14 Agosto 2020

SCHEI
Splendori e miserie sabaude del gioco del calcio

Nicola Cavallini

Tempo di lettura: 5 minuti

La battuta più fulminante l’ha scritta Gene Gnocchi sulla Gazzetta dello Sport: “Dopo poche ore dall’investitura alla Juventus, Pirlo è stato chiamato da Cristiano Ronaldo: <Sono molto contento di averti come secondo>”. Ronaldo, Chiellini, Buffon e Bonucci hanno detto la loro, e alla fine è arrivato l’esonero per Maurizio Sarri, toscano ruvido, tabagista incallito, lingua tagliente, propugnatore del gioco flipper ammirato a Napoli, un retroterra sideralmente distante dal padronato sabaudo. Sembra chiaro tuttavia che l’opinione più influente sia stata quella del portoghese. Per dire a Ronaldo, il Semidio, che deve giocare a due tocchi, devi essere stato un Semidio del calcio, o almeno un ottimo pedatore. Ancelotti e Zidane si portavano dietro una storia di grandi calciatori, e venivano di conseguenza degnati della sua divina attenzione. Mourinho era uno che il pallone lo sapeva a malapena toccare. Sarri, non ne parliamo. Infatti questi due non se li è mai cacati, il semidio. Sacchi sostiene che Agnelli avrebbe dovuto insistere su Sarri, come fece Berlusconi con lui. La squadra a metà del primo anno non lo tollerava, Berlusca disse ai giocatori “fino alla fine dell’anno lui resta, voi non so”. In effetti in quel Milan c’era gente come Gullit, Van Basten, Rijkard, Baresi. Fortissimi, ma non erano ancora pieni di trofei. Cristiano Ronaldo quando è arrivato era già, da solo, un brand più forte della Juve, nel mondo. Non è la stessa situazione. Se qualcuno avesse il coraggio di dirgli: “Sarri resta anche l’anno prossimo, se non ti garba quella è la porta”, dopo quello che è stato pagato e quello che costerebbe la sua partenza, in Exor (la holding che possiede la Juve) con l’effigie di Andrea Agnelli ci giocherebbero a freccette.

Il vero azzardo non è Pirlo allenatore, (quasi) senza patentino e senza esperienza. Quella è una conseguenza del rischio assunto, due anni fa, spaccando verticalmente la dirigenza: infatti Marotta, che osteggiava l’operazione, se n’è andato all’Inter. Il vero azzardo è stato prendere la macchina da gol e schei marchiata CR7. Solo lui costa come ingaggiare tutta la Juventus, e il ROE dell’investimento non procede come sperato. Se continui a vincere solo scudetti (che per la Juventus sono un pane talmente quotidiano da essere festeggiati con sufficienza, e un sabaudo calcio nel sedere al mister) il volano di ritorno di uno che è stato preso apposta per vincere in Europa non ripaga le risorse impiegate. Nè in termini economici (sponsor, merchandising), nè in termini sportivi (fuori agli ottavi). Il bello è che allo smisurato Ronaldo fai fatica a rimproverargli qualcosa. Lavora come un maniaco, segna a ripetizione, batte record (personali). Ed ha un potere contrattuale superiore a quello della sua società. Dite che non è il solo?  A parte Messi, è il solo. La sensazione di queste settimane è che Ronaldo sia un investimento molto, molto ingombrante. Tira tutte le punizioni, batte tutti i rigori, ribalta le partite. Risolve problemi (a carissimo prezzo). Eppure c’è un problema che non è riuscito a risolvere: far vincere la Coppa dei Campioni alla Vecchia Signora, nel frattempo invecchiata ulteriormente, satolla di scudi ma a digiuno di Coppe Europee – 1996 è l’anno dell’ultimo, ormai lontanissimo, trionfo. Ronaldo dentro il Real Madrid (e Messi dentro il Barcellona, basta vedere il suo rendimento nella nazionale argentina) è una cosa, Ronaldo in una squadra diversamente attrezzata è un’altra cosa. Temo che l’ossessione per la Coppa abbia fatto fare un passo troppo lungo per la austera gamba sabauda: potente, non onnipotente. Il bilancio soffre, le perdite dovranno essere ripianate e non credo che John Elkann ci metta del capitale senza che la società Juventus ci metta del suo. Alias, se Ronaldo deve restare e dettare legge, e se lo stipendio di Sarri resta a libro paga finchè non avrà un’altro team da allenare, la Vecchia Signora deve risparmiare e incassare.

Pirlo allenatore è quindi anzitutto una scelta al risparmio. Parlare di risparmio quando un coach alla prima esperienza becca 1,8 milioni l’anno suona offensivo, lo so. Tuttavia lo è, paragonandolo a quanto sarebbe costato l’ennesimo santone della panchina. Inoltre, meglio Pirlo che conosce l’ambiente ed è organico alla galassia Agnelli (le rispettive nuove compagne degli Andrea sono molto amiche, una di quelle amicizie con solide fondamenta patrimoniali che fanno la fortuna dei negozi del centro) piuttosto che un promettente outsider pescato da fuori. Detto questo, il sospetto che ad allenare la squadra sarà un pericoloso microteam di allenatori – giocatori è legittimo, nonostante l’enorme ammirazione che ho per il Pirlo giocatore e per la sua silenziosa leadership.

Sull’incassare: temo la cessione dei giocatori più in carriera e, tra questi, in particolare di Paulo Dybala, il vero tesoro della società, il giocatore sul quale la Juventus potrebbe capitalizzare la plusvalenza maggiore, oltre a liberarsi di un ingaggio di cui la piccola star reclama un incremento. In sintesi: vendere e risparmiare per tenersi Ronaldo assomiglia a cedere tutta l’argenteria per poter continuare a esporre in vetrina il diamante più pregiato, l’unico rimasto, quello acquistato per vincere finalmente il premio della miglior vetrina del pianeta. Con dentro un solo gioiello.

Sono juventino da quando avevo sei anni. Rintuzzo le ironie che vedo piovermi addosso aggiungendo che tutte queste malattie, se le si prende in maniera sana, si prendono da bambini; inoltre, ormai in termini di proprietà societaria il più pulito c’ha la rogna. Detta in altre parole, ho la sensazione che le società di calcio siano (anche) diventate contenitori buoni per ripulire e allocare flussi di provenienza opaca. Sotto questo profilo, essere per la Juve non è nè meglio nè peggio che essere per il Milan, l’Inter, il Toro o il City. Anzi, in alcuni casi almeno si sa ancora chi è il padrone. Però questo cul de sac ferragostano Andrea Agnelli, per altri versi artefice di scelte illuminate, se lo è andato a cercare. Lo considero una vendetta del destino per le sue grevi affermazioni sul “diritto” della “piccola” Atalanta di accedere alle finali di Champions League. Agnelli non dovrebbe mai scordare il nucleo pulsante del suo business, che è pur sempre la passione per il calcio, la quale prevede l’imponderabile, la vittoria di Davide contro Golia, come elemento essenziale del suo fascino. L’imponderabile, non la ricchezza. Infatti per l’Atalanta alle prese con la lussuosa vetrina degli sceicchi parigini abbiamo tifato tutti, ma proprio tutti, fino alla fine.



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Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.
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