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Bitcoin e criptovalute, la nuova bolla destinata a scoppiare

Una definizione di criptovaluta ci è attualmente offerta dalla normativa italiana (AML, V direttiva), che descrive la crittovaluta come una “rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente.”

Avete presente i chip con cui giocate a poker, o che lanciate sul tavolo quando puntate alla roulette, o le banconote false del Monopoli, ammesso che giochiate a soldi veri? Immaginate di smaterializzare quell’oggettino, di renderlo un messaggio digitale – per riuscire a fare questo dovreste essere un informatico con un notevole fiuto e farvi chiamare Satoshi Nakamoto, che non è il vostro nome ma uno pseudonimo. Poi immaginate di riuscire a convincere un sacco di gente a pagare in bitcoin (la più celebre delle criptovalute) e a scambiarseli, con un meccanismo che non è tanto interessante dal punto di vista informatico, quanto economico, poichè si basa sul meccanismo della domanda e dell’offerta puro. Puro, in quanto la quantità di valuta (bitcoin) in circolazione è limitata a priori, inoltre è perfettamente prevedibile e quindi conosciuta da tutti i suoi utilizzatori in anticipo. Non che non cambi nel tempo: infatti si prevede che “asintoticamente” (concetto matematico che sconfina nella metafisica) la quantità di bitcoin in circolazione cresca fino ad avvicinarsi ad un limite progressivamente maggiore, ma senza mai raggiungerlo. Ipotizzando che la domanda di questa valuta cresca in maniera più che proporzionale rispetto alla sua disponibilità, il bitcoin subirà una deflazione del valore, ovvero un aumento del valore dovuto alla relativa e costante scarsità dell’offerta rispetto alla domanda.

Come è possibile che una scrittura contabile che non ha sotto di sè alcun valore reale (non dico dell’oro o di una moneta vera di riferimento, ma nemmeno quello di una frittola o di un bulbo di tulipano, per citare la prima grande bolla speculativa della storia), se non quello conferitole dall’incrocio tra domanda e offerta, sia legale? La risposta è semplice: è legale finché un’autorità non la dichiara illegale. Ma sarebbe comunque una rincorsa infinita, tipo quella della lotta al doping: quando scopri una sostanza e la vieti, il sistema ne ha creata un’altra, che viene usata al posto della precedente fino a che non viene dichiarata illegale, e così via. Anche perché è impossibile individuare e bloccare tutti i software capaci di generare criptovalute e conseguenti scambi economici. Una guerra persa in partenza.

Allora, perchè funziona? Funziona per ragioni che sono molto più psicologiche che economiche: chiunque può accedere ai bitcoin, e nessuno li può “stampare” a piacimento (almeno, fino a che il creatore del giochino non decide di cambiare la regola). Quindi in teoria il sistema coniuga il massimo della libertà al massimo della prevedibilità: l’unica variabile che influenza il valore del mio investimento è il fatto che ci sia sempre molta più gente che lo vuole comprare rispetto a chi lo vuole vendere. Ma bitcoin non è un investimento, è una speculazione. E chi specula, prima o poi vende per realizzare il guadagno delle propria speculazione. Per cui non si lamentino le migliaia di esercizi, attività commerciali, professionisti che accettano pagamenti in bitcoin, se un giorno il controvalore reale dei loro incassi non varrà un tubo. Perchè non c’è un regolatore, il regolatore è il mercato, puro. E’ democratizzazione della finanza, questa? No. E’ un terreno fertile per abili e disinvolti millennials o poco più che hanno colto l’affare nella sua fase ascendente, e detengono questi nulla che stanno fruttando loro un controvalore enormemente superiore a quello iniziale. Se Elon Musk investe 1,5 miliardi della sua cassa in Bitcoin (come in effetti ha fatto), il valore sale enormemente. Ma se lo stesso Elon Musk, così come chiunque detiene enormi quantità relative (rispetto al flottante in circolazione) di questi nulla, decidesse di vendere tutto all’improvviso, il valore crollerebbe. E’ già successo: nel 2017 si è passati in un amen da un valore unitario di 20.000 dollari a 3.000. Quindi altro che democrazia: il mercato non lo fanno i piccoli risparmiatori. I piccoli risparmiatori il mercato lo subiscono, come sempre. Quindi, non venite a lamentarvi con me se cadrete in disgrazia per colpa di questo delirio. Io vi avevo avvisato.

