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Nati con la camicia

Una storia, quella dei due giovani, Emiliano e Francesco, che attinge alle radici di quel lontano 31 dicembre 1950, il giorno della loro nascita.
Lo scrittore trentino Roberto Corradini ne scrive le vicende nel suo recente romanzo “Nati con la camicia”, collocandole e rendendole vive in molti avvenimenti che hanno caratterizzato gli anni ’50, ’60,’70 e via via, fino ad arrivare alla nostra epoca.
Ci si ritrova a leggere pagine piene di un’Italia che cambia, una società che sperimenta, gioisce e soffre di trasformazioni che la segneranno profondamente e anche i nomi non sono scelti a caso: dalla casa di ringhiera in Via della Pace, dove i protagonisti nascono e muovono i primi passi, che ricorda una guerra devastante appena lasciata alle spalle, si passa a Via del Progresso, il nuovo condominio in cui traslocheranno nell’adolescenza.
I due ragazzi crescono e percorrono insieme un tratto di vita, accompagnati dalle loro famiglie, gli amici, i personaggi caratteristici che compaiono e scompaiono entrando ed uscendo dalle pagine del romanzo, scandendo il tempo che passa e con esso lo scorrere della storia del nostro Paese.
I ricordi affiorano e portano alla luce stili di vita, abitudini, consuetudini ed eventi che hanno lasciato il segno: semplici esperienze di vita familiare e sociale che descrivono i rapporti interpersonali, le feste, i luoghi di aggregazione, i divertimenti, la scuola, la ricostruzione, l’economia che decollava dopo gli eventi bellici.
Ma anche i grandi avvenimenti che hanno segnato un’epoca nuova: i primi viaggi nello spazio, le trasmissioni popolari in televisione, i miti del cinema e della musica come Marylin Monroe ed Elvis Presley prima, Brigitte Bardot e i gruppi rock poi, l’elezione di papa Giovanni XXIII e la riforma della liturgia nel mondo cattolico, la legge Merlin del 1958 che chiudeva definitivamente le case di tolleranza.

Un romanzo che non sconosce rallentamenti o pause, che snocciola rapidamente eventi incisivi destinati a modificare la realtà italiana. Arriva il boom economico, gli elettrodomestici agevolano la vita e diventano lo status di un’Italia che corre, il ciclismo con Bartali e Coppi, il calcio e gli stadi pieni, la Fiat 1100, le vacanze di massa, i cambiamenti culturali, il benessere diffuso e il PIL che cresce, anche se, come sottolinea Francesco, “il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.
Non manca nemmeno la narrazione degli avvicendamenti politici, le sfide dei grandi partiti, l’instabilità, l’eversione, le relazioni internazionali e la guerra del Vietnam. I due amici fraterni si dividono e imboccano strade diverse: è la vita. Ci sono i viaggi nel mondo, l’Africa, le professioni da seguire, le famiglie da far crescere, ma ci si lascia e poi ci si ritrova, è il destino dei grandi legami.

Le storie di Emiliano e Francesco diventano lo scenario più ampio che ci permette di camminare attraverso il tempo senza sterili e piagnucolose nostalgie da ‘a m’arcord’ ma con un sorriso di tenerezza, perché noi lettori possiamo permetterci la libertà di amare quel passato da spettatori ormai lontani.

Celati forever (12):
Dialogo sulla fantasia

 

(Dialogo tenuto nel maggio 2005 all’Università di Trento e rivisto dagli autori nel maggio 2006)

Massimo Rizzante
Sembrerebbe che i narratori moderni non capiscano più cosa significhi raccontare l’altro mondo, quasi che fossero permanentemente ospedalizzati in questo mondo e nella cosiddetta ‘realtà’, di cui il loro linguaggio deve essere al servizio. Perciò quasi tutti i romanzi in circolazione debbono mettere avanti un progetto di dire qualcosa di drammatico su questo mondo, sulla ‘realtà’, per poter essere presi seriamente”. Quando ho cominciato a leggere il tuo ultimo libro, Fata morgana (2005), sorta di resoconto etnografico su una popolazione mai esistita, mi è subito venuto in mente Gulliver, e tutta una tradizione narrativa semiseria di viaggi fantastici e luoghi introvabili che probabilmente risale agli inverosimili racconti di Luciano di Samosata. Poi ho scovato nei miei appunti la citazione sugli scrittori “ospedalizzati” nella realtà. È stralciata dalla tua Prefazione a La miseria in bocca di Flann O’Brien, libro uscito nel 1987. Anche la vena satirica di O’Brien è profondamente fantastica: O’Brien non si fa nessuno scrupolo, alla stregua di Swift, a trasformare l’ospedale della realtà in un asilo per pazzi. Lilliput, il mondo sottomarino delle antiche fiabe gaeliche, o la tua valle dei Gamuna sono luoghi inverosimili, eppure ci raccontano qualcosa di ‘vero’. È da qui che dobbiamo partire?

Gianni Celati
La citazione dall’introduzione a Flann O’Brien, dove dico che i moderni sono come ospedalizzati nella cosiddetta “realtà”, è un po’ violenta come apertura di discorso. Partiamo da cose più elementari. Negli ultimi tempi mi è capitato di vedere alcuni film che sono considerati di fantasia, come Il signore degli anelli e Harry Potter. In modo inconfondibilmente anglosassone, la fantasia qui è data come un regno del torbido, del mostruoso, anche dello sporco e del polveroso. Il pragmatico mondo anglosassone vede la fantasia come una zona torbida della psiche umana, da dominare con la razionalità. Questo compito ora è affidato all’onnipotenza della tecnologia, con i suoi effetti elettronici che possono dominare la psiche di tutti. La separazione tra fantasia e realtà è ricondotta a quella tra mondo soggettivo e mondo oggettivo; e questa separazione sottolinea che le fantasie “non sono vere” perché esulano dalle “verità scientifiche”. Bisogna ripartire di qui, mettendo in dubbio che esista questa separazione netta tra il mondo immaginario o fantasticato e quello che viene ufficialmente dato come mondo reale quotidiano.

Massimo Rizzante
La conoscenza fantastica ieri come oggi non è mai stata presa sul serio dagli uomini, malati e “ospedalizzati” nella conoscenza cosiddetta razionale. Che cosa si deve fare, per liberarsi da un’idea di fantasia intesa come “irrealtà”, a cui credo faccia da pendant un’idea di realtà concepita secondo i canoni intimidatori della vulgata scientifica?

Gianni Celati
Il fatto è che noi ci serviamo della fantasia tutti i momenti per interpretare le cose, cercando di capire quello che è fuori dalla nostra portata; e tutto il nostro sistema emotivo dipende da come immaginiamo ciò che non è sotto i nostri occhi. Quando abbiamo paura, quando siamo a disagio, quando siamo gelosi, quando facciamo progetti, entra in gioco l’atto di fantasticare. Quando siamo innamorati non facciamo che ripassarci il film delle fantasie sull’essere amato, e anche quando riflettiamo cerchiamo aiuto nell’immaginazione o nella fantasticazione. Il fantasticare è così assiduo che lo diamo per scontato. Però se si inceppa abbiamo un campanello d’allarme, che è la noia: la noia è una specie di una nebbia mentale che blocca gli slanci immaginativi, e rende fastidioso anche il flusso di stimoli che viene dai sensi e dal mondo esterno.

Massimo Rizzante
Infatti l’immaginazione – che qui andrebbe tradotta con la parola “fantasia” – secondo Aristotele ha la funzione di regolare il flusso che viene dai sensi e che va verso l’intellezione

Gianni Celati
Sì. In un testo tra i massimi della storia della filosofia, il De anima, Aristotele cerca di spiegarsi come succede che portiamo in mente le immagini, ossia perché abbiamo in noi questa produzione immaginativa. Aristotele chiama in due modi le immagini che sorgono della mente: phantasma e phantasia, entrambi dal verbo phaino, “mostrare”. Sono figurazioni che “si mostrano” in noi come un richiamo a percezioni avute o possibili. Queste immagini nella mente, dice Aristotele, sono una combinazione di ciò che abbiamo percepito attraverso i sensi e ciò che opiniamo con l’intelletto. E nel suo trattato sulla memoria dice che sono oggetti di memoria quelli che cadono sotto l’immaginazione; dunque immaginazione e memoria non sono separabili: ricordare vuol dire in qualche modo immaginare la cosa ricordata, ripensarla fantasticamente. È anche l‘idea di Giambattista Vico, il quale diceva che “la memoria è l’istesso della fantasia”.

Massimo Rizzante
Volevo, se mi permetti, riportare un passo di Aristotele, tratto dall’opera da te già citata, Della memoria e della reminiscenza – fra l’altro riportato da Maria Corti nel suo studio sull’inventio dantesca. Eccolo: “La memoria, anche degli intelleggibili, non è senza immagine… È chiaro dunque a quale parte dell’anima appartiene la memoria, cioè a quella cui appartiene anche l’immaginazione: sono oggetti di memoria per sé quelli che cadono sotto l’immaginazione, per accidente, poi, quelli che non sono separati dall’immaginazione”.

Gianni Celati
I greci non avevano una parola per dire “conoscenza”, ma ne avevano una per dire “intellezione”: noèsis – il processo del pensiero nella comprensione di qualcosa. La noesiè per Aristotele un modo di percezione, dunque bisogna pensare l’intelletto come una specie di lente. Si possono usare altre immagini per dire questo processo, come quella della lampadina accesa nella mente, usata nei fumetti. Emanuele Coccia usa l’idea della trasparenza delle immagini, come la soglia attraverso cui percepiamo qualcosa nel processo di intellezione (La trasparenza delle immagini, Bruno Mondatori Editore, 2005). Insomma: le immagini sono uno stato ricettivo a cui si apriamo, e nei termini di Aristotele uno stato ricettivo è una passione (come l’opposto dell’azione). Dunque tutto il sentire dei sensi o percezione corrisponde a modi di passione. Non è nella forma bruta dello scambio di informazioni che capiamo qualcosa del mondo esterno, ma nel processo con cui ci proiettiamo verso ciò che si configura come un’esperienza e una passione.

Massimo Rizzante
Potresti portare un esempio di questo uso della fantasia intimamente legato alla memoria?

Gianni Celati
L’esempio più importante è Giambattista Vico. La rivoluzione portata da Vico sta nel concepire l’immaginazione e la fantasia non come produzioni soggettive, ma come una specie di filo che collega gli uomini. In altre parole: noi possiamo capire fantasticazioni e mitologie molto lontane da noi, perché anche la nostra forma mentis è disposta a produrre fantasticazioni e mitologie simili, cominciando da quando eravamo bambini. Solo così si possono rimemorare i processi che hanno dato luogo a costruzioni mitologiche e antropologiche, secondo stadi della vita collettiva; e in questo senso la fantasia non è qualcosa di soggettivo, ma una vasta memoria collettiva che ci collega al passato e anche a ciò che è lontano da noi, fino ai limiti dell’umano. La scienza che si occupa di queste cose, Vico la chiama “sapienza poetica”, come scienza delle forme fantastiche con cui gli uomini si intendono in quanto appartenenti alla specie umana. Questo è il succo del pensiero di Vico. Ed è il presupposto di ogni antropologia, che in questo senso è una memoria dove i cosiddetti primitivi non stanno più in una opposizione categorica rispetto a noi.

Massimo Rizzante
Il tuo discorso è chiaro. Fin quando ha avuto un forte legame con la memoria, la fantasia ha partecipato al processo cognitivo dell’uomo (penso a Montaigne, ad esempio).

Gianni Celati
La memoria non può mai essere pensata come neutra informazione che si accumula alla maniera del denaro. L’esempio decisivo è quello del nazismo, su cui abbiamo un’enorme informazione, che però lo presenta quasi sempre come un fenomeno unico, mostruoso e incomprensibile. Invece il nazismo è strettamente intricato con l’umano, con tendenze che pervadono tutta la vita comune, come ci ha insegnato Primo Levi. Con un po’ d’immaginazione si può intravedere come molti di questi uomini che stanno sempre a galla, che accettano i peggiori modi di trivializzare la vita per attenersi alle norme vigenti, se governasse il nazismo sarebbero votati al quella stessa burocratica ferocia. Uno dei principali organizzatori dei campi di sterminio, Eichmann, era un tecnocrate che credeva ai calcoli ben fatti, all’obbedienza ai superiori, e credeva ciecamente nella propria buona fede. Come ha detto Hannan Arendt, era un uomo senza immaginazione, senza fantasia.

Massimo Rizzante
Questo mi sembra il punto essenziale: possiamo ridare valore alla nozione di fantasia se ridiamo alla fantasia la sua funzione perduta di regolatrice della conoscenza umana, di scrigno di forme ricevute attraverso i cinque sensi, di mediatrice tra corporeo e incorporeo.

