penetranti sono quelli psicologici. Depressione, ansia, fobie, attacchi di panico e sensi di vergogna e colpa sono le principali conseguenze psicologiche e comportamentali della violenza sulla salute delle donne. Più eclatante è il fatto che la violenza sulle donne, è uno dei fenomeni sociali più nascosti, in quanto esse hanno timore di esporsi, a causa di un amore cieco o dalla vergogna degli atti subiti.

Anche i social networks sono stati conquistati da numerosissimi post, raffiguranti foto e video della manifestazione e le Celebrity Stars, a partire da Miley Cyrus fino ad arrivare a Madonna, non si sono di certo risparmiate a postare commenti contro la violenza di genere. Snapchat, uno dei social networks più utilizzati al momento, ha persino dedicato una storia a questa famosissima ‘marcia rosa’ e notevoli sono state le visualizzazioni sulle pagine web che si sono dedicate a questo evento così toccante e commovente.

I milioni di individui che hanno preso parte a ‘La marcia rosa anti-Trump’ hanno avuto il coraggio di difendere a spada tratta le loro idee, perché “non è il silenzio che ci protegge”. La violenza contro le donne è un fenomeno ampio e diffuso e oltre a sensibilizzare le donne a denunciare gli atti subiti, bisogna promuovere leggi vere ed autentiche a nome di tutte coloro che decidono di denunciare i maltrattamenti, spesso senza essere ascoltate.

(Giancarlo Balsano è iscritto alla classe V, sezione L, del Liceo G. Cevolani di Cento e frequenta il corso di giornalismo della scuola)

La globalizzazione non piace più

Per molto tempo si è pensato fosse la migliore soluzione per risolvere i mali del mondo, ma ora pare prevalere un preoccupante ripensamento. Si valutava fosse necessaria per creare una società globale in cui migliorare le condizioni di salute e il tenore di vita nel mondo. Si è sperato potesse cambiare il modo di pensare della gente e aiutare i poveri e gli emarginati del mondo, ma si è scoperto che spesso ha servito gli interessi dei paesi industrializzati. Certo il principio di base è che ci si debba concentrare sui temi per i quali un’azione collettiva possa essere desiderabile e dunque utile. L’ambiente andrebbe aiutato ponendo problemi a livello globale, invece pare che tutto ciò abbia portato instabilità. Tra i primi a segnalare qualche dubbio fu Stiglitz che nel suo libro “La globalizzazione e i suoi oppositori” (edizioni Einaudi) ha scritto come la globalizzazione abbia creato una società civile globale, ma ha comunque rilevato che per i poveri del mondo non funziona e pone problemi all’ambiente, creando instabilità a livello globale. Anche Bauman nella sua “Società individualizzata” (edizioni Mulino) ha sostenuto che la globalizzazione è il nuovo disordine (la svalutazione dell’ordine), perché la nuova gerarchia del potere vuole muoversi creando la flessibilità come scelta strategica. Ora il presidente degli Stati Uniti è Trump e queste parole mi sono tornate in mente. Cosa succederà?

Intanto Trump ha nominato Scott Pruitt alla guida dell’’EPA (Environmental Protection Agency). Pruitt è conosciuto come il negazionista del climate change e come procuratore dell’Oklahoma ha condotto battaglie contro l’aborto e contro i matrimoni tra omosessuali…

Pisapia a domanda risponde: Le fa paura Trump?Mi fa paura che non si impari niente dalla lezione americana, che è il trionfo di un messaggio reazionario e la vittoria della politica della rabbia. Dopo Brexit, dopo Trump, bisogna fare uno sforzo immenso perché chi crede nello stesso sistema di valori non si divida. Bisogna trovare la formula per costruire ponti. Mentre dappertutto – anche a casa nostra, anche all’interno della sinistra e del centrosinistra – si sono alzati i muri. Il mio è un appello quasi disperato: le forze della sinistra devono sentire il peso di una responsabilità storica come forse mai nei tempi recenti“.

