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La rivalità Ferguson-Wenger e “il tempo del sedere stridulo”

Tra le varie espressioni riconducibili all’ex allenatore del Manchester United Alex Ferguson ce n’è una che spicca sulle altre in quanto a originalità: è il pittoresco squeaky bum time, cioè il “tempo del sedere stridulo”, che da circa vent’anni è parte integrante del lessico della Premier League e del calcio britannico in generale.

L’espressione si riferisce al rumore che fanno i seggiolini di plastica quando i tifosi che vi sono seduti sopra si muovono frequentemente a causa del nervosismo tipico di ogni finale di stagione, ossia quando non c’è più margine d’errore e ogni giocata può essere quella decisiva. Si parla di squeaky bum time indicativamente da metà marzo in poi, e in particolare quando due o più squadre si contendono punto a punto la vittoria del campionato o la salvezza. Insomma, è quel concitato periodo dell’anno in cui, sia tra le tifoserie che tra gli stessi protagonisti, vengono a galla nuove e vecchie rivalità.

Rivalità che c’era eccome, all’inizio degli anni 2000, tra l’Arsenal di Wenger e il Manchester United di Ferguson, il quale pronunciò per la prima volta il suddetto squeaky bum time durante la conferenza stampa pre-partita di Deportivo La Coruña-Manchester United del 17 marzo 2003. Nonostante fosse la vigilia di una gara di Champions League, l’allenatore scozzese si soffermò sulle dichiarazioni rilasciate due giorni prima da Wenger al fischio finale di Blackburn-Arsenal, conclusasi sul 2-0 in favore dei padroni di casa: una sconfitta che aveva ulteriormente ridotto il vantaggio dell’Arsenal, allora capolista di Premier League, sulle sue inseguitrici.

“I was interested he [Wenger] was saying ‘We’ll still win the league’ after that game. It’s a bold statement, I don’t think you can say things like that. No matter what position we were in, I certainly couldn’t and none of my players would.”

Fu l’ennesimo mind game di Alex Ferguson, il cui obiettivo, come al solito, era quello di innervosire l’avversario mettendogli un po’ di pressione addosso. L’allenatore scozzese continuò il suo discorso elencando le difficoltà di un campionato lungo e competitivo come la Premier League, nonché citando altre dichiarazioni piuttosto ambiziose di Wenger. Sta di fatto che lo stesso Ferguson andò avanti per un bel po’, finché, dopo aver parlato dell’ottima striscia di risultati del Manchester United, condivise con i presenti il suo bizzarro modo di dire.

“We have to carry on doing our best. It’s getting tickly now…squeaky bum time, I call it. It’s going to be an interesting few weeks and the standard of the Premiership is such that nothing will be easy.”

Il fatto curioso è che al termine della conferenza stampa i corrispondenti inglesi si consultarono tra di loro per stabilire l’esatta pronuncia di quell’espressione. Aveva detto squeeze your bum time o squeaky bum time? Il marcato accento scozzese non fu certo d’aiuto, ma la prima di quelle due ipotesi sembrò fin troppo assurda per poter essere presa in considerazione. Così, quegli stessi giornalisti introdussero al pubblico d’oltremanica lo squeaky bum time, la cui definizione è tutt’oggi presente in due dei più autorevoli dizionari di inglese, cioè Cambridge e Harper Collins.

Nel caso ve lo steste chiedendo, quel campionato lì, poi, lo vinse proprio il Manchester United di Ferguson. Lo sfavillante Arsenal di Arséne Wenger vinse, da imbattuto, quello successivo. Ed è tutt’oggi l’ultima Premier League vinta dalla formazione del nord di Londra.

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Paolo Moneti

Sono un pendolare incallito a cui piacciono un sacco le lingue straniere e i dialetti italiani. Tra un viaggio e l’altro passo il mio tempo a insegnare, a scrivere articoli e a parlare davanti a un microfono. Attualmente collaboro con Eleven Sports, Accordi & Spartiti, Periscopio e Web Radio Giardino.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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