Gianni Celati
Ma nel modo in cui viene usata oggi, la parola “conoscenza” dà l’idea d’un sapere composto di informazioni che si capitalizzano per far carriera in qualche settore. Questa è la concezione di tutte le forme di expertise o professionalità attuali. E sempre di più trovi il romanziere che va in un archivio a raccogliere informazioni per scrivere il suo romanzo, dove la cosa studiata diventa un mistero stupidissimo per tenere il lettore sulla corda. A parte ciò, quel romanziere non ha mai tempo di studiare niente, perché deve scrivere la sue 500 parole al giorno e pubblicare un libro all’anno. Fino a Gadda, Calvino, Landolfi e Manganelli, scrivere e studiare erano la stessa cosa: si scrive perché si studia; perché studiando la testa si riempie di immagini che smuovono il pensiero; e perché il pensiero deve essere fatto lavorare altrimenti si fossilizza nella chiacchiera.

Massimo Rizzante
Una malattia più recente è quella che Milan Kundera ha definito nel suo ultimo saggio, Il sipario, come “morale dell’archivio”: un assurdo proliferare di informazioni e saperi, un’accumulazione senza freni di libri nel tentativo di abbracciare un Tutto, di cui – paradosso nel paradosso – da almeno un secolo, si predica l’inesistenza. Il risultato, al di là di un facile idillio con un falso concetto di eguaglianza, è che più concepiamo la memoria come archivio, più la nostra capacità figurativa, rammemorativa e reminiscente, viene meno.

Gianni Celati
Bene. Cambiamo argomento.

Massimo Rizzante
C’è un’affermazione piuttosto forte che tu hai fatto: hai detto di non credere nell’estetica così come è stata intesa dal Settecento in poi. È un caso se il tuo rifiuto dell’estetica moderna coincida con la critica alla pretesa moderna dei romanzi di regolare le avventure umane secondo le convenzioni della coscienza? Critica da te sviluppata in Finzioni occidentali.

Gianni Celati
Sì, Finzioni occidentali tratta di questo: le convenzioni della coscienza come una specie d giudice supremo di tutti i fatti della vita. Il romanzo moderno (in inglese novel) è cominciato con questa pretesa di spazzar via tutti gli errori – gli errori degli ignoranti, dei pazzi, delle donne, dei bambini e dei selvaggi – per il trionfo della coscienza maschile, adulta e civilizzata. Nel 1968 ho avuto una borsa di studio che mi ha permesso di passato due anni a Londra, chiuso nella biblioteca del British Museum. Ne è venuto fuori quel saggio sulla nascita del romanzo che hai citato. Questo si ispirava a Don Chisciotte, come mio eroe e guida nei pensieri. E ciò che mi appassionava di questo eroe era la sua resistenza a tutte le censure, il suo passare imperturbato attraverso le critiche degli intenditori che vorrebbero ricondurlo sulla retta via della coscienza “realistica”. Per questo il Don Chisciotte è così illuminante, perché qui si affaccia per la prima volta la questione della “realtà”, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il “nuovo” sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie (i romanzi cavallereschi che hanno invaso il cervello di Don Chisciotte). Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto in quanto invasato da fantasie passate di moda, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti a arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e le sue riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra unica vera casa. Tutto il Don Chisciotte rimane un esempio meraviglioso di questa potenza del pensiero figurale che ci guida verso un’apertura al mondo esterno.

Massimo Rizzante
A partire dagli anni Ottanta, con il nuovo esordio di Narratori delle pianure (1985), si accentua nelle tue opere e nelle tue riflessioni l’opposizione tra il “delirio critico razionalistico”, che vuole sempre spiegare e incasellare la “realtà”, e il senso comune, un sapere pratico, incapace di discriminare, che ci riconduce alla prosa del mondo, in basso, nella terra dei “luoghi comuni”: termine quest’ultimo che tu usi spesso, così come quelli di “banalità”, “ovvietà”, “sentito dire” in cui tutti noi siamo immersi. Che cosa puoi dirci a proposito di quell’epoca?

Gianni Celati
Per alcuni anni sono andato in giro per la valle del Po, prima insieme ad alcuni fotografi e poi da solo, a prendere appunti. Di qui è venuto fuori quel diario di viaggio intitolato Verso la foce. Una delle attività che facevo era quella di piantarmi per interi pomeriggi nei bar di campagna e ascoltare cosa dicevano gli avventori. A ogni momento sentivo accenni a storie possibili, e di lì mi sembrava di capire come nascono i racconti. L’altra cosa che mi veniva in mente è l’idea che noi viviamo dentro al “sentito dire” collettivo, ossia che tutto il mondo per noi sia come foderato dal “sentito dire”. Continuamente no parliamo di cose che ci sono “note”, perché sono cose che immaginiamo in un modo o nell’altro attraverso un “sentito dire” (che può essere anche quello dei giornali). Il “sentito dire” è come uno spillo: qualcuno mi punge con quello spillo e mi spinge a farmi delle domande per capire di cosa si sta parlando. Questo è il lavoro di chi scrive racconti: sente una cosa, vuole capire ciò che si dice, e parte a farsi domande, ossia a fantasticare. Quello che lega gli uomini sono le domande che gli uomini si fanno: non le affermazioni, ma il pensiero interrogativo, dove ogni interrogazione promuove altre immagini e fantasie.

Massimo Rizzante
Mi ricordo che quando lessi Verso la foce (1989) mi colpì molto la “Notizia” che tu, come autore, avevi posto sulla soglia del libro. Mi è sempre rimasta impressa, soprattutto la parte finale: “Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé. Ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una foce dove dovrà sentirsi smarrita. Come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicino alla nostra morte, ossia ci porta ad essere meno separati da noi stessi”. Questa tendenza naturale è una variazione del senso comune? E ancora: scrivere sotto questo imperativo naturale che ci assorbe, significa scavalcare il recinto del territorio estetico per porci in un territorio di ascolto e visitazione “fantastica” degli altri?

Gianni Celati
L’idea di ascolto e visitazione fantastica degli altri è bel concetto. In realtà poi ognuno di noi va sempre in cerca d’una sua popolazione, d’una popolazione d’individui a cui associarsi anche solo fantasticamente. Allo stesso modo i cani vanno in cerca d’altri cani con cui annusarsi, e i bambini cercano altri bambini con cui giocare, e gli adolescenti cercano altri adolescenti per parlare di cose da adolescenti. Gli antichi dicevano che il simile cerca il simile. La letteratura stessa a me sembra non un prodotto di autori separati, ma di popolazioni, di bande di sognatori, tra cui avviene quell’ascolto e quella visitazione fantastica che hai detto. Per questo la letteratura cavalleresca è la tradizione narrativa italiana che più mi attira e che bisognerebbe rimettersi a studiare. Perché non parla di individui separati nella loro cosiddetta psicologia, non parla dell’individuo moderno chiuso nel proprio guscio, ma sempre della vita come un fenomeno vegetativo generale, dove tutto è collegato e tutto è animato. E parla di popolazioni di sognatori passionali e sbandati, puramente esposti alla fatalità del destino, come Don Chisciotte.

Massimo Rizzante
La tendenza naturale, per chi scrive racconti, dunque, è complementare a quella capacità fantastica che affonda le sue radici nel terreno del senso comune?

Gianni Celati
Sì. E riflettere sulla fantasia aiuta a capire quello che tu chiami senso comune: cosa ci lega agli altri nei pensieri a distanza, anche nel quadro d’una separazione generale degli individui come quella in cui viviamo. Per questo credo sia utile la ripresa del pensiero di Aristotele, di Vico, come ripresa di un’idea di intellezione collettiva. Essere al mondo vuol dire essere con gli altri dall’inizio alla fine. Anche se sono su un’isola deserta, gli altri sono sempre con me in una trama che determina i miei gesti, i miei atteggiamenti, quello che voglio e quel che non voglio.

Massimo Rizzante
Vorrei ritornare su qualcosa che forse nella mia domanda precedente non è risultato chiaro. La “tendenza naturale” ad andare verso l’altro e scoprire ciò che abbiamo tutti in comune, nei tuoi racconti procede, a partire dagli anni Ottanta, attraverso la descrizione e l’osservazione. La tua prospettiva è diversa da quella di molti scrittori moderni per i quali il bersaglio privilegiato è lo spazio interiore. Mi sembra di poter dire che tu hai condiviso questa prospettiva antipsicologica con altri autori italiani e stranieri, primo fra tutti il maestro Italo Calvino. Fin dagli anni Settanta (ma probabilmente fin dall’inizio della sua carriera letteraria) uno dei problemi più assillanti per Calvino è stato: come descrivere le cose? Come farsi assorbire dall’esterno, evitando i trabocchetti dell’io? All’ombra della nozione di fantasia (che oggi Calvino, grazie a uno dei suoi guizzi, avrebbe certamente contribuito a illuminare) ti chiedo: dove risiede secondo te la frontiera tra il tuo modo di vedere o di fantasticare rispetto a quello del tuo amico Italo?

Gianni Celati
Non ci ho mai riflettuto. Ma se c’è stato un sodalizio tra noi, credo sia nato da una simpatia comune per libri esenti dal peso della psicologia: Ariosto e la letteratura cavalleresca, i romanzi settecenteschi inglesi, e poi Swift, e infine Beckett, che Calvino onorava molto. Nel 1968-70 ogni volta che passavo da Parigi per andare a Londra dormivo a casa sua, e andavamo a spasso parlando di cose da scrivere, e lui fantasticava sempre a ruota libera. Certe volte si incazzava con me per cose strane, come il fatto che attraversavo l’Europa in macchina senza una carta stradale: lo trovava inconcepibile. Ma ogni volta lo ritrovavo contento di vedermi per chiacchierare di libri e di idee sullo scrivere. Nell’ultima di queste mie soste a Parigi, tornavo dall’America con le Avventure di Guizzardi finito, e lui mi è venuto a prendere all’aeroporto di Orly.

Massimo Rizzante
Ma con la fantasia come la mettiamo? Calvino, fino all’ultimo, fino alla stesura delle Lezioni americane, dove c’è un bellissimo passaggio su Dante, ha insistito con convinzione sulla nozione di fantasia…

Gianni Celati
Ho ma ho l’idea che certe sue cose nascano appunto da una volontà di tener fede alla nomea di scrittore fantastico. Così per la trilogia, con l’eccezione del Cavaliere inesistente. Di questo libro lui si vantava, a ragione, dicendo che era il “libro del maggiore scripturalist italiano”. La parola scripturalist non so dove l’avesse scovata, ma cadeva a proposito. Voleva dire che il suo era un lavoro di fantasia usando la scrittura come una specie di disegno a mano libera. Non credo che nessuno abbia mai studiato l’influsso dei disegnatori sul suo modo di scrivere. Calvino mi raccontava che il nostro grande disegnatore Rubino capitava nella villa dei suoi genitori a Sanremo, quando lui era piccolo, e gli faceva dei disegni per intrattenerlo – quei disegni con quelle linee art nouveau così eleganti. C’è tutto un percorso di Calvino verso questo modo di uso “fantastico” delle parole, come quello dei fumetti o delle illustrazioni per ragazzi. La sua tendenza a usare la scrittura alla maniera delle vignette, dei fumetti o delle caricature, è stato ciò che gli ha dato una grossa libertà d’azione rispetto agli altri narratori italiani. Ma è anche qualcosa che a un certo punto lui ha sentito come un limite, perché gli veniva troppo facile. A volte diceva: “Io devo pormi degli ostacoli, altrimenti sono uno scrittore domenicale”. Di lì in poi è come se si fosse dato degli ordini, per mettere vincoli alla facilità della sua vena fantasticante. Poi nel Castello dei destini incrociati e nelle Città invisibili, la sua vena disegnativa è venuta in primo piano, attraverso un confronto con le figurazioni dei tarocchi, delle miniature dei vecchi libri di viaggi o con immagini nelle mappe medievali. E ha cominciato a usare dei frames o incorniciature, che creano un effetto simile a quello postmoderno della auto-riflessività.

Massimo Rizzante
Nella Presentazione che hai scritto con Jean Talon ad Altrove di Henri Michaux (2005), c’è un passo che mi è sembrato subito significativo, e ancor più adesso, dopo quanto abbiamo detto: “Riprendiamo l’idea del pensiero come tragitto. Un bambino scrive un tema scolastico: si ferma, non sa più cosa dire. Ha scritto ciò che chiamiamo un ‘pensiero’. Ma, chiede Michaux, cosa c’è intorno alla frase che si blocca dopo aver espresso un pensiero?…Ci sono ‘abissi di nescienza’. Sono gli abissi di tutto quello che non sappiamo ancora, o non sapremo mai”. Calvino fa parte di una categoria di scrittori che ad un certo punto della loro vita, contemplando fuori della finestra, hanno ricominciato come bambini a scrivere i propri temi. Penso al suo amato Ponge. Tuttavia la sua contemplazione non contemplava l’abbandono, non contemplava il pericolo rappresentato dagli “abissi di nescienza” di cui parla Michaux, non contemplava la scrittura come “gesto”, “movimento sulla pagina” privo di giustificazioni, di significato. Che ne pensi? Questa riflessione è legata al problema della forma, problema che Michaux sembra non porsi. Calvino, invece, se lo poneva, eccome! Il suo amore per Perec non era forse legato alla sua ludica ossessione per le serie matematiche? Al suo distacco nei confronti della “realtà”? Nei tuoi racconti, Celati, tutto questo non c’è. C’è piuttosto un abbandono alla contemplazione delle cose fuori di noi.