Preoccupazioni che in questo giorni stanno crescendo. Le economie hanno avuto una crescita moderata e i tassi di inflazione sono stai contenuti in una apparente continuità. Ma è solo una attesa? O è un obiettivo raggiunto dalle banche centrali? Cosa succederà? La quotazione del petrolio intanto resta stabile e si prevede un rafforzamento del dollaro. Credo si debba immaginare per il futuro un grosso cambiamento del quadro economico mondiale. Non intendo certo propormi come un economista dilettante, ho però un grande terrore della instabilità politica generalizzata.

REF (la più importante società economica di ricerca) ha fatto il punto sulla congiuntura economica italiana dicendo: “L’Italia si appresta ad affrontare un nuovo delicato passaggio istituzionale. Nelle prossime settimane verrà definito il percorso che seguirà alla crisi di Governo apertasi dopo il referendum sulla riforma costituzionale. E’ importante una gestione ordinata della crisi, per prevenire da un lato tensioni sui mercati finanziari e dall’altro peggioramenti delle aspettative degli operatori, famiglie e imprese. L’economia italiana affronta questa nuova crisi politica al termine di un biennio di ripresa, anche se a ritmi di crescita relativamente moderati. E’ necessario che questa ripresa continui, senza incontrare nuovi ostacoli”.

La prima grande sconfitta la subirà l’ambiente. Esperti internazionali hanno rilevato che ci saranno 4,8 miliardi di posti di lavoro persi, e Trump vuole uscire dagli accordi di Parigi e vuole potenziare la Big Oil con la deregulation ambientale. La destra nazionalista della Casa Bianca (ma anche dell’Europa) vuole il protezionismo (che naturalmente creerà più povertà).

Buon anno a tutti noi.

I cugini d’Oltreoceano

di Lorenzo Bissi

Ammettiamolo: tutti noi abbiamo almeno un parente che è andato altrove, negli States, a rincorrere l’American dream, “perché -diceva- qui non mi sentivo realizzato”.
E se non sono i cugini, sicuramente conosciamo qualcuno che ha vissuto o vive là, grazie ai quali abbiamo potuto imparare molto sul loro modo di fare politica (che forse non è poi così lontano dal nostro…)
Justin Trudeau, attuale primo ministro canadese, ha vinto le elezioni nel 2015, dopo 13 anni di governo del conservatore Stephen Harper, presentandosi da Sinistra come un ottimista innovatore ma anche rottamatore: aveva fra le sue principali intenzioni quella di dare una svolta alla politica tradizionale in Canada, in modo da dare un’identità più forte al Paese, che fino a quel momento aveva dipeso da qualche altra potenza.
Ma dietro alla faccia di questa nuova Sinistra così politicamente corretta che alla parola “cambiamento” attribuisce anche il significato di “miglioramento”, le posizioni che adotta in merito alla tematica dell’ambiente, dei lavoratori, e della politica estera non sono poi così democratiche e di certo non mirano a tutelare quella base elettorale su cui la sinistra ha sempre contato (lavoratori, piccola- media borghesia, minoranze etniche).
Jordy Cummings, attivista e critico canadese lo definisce una “Ted conference vivente”, e sottolinea come la sua immagine di premier muscoloso e piacente, e primo ministro dei selfie stia ormai spopolando in tutto il mondo. Per ora però non ha ancora fatto irrimediabili torti a nessuno, quindi gode ancora di un buon consenso.
Viste le doti da rottamatori, uomini della nuova Sinistra, bravi oratori e soprattutto assi dell’autoscatto, sembra che Justin Trudeau e Matteo Renzi possano avere qualche gene in comune. E pensare che condividono anche lo steso incarico non può che confermare questa tesi.
Basti spostarsi poco più a sud geograficamente, ed ecco che ci troviamo negli U.S.A., dove l’otto novembre il popolo ha scelto come suo presidente Donald Trump.
The Donald non ha niente in comune con Trudeau, né con Renzi: nonostante sia il leader del partito Repubblicano, non ha niente a che vedere con la politica tradizionale, ma si pone davanti ai suoi elettori prima come cittadino, poi come politico. Nella sua campagna elettorale si è presentato fiero dei suoi successi, un self-made man, la prova in carne ed ossa che chiunque ce la può fare a diventare ricco e possedere ciò che vuole se solo si applica e dedica la sua vita al duro lavoro. Che poi abbia avuto migliaia di flirt con belle donne, forse è una conseguenza dei fattori elencati prima, visto che la bellezza non è la sua dote principale, soprattutto non è il suo ciuffo a colpire…
Dunque come, davanti a tutti questi elementi, non ci si può richiamare a Silvio Berlusconi?
Se non sono parenti, sicuramente sono ottimi amici!
Ma non dimentichiamoci che siamo al di qua dell’oceano: e mentre Renzi vorrebbe essere percepito meglio dall’opinione pubblica e dalla gente, proprio come il suo “cugino” Justin; durante i suoi mandati da primo ministro, Berlusconi avrebbe di certo desiderato avere un Presidente della Repubblica come Donald Trump.

