25 Giugno 2019

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia

Giovanni Fioravanti

Tempo di lettura: 4 minuti

Il test nucleare di Castle Bravo è divenuto tema d’esame per parlare della conoscenza come illusione. L’aveva già detto Stephen Hawking: “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza”. Riproponendo l’antica virtù socratica di sapere di non sapere. La conoscenza come ricerca continua, inesausta, permanente, che non giunge mai al traguardo perché ogni certezza è sempre superata dall’interrogativo del dubbio, dalla falsificazione dietro l’angolo come ci ha segnalato Karl Popper.
Ma non è questo che si è voluto proporre alla riflessione degli studenti che hanno scelto “L’illusione della conoscenza” come traccia da sviluppare per la prima prova della maturità. Bensì l’invito ad elaborare le loro considerazioni su “un paradosso dell’età contemporanea, che riguarda il rapporto tra la ricerca scientifica, le innovazioni tecnologiche e le concrete applicazioni di tali innovazioni”. Sull’uso della conoscenza come arroganza e dissennatezza, sulla mente umana che può improvvisamente comportarsi come un computer impazzito o male programmato.
Il fatto è che quanto accaduto il 1° marzo del 1954 nell’atollo di Bikini pare non sia stato causato dall’illusione della conoscenza, non si sarebbe cioè trattato di un incidente, ma, al contrario, di un esito tragicamente ricercato.
Così come non regge la tesi per cui la mente umana funziona come un elaboratore elettronico sostenuta dai due scienziati cognitivisti, Steven Sloman e Philip Fernbach, autori del testo da cui è stato tratto il brano proposto agli studenti.
Si è scritto che i millennials sono una generazione disorientata, se gli si voleva dare una mano ad esserlo di meno, “L’illusione della conoscenza”, la traccia maggiormente scelta per la prima prova dell’esame di stato, non deve certo averli aiutati. Soprattutto per la sua equivocità nel confondere la conoscenza e le sue illusioni con l’etica della scienza, che sono questioni decisamente differenti.
Il “paradosso dell’età contemporanea”, proposto alle argomentazioni dei candidati, assomiglia pericolosamente a quello che, circa quattro secoli fa, portò il Sant’Uffizio a processare e condannare Galileo Galilei per aver condotto la ricerca scientifica, con l’uso della nuova tecnologia del cannocchiale, fino a sfidare le sacre scritture e la verità rivelata.
Il tema della conoscenza, dunque, riproposto come l’eterno ritorno dell’arroganza prometeica che osa sfidare gli dei.
La proposta ministeriale suggerisce il sapere come presunzione che spingerebbe a considerare infallibili e immodificabili le conquiste della scienza, in linea con i moderni detrattori delle competenze. Insomma, contro l’illusione della conoscenza è legittimo essere anche NoVax e terrapiattisti.
Perché si è voluto mettere gli studenti di fronte al tema della conoscenza come arroganza irrazionale, anziché davanti all’angosciante incremento esponenziale di ignoranza da cui quotidianamente siamo accerchiati, senza quasi accorgercene?
Un brano tratto dal libro di Tom Nichols, “La conoscenza e i suoi nemici”, forse sarebbe stato più appropriato ai tempi che viviamo. Al termine del loro percorso di studi, per i nostri giovani maturandi avrebbe potuto essere più opportuno riflettere sul loro ingresso nell’era dell’incompetenza e sui rischi che questo comporta per l’utilità dei loro studi oltre che per la democrazia.
Si poteva ragionare di società della conoscenza, quella promessa dall’Europa con il Memorandum di Lisbona nel marzo 2000 e ancora non realizzata, fino agli orizzonti aperti dalle ricerche neuroscientifiche.
Non può essere, dunque, semplicemente un caso o un peccato di omissione, se si è scelta per l’esame di stato una citazione dall’opera di due cognitivisti, tralasciando tra l’altro, credo di proposito, di citare il sottotitolo dell’opera di Sloman e Fernbach: “L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli”. Il contributo più stimolante del lavoro dei due scienziati statunitensi: la conoscenza come mente collettiva. L’uomo come “costruttore di significati”, come attivo “inventore della realtà”, alla Watzlavick, per intenderci. Orizzonti ben diversi da quelli proposti dall’angusta traccia d’esame.
Come Nicla Vassallo anch’io sto dalla parte di Prometeo “per la sua complessità umana dedita alla scienza, e, al pari della scienza, prono alla ribellione, metafora del pensare e di una conoscenza svincolata dal mito”.
Così scrive nel suo “Non annegare. Meditazioni sulla conoscenza e sull’ignoranza”. A proposito, “Non annegare”, ecco un altro testo da cui sarebbe stato più indicato trarre spunti da offrire alla riflessione dei primi maturandi del millennio. Anche solo per quella citazione in esergo presa a prestito dal libro di Pasquale Villari, “Di chi è la colpa? O sia la pace e la guerra”: “Che cosa dunque bisogna fare? Voi dite che le moltitudini sono ignoranti. Ma noi abbiamo aperto scuole sopra scuole, abbiamo creato un esercito di professori, abbiamo aggravato il bilancio dello stato, abbiamo tentato i nuovi sistemi; e voi dite che si vada male in peggio”.



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L’autore

Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.
Giovanni Fioravanti

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