Gianni Celati
Ora non so rispondere a questo. Posso aggiungere qualcos’altro su Calvino. Lui era uno molto più “abbandonato” di me, nel senso che era più sicuro di sé. Ricordo la sua casa di Castiglione della Pescaia, dove lo andavo a trovare d’estate. Si metteva lì in un angolo e scriveva mentre io parlavo con sua moglie, e dopo un po’ diceva: “Sentite cosa ho scritto”.

Massimo Rizzante
Credevo che Calvino fosse uno scrittore che prima di mettere la parola fine a un manoscritto si torturasse parecchio…

Gianni Celati
Tornando alla tua domanda sulla frontiera tra il suo modo di vedere e il mio, mi viene in mente questo: Calvino era “Lo Scrittore”. Anche nell’intimità delle chiacchiere e degli scherzi era come se non potesse dimenticarsi quel ruolo. Era molto modesto e onesto, perché non si travestiva mai da qualcos’altro, non aveva le pose dello scrittore all’americana che vanta la propria “esperienza di vita”. Calvino era “Lo Scrittore”, e giustamente non gli interessava “l’esperienza di vita”, gli interessava la letteratura, come un serio artigianato della penna. In questo vedo la frontiera tra me e lui. Perché io non mi sono mai sentito “scrittore”, e non credo di aver mai fatto carriera.

Massimo Rizzante
Volevo tornare ancora sulla forma. Cosa succede quando si scrive? Si tratta di tracciare con le parole delle linee in modo da creare, come tu dici a proposito di Michaux, “luoghi da esplorare”? “Bisogna lasciare che venga”, affermava ancora Michaux. È così che anche tu concepisci il tuo scrivere? Un movimento esplorativo che non si pone nessuna meta? Nessuna “opera”?

Gianni Celati
In questi termini non so rispondere. So però che scrivere è un rituale che noi impariamo a scuola, quando siamo bambini: una rituale dove si cerca di mettere in moto il pensare-immaginare, per farsi venire in mente una frase, per ricordare una parola. Tutto questo fa parte di qualcosa che è molto costruito in noi, e va inevitabilmente insieme a un certo grado di fantasticazione. Poi c’è qualcos’altro, che è la distanza da cui si guarda la figurazione delle parole che sorge dai segnetti scritti. Nei libro che hai citato, Altrove, Michaux parla di una popolazione immaginaria e descrive i loro costumi e i loro teatri: “A teatro si rivela il loro gusto del lontano. La sala è lunga, il palcoscenico è profondo. Le immagini, le forme dei personaggi vi appaiono grazie a un gioco di specchi. Gli attori recitano in un’altra sala, e vi appaiono più reali che se fossero presenti. Più concentrati, più purificati, più definitivi, sbarazzati di quell’alone che produce sempre la presenza reale, faccia a faccia…”. Questa idea di attori che recitano in un teatro dove sono visti attraverso un gioco di specchi, mi sembra una figurazione del gioco dello scrivere, che non può mai essere diretto. È sempre un gioco sulla distanza che ci sottrae al faccia a faccia con la realtà, e al tempo stesso potenzia la percezione come un gioco di specchi. Perché in questa modo non vediamo soltanto qualcosa: vediamo il vedere, guardiamo il guardare, percepiamo l’atto di percepire. Il rituale dello scrivere prevede questo effetto, come una messa a distanza delle percezioni, per sottrarle alla casualità e portarle verso la trasparenza dell’intelleggibile. Solo in questi termini riesco a scrivere, e faccio fatica a sopportare chi prende lo scrivere come un riflesso della sua esperienza personale o della cosiddetta realtà nuda e cruda, senza vedere il processo rituale a cui le parole debbono essere sottoposte (metrica, ritmo, colore tonale, distanza focale).

Gianni Celati – Dialogo sulla fantasia con Massimo Rizzante, Tratto da: Griseldaonline, n. VII, 2007-2008.

In copertina: Paul Klee. “Canzone araba” (Burqa su tela di juta, dettaglio)

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DI MERCOLEDI’
Gabbie, Lacci e altri affanni

 

Due mercoledì fa, dopo il consueto giro al mercato del mio paese, sono passata in Biblioteca a ritirare il libro da leggere per la fine di maggio: dopo l’interruzione invernale dovuta alla pandemia il nostro gruppo di lettura riprende con il libro del mese, che va letto e poi recensito. Più avanti potremo incontrarci di nuovo, per ora ci scambiamo le opinioni via mail.

Mi è piaciuta subito la copertina: i lacci ben annodati tra la scarpa sinistra e la destra legano il passo a un uomo vestito elegantemente. Dire un uomo è troppo, in quanto al di sopra delle scarpe si vedono solo i calzini blu avio e il risvolto dei pantaloni gessati. Il passo lo si vede bloccato dal nodo tra i lacci, così che il piede destro, già alzato sulla punta, sarà il primo a cadere in avanti. Che fare? Davanti alla caduta inevitabile il lettore è impotente, può solo aprire il libro e leggere come si è arrivati a questo momento.

lacci domenico starnoneL’ho letto, Lacci di Domenico Starnone, sentendo la presenza dei piedi legati a ogni pagina. Mi è accaduto raramente di trovare così ben rappresentata da una immagine l’idea centrale di una storia. La storia di per sé non ha nulla di straordinario, ripropone anzi la dinamica del romanzo borghese, che si è diffuso nella nostra narrativa ormai da due secoli.
Il libro racconta la separazione tra Vanda e Aldo e il dolore che essa comporta per la moglie che l’ha subita, la costrizione per lei e per i due figli piccoli a cambiare completamente la vita e le aspettative, dopo che il marito è andato a vivere con una giovane donna, di cui è passionalmente innamorato. Questo nella prima parte del romanzo (la divisione è in tre parti chiamate Libri come nelle opere antiche).

Poi subentra nel secondo Libro un narratore diverso, che sposta il tempo della storia a quarant’anni dopo: è un uomo di oltre settant’anni, che vive in simbiosi con la moglie una vita quotidiana fatta di piccole abitudini, di cui è lei a tenere le redini. Lui si mostra rassicurato dalla routine che si ripete da chissà quanto tempo, ogni giorno di più è consapevole della propria fragilità e di come riescano a destabilizzarlo anche i più piccoli inconvenienti.

È in una fase della vita fatta così, che accade l’imprevisto: di ritorno da una breve vacanza lui e la moglie trovano il loro appartamento nel caos, con i mobili spostati e il contenuto dei cassetti sparso sui pavimenti. Sparito Labes, il gatto di casa. Spezzato l’ordine meticoloso delle stanze, di cui è da sempre custode demiurgica Vanda, mentre Aldo è il convivente silenzioso e arreso, un “uomo-ombra”, come lui stesso si definisce. Dai cassetti che vuole riordinare da solo, mentre Vanda dorme, emergono le prove del loro passato ed è qui che, mentre rilegge vecchie lettere, veniamo a conoscere la sua versione sulla separazione di tanti anni prima.

Nel terzo Libro la storia è raccontata dai figli della coppia, che si incontrano nella casa lasciata vuota dai genitori e riescono ad avere un dialogo inusuale, lungo e in molti punti con idee controverse. Dico controverse perché Sandro e Anna hanno personalità opposte e tendono a ricordare in modo antitetico gli episodi salienti della vita a quattro che si è svolta in quella casa. Quanti lacci hanno impedito anche loro. Quale tiro incrociato tra i punti di vista dei genitori e dei figli sullo stesso passato.

Mi convince questa dinamica aggrovigliata dentro la loro famiglia, sa di realtà.  Mi colpisce il dolore di tutti. La vita familiare, e a questo punto cammino sulle orme di Pirandello, si rivela inautentica. Prendiamo Vanda e Aldo, ora che sono anziani: lei tira le somme del suo legame col marito e conclude che l’attrazione per lui se ne è andata molto presto dopo il matrimonio. Durante i quattro anni di separazione ha dovuto rielaborare una nuova identità come madre e come donna e quando Aldo è tornato a casa si è procurata una sorta di risarcimento.

Lui ha vissuto gli inizi del matrimonio come una bella avventura, salvo poi cadere nella delusione e nella consuetudine: “Essere sposato, avere una propria famiglia in giovanissima età, era diventato non segno di autonomia ma di arretratezza. A meno di trent’anni mi sentivo vecchio.”

E non parliamo dei figli. Da adulti si palesano come due persone invase dal risentimento, insicure e incapaci di mantenere il legame come fratelli. Si incontrano e si parlano solo perché costretti a rimettere piede nella casa di famiglia a dare acqua alle piante e cibo al gatto nei giorni in cui i genitori sono fuori per la breve vacanza raccontata nel secondo Libro.

Il finale della storia è sorprendente: dico sempre che la parte difficile di un romanzo è la sua conclusione e molti finali li trovo deludenti. Questo non delude, ma è amaro. E ora servirebbe anche la presenza di Freud per calarci nel pozzo di insicurezze e traumi non risolti di Sandro e Anna, i quali si sbilanciano in una vendetta verso i genitori, che a me lettrice appare incongrua. Per entrambi sarà liberatoria, lo spero per loro. Di nuovo Pirandello: mi accorgo di rapportarmi con Sandro e Anna come se fossero persone vere e non di carta.

Però resta il fatto che mi hanno ricordato le costrizioni di cui tutti ormai si lamentano; la nazione intera non aspetta altro che riprendere attività e spostamenti e viaggi. Senza lacci e col passo lungo di chi ha una strada da percorrere dopo la sosta forzata.

La scrittura di Starnone è sicura, sicuro il suo appropriarsi di punti di vista differenti e il suo celarsi dietro due narratori maschili e due femminili, di età diverse per giunta. È una abilità narrativa che apprezzo sempre e che sto ritrovando negli ultimi romanzi di Marco Balzano [Qui], come ho già avuto modo di dire altre volte in questa rubrica.

I dialoghi sono molto ben formulati e anche le introspezioni di ogni narratore su di sé sono raffinate e plausibili. Faccio un esempio: quando Aldo si difende dai sensi di colpa, mentre vive lontano da Vanda e lei è in ospedale dopo che ha tentato il suicidio, usa parole estreme da mettere sui due piatti della bilancia. Da un lato riconosce di avere commesso un “crimine”: “Avevo sfregiato un’esistenza”, dice a se stesso; poi però reagisce e sull’altro piatto della bilancia finiscono considerazioni come questa: “Andar dietro al proprio destino era un crimine? Rifiutarsi di sottoutilizzare se stessi era un crimine? Battersi contro istituzioni e consuetudini soffocanti era un crimine? Che assurdità.” Come si vede, la rivoluzione culturale degli anni Settanta ha avuto un bel peso nelle scelte personali di Aldo, così come a Vanda il femminismo di quegli anni ha dato un buon supporto nella lunga rielaborazione di sé.

Lacci mi piace, perché parla delle rinunce che facciamo tutti per vivere in comunità, da quella più piccola della famiglia, alla comunità sociale. Io dico anche per coabitare con noi stessi. Aldo la chiama “sottoutilizzo” di sé, basta questa parola così esatta a dare consistenza al romanzo.

Contro affanni e lacci che ci legano trovo l’amuleto che mi salva, è il gatto Labes, che Vanda cura con amore. Scompare, Labes, e io soffro con la sua padrona quando se ne accorge, mentre controlla le stanze devastate dal caos e teme che gli possa essere capitato il peggio. In fondo, il suo nome in latino significa “rovina”. Per la famiglia, tuttavia, sta per “La bestia” abbreviato; e allora dalla bestia mi aspetto molto. Mi aspetto che dove è andato, e io lettrice lo vengo a sapere alla fine del romanzo, porti il suo essere secondo natura e dia un po’ di stabilità a chi se l’è preso.

Il romanzo su cui è incentrato il testo è: Domenico Starnone, Lacci, Einaudi, 2014

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CAMPIONE PER SEMPRE
Nel romanzo di Stefano Muroni, la storia del giovane Rubens Fadini, vittima a Superga

 

La maglia granata numero sei. I polpacci muscolosi, più imponenti delle spalle. Lontano sullo sfondo, quasi fosse una visione, appare Superga: il sogno di un bambino, la sua meta, la sua morte; ma al tempo stesso la sua immortalità. L’istante eterno della vita.

Illustrata dall’arte di Rosanna Mezzanotte[1], la copertina di Rubens giocava a pallone, edizioni Pendragon, è sintesi limpida del romanzo che Stefano Muroni ha dedicato alla «vittima più giovane della più grande tragedia sportiva italiana»: Rubens Fadini, nato nel 1927 a Jolanda di Savoia, in provincia di Ferrara, e morto in un tragico volo. «Il 4 maggio del 1949, il Grande Torino, la squadra di calcio più forte del mondo, tornava da Lisbona dopo aver partecipato ad un’amichevole contro il Benfica. La nebbia, la stanchezza, forse un errore umano, portano l’aereo a schiantarsi contro la collina di Superga, alle porte di Torino».