Brexit, Trump. Per il cambiamento c’è ancora la Riforma Costituzionale

Cosa accomuna i due eventi, il voto sulla Brexit e quello negli Stati Uniti, e quale sarebbe il logico econseguente risultato del referendum sulla Riforma Costituzionale Renzi-Boschi?

Analizzando i primi due eventi appena passati, ma di cui viviamo ancora le emozioni: sembra che il messaggio da decifrare debba essere cercato nell’insofferenza delle persone comuni. Insofferenza verso la mancanza di cambiamento promesso da più parti e mai percepito nella vita reale, dai cittadini, dai piccoli imprenditori, da quelli che pagano le tasse e quando non ce la fanno più passano alla caritas, senza clamore o visibilità mediatica.
La Gran Bretagna ha una storia di dominio dei mari, di colonialismo e di imperialismo. Ha inventato l’economia moderna, ha tenuto in scacco interi continenti, ha disegnato i confini di tanti Paesi lontani insieme ai loro destini. Poi ha ceduto nominalmente il passo alla sua ex colonia, gli Stati Uniti d’America, perché, benché vincitrice delle guerre mondiali, ne era uscita molto ridimensionata e inadeguata a condurre le fila sul piano internazionale dove nuovi colossi si affacciavano in maniera antagonista e altrettanto aggressivi commercialmente e soprattutto ben in armi.
Ma non ha mai rinunciato a dire la sua e ha continuato a farlo in maniera diversa, attraverso la sua City, il regno della finanza, dei mercati, della globalizzazione. Perché in fondo, oggi, le guerre serie non si vincono e nemmeno si combattono con gli eserciti in armi, queste sono rimaste oramai prerogative regionali, buone per tenere vivo un certo tipo di business, le tensioni localizzate e soprattutto per attirare l’attenzione del pubblico dotato di tv.
Gli eserciti sono stati sostituiti pian piano dagli uffici dei grandi palazzoni della city o di Wall Street, da dove puoi decidere di distruggere un Paese, un’economia regionale, una moneta nazionale costruendo derivati, inondando il mondo di carta straccia e poi togliendola al momento opportuno. Scommettendo sul prezzo del grano, come del petrolio o semplicemente attaccando un Paese svendendo i suoi titoli di stato, per far svalutare e poi ricomprare (ricorda gli anni Novanta?).
Tutto si può fare, oggi, attraverso il computer e il compiacimento di governanti poco attenti alle sorti dei loro cittadini, che siano africani o europei non cambia per Soros, Black Rock e colleghi.

