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Occorreva andare in piazza con un libro per scoprire che siamo città. Di colpo tutti i luoghi comuni s’annullano, la solitudine digitale scompare dietro la moltitudine culturale.
La città si ritrova nell’identità comune della conoscenza. Non più il solitario coltivare proprio della cultura, ma il condividere della conoscenza, della “cum gnosi”, del conoscere insieme, dello stare insieme per mezzo della conoscenza.
C’è un’idea della città che nasce dagli apprendimenti e si difende con gli apprendimenti continui e condivisi. Sono turning point epocali questi, veri salti di mentalità, nuovi paradigmi.
Eravamo abituati ai comizi e alle manifestazioni sindacali, ai megafoni e agli altoparlanti, non avevamo mai visto migliaia di cittadini fare cerchio in largo Castello ciascuno con il proprio libro in mano.
Sembrava che la competenza fosse nemica del nostro tempo, ora la competenza scende in piazza per invitare garbatamente a leggere, a studiare, non a farsi una cultura per esibirla, ma per essere competenti della vita, sulla vita, per la vita propria e per quella degli altri.
Le tecnologie digitali dovevano soppiantare il libro, quello con la copertina e le pagine da sfogliare, e invece il libro torna alla ribalta, fa da protagonista, agitato come fosse uno stendardo, un’insegna di appartenenza in cui riconoscersi.
Certo è il segno di una appartenenza. Quella di quanti condividono la fatica di studiare, di indagare, di scavare, di confrontarsi con i pensieri che non sono i tuoi, la fatica di ricercare pensieri altri e pensieri contrari, come i pensieri nuovi e quelli passati. La fatica dell’incontro fra le menti impegnate a capire, a conoscere, a penetrare, a fare luce. La vita senza libri non aiuta, sarà sempre cieca.
Duemila libri, ciascuno recato in mano da una persona, fanno già una biblioteca. Non tutte le case ce l’hanno una biblioteca così.
Ma questa è particolare, perché oltre ad essere biblioteca è umanoteca.
Ognuno ha portato la sua proposta di lettura da condividere, ritenuta importante per crescere una sensibilità necessaria ad essere città insieme anziché città contro, città aperta anziché città chiusa, città inclusiva anziché città escludente. Ciascuno, dunque, con un libro utile al come essere della città. Ciascuno da quel libro esibito ha appreso qualcosa di prezioso sul come essere cittadino e per questo l’ha portato con sé in piazza.
Allora umanoteca, proprio perché quelle migliaia di persone che si sono radunate intorno al castello costituiscono un patrimonio di saperi, di intelligenze e di civismo che è risorsa della città, disponibili con il loro libro in mano a condividerlo con tutti gli altri.
I libri schierati come i pacifici testimoni delle parole che contengono, dei pensieri, delle idee, delle storie e delle avventure conservate. Ricordano che tutto può essere scritto e diventare storia e che leggerli può aiutare a rendere la nostra storia migliore, e nello stesso tempo a impedire che i libri portino scritte pagine che sarebbe stato per tutti meglio non comporre mai.
Ecco la forza del libro portato in piazza. La necessità del pensiero contro l’ignoranza, il pensiero lasciato alla testimonianza della pagina come antidoto.
Un’ idea che tiene insieme, che fa sentire cittadini diversi di una città diversa, migliore, più avanti di noi. Un’idea di città da cui partire per rigenerare i nostri modi di abitare e di stare insieme.
L’esibizione in piazza della civiltà del sapere, del civismo del sapere, della propria umanità e del proprio pensiero sull’umanità.
Andare in piazza tutti con lo stesso libro può essere ideologico, dividente, escludente, scendere invece ognuno con il proprio significa abbracciarsi nel riconoscere la forza della lettura, che ogni lettura è una tappa nella propria esistenza e che le esistenze hanno senso se queste tappe si condividono, si mettono in comune, si offrono agli altri come un esercizio di accoglienza e non di differenza, di incertezza da condividere contro le sicurezze che vengono ostentate per dividere, un invito a camminare insieme anziché separare le strade.
Essere cittadini perché si abita il sapere e una città che condivide i saperi, aiuta a capirsi, ad accogliersi, a difendere i valori comuni che non possono essere messi in discussione, a partire dalla diversità di ciascuno che è ricchezza, come sono ricchezza i libri diversi che ciascuno ha portato come compagno della propria testimonianza contro chi vorrebbe dividere anziché unire, contro chi vorrebbe tradire il primo tra tutti i libri del nostro paese che in quella piazza non poteva mancare: la nostra Costituzione nata dalla Resistenza e dall’antifascismo.
Il libro come testimone di una cittadinanza dove la conoscenza è la chiave della convivenza e del crescere comune.

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

Periscopio è  proprietà di un azionariato diffuso e partecipato, garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano. Si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

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Francesco Monini
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