La tragedia di Superga sconvolse tutti. Impossibile restare indifferenti; inaccettabile l’idea che quei ragazzi, nel pieno della forma fisica, potessero all’improvviso scomparire nel cielo sopra Torino, la città che li aveva appena battezzati promesse del calcio: sfracellarsi e dissolversi insieme al sogno del Grande Torino, ma soprattutto delle loro giovani vite.

Ma l’autore sa recuperare i brandelli di quello schianto crudele, restituendoci una storia personale: ci fa sentire la carne e il cuore del giovane Rubens, «la vita di un campione dimenticato, la cui breve parabola ha il respiro dell’epopea e la magia di una leggenda».
Ventuno capitoli, uno per ciascuno degli anni del giovane Rubens. Per raccontare un’infanzia sofferta sulla pelle, la caparbietà di un giovane uomo che resiste alla violenza per difendere il suo sogno: «Da grande avrebbe voluto fare il calciatore». E l’autore si specchia in quel sentimento tenace, in «quella straordinaria sensazione di sentirsi alla pari con se stessi, in una vita che ti voleva sempre in debito».

Un pallone di cuoio, il campo di calcio dietro la scuola, la vita spietata nei territori della Grande Bonifica; e sullo sfondo la storia maiuscola: il Fascismo, la guerra. Radici e cielo.
Da una stella cadente intravista in una notte di dolore, alla realizzazione del sogno che consacra Fadini astro nascente del calcio. Il settimo capitolo – cruciale nella narrazione – commuove e fa rabbrividire. Uno stile diretto, tinte forti, un espressionismo della parola che suscita emozioni profonde. E non manca mai il tocco poetico dell’autore, il segno che sa restituire un senso, che sublima anche la sofferenza. Tutto torna: nella rotondità di quel pallone di cuoio, la vita di Rubens si compie come un cerchio, affermandolo «campione per sempre».

Una storia unica. Un romanzo d’esordio avvincente per Stefano Muroni, già autore di due applauditi volumi: Tresigallo città di fondazione. Edmondo Rossoni e la storia di un sogno (Pendragon, 2015) e Dall’alto della pianura. Storie perdute di amore e di follia (Pendragon, 2017).

La copertina del romanzo

Una vicenda che, come nei libri precedenti, si nutre nella storia dei suoi nonni e dei suoi bisnonni, dai racconti tramandati di generazione in generazione. ‘Fole’ e leggende che l’autore ha ascoltato con occhi scintillanti e avidi di curiosità. Cresciuto in una realtà di Provincia, Stefano Muroni è legato visceralmente alla storia della sua Terra, alle sue meravigliose corrispondenze con l’infinito: «Dalle nostri parti si dice che per il 2 novembre i morti ritornino a dormire nei loro letti[2]».
Da qui arriva l’ispirazione di Rubens giocava a pallone: «A volte le storie stanno nel vento, nel frastuono degli uragani di giugno, nelle nebbie dense di novembre, nella leggerezza delle spighe di grano, nei canti lontani che non ci sono più, nel silenzio della campagna. Basta solo saper ascoltare».

Basta solo saper ascoltare.

Note
[1] Tra le tante collaborazioni, R. Mezzanotte è illustratrice del video Jenny è pazza di Vasco Rossi
[2] Incipit del romanzo

Qualche pagina in anteprima del romanzo di Stefano Muroni è stata pubblicata da Ferraraitalia. Per leggerla clicca [Qui]   

Cover: Formazione Torino FC, conosciuta come Grande Torino1948-49, cartolina per i tifosi (Wikimedia Commons) 

“Il silenzio alla fine” il nuovo romanzo di Pietro Leveratto
Oggi alle ore 18,30 l’autore in diretta sulla pagina Fb di Ferraraitalia

David Weisseberg e Andrea Bergallo sono colleghi, amici e rivali, uniti dalla musica che li ha resi i più noti direttori d’orchestra degli anni Trenta. Il silenzio alla fine, edizioni Sellerio, di Pietro Leveratto è un romanzo in cui la musica dà significato alle esistenze di due uomini diversissimi, persi e ritrovati, legati anche quando la fine ha imposto il silenzio. David, ebreo austriaco, ha una moglie, Therese, con cui quell’antica promessa di amore eterno non vale più perché la vendetta è più forte, la dannazione attrae e la notte inghiotte la volontà di salvarsi.
David per tutta la vita ha accanto Bruno, il suo legale, votato ad accompagnarlo, comprenderlo, cercarlo e aspettarlo nei momenti più bui quando l’alcol sarà il compagno preferito: perché affrontare i propri fantasmi, si chiede David, quando a teatro Siegfried o Otello, le maschere di cartapesta da lui dirette, possono occuparsene?
Il rapporto di lavoro e di tutta una vita tra David e Bruno è centrato sull’egoismo del musicista, sulla sua aura di fama e successo che ha bisogno della dedizione totale di Bruno che sa reggere, come un architrave, “il precario edificio della psiche di David”. Chi sia davvero quest’uomo, lo sa bene la moglie Therese: “sei un animale raro, più sfuggente di un serpente di mare che viva negli abissi più profondi senza curarsi di cosa accada sulla terraferma”. Ma New York costringe David a modificare la sua mappa personale: si lascia andare a incontri, a Julia, senza pace si vede con dieci anni di più addosso e comprende a cosa sia arrivato.
Nel frattempo, Andrea Bergallo, talentuoso e antifascista, scompare in questa New York in cui un sodale di Mussolini, Gaspare Tiralongo, è arrivato per fare proselitismo e difendere i valori della patria. La malavita della grande città inganna Tiralongo e lo fa cadere in una maglia di contatti oscuri, definitivi ed esiziali. David è determinato a scoprire cosa sia successo ad Andrea Bergallo, la rete metropolitana e sconosciuta in cui si è trovato lo porterà, pur in una “catena della colpa”, alla verità sul caso Andrea Bergallo, su cui le indagini delle autorità si stanno ingarbugliando. La verità sarà però taciuta, il silenzio che solo un direttore d’orchestra può decretare, sarà il “necessario compagno” da lì in avanti.
Pietro Leveratto presenterà Il silenzio alla fine mercoledì 31 marzo alle 18.30 sulla pagina facebook del Microfestival delle storie e di Ferraraitalia. Dialoga con l’autore Riccarda Dalbuoni.

PRISMA
Storia di libri, librai e investigatori nell’ultimo romanzo di Gianluca Morozzi

 

“Sono il libraio con il papillon. Ne ho cinquanta diversi, di papillon, accumulati negli anni. Ogni giorno ne cambio uno”. Alla libreria Boutique del mistero, Vilo Vulcano, protagonista di Prisma, edizioni Tea, di Gianluca Morozzi, accoglie i pochi clienti con un’estetica e un’etica di base: “amore per le pagine scritte, per i piccoli editori, per gli autori dimenticati o sconosciuti”. La Boutique del mistero è anche la casa del libraio squattrinato che più che tra gli scaffali esercita nel retrobottega dove vive e svolge l’attività di investigatore. Un caso difficile arriva a spezzare la monotonia delle giornate in libreria dove le solite anziane, chiedono di Pirandello, Sciascia e Calvino ma non comprano nulla.

Attorno a Vilo una serie di comprimari grotteschi che rappresentano la sua rete di relazioni: l’Orrido, un motociclista di 120 chili bibliofilo, Lajos proprietario di una fumetteria e Lobo suo dipendente. Vilo non conosce la paura, o meglio, non ha paura di niente: a causa della sindrome di Urbach-Wiethe, non può provarla perché il suo cervello non funziona nella parte che induce il panico. Un prerequisito perfetto per un detective che si muove anche nei bassifondi di una Bologna notturna per lavorare, ma quando quel detective rischia di morire, la mancanza di paura può essere letale. Ma non se c’è l’Orrido a condividere lo stesso pericolo. Il caso da risolvere è un mistero nel mistero: la morte di un illusionista, Houdini Versalico, durante uno dei suoi trucchi. Il metodo investigativo di Vilo è tutto personale: “Ne ho svariati, ma talmente improbabili e all’apparenza dilettanteschi che faccio miglior figura se mantengo un velo di mistero”. E infatti. Dalle intuizioni guardando Star Trek, all’aiuto di Remedios, una donna con il potere del terzo occhio, Vilo entra nel caso da risolvere e nei guai.

E poi le donne: Zelda Versalico, la committente, di cui è affascinato e Chiara, una giovane studentessa, già fidanzata con un altro, Luciano, detto il siderurgico per la professione. Anche Chiara, come Vilo, vive una vita scissa, tra il siderurgico e il librario che, a sua volta è sempre meno libraio e sempre più investigatore, ma è solo con lui che Chiara può pensare ai trenta modi per dormire abbracciati.
La storia è costellata di citazioni di libri e film, perché Vilo Vulcano se la spiega così la sua realtà: è automatico per lui che certe risposte vengano dalla letteratura e dalle pellicole: Woody Allen, Agatha Christie, Giorgio Scerbanenco, Giuseppe Berto, Kurt Vonnegut, Timur Vermes. La risoluzione del caso del mago Houdini Versalico, a cui Vilo arriva grazie a un rovesciamento della situazione, dei ruoli e delle apparenze, non è la fine della storia: Vilo Vulcano ha ben altri misteri da affrontare, con il suo passato e con se stesso.

Gianluca Morozzi presenterà Prisma, edizioni Tea, sabato 20 marzo alle 18 per la rassegna Autori a corte. Dialoga con l’autore Riccarda Dalbuoni.

Un padre, una figlia, un bosco, l’ex Jugoslavia
Federica Manzon presenta il suo ultimo romanzo: 3 marzo ore 18.00

Le voci della natura che parla nel suo silenzio e le parole della guerra, combattuta poco più in là. Il bosco del confine, Aboca edizioni, di Federica Manzon è un libro che fa dialogare un padre e una figlia su cosa voglia dire andare oltre un confine e trovare qualcosa di diverso, ma anche uguale: altri uomini con cui potere legare, nonostante il confine, nonostante la guerra, che poi scoppierà, nella ex Jugoslavia.
È il 1979, padre e figlia camminano nel bosco, luogo senza appartenenza dove passeggiare senza bussola significa perdersi tra le macchie di colore e i profumi, ma è anche intravedere, dal binocolo, uomini con un altro passo, un’altra direzione, un’altra storia. Il bosco è un luogo dell’infanzia, libero, ispiratore di “un’intimità pratica” fra un padre pacifista che non risponde mai alle domande in modo diretto e non racconta di sé e una ragazzina che sarà libera di pensare e valicare tutti i confini del passato, della terra, del pensiero. È nel bosco che il padre porta la figlia Shatzi perché lei sappia che esistono posti in cui non è lecito dire questo è mio e dove il controllo degli altri non si può esercitare. Il bosco è il luogo della “riflessione astratta”, del passo che si accorda con il respiro. Non ci si sente minacciati nel bosco, mai, ci si scambia il sorriso con altri camminatori sconosciuti.
“Questi confini sono una sciocchezza (…), basta andare nel bosco per capirlo”, dice il padre, e Schatzi lo capirà, qualche anno dopo, quando potrà assistere alle olimpiadi di Sarajevo e conoscerà Luka da cui potrà prendere racconti “come una trasfusione, sangue altrui che diventa cosa mia”, un’amicizia che non si spegnerà negli anni, ma resterà viva grazie alle parole che i due si scriveranno.
Quel bosco, per Schatzi, sentiero di esplorazione e formazione dell’infanzia per mano del padre, rimane luogo da attraversare anche da adulta, assieme ad altri compagni, di cui è diventato semplice fidarsi.
Federica Manzon presenta Il bosco del confine mercoledì 3 marzo alle 18 per la rassegna in streaming Autori a corte. Dialoga con l’autrice Riccarda Dalbuoni.

DI MERCOLEDI’
L’irresistibile fascino del bancario
(specie se scrive romanzi)

 

Che sia questo il motivo del mio gradimento? Con la testa fra le mani di Nicola Cavallini mi sta piacendo, sono a circa cinquanta pagine dalla fine e mi ritrovo piena di curiosità; trovo con piacere il momento per dedicarmi alla lettura e intanto ripasso velocemente il dove ero rimasta.

Possibile? Il protagonista è un bancario, il dottor Marco Malucelli. Ha circa quarant’anni, è sposato con Francesca e insieme hanno un bambino, Matteo, di quattro anni. Non c’è nulla che mi riguardi e mi accomuni a lui, non la professione, né tanto meno l’età e la composizione della famiglia. In più, la sua è una lingua con una forte coloritura di genere, è un uomo che si esprime e utilizza i gerghi che gli sono propri, senza rinunciare a un pizzico di turpiloquio, se si può ancora chiamare così.
Mi rifugio nelle parti in cui Marco racconta come passa le giornate in ufficio e a quel punto fa ricorso al linguaggio bancario. E’ bravo: sento che potrei capirci qualcosa se le rileggessi un certo numero di volte.

