30 Settembre 2014

Scuole vincenti

Giovanni Fioravanti

Tempo di lettura: 4 minuti

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Allenarsi a giocare la partita della propria vita o quella che gli altri ti impongono?
Sempre più studiare, andare a scuola è diventata una sfida, non più con se stessi ma contro gli altri.
Non bisogna riuscire solo nelle interrogazioni e nei compiti in classe, si è caricati anche della responsabilità di tenere alti i risultati ai test nazionali e internazionali del proprio istituto, della regione e del Paese che si abitano.
Finisce che per la comunità non sei più tu a contare, ma il tuo profitto, le tue performance, perché se non sei all’altezza fai arretrare tutti, arrechi un danno all’immagine del tua nazione nella competizione scolastica divenuta ormai globale.
Così il “Centro risorse per la buona scuola” – sì, proprio come da noi ora, per dire della scarsa fantasia – di Detroit ha creato il network “Champion schools”, Scuole vincenti.
Questa rete è una comunità di apprendimento professionale che collega tra loro le Scuole vincenti, fornendo ai dirigenti elementi di confronto, scambi, sfide comuni per nuovi sviluppi e nuovi successi tra pari.
Le scuole vincenti usufruiscono di veri e propri allenatori, addestrati dall’Università del Michigan. Questi ‘coach’, come si dice oggi, sono selezionati e assunti dalle scuole stesse per sostenere ed accrescere il rendimento scolastico degli studenti.
Insomma le distanze tra la scuola e un campo di calcio, tra il successo scolastico e la palla in rete si assottigliano sempre più. Del resto quante volte la metafora della partita è stata usata a proposito dello studio. Ma qui, ciò che preoccupa, è che le Champion schools ci suggeriscono come i test Oces Pisa e la World Bank siano riusciti a ridurre l’istruzione e la vita scolastica ad una forsennata corsa per occupare i posti migliori nelle classifiche scolastiche internazionali.
È questa ormai la ‘ratio studiorum’ della nostra epoca.
Per questo occorrono buoni allenatori che aiutino a massimizzare le proprie capacità naturali per vincere la partita, per essere meglio degli altri, per essere i campioni. Non si va a scuola per imparare a vincere se stessi, ma per vincere il campionato mondiale del capitale umano.
E così vale per le scuole del Michigan. Ogni scuola è responsabile del piano di miglioramento e dei risultati ottenuti, mentre l’allenatore, che come nel gioco sta ai bordi del campo, fornisce alla scuola assistenza tempestiva, consulenza competente e sostegno efficace lungo tutto il percorso.
Il Centro risorse per la buona scuola di Detroit forma il personale delle scuole affinché queste possano conseguire la certificazione di Champion schools, prepara a divenire allenatori professionali che possano aiutare le scuole a migliorare notevolmente i propri risultati.
Quando le scuole incontrano difficoltà, questi allenatori intervengono per facilitare la soluzione dei problemi, aiutano a pensare, a studiare la situazione per individuare strategie più efficaci di miglioramento.
Un allenamento riuscito deve produrre una mentalità, un insieme di abilità, di conoscenze generali per rendere la scuola competitiva.
C’è qualcosa di stonato nel piano del Centro di risorse per la buona scuola di Detroit, perché alla finalità prima di promuovere il successo scolastico di ogni alunno, si è sostituita quella di far ottenere alla scuola buoni risultati.
Così l’obiettivo di intervenire innanzitutto sulle competenze socio-emotive dei ragazzi, finisce per piegare i bisogni d’ogni singolo alunno alle necessità imposte dagli obiettivi e dai traguardi che la scuola si propone di raggiungere. Allora si ha l’impressione che l’educazione non sia più formazione, ma manipolazione per essere vincenti, una sorta di ‘doping’ psicologico in una scuola che vince perché drogata.
La preoccupazione è che anche il nostro Paese possa cedere a questa deriva della competizione mondiale.
La recente circolare del Miur sulla valutazione delle scuole non sgombra certo il campo da questa ombra. L’uso del corpo ispettivo per verificare gli esiti conseguiti dalle singole istituzioni scolastiche nei test nazionali e internazionali, e per la conseguente messa appunto dei piani di miglioramento, potrebbe preludere, di fronte all’urgenza di scalare le classifiche nazionali e mondiali, all’imboccare la scorciatoia dell’ispettore-coach, dell’ispettore-allenatore, anziché all’affermarsi di professionisti riflessivi all’interno della scuola e di una sana prassi di ricerca-azione, da noi mai praticata.
Allora dovremmo tornare a ragionare sulle altisonanti affermazioni delle nostre premesse educative, sulla centralità della persona, sulle finalità della scuola che devono essere definite a partire dall’alunno che apprende, sullo studente al centro dell’azione educativa come riportato da tutte le Indicazioni nazionali. Già la ‘Buona scuola’ del governo Renzi di studenti non ne parla, gli studenti al momento restano gli innominati utilizzatori finali, i convitati di pietra. Non vorrei che su questo il Paese finisse colpevolmente per distrarsi.



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L’autore

Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.
Giovanni Fioravanti

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