Tutto uguale sulle due sponde dell’Oceano Atlantico? Le stesse cose con attori diversi, penserete. No, neppure. Gli attori sono sempre gli stessi e vivono sempre dietro le scrivanie di quei grandi palazzi di vetro, sono pochi ma agguerriti. Più di quei re che mettevano insieme gli eserciti, quando il sangue si vedeva scorrere dopo l’affondo crudele di una spada. Le grandi invenzioni dell’ultimo secolo, dopo le grandi guerre. Puoi conquistare molto di più e con meno rumore, senza eserciti che si muovono attraverso gli Stati, così la gente pensa che vada tutto bene e che se c’è la disoccupazione, in fondo, è anche un po’ colpa tua che non sei adeguatamente preparato.
Dopo la caduta della Lehman Brothers del fatidico 15 settembre 2008 l’America si è risvegliata bruscamente dopo gli anni della rincorsa al mutuo selvaggio. Sembrava incredibile fino ad allora che le banche addirittura ti chiamassero a casa per concederti il terzo mutuo e chissà come mai a nessuno veniva in mente che potesse esserci qualcosa di falso in tutto quella bontà, quella voglia delle banche, dei finanzieri di lavorare per la gente, per il sogno americano della casa. Invece era tutto finto, tutto per creare il debito necessario a produrre profitti incredibili per chi lavorava dietro quelle scrivanie dei palazzoni di vetro di Wall Street come della City di Londra che niente avevano a che fare con i sogni della gente, che ancora allora non lo aveva capito.

Una crisi figlia delle scelte politiche iniziate negli anni Ottanta e culminate con l’epoca Clinton e mai messe a posto nemmeno nell’epoca del grande Obama, il primo presidente nero e subito vincitore del Nobel per la Pace, che dopo la crisi permise non solo ai grandi amministratori delegati falliti di avere tutte le loro ricche liquidazioni, ma mentre chiedeva agli operai austerity e accettazione di contratti meno favorevoli di quanto avessero goduto prima (e ben vengano poi i vari Marchionne ben allineati) non poneva nessun limite alle crisi del futuro. La crisi del ’29 non aveva insegnato nulla al primo Presidente nero della storia e dopo il 2008 invece di pensare al sogno americano, della middle class, davvero alla casa e lavoro per tutti si limitò a pensare, al solito, a lasciare in pace la finanza, libera di ricominciare i giochi al massacro, di operare come e più di prima, anzi per esserne evidentemente sicuro, Obama accettò nel suo staff economico tutti quelli che avevano procurato quei disastri.
E poi? Poi la Federal Reserve inizia l’operazione di Quantitative Easing, cioè comincia a stampare denaro per rimettere in sesto l’economia distrutta. Piovono miliardi di dollari come non se ne vedevano da tempo e tutti insieme e la disoccupazione scende. Ma davvero? Fuori dalle statistiche si vede sempre più un’America che arranca, conflitti razziali, gente esclusa, problemi di immigrati e tanta troppa gente che non creca nemmeno più lavoro (IlSole24ore dice 90 milioni) ed esce fuori dalle statistiche.

Disoccupazione apparente al 5%, ma forse reale al 30%? Comunque troppa per chi si aspettava l’avverarsi del sogno.