Leggo con attenzione i resoconti delle trasmissioni radiofoniche che un paio di sere alla settimana tiene insieme all’amico Augusto e qui mi sento coinvolta, vagamente complice: le pagine sono dedicate a una passione, finalmente! Oltre, però, non vado perché non conosco il pop anglosassone, genere che i due amano alla follia e non so riconoscere un disco che uno. Un gruppo sì, solo gli Abba.

Eppure affronto le ultime cinquanta pagine con interesse. Nel punto in cui mi trovo la vita quotidiana di Marco e famiglia ha registrato un vistoso miglioramento: dopo un paio di errori commessi sul lavoro e dopo le conseguenze nefaste che questi hanno comportato sul bilancio famigliare e sulla sua autostima, Marco ha tentato di dare una svolta al destino. Come? Meglio non svelarlo, oppure meglio dire solo qualcosa, altrimenti non si comprendono alcuni dei motivi per cui il libro mi è piaciuto fino in fondo. Diciamo che insieme a Francesca ha messo in atto ‘un po’ di ricatto’ che ha fruttato un mucchio di soldi, ora fermi in una banca accuratamente scelta per non destare sospetti.

Questo romanzo ha un ottimo ritmo narrativo, un ritmo brioso, adatto ai trenta-quarant’anni (ecco uno dei motivi per cui mi diverte leggerlo): ergo non possiamo essere arrivati al traguardo della storia. Può succedere molto altro nelle cinquanta pagine che restano e infatti succede. Succede che la polizia indaga sulla truffa compiuta da un amico d’infanzia di Marco ai danni di numerose Assicurazioni e gli fa domande in proposito. La sua banca ha il truffatore tra i propri clienti. E’ una vertigine per Marco essere interrogato, si sente braccato, messo allo scoperto: è la truffa in cui ha messo il naso anche lui per ricavarne il suo gruzzolo!

Succede anche che, dopo essersi ripreso a fatica da questo episodio angoscioso, accetta di condurre una seconda trasmissione radiofonica assieme al fedele Augusto, trovando momenti di evasione che lo ritemprano. Dai due viene inserito in scaletta un quiz letterario che invita gli ascoltatori a riconoscere il titolo di un libro e il suo autore ascoltando l’incipit. In questo caso ne capisco qualcosa di più e allora trovo che i libri proposti sera dopo sera sono di grande qualità e rivelano la “genuina passione per la letteratura” del personaggio Marco e del suo autore (ecco un altro motivo di gradimento).

Poi la situazione precipita. Quando Marco legge un incipit che non esiste in letteratura, un inizio di romanzo formulato da lui in cui allude alla truffa alle Assicurazioni, solo chi ne è l’artefice è in grado di chiamare in radio e di dare la risposta giusta. Ora questo ascoltatore è al telefono e sfida Marco, dice il luogo e il momento in cui devono incontrarsi. La posta è altissima, la tensione narrativa al massimo. Sono arrivata all’ultima pagina e mi sento guardinga: è quando uno dei due vince che si conclude la storia? Per fortuna sì e no. Se ci si riferisce alla avventura in cui Marco ha voluto infilarsi, improvvisandosi truffatore, tutto è andato in fumo. Ha voluto uscire dal proprio calibro, dal suo lavoro nella filiale della banca, ma alla fine è rimasto schiacciato da ingranaggi più grandi di lui. E’ un bravo ragazzo, Marco. Lo svela nelle pagine in cui cerca di manipolare e azzerare il senso di colpa per il ricatto, che lui chiama “provvigione”, ma nel profondo sa che ciò che ha fatto legittimo non è.

Non è finita, invece, se si leggono con attenzione le poche righe rimaste: non è un finale consolatorio e non è esplicito. Le parole di cui è fatto sono allusive e sfumano in sensazioni uditive e visive indefinite, come in una dissolvenza da film. Da lì potrebbe cominciare un secondo romanzo, un sequel perfettamente agganciabile alle ultime righe. È anche un finale inquietante, perché come dicevo non consola e non redime il protagonista. Per questo mi ha convinta. Questo romanzo ha il pregio di essere scritto da uno di noi, con la lingua che ci esprime  e con la parabola di vita che realisticamente ci tocca in sorte. E’ un motivo che pesa parecchio sul mio gradimento, potrei definirlo l’aspetto più contemporaneo della scrittura di Nicola Cavallini.

Infine c’è il vissuto. L’io narrante riproduce con molta esattezza l’atmosfera della sua infanzia  e dell’adolescenza. Come lui l’ho vissuta in una piccola comunità, la mia di paese, la sua di quartiere. Riporto le parole che parlano della pubertà e le sottoscrivo pienamente: “La mia pubertà è legata al mito delle giornate di sole trascorse, con gli amici, a giocare a ping pong. Giornate interminabili, dall’alba al tramonto, nella calura trasudante dai muri di pietra e dal cortile, nell’aria un odore di acne, dai balconi un profumo di panni stesi, le nostre opportunità ancora intatte, un immenso crocevia di strade ancora vergini, inesplorate”. In un’altra bella pagina che voglio riportare è ritratta la fase dopo i vent’anni, che Marco chiama “il periodo dei matrimoni degli amici” e poi li ricorda alla Muccino, alla maniera del film L’ultimo bacio di recente ritrasmesso in tv. E’ la fase in cui le scelte fatte per lavoro e famiglia ci dànno consistenza e ci imbrigliano.

Quando la storia ha inizio il nostro bancario lo troviamo lì, nel suo ufficio, qualche anno dopo il suo matrimonio con Francesca. Appare stressato per le cattive relazioni in filiale, è oppresso dalle difficoltà economiche e si sente in gabbia.

Il suo forte sono i rapporti con i clienti. Dice di sé in una delle pagine iniziali: “…essermi conquistato una credibilità sia come consulente che come assistente alle tesine mi riempie di orgoglio. Alcuni clienti…mi fanno l’occhiolino con aria complice, sperando che, prima o poi, passi loro una di quelle esclusive che so io”. Bella soddisfazione, espressa con una lieve nota di onnipotenza, ma la pagina non finisce così: con una virata linguistica, che attinge al cinismo del giovane Holden, la voce narrante lavora su di sé per sottrazione, mette a nudo il proprio errore, l’aver sbagliato il suo primo investimento in borsa. “Io penso di essere un idiota ma, sapete, in giro è pieno di gente troppo severa con se stessa”.

Nell’articolo faccio riferimento alle seguenti opere:
– Nicola Cavallini, Con la testa fra le mani, Giraldi Editore, 2006
– D.Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, 1961
– Muccino, L’ultimo bacio, film, Italia, 2001

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

Insegnami la tempesta
Il rapporto conflittuale tra madre e figlia nell’ultimo romanzo di Emanuela Canepa

Le viscere dell’amore materno non si arrendono, nemmeno di fronte al respingimento di una figlia che sceglie come vuole essere. Insegnami la tempesta, Einaudi, di Emanuela Canepa è un libro in cui l’essere madre è continuo sgretolamento di certezze, è un vento contro che ti investe della diversità di una figlia che si allontana. Lo sguardo della giovane Matilde perde di intensità verso la madre Emma, la ragazza si stacca e, in un enigma che starà a Emma risolvere, cresce. “Non capisco cosa le ho fatto”, si chiede Emma, niente verrebbe da suggerirle, se non la fatica di inseguire una figlia che chiede autonomia, comprensione del suo essere altro da chi l’ha messa al mondo.
Lo scontro fra le due donne diventa il conflitto tra personalità diversissime il cui reciproco riconoscimento, per il legame di sangue che lo sottende, deflagra generando chiusura, soprattutto da parte della giovane Matilde. Verso Emma, la ragazza pone confini netti e glaciali, silenzi, fuga.
Il senso di colpa di Emma è polimorfico, riconduce a sé il carico degli insuccessi in quanto figlia e madre, della non corrispondenza tra come le cose sono andate e come tutti si aspettavano che sarebbero andate.
Emma vede Matilde imboccare le strade che più la possono portare distante, fino all’antitesi, cioè a una persona del passato con cui Emma aveva chiuso e da cui Matilde si rifugia. Tra i rivoli dispersi, si muove Matilde eleggendo proprio quella vecchia amicizia di Emma, Irene, donna a cui consegnare il proprio dolore. Matilde, cercando di tutelare se stessa in un momento di grandi scelte personali, contribuisce a imprimere una svolta al vecchio rancore di Emma che si domanda se abbia ancora senso provarlo o se, invece, sia arrivato il momento di un cambio di passo.
Il cambiamento riguarderà anche altro nella vita di Emma e nel suo avvicinarsi a Matilde: una madre può arrivare a vedere la forma dell’ingombro che si è messo in mezzo tra lei e la figlia e solo allora può riuscire a stare un passo indietro e lasciarla andare.

Emanuela Canepa presenterà Insegnami la tempesta venerdì 26 febbraio alle 21 in diretta sulla pagina Facebook del Microfestival delle storie  [Qui] e su quella di Ferraraitalia [Qui].
Dialoga con l’autrice Riccarda Dalbuoni.

Un’insolita detective raccontata nel romanzo ‘Gli insospettabili’
il libro d’esordio di Sarah Savioli

Anna non ha quella durezza che le servirebbe per rimestare nel torbido quando investiga sulle vite degli altri. Anna è delicata, è mamma e materna, ha il dono invisibile di dialogare con le piante e gli animali, informatori fidati che raccontano più di tante evidenze. Gli insospettabili, edizioni Feltrinelli, è il romanzo d’esordio di Sarah Savioli, perito forense che si dedica anche alla scrittura.
A indagare assieme ad Anna su un omicidio, il ruvido titolare dell’agenzia di investigazioni Giovanni Cantoni, il collega Tonino e Otto, un alano dalla parlata napoletana senza il quale le ricerche non sarebbero le stesse. L’omicidio di Armando Piazza non è semplice come sembra, nulla è come appare agli occhi di Anna che empatizza con tutto ciò che incontra, natura, animali e uomini, soprattutto quando si imbatte nel dolore e nella disperazione di gente sconosciuta di cui vuole capire i meccanismi più nascosti.
Anna arriva fino in fondo alle cose, e alle indagini, lo fa con le domande giuste, con gli errori, i rischi e la pazienza di ascoltare gli altri, oltre le parole. Ha un rapporto con il mondo di complicità e mutuo soccorso: gli altri vanno aiutati, la verità va scoperta, anche quando riguarda gli ultimi. “Quando un dolore non puoi alleviarlo, devi almeno rispettarlo” ed è per questo che Anna non si accontenta, per rispetto a quella madre in cerca di verità, deve consegnarle il risultato di ogni suo sforzo.
Anna ha un bimbo piccolo, Luca, di cui la spaventa, più di tutto, la somiglianza con se stessa e un marito Alessandro che conosce il giorno in cui, dopo un brutto incidente, esce dall’ospedale e la vita ricomincia, proprio da quel braccio offerto per appoggiarsi. E poi ci sono una sorella e un padre, tenuti insieme da Caterina – la nuova compagna del padre-, dotata di un potere ricostituente e aggregante fra i cocci che rischiavano di spargersi per sempre.
Sarah Savioli presenterà Gli insospettabili sabato 20 febbraio alle 18 per la rassegna Autori a corte. Dialoga con l’autrice Riccarda DalbuonI
In live streaming sulla pagina Facebook del Microfestival e di Ferraraitalia

 

Sommersione
L’inferno interiore nell’ultimo romanzo di Sandro Frizziero

Il vecchio pescatore odia gli altri e tutta l’isola odia lui. Non ha nome questo vecchio vocato al disprezzo, allo scontro, alla disarmonia col mondo. Il suo mondo è l’isola dove si è consumata la sua vita tra botte alla moglie, lavoro e misantropia. Sommersione di Sandro Frizziero, Fazi editore, è un racconto a tu per tu con un uomo senza nome di cui la voce narrante conosce le bassezze e i dolori. Ambientato in un’isola della laguna veneta, Sommersione è la storia di un pescatore narrata tra ricordo e presente: l’esistenza disperata, sola, per certi versi abbietta di quest’uomo, è oggi il serbatoio che contiene tutto ciò che la vita è stata: “ce lo costruiamo da noi l’Inferno”, e l’Inferno “è in questa terra, non ci sono dubbi, l’isola ne è una sorta di succursale, una filiale dell’Ade per gente di mare”.
La sommersione è, per il vecchio, un’onda di istinti e rabbia che non ha mai lasciato spazio a tenerezza e amore, “il diavolo ce l’hai proprio in corpo e con il diavolo ti tocca conviverci”, mai una tregua, soprattutto verso la moglie Cinzia, offesa, tradita, accantonata.
La sommersione è il “pensiero malefico” che lo perseguita da sempre, ogni giorno rispunta a tormentarlo, è il ricordo di un fatto atroce, accaduto in gioventù, che ha generato una responsabilità poi diventata colpa, il punto più basso da cui il vecchio non riesce a riscattarsi. Il pescatore si guarda allo specchio: “sei invecchiato male, questa è la verità” gli dice l’immagine riflessa, ha paura della fine, sa che non c’è differenza fra uomini e animali in questo.
Sommersione è un libro dove gli elementi primari acqua, terra, fuoco e cielo sono il perimetro della vita di un uomo senza più conciliazione né consolazione, il quale, come atto di libertà, sceglierà il ritorno a uno di essi.
Sandro Frizziero presenterà Sommersione il 4 febbraio alle 21, in diretta sulla pagina facebook del Microfestival delle storie e di Ferraraitalia. Dialoga con l’autore Riccarda Dalbuoni.

Zodiaco street food
la storia di un antieroe nel romanzo di Heman Zed

E’ pregiudicato, smargiasso e scaltro quanto basta per riuscire a cavarsela. Romeo Marconato è l’imprenditore che fa soldi tra il lecito e il meno lecito, scansa gli accidenti con una certa dose di intuito e si butta negli affari se fiuta il guadagno. Zodiaco street food di Heman Zed, edizioni Neo, è un libro divertente, grottesco, amaro per la spregiudicatezza di certe figure che popolano la cerchia di Romeo: attorno a lui amici e nemici non si distinguono più, sodali e traditori si scambiano il posto continuamente.
Romeo manda avanti la sua attività di street food, una agro-pirateria alimentare di pessima qualità: una paninoteca per ogni segno zodiacale, dodici furgoncini piazzati tra Padova e Venezia dove Romeo non manca di avere frequentazioni di affari e dove cede al fascino di Larisa, una ex spia del Kgb che sarà, per lui, il bene e il male mescolati insieme ancora una volta.
Sgangherata è anche la famiglia di Romeo: una moglie mantenuta da liquidare il prima possibile e un figlio non proprio in possesso delle piene facoltà mentali a cui dover badare.
Heman Zed crea un antieroe, che si esprime con un linguaggio tutto suo, Romeo è un arricchito, con il Suv e la villa, tanto ignorante quanto sincero e quando perde, non perde mai del tutto, dietro l’angolo c’è sempre qualcosa da guadagnare, una situazione di cui approfittare, un colpo di mano della sorte da prendere al volo.
Ma un minimo di morale Romeo Marconato ce l’ha, restituisce favori, riconosce chi non tradisce e, come padre, da ultimo, non abbandona suo figlio.
Zodiaco street food sarà presentato alla rassegna Autori a corte sabato 30 gennaio alle 18, diretta dalla pagina facebook di Autori a corte. Dialoga con Heman Zed Riccarda Dalbuoni

La distanza tra me e il ciliegio
Un romanzo di Paola Peretti

La distanza fra Malfalda, bambina di dieci anni che sta giorno dopo giorno scivolando nel buio, e il ciliegio è fatta di metri e passi che si riducono sempre di più, fino a diventare un grande abbraccio. La distanza tra me e il ciliegio (Rizzoli) di Paola Peretti è stato un caso editoriale, tradotto in diverse lingue e chi lo ha scritto è una giovane donna che si è raccontata con delicatezza, con un sorriso che si coglie anche al telefono.
La vita di Mafalda sta cambiando, attorno a lei il mondo sbiadisce, il grigio subentra ai colori, ma i sensi si fanno più forti, decisivi, una bussola che la orienta nello spazio ma anche verso le persone giuste e verso il ciliegio che, alla fine, sarà la sua grande conquista.
Paola, che cos’è il ciliegio?
“E’ il fine, è il punto al quale tutti arriviamo grazie alle circostanze, anche grazie all’aiuto degli altri, ma soprattutto grazie a noi, alle nostre decisioni, alle scelte che facciamo quando siamo soli”.
Mafalda è una bambina che inizia a sentire più degli altri, riesce a sentire l’odore di quando qualcuno piange, il suo tatto si affina, e il suo terzo occhio, di cui è consapevole, vede oltre tutto. Mafalda arriva ad avere capacità più grandi degli altri, nonostante il buio. E noi?
“Emozioni e sensazioni arrivano a Mafalda e lei, grazie a questi sensi sviluppati, coglie ciò che la circonda, coglie la profondità degli altri. Quanto al terzo occhio, il pubblico che ho incontrato durante le presentazioni, mi ha fatto comprendere che lo abbiamo tutti, e che forse è quella stella un po’ oscurata che non riusciamo vedere o non vogliamo, ma in realtà tutti la portiamo dentro. Si tratta solo di darle voce”.
Mafalda impara l’essenziale, cioè quel nucleo spogliato dell’inutile ma anche ciò di cui non può fare a meno. Cos’è l’essenziale?
“Mafalda è arrivata a una sua risposta, l’essenziale sarà ciò senza il quale non potrà vivere e che dovrà portare con sé, Mafalda ha ben presente cosa sarà”.
Accanto a Mafalda, oltre ai genitori, una figura di aiutante, Estella, che accompagna la bambina verso la conquista del ciliegio, il suo sogno.
“Estella è il mio omaggio a Dickens e a Estella, personaggio del romanzo Grandi speranze, ma è anche un omaggio alle donne della mia famiglia, donne forti che ho avuto accanto. Estella è un mentore, a volte è anche brutale ma essenziale, appunto, per la formazione di Mafalda che deve imparare ad accettare grandi cambiamenti nella sua vita”.
Perché hai scelto di rendere protagonista una bambina?
“Fare parlare e muovere una bambina di dieci anni mi permetteva di utilizzare una voce più leggera, anche se non è stato semplice rimettermi nei panni di una bambina. Ho fatto ricorso all’esperienza che ho avuto come insegnante a bambini stranieri che sono stati una grande risorsa per scrivere questo libro”.
Nel libro arriva un momento magico, quasi fiabesco, una notte in cui Mafalda sperimenta, scappa, cresce. Ma poi arriva l’alba e qualcuno ad abbracciarla.
“Il suo buio è il momento di crisi che arriva nella via di tutti, Mafalda decide di non soccombere e attraversarlo attrezzandosi che con tutte le forze che ha”.

ALFABETO SIMENON
L’inventore di Maigret raccontato da Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla

“Se esiste il pianeta Simenon infatti, è donna. E una donna non è semplice da spiegare con una sola linea dritta”. Nella prefazione ad Alfabeto Simenon (edizioni Bd), Alberto Schiavone entra già nell’opera che con parole e immagini regala al lettore cosa è stato uno degli scrittori più complessi e ammirati del Novecento. Alfabeto Simenon, che esce oggi in libreria, è il ritratto a fumetti dell’inventore di Maigret e di una personalità mai paga e riposta in romanzi, racconti, articoli. Alberto Schiavone, autore di Dolcissima abitudine (Guanda), Ogni spazio felice (Guanda), La libreria dell’armadillo (Rizzoli) e Maurizio Lacavalla, premiato fumettista, hanno ricreato la vita, le ossessioni, i viaggi nel mondo e dentro la propria inquietudine che non si assopirà mai, di Simenon illuminando, attraverso la citazione della sterminata produzione bibliografica, l’uomo, l’artista, il marito, il figlio, il padre che è stato.
I ventisei capitoli e le altrettante lettere dell’alfabeto si intingono nella vita dello scrittore che è riuscito a raccontare di sé e dell’umanità, della società e degli ultimi, della madre e delle numerose amanti. Il pianeta Simenon è vasto da esplorare, ma con le parole di Alberto Schiavone e le immagini create da Maurizio Lacavalla, l’alfabeto con cui leggerlo si fa strumento: Camilleri, Fellini, e poi Colette, Gide ci parlano di Simenon e noi lo possiamo guardare da vicino con la lente di chi lo ha conosciuto, con le riflessioni di chi lo ha commentato e con ciò che lui stesso non ha mai negato di sé. Alfabeto Simenon miscela romanzi e racconti e li supera: lo scrittore è dentro e oltre ai suoi testi pubblicati, è una vita che indaga, ricerca, ha dipendenze e simbiosi con gli ambienti e le vicende narrate.
Grazie ad Alfabeto Simenon, conosciamo come è nato Maigret, qual è stato il metodo cadenzato, preciso, mai interrotto con cui i romanzi sono nati, e il lessico sempre alla ricerca della parola giusta e diretta. È lo stile Simenon, insomma, che nella sua eleganza asciutta non cerca mai di stupire, non ne ha bisogno.
Alfabeto Simenon sarà presentato in diretta Facebook dalla pagina di Ferraraitalia e del Microfestival delle storie venerdì 20 novembre alle 21. A dialogare con gli autori Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla, Riccarda Dalbuoni e il fumettista Biagio Panzani.

Selvaggio è il cuore
L’amore raccontato nel Messico della rivoluzione è l’ultimo romanzo di Nicoletta Canazza

Un contesto rivoluzionario in cui si muovono uomini di ideali e donne di volontà. Selvaggio è il cuore è l’ultimo romanzo di Nicoletta Canazza, per la collana Literary Romance. La giornalista de Il Gazzettino, che ha già pubblicato romanzi, racconti e scritto sceneggiature, ama definire ‘rosa’ questo romanzo in cui tutti i canoni del genere sono rispettati, ma le sfumature sono anche altre. È la storia di un’epopea familiare che vive nel Messico di inizio Novecento ed è la vita di donne che rifiutano un futuro preordinato, già deciso e fanno scelte di libertà e di stile molto moderne.
Selvaggio è il cuore è frutto di una revisione dopo essere stato nel cassetto per un po’ di tempo, i mesi di lavoro da casa e di confinamento sono stati l’occasione per dare vita a una storia nata anni prima.
“Il romanzo era quasi compiuto – mi racconta Nicoletta durante una presentazione a una rassegna letteraria –, quando l’ho ripreso in mano i personaggi hanno iniziato a parlarmi, quasi a chiedere che questa storia venisse finita e mandata al suo destino, così l’ho sfoltito e terminato”. E una casa editrice ha subito risposto, mandando in stampa il romanzo. I personaggi si muovono tra scenari esotici evocativi, ciascuno di loro porta in dote intrecci e vite parallele che infittiscono la storia, ma il nucleo centrale è l’amore, fatto di passione e allontanamenti, compromessi e abbandoni. Gabriel ed Helena si cercano, si scelgono e sono complici, di loro Nicoletta fa parlare gli occhi, perché può non servire altro a mandare avanti le situazioni.
“Credo che l’incontro tra due amanti – spiega Nicoletta – debba essere descritto più con l’allusione che con il dettaglio, come al cinema: le cose si devono intuire senza bisogno di spiegarle, questo rende più complice il lettore e più interessante la narrazione”.
In un precedente romanzo, Tanto non ti amerò, ambientato ai giorni nostri, Nicoletta affonda nella disaggregazione suprema a cui una famiglia può arrivare, perché la freddezza del calcolo soppianta il calore del nucleo originario, e così anche in Selvaggio è il cuore, è la famiglia che tutto può, ma anche tutto distrugge, un punto centrifugo e centripeto insieme.
“Le famiglie sono microcosmi in cui avviene di tutto, basta leggere la cronaca, mi ha sempre interessato cogliere certi meccanismi di conflitto che possono sorgere tra consanguinei e in questo romanzo intreccio l’amore, il latifondo, l’eredità, la competizione e il ritrovamento”.
Un libro avvincente fino all’ultima pagina in cui donne e uomini tessono il proprio destino lottando da protagonisti.

Il nido delle cicale
l’ultimo romanzo di Anna Martellato parla di rinascita

“Ho incontrato persone e mi sono chiesta perché continuassero a fare proprio quelle scelte, così ne ho scritto, facendo diventare romanzo certi temi che riguardano molti”. Raggiungo al telefono Anna Martellato, collega, conosciuta anni fa a Venezia, quando di lei mi colpì la propensione ad ascoltare e a familiarizzare. Anna Martellato ha pubblicato per Giunti Il nido delle cicale, un romanzo in cui si sentono i profumi e si vedono i colori, come a essere immersi in quella lingua di lago di Garda dove Mia, la protagonista, cresce e cambia pelle.
“Mia è una donna che spesso si gira dall’altra parte, scappa da una gabbia familiare a un nido che, in realtà, è un’altra gabbia ancora, si porta dietro blocchi che a un certo punto vanno affrontati, con non poco dolore, ma poi finalmente sciolti”, spiega Anna che nel romanzo ha voluto parlare di rinascita e mutamento, come quello delle cicale che dopo essere state dormienti sotto terra, escono alla luce in un corpo nuovo. “Le cicale aspettano il momento giusto per uscire, ho preso in mano il guscio e ho visto un taglio chirurgico, vengono fuori proprio da lì e da sole, anche Mia esce da sola da una situazione, affronta il dolore che è quello del rapporto col compagno e quello del passato e dei legami familiari, poi non torna più indietro”.
Nel romanzo, la protagonista si trova davanti a una scelta e prima ancora di decidere come fare, deve decidere se vuole sapere fino in fondo la verità. Una voce allora la guida, mostra, indirizza: come un daimon, un nucleo antico, la voce illumina una crepa, quella parte di vita sconosciuta che Mia può accettare o rifiutare del tutto. “Ognuno di noi ha una saggezza innata – spiega Anna – che a un certo punto si fa sentire, se stiamo in silenzio sappiamo sempre che direzione prendere”. Ed è con questa saggezza che Mia affronta una scoperta dopo l’altra, riprende i legami sospesi con il passato, primo fra tutti con la madre a cui prova a indicare una strada per uscire dal dolore: “Sono convinta che ciascuno abbia le chiavi della propria felicità che non vengono mai consegnate dagli altri e per questo Mia tenta di spiegare alla madre, da cui si era allontanata, che può ancora fare qualcosa di concreto per salvarsi da tutto quel buio, ma deve farlo da sola, come lo sta facendo Mia”.
È una famiglia smembrata dalla perdita, quella di Mia, ma è anche una famiglia da cui si può ricominciare perché c’è una madre che Mia può finalmente affrontare e un padre che l’aspetta sempre preparandone l’arrivo.