Stampare soldi con il Quantitative Easing delle banche centrali non è esattamente come buttarli dalla finestra, perché in questo caso qualche poveraccio che passa lo accontenti. Come fanno loro, i soldi seguono un percorso preciso e vanno esattamente dove si vuole farli andare ovvero, attraverso le banche, verso la finanza che in questo può ricominciare il gioco perverso dei monitor, delle scrivanie e dei palazzoni di vetro. Così lontani dalla vita reale e quotidiana di tutti noi.
Sembrava impossibile che la gente cominciasse a capire questi meccanismi e invece qualcosa è successo. Quando segui una via dritta hai sempre un po’ paura a cambiare strada, a deviare. Andare dritto sulla strada che conosci anche se la vedi insidiosa ti dà sicurezza e ci vuole coraggio per dire basta, voglio cambiare. Inglesi e americani, quelli che non vivono seduti a quelle scrivanie lo hanno percepito nonostante abbiano fatto di tutto, stampa, televisione, sondaggi, opinionisti, a rivestire di altri significati queste votazioni.
La gente normale ha scelto tra seguire un solco tracciato da altri e dare un segnale di discontinuità, di malessere, hanno voluto dire che vogliono il cambiamento, cambiare strada, cambiare atteggiamento. Che gli interessi di quelle scrivanie, di quei monitor e di quei computer che fanno operazioni ogni millesimo di secondo e distruggono intere civiltà in un attimo non gli appartengono più. E nemmeno quelle persone che vogliono convincerli che gli interessi dei capitali che devono muoversi liberi attraverso i continenti siano i loro interessi. Che i principi della globalizzazione che li rende schiavi di prodotti importati, che a volte gli rubano il lavoro o gli abbassano gli stipendi non sono i loro principi. Che le borse che oscillano o le monete che fluttuano non siedono a tavola con loro quando la sera si riuniscono con le loro famiglie in attesa del film della sera, seduti sul divano, magari accoccolati dal senso della famiglia.

E adesso la Riforma Costituzionale di un governo che ci chiede un cambiamento, ma quale cambiamento? Velocizzare, decidere, governare, gli interessi europei, gli interessi del mercato, internazionali. Via il vecchio, avanti il nuovo dei giovani, quelli che sono positivi, che sorridono in TV e hanno la battuta pronta, il pantalone alla moda ridicolmente corto, di quelli cresciuti a pane e City. Di quelli convinti e legati agli interessi delle fluttuazioni borsistiche anche se non hanno mai visto un titolo, un’azione. Non ne posseggono, non sanno come possa funzionare, ma sono convinti, grazie ai propagandati valori della velocità, che a volte vuol dire pensare poco. Di quelli convinti che l’informazione venduta ai talk show come verità inconfutabile sia davvero la verità inconfutabile e lo specchio della loro vita.
E soprattutto di quelli che pensano che quelle fluttuazioni dipenda davvero il loro futuro.

No grazie! Mi piacerebbe che le persone continuassero il solco aperto dalla Brexit e dalle elezioni presidenziali americane. Non per Trump, non per la May, non per loro, ma per le persone, la gente reale, quella che vuole altro e comincia a cercarlo dove e come può. Mi piacerebbe che si svegliassero dal torpore mediatico e cominciassero a vedere altro e soprattutto oltre. Il loro interesse, cosa è veramente importante per la loro vita quotidiana. Cosa realmente non funziona e tra questo mi piacerebbe ci mettessero un governo che governa solo i suoi interessi e i grandi interessi e li confonde con quelli del salumiere, del macellaio, del fruttivendolo, dell’operaio. Tutti insieme indistintamente legati al filo della finanza, del debito continuo, dei derivati senza controllo, delle banche e dei prestiti non concessi.
E che la gente pensasse ancora alle arance siciliane, all’olio pugliese, alle colline molisane, alla pianura emiliana, alle industrie venete, a Milano, a Roma, alla terra dei fuochi, anche alla corruzione e si chiedesse se cambiare in tutta fretta, in maniera incomprensibile, senza un serio dibattito, con piccoli inganni e false pubblicità una Carta Costituzionale mai completamente applicata, offesa continuamente, messa da parte in maniera scandalosa e che invece avrebbe potuto essere, così esattamente com’è risolutrice di tante tragedie quotidiane sia la ‘loro’ soluzione.