POLESELLA MICROFESTIVAL
26 settembre: Murales ispirati a Keith Haring e presentazione del noir di Astrid Scaffo

Un altro fine settimana di cultura a Polesella con gli eventi del Microfestival delle storie. Verso i più piccoli e le famiglie, sabato 26 settembre alle 9.30, si rivolge STREETratti di famiglia, un laboratorio gratuito nel corso del quale un muro bianco diventa un enorme foglio pronto a raccontare, attraverso forme e colori, le famiglie che fanno parte di una comunità. Guidati dalla storia dell’artista Keith Haring, come sorgente d’ispirazione di tinte accese, e armati di pennelli e acrilici, grandi e piccoli avranno a disposizione un’intera mattinata per mettersi nei panni di uno street artist, dipingersi e raccontarsi usando i colori e le fantasie che li contraddistinguono. Il muro del parco della scuola primaria di Polesella diventerà, quindi, una pagina di un libro da sfogliare con gli occhi e da leggere in ogni sua pennellata, racconterà una, dieci, venti storie, tutte diverse. Il laboratorio, curato da Laura Demetri, durerà fino a mezzogiorno.

Nel pomeriggio di sabato 26 settembre, lo spazio esterno del Non solo caffè (via XXV aprile, 75) ospiterà la presentazione del libro noir Io so chi sei (0111 Edizioni) di Astrid Scaffo, intervistata da Sofia Teresa Bisi. Astrid Scaffo, avvocato, finalista al concorso letterario L’incontro di ieri e di oggi, 2019 è al suo primo romanzo, ma coltiva da sempre la passione per la scrittura.

Sinossi del libro: Anna scompare, all’improvviso, di notte. Tutti la cercano, soprattutto sua madre che non riesce a credere e ad accettare che possa esserle successo qualcosa di terribile. Così, mentre il mondo intorno a lei perde giorno dopo giorno le speranze di rivedere la ragazza, lei continua a credere che sua figlia sia ancora viva. A uccidere la famiglia di Anna, è scoprire dalle indagini i retroscena di ciò che sembra essere stata la sua vita: alcol, droghe, stili di vita che non le appartengono e ai quali la madre non può credere. Così, inizia a domandarsi quanto sua figlia possa essersi spinta in là. Ma la verità di quella notte è molto più vicina di quanto la donna immagini.

Prenotazioni laboratorio STREETratti di famiglia: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-streetratti-di-famiglia-laboratorio-per-grandi-e-121500149217

Prenotazioni presentazione libro di Astrid Scaffo:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-astrid-scaffo-microfestival-delle-storie-2020-120832223433?fbclid=IwAR2wTGhFhI18B_mhuOGYMkOfOe8juD4xPMngfw2lQ3cDGBcXe2XfFhFB8xg

Il programma completo degli eventi del Microfestival di settembre e ottobre su www.microfestivaldellestorie.it

Per informazioni: microfestivaldellestorie@gmail.com, messenger: microfestival delle storie.

L’isola del tesoro

Mentre cerco di mettere ordine tra pile di romanzi, libri scolastici e vecchi giornali, vedo spuntare una copia risalente al 1943 dell’ “L’isola del tesoro”, romanzo di Robert Stevenson.
La copertina usurata, le pagine ingiallite dal tempo e dalle mani che se lo sono conteso e quell’odore di libro vecchio che lo distingue da tutti gli altri.
Questo libro per ragazzi ha svolto un ruolo fondamentale introducendo nella letteratura il tema del viaggio e dell’avventura e permettendoci di entrare con la fantasia nel mondo dominato da tesori e pirati, un immaginario collettivo di grande fascino, ancora oggi, per tutte le età.

Delitti e segreti alla corte estense. Il nuovo romanzo di Elettra Testi

L’attesissima presentazione del romanzo di Elettra Testi, “Il segreto di Barbara. Un delitto alla Corte estense”, Minerva, 2019 che si è svolto nella sala dei Comuni in Castello è stato organizzato impeccabilmente da Ethel Guidi. Dialogava con l’autrice l’ottimo Fabrizio Fiocchi e le letture erano affidate a Riccarda Dalbuoni. E’ già difficile nel mestiere di critico essere obiettivo con chi non si conosce se non per la sua opera; ancora di più se l’autore, come in questo caso, è legato da profondissima amicizia tanto che se non sei capace di equilibrio critico può accadere che più che parlare del libro finisci per parlare di te stesso.
Questo è il terzo romanzo della Testi; i primi due si titolano, ‘La sorella. Vita di Paolina Leopardi’ (1992) e ‘Tavor’ (2005).
Così il profilo della scrittrice:
Elettra Testi, di nobile origine romagnola, vive da quarant’anni a Ferrara, città che adora e che coccola con attività culturali di vario genere. A Ferrara ha a lungo insegnato negli istituti superiori. Nel 1992 con la casa editrice La Luna di Palermo ha pubblicato ‘La Sorella. Vita di Paolina Leopardi’, romanzo che le è valso il premio Bellonci con la segnalazione quale libro di lettura per le scuole. Oltre a Ferrara adora gli amici, suo marito e gli animali, però ha un debole per le pellicce.

Per questo mio intervento occorre ricordare un articolo che pubblicai nel 2005 su ‘Ferrara. Voci di una città’ dal titolo ‘Un secondo viaggio nella realtà letteraria ferrarese’:
“La lettura come baluardo alla disgregazione della psiche, la scrittura come difesa al male di vivere, l’ironia come medicina dell’anima e del corpo intrecciandosi tra realtà autoriale ed esistenziale sostengono, illuminano, chiarificano le pagine di questo singolare e bellissimo racconto di Elettra Testi, ‘Tavor’ (Minerva Edizioni, Bologna, 2005), che conferma la maturità raggiunta da questa scrittrice e le premesse mantenute del debutto, ‘La sorella. Vita di Paolina Leopardi’ (La Luna editrice, Palermo, 1992).
Se sono stato un fedele lettore delle opere di Elettra l’occasione del libro rinvia ad anni lontani quando entrambi insegnavamo, giovanissimi docenti, all’Istituto per Ragionieri di Ferrara ‘Vincenzo Monti’. Ci organizzammo per prepararci all’esame di abilitazione all’insegnamento con la serietà (forse) degna di miglior causa perché gli esaminatori si rivelarono meno preparati di quello che noi fossimo. Cominciò allora una complicità intellettuale che non si è mai spenta e che ha influito anche sulle scelte esistenziali di entrambi, fosse la garbata presa in giro delle mie ossessioni floreali nel buen retiro della campagna veneta quando alla stagione della fioritura delle gardenie, il Conte, cioè chi scrive, riceveva fasci dell’amatissima pianta fiorita secondo un racconto dell’amica scrittrice o, da parte mia, l’accusa di “slealtà” nell’incantare lettori e ascoltatori con la sua splendida voce – rimasta intatta nel tempo – per attrarli nel suo universo fantastico dove la realtà si tinge di vero e il vero trascende nel fantastico.
La laboriosa preparazione de ‘Il segreto di Barbara’ contempla non solo la lettura di ponderosi volumi il cui accesso è riservato solo agli storici di mestiere, ma anche la minuziosa esegesi di testi che una volta si sarebbero definiti “allotri” cioè estranei alla composizione di un’opera letteraria; vale a dire studi come quello di Stefania Macioce sugli ori nell’arte o di Elisabetta Gnignera sui soperchi argomenti doverosamente ringraziate come tutto il personale della Biblioteca Ariostea.
Ma veniamo al romanzo che così viene presentato:
‘Il segreto di Barbara’ è un romanzo storico nel quale si dipanano personaggi e vicende dell’età rinascimentale a Ferrara. Barbara Torelli, originaria di Montechiarugolo, una piccola contea vicino a Parma, sposa senza amore il capitano Bentivoglio, di origine bolognese, che la porta a vivere a Ferrara. Se l’amore per la città aumenta, il rapporto con il marito si fa sempre più difficile finché Barbara s’innamora del grande poeta e giureconsulto ferrarese Ercole Strozzi che ricambia il sentimento. La situazione precipita al punto che Barbara organizza, per sé e per la figlia una rocambolesca fuga dal tetto coniugale. Dopo la morte del marito Barbara sposa Ercole Strozzi, il cui assassinio notturno con 23 pugnalate è rimasto impunito. Non si trovò o non si volle trovare il colpevole. In base alle proprie ricerche l’autrice, per la prima volta, ne svela il nome…”
Il tema dunque s’incentra su un fatto indubitabile come la stessa consistenza storica dei personaggi e la verità letteraria segnata dal sonetto della Torelli tra i più grandi risultati della letteratura italiana del Rinascimento e oltre. Questi fatti si trasformano nella scrittura di Elettra Testi in un universo fantastico dove Barbara è l’autrice e l’autrice è la protagonista. Il tutto avviene per vis stilistica che a mio avviso rappresenta la novità e la bellezza del romanzo: la contemporaneità come prodotto del passato e nello stesso tempo indicazione per il futuro.
La dedica ‘A Giampietro’ nasconde nella semplicità dell’enunciazione una lunga connivenza tra l’autrice e il marito che condividono tutto, anche il nome se non nella vocale finale: Giampietro Testa, Elettra Testi, Nella ricostruzione della scrittrice è stato il marito a farle conoscere il personaggio Barbara e nel primo intento il romanzo doveva essere scritto a quattro mani; ma secondo prassi l’intento non ebbe un seguito e di Giampi rimane solo la dedica, apparentemente ma non solo, come si può riscontrare, in ben più solidi contributi. La lettera a p. 149 che comincia con ‘Amore caro’ non è né della Torelli, né di Ercole Strozzi o di qualche altro letterato bensì de marito. E qui si rivela la capacità stilistica di Elettra che proprio nella “inventio” di una lingua riesce magistralmente a fondere in un’unica, straordinaria prosa lingue classiche e contemporanee, dialetti, piani strutturali diversi fino a ricorrere alla raffinatissima “mise en abyme” o come si suol scrivere anche “mise en abîme”.
Da questo momento l’universo fantastico di Elettra-Barbara si spiega in tutta la sua forza sia nel prato-giardino della Smarrita dove Barbara e la sua “copia” vivono i fremiti e i sogni dell’infanzia-adolescenza:
“Si incamminava per il sentiero dei campi di quella terra parmense che le apparteneva e arrivava fino al limite estremo della proprietà nella spianata del querceto che in casa chiamavano ‘la Smarrita’ […] Era, quel bosco buio, il teatro ideale di una rappresentazione della quale la piccola si appagava di essere l’unica regista e interprete” (p.14). Ecco le parole della trasformazione fantastica affidata ai mezzi di comunicazione contemporanea: “regista e interprete”. Qui è possibile come nei romanzi cavallereschi interpretare le grandi eroine del passato secondo il modello del trobar: Cleopatra, Didone, la fata Melusina, Isotta la Bionda e, of course, Francesca da Rimini. Dalla solitudine fantastica della ‘Smarrita’ fa parte anche il fratello di Barbara Amorotto ‘l’innocente’ che condivide le scelte della protagonista e che nonostante la malattia morirà quasi centenario.
Nel mondo di Barbara-Elettra sfilano paesani e signori, gente umile e potente come l’amica più cara di Barbara che diverrà duchessa di Ferrara: Lucrezia Borgia o le suore e le abitanti del monastero del Corpus Domini. Ma anche la zia Venusta, la mitica zia di Elettra.
E poi Ferrara, che si prende la scena diventando come in Giorgio Bassani la protagonista del romanzo con i suoi palazzi, piazze, cattedrali, castelli. Infine, alla morte dell’amatissimo Ercole, s’apre il mistero che non è giusto svelare e che, pagando pegno, diventa necessità perché chi vorrà svelarlo dovrà leggere fino all’ultima pagina dell’opera.
Brava Elettra!