Se l’avessimo applicata, come pure governanti, Giudici Costituzionali e Presidenti della Repubblica avevano il dovere di fare, non avremmo avuto le cessioni di sovranità avute finora e che ci hanno portato al dominio di entità sovranazionali, sempre di più all’impotenza di fronte ai fenomeni locali e quotidiani che invece andrebbero governati con velocità, attenzione, passione, vicinanza e che hanno schiavizzato intere popolazioni, come la Grecia, abbattuto il nostro pio, fatto aumentare il debito pubblico, costretti alla svendita di beni dello Stato che ci rendono sempre più poveri e indifesi. Che hanno impedito una ripresa economica in nome di una assurda austerità che aumenta disoccupazione e allontana le persone dalla serenità di una vita normale.
Auspico una continuità nel risveglio delle popolazioni, seguendo l’esempio di chi ci ha preceduto e che ha sorpreso tanti ma non quei pochi, come chi scrive, che da anni insegue il sogno del cambiamento e che spera che la prossima manifestazione di volontà continui ad indicare la volontà popolare e un nuovo sogno italiano.

I racconti del Lido/6
Al cospetto della stupidità il “Laido” riconquista la dignità

E finalmente di fronte alla stupidità criminale nazionale il Laido degli Estensi può riconquistare il suo vero nome: Lido.

Il mio binocolo non è più puntato sui vicini d’ombrellone – quelli che abbiamo ora sono veramente speciali – ma sulla maleodorante situazione italiana e anche ‘ferarese’. Le storie legate alla protesta di Gaibanella: l’intero paese che si schiera contro la possibilità d’ospitare i migranti presso villa Modoni Ravalli, attualmente sotto procedura fallimentare. Il centurione ‘Naomo’ Lodi e il capo col codino Alan Fabbri guidano la protesta che l’immaginifica prosa di Matteo Langone del Resto del Carlino così racconta: “Partito dalla villa incriminata, il serpentone d’anime protestanti ha percorso via Ravenna. Gaibanella vista dall’alto è, in buona sostanza, un pugno di case tagliate da una croce d’asfalto. La stessa croce che i residenti hanno messo sopra il sindaco e l’assessore. «Tagliani a casa, Sapigni a casa» hanno intonato lungo il tragitto uomini e donne, grandi e piccini. «Dimissioni, dimissioni» hanno proseguito. E c’è di più: c’è la volontà di creare una class action ad hoc contro l’amministrazione comunale «per danno d’immagine». Proteste e proposte, in un pomeriggio in cui Gaibanella ha ascoltato ma anche urlato: un urlo che, complice l’eco dell’aperta campagna, è tornato indietro, come per gioco, ancor più amplificato.

Ma ancor più il turbinio volgare, che ha il fiato corto di ciò che l’amministrazione intende fare e a volte disfare. E cosa sono allora gli orrendi marciapiedi del Lido, coperti da strati di aghi, cacche canine e rifiuti di plastica, che producono un piacevole effetto d’imminente fine estate ancor prima che il clou delle ferie abbia inizio?

Anche i gabbiani tacciono. Solo qualcuno insiste a uccidere colombi e tortore per mangiucchiarli distrattamente sul tetto e sulle terrazze delle ville.

In questo clima da ‘finis mundi’, un meraviglioso articolo di Salvatore Settis, apparso su Repubblica del dieci agosto, difende il latino, la lingua più parlata al mondo (e chi volesse saperne il perché si cerchi l’articolo), e invoca che non venga cancellato dai Licei come possibilità di redenzione europea.

E nel mondo, ormai villaggio unico, si parla di zar, di sultano e di pazzo, intendendo le figure di Putin, di Erdogan e di Trump.

Allora, meglio rifugiarci nella tranquilla banalità del Lido che, per dimostrare la sua originalità, organizza al bagno una festa di Natale, con tanto di renne, neve, ghiaccio e seggiolone di Babbo Natale. Le stagioni, come scriveva il poeta ‘la presente e viva e il suon di lei’ non bastano più: occorre precederle, divorarle, annullarle.

L’inverno a Ferragosto.

Perciò accettiamo il Lido e la sua rassicurante banalità.

Naturalmente il Sindaco di Comacchio continua a non rispondere…

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