Nella foto Elettra Testi e Gian Pietro Testa al Premio stampa 2017 (foto Giorgia Mazzotti)

Alberto Schiavone presenta Dolcissima abitudine alla libreria Altrove

Una recita durata tutta la vita, pagata per essere Rosa. Ma lei è Piera, destinata a vendersi, come sua madre, come vuole un tracciato a cui ha cercato di scappare una volta. Ma il destino ti riacchiappa se è quello che devi essere.
Dolcissima abitudine (Guanda, 2019) di Alberto Schiavone, è una storia di fantasmi, di una madre guardiana che può solo osservare da lontano il figlio crescere in un’altra famiglia, con un’altra madre, ignaro dell’esistenza di chi lo ha messo al mondo.
Rosa è Piera, ma è anche una tomba vuota su cui un figlio porterà un fiore per sempre.
Rosa adorata, cercata, amata, pagata per più di cinquant’anni dagli uomini, rimane una madre che non si stacca da suo figlio e a lui cerca di ritornare.
La vita libera e ostentata, fatta di clienti fedelissimi e ricchezza, non è niente, è una finzione, è il giorno di Natale passato in taxi perché non c’è nessun posto dove andare.
L’invecchiamento di un corpo che è stato bellissimo è qualcosa di feroce per Rosa, è l’accanimento del tempo da riempire, è la maternità mai goduta sempre più presente. Anche suo figlio è solo, troppe volte orfano, due solitudini che si sfiorano soltanto, si sommano ma non si annullano.
La disinvoltura di Rosa nel trattare gli uomini e nell’affrontare la vita, non basta di fronte all’ultima scelta, di fronte a quel figlio mai vissuto.
Anche l’amore si riaffaccia in vecchiaia, c’è per lei un’ultima occasione: chi l’ha segretamente amata si fa avanti, ma non è possibile, sarà solo un ennesimo amore mal riposto, “come una bella casa poggiata sul terreno sbagliato”.
C’è spazio per un solo uomo, un solo amore che ha bisogno di preparazione e coraggio per essere rivelato, è l’unico amore di Rosa che vuole la verità.

Alberto Schiavone presenterà Dolcissima abitudine sabato 16 febbraio, ore 18, alla libreria Altrove, via Aldighieri, 29 Ferrara.

L’animale femmina di Emanuela Canepa alla libreria Altrove

Rosita è una donna che impara a fare la differenza. Studentessa del sud trasferita a Padova, è abituata a non chiedere, a mortificarsi più che a esaltarsi, a vivere un amore latitante, di “microscopici spazi”, un amore di ristrettezza che riflette il minimalismo del suo stile di vita più subìto che agito.
L’animale femmina di Emanuela Canepa è un romanzo in cui i sentimenti di Rosita sono in trasformazione quanto lei: l’unico momento di gioia è dopo avere superato l’esame all’università, è l’inizio di una ritrovata autostima, quando capisce che ce la può fare. Verso gli uomini passa da una forma di sottomissione all’autonomia, ma questo solo dopo avere provato pena per quegli uomini, è un cambiamento di prospettiva e di considerazione di sé.
L’incontro con Ludovico Lepore è la casualità che apre a una svolta, a ventidue anni è arrivato finalmente il tempo dell’improvvisazione, del coraggio, della spinta anche di fronte alla possibilità del vuoto.
Ludovico è anziano, cinico, spietato, sprezzante verso le donne, quasi sadico nel metterle alla prova per poi dare l’impressione di salvarle. Ma i ruoli vengono sovvertiti, è iniziata la mutazione di Rosita: l’animale femmina impara a ruggire, si libera della propria miseria e disvela quella altrui.
È lei il punto di incontro e di fusione fra Ludovico e l’amore, fra la vita e la morte, la sconfitta e la conquista, la negazione, durata decenni, di un sentimento e la sua manifestazione in pochi attimi.
L’animale femmina è una storia di formazione, Rosita impara un lavoro, conosce ciò che sta nascosto dentro se stessa, arriva addirittura a provare gioia quando la sua vita comincia a girare per il verso giusto e Ludovico non fa più paura. La consapevolezza di Rosita viaggia parallela al ridimensionamento di quell’uomo che ha vissuto la maggior parte dell’esistenza senza amore, accettando e poi soffocando quello che era stato in gioventù.
Ma la prova concreta che l’amore nella vita di Ludovico è esistito, è un efebo, una statuina che diventa la sua ossessione, come le cose sfuggite e non possedute. L’efebo deve tornare nelle sue mani, perché quella è stata la sua voluttà, il suo desiderio, il suo unico amore. L’efebo sarà lo strumento di collegamento tra tutti i protagonisti e il mezzo di riscatto per Rosita: è lei che alla fine vince su tutti, sugli uomini, sulla vecchia Rosita che non c’è più perché è diventata donna.

Sabato 2 febbraio alle 18, Emanuela Canepa sarà ospite della libreria Altrove di via Aldighieri 29.

Ferrara stanca e smemorata

di Giovanni Grappa

Ferrara città perfetta? Mica tanto. Piuttosto, città che si trascina, stanca ed estranea, distratta e smemorata. Così è dipinta in ‘CasaperCasa‘, l’ultimo romanzo di Sandro Abruzzese (Rubbettino Editore). Qui si esplora Ferrara, la provincia, il Delta, l’Emilia dei terremoti, il Polesine, in cerca di qualcosa di molto simile alla verità.
Il protagonista – Alessandro – è un insegnante in crisi nera per il fallimento del suo matrimonio, si è preso un anno sabbatico e vaga qua e là annotando quel che sente nel suo taccuino, su consiglio della psicologa. Tocca, annusa, ascolta, scruta, scrive e fotografa. La bocca ha un sapore amaro. Ne viene fuori un diario, un reportage ironico e malinconico, il documento di uno spirito stropicciato. Insieme all’amico ucraino – Giorgio Aggiustatutto – percorre strade, piazze, selciati e terre battute per scovare tracce di senso. Si aggira come una bestia ferita, vuole ritrovare la sua strada smarrita, visita il mondo che è in ogni luogo, e così si imbatte nei suoi spazi, nei suoi luoghi, nelle sue storie, nelle sue genti. Allora c’è gente che si ammazza, o che almeno ci prova. Ci sono gli zingari, i senzatetto col kebab fra i denti che rovistano nella spazzatura, i gitani autentici provvisti di tromba e fisarmonica ma sprovvisti di fascino esotico. C’è l’ex mercato ortofrutticolo con gli ambulanti arabi e i furgoni degli ucraini che consegnano cianfrusaglie ai connazionali. Capita il fallimento della banca cittadina, capitano gli affitti in nero. Capita lo striscione con la sagoma di un ragazzino ricciuto che si dice sia stato pestato dai poliziotti. C’è quel che rimane del Palazzo di vetro, c’è la Città del Fiume, c’è la zona Gad la stazione e il grattacielo, dall’alto del quale si può vedere che in fondo “è un pentagono venuto male, questa città”. Accadono i lavori in nero, i fuoribusta, lo sfruttamento dei nuovi arrivati, le imprese funebri che fanno gli sconticini.

Un momento di sollievo, le terre piane e d’acqua, i tramonti, l’ossigeno tormentato dell’Emilia paranoica dei Cccp, le luci della centrale elettrica, le donne sikh, il fascino di Micòl e dei Finzi Contini, cose belle e forse un po’ tristi, ma di nuovo la realtà – o la parte più rinsecchita di essa – prende il sopravvento, ed ecco persone vestite di verde che portano bandiere bianche con una specie di foglia di Marijuana al centro, sindaci contro certe unioni civili, tizi rasati con una bandiera nera e fiamma al centro. Ecco le barricate contro i profughi, tra barche e vongole. E poi, strani figuri che parlano di onore e libertà, a modo loro. Ecco il Quadrante Est e i suoi rifiuti tossici. Le farneticazioni dei vescovi, la gioia dell’imprenditore che viene a sapere del terremoto dell’Aquila, e poi i quartieri di container.
Bizzarra, la realtà! “Eh sì, proprio un bel siparietto”, potrebbe commentare Alessandro, “uno scherzetto tutto da ridere”.
Ma si può parlare davvero della realtà, in un libro? Come osserva candidamente Giorgio Aggiustatutto, “No solo libro parla di gente, pure vitadigente parladigente, no?”

Siamo al solito dilemma: scrivere, o vivere? Abruzzese prova a scrivere della vita, e lo fa con la forza di chi non ha voglia di aderire alle cose così come stanno, allora cammina tra i vicoli, guarda e parla, tra un sorriso ironico e il mal di stomaco, mezzo Céline mezzo Celati. Lotta tra pesantezza del mondo e leggerezza del pensiero che prova a liberarsi del pensiero, che fa fatica a dimenticare il passato. Perché il passato è difficile da dimenticare. Eppure c’è ancora chi ha il talento di dimenticare il 1943, e la sua notte.
Qualcuno, leggendo il bel libro di Abruzzese, potrebbe commentare: “Allora, se le cose per lui stanno così, perché non se ne torna da dove è venuto, in Irpinia, là sui monti, tra pecore e castagne?”.
A qualcun altro invece potrebbe venire una dannata voglia di uscire per strada e girare, magari casa per casa, cercando di dare forma e nome alle cose. Sforzandosi di aderire il meno possibile a quello che accade, a quello che c’è, a quello che capita, perché se è vero che l’uomo è una canaglia che si abitua a tutto, è anche possibile che sia giunto molto molto vicino al limite.

Domenica 16 dicembre Sandro Abruzzese sarà a Ferrara off ospite della rassegna ‘Tradire Bassani’

L’amica geniale

di Francesca Ambrosecchia

Questa settimana ho iniziato a leggere il terzo libro del ciclo di romanzi di Elena Ferrante “L’amica geniale”. Trovandomi a più di metà della vicenda, posso dire di conoscere ormai bene le due protagoniste femminili e il contesto nel quale crescono e nel quale a mano a mano la loro vita prende forma.
Una lettura avvincente riguardante un’amicizia che viene influenzata da dinamiche personali, accadimenti legati a personaggi secondari e dal destino. Due personalità così diverse eppure così dipendenti l’una dall’altra, tanto che in alcuni momenti ti senti vicina a una delle due e poi più affine all’altra. La narrazione si intreccia e diventa sempre più ricca di dettagli, sempre più coinvolgente: è la storia di un rapporto fatto di mille sfumature quello di Elena e Lila, un rapporto di sentimenti contrastanti, che attraversa una vita.
Può un’amicizia durare per sempre ed essere così determinante nella propria esistenza, sia nel bene che nel male? Senza dubbio l’opera della Ferrante ci porta a interrogarci anche su questo.

“Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”
Elena Ferrante

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Il tradimento di una banca nel romanzo di Nicola Cavallini

Sullo sfondo di Bankabbestia di Nicola Cavallini c’è Ferrara, la sua aria umida, i tic degli abitanti, una certa ripetitività del vivere e la fiducia nella stessa banca che tradisce tutti. Si rompe un patto di alleanza non solo tra i risparmiatori e chi doveva essere il custode dei risparmi, ma fra le persone che condividono un progetto, una vita insieme.
I personaggi tradiscono l’un l’altro, si ingannano ingabbiandosi in ruoli e facendo finta di crederci. Marco, Alice, Davide, Cristiana, Leonardo, Francesca sorreggono un grande bluff e lo sanno. Marco recita se stesso, accetta la finzione e la costruzione che ha fatto della propria identità, così la moglie Alice, ma la vita intanto procede per direzioni che non coincidono con la statuto che la coppia si è data, sfuggendo a ogni previsione.
Per Davide e Cristiana, invece, la vita li ha preceduti, inventandosi strade alternative in cui trovare rifugio. Ciascuno ha un vissuto nel vissuto che non è solo una storia parallela, ma una condizione pregressa che ha reso inevitabile la sofferenza del presente.
I confini dei diversi mondi in cui la stessa persona si muove non sono netti, le situazioni si ribaltano in continuazione in uno scambio inarrestabile tra la facciata che ha sempre più crepe e ciò che si vorrebbe vivere a pieno.
Marco ammette di avere messo la sua vita tra parentesi, una vita custodita, arginata, sorvegliata, ma non è l’unico, anche gli altri provano a mantenere un certo equilibrio formale, un bilico doloroso che non può reggere all’infinito.
Bankabbestia è anche un romanzo sui rapporti di coppia come impalcature che tentano di tenere in piedi palafitte pronte a essere travolte dalla prima mareggiata. Nella coppia, le visioni a specchio di lei e di lui viaggiano nell’incomunicabilità e completano un quadro rimesso nella mani di chi legge.
Tutti i protagonisti sono in qualche modo legati, anche senza saperlo, e quando si trovano a convergere nello stesso punto tragico, che è il momento della verità, ci pensa il caso a mandare tutto in frantumi. C’è qualcosa che scoppia e azzera, proprio quando era arrivato il momento di scegliere finalmente che strada prendere.

Bankabbestia sarà presentato lunedì 23 luglio alle 21,30 al Ray gelato di Santa Maria Maddalena, via Eridania 187

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