SCHEI
Splendori e miserie sabaude del gioco del calcio

La battuta più fulminante l’ha scritta Gene Gnocchi sulla Gazzetta dello Sport: “Dopo poche ore dall’investitura alla Juventus, Pirlo è stato chiamato da Cristiano Ronaldo: <Sono molto contento di averti come secondo>”. Ronaldo, Chiellini, Buffon e Bonucci hanno detto la loro, e alla fine è arrivato l’esonero per Maurizio Sarri, toscano ruvido, tabagista incallito, lingua tagliente, propugnatore del gioco flipper ammirato a Napoli, un retroterra sideralmente distante dal padronato sabaudo. Sembra chiaro tuttavia che l’opinione più influente sia stata quella del portoghese. Per dire a Ronaldo, il Semidio, che deve giocare a due tocchi, devi essere stato un Semidio del calcio, o almeno un ottimo pedatore. Ancelotti e Zidane si portavano dietro una storia di grandi calciatori, e venivano di conseguenza degnati della sua divina attenzione. Mourinho era uno che il pallone lo sapeva a malapena toccare. Sarri, non ne parliamo. Infatti questi due non se li è mai cacati, il semidio. Sacchi sostiene che Agnelli avrebbe dovuto insistere su Sarri, come fece Berlusconi con lui. La squadra a metà del primo anno non lo tollerava, Berlusca disse ai giocatori “fino alla fine dell’anno lui resta, voi non so”. In effetti in quel Milan c’era gente come Gullit, Van Basten, Rijkard, Baresi. Fortissimi, ma non erano ancora pieni di trofei. Cristiano Ronaldo quando è arrivato era già, da solo, un brand più forte della Juve, nel mondo. Non è la stessa situazione. Se qualcuno avesse il coraggio di dirgli: “Sarri resta anche l’anno prossimo, se non ti garba quella è la porta”, dopo quello che è stato pagato e quello che costerebbe la sua partenza, in Exor (la holding che possiede la Juve) con l’effigie di Andrea Agnelli ci giocherebbero a freccette.

Il vero azzardo non è Pirlo allenatore, (quasi) senza patentino e senza esperienza. Quella è una conseguenza del rischio assunto, due anni fa, spaccando verticalmente la dirigenza: infatti Marotta, che osteggiava l’operazione, se n’è andato all’Inter. Il vero azzardo è stato prendere la macchina da gol e schei marchiata CR7. Solo lui costa come ingaggiare tutta la Juventus, e il ROE dell’investimento non procede come sperato. Se continui a vincere solo scudetti (che per la Juventus sono un pane talmente quotidiano da essere festeggiati con sufficienza, e un sabaudo calcio nel sedere al mister) il volano di ritorno di uno che è stato preso apposta per vincere in Europa non ripaga le risorse impiegate. Nè in termini economici (sponsor, merchandising), nè in termini sportivi (fuori agli ottavi). Il bello è che allo smisurato Ronaldo fai fatica a rimproverargli qualcosa. Lavora come un maniaco, segna a ripetizione, batte record (personali). Ed ha un potere contrattuale superiore a quello della sua società. Dite che non è il solo?  A parte Messi, è il solo. La sensazione di queste settimane è che Ronaldo sia un investimento molto, molto ingombrante. Tira tutte le punizioni, batte tutti i rigori, ribalta le partite. Risolve problemi (a carissimo prezzo). Eppure c’è un problema che non è riuscito a risolvere: far vincere la Coppa dei Campioni alla Vecchia Signora, nel frattempo invecchiata ulteriormente, satolla di scudi ma a digiuno di Coppe Europee – 1996 è l’anno dell’ultimo, ormai lontanissimo, trionfo. Ronaldo dentro il Real Madrid (e Messi dentro il Barcellona, basta vedere il suo rendimento nella nazionale argentina) è una cosa, Ronaldo in una squadra diversamente attrezzata è un’altra cosa. Temo che l’ossessione per la Coppa abbia fatto fare un passo troppo lungo per la austera gamba sabauda: potente, non onnipotente. Il bilancio soffre, le perdite dovranno essere ripianate e non credo che John Elkann ci metta del capitale senza che la società Juventus ci metta del suo. Alias, se Ronaldo deve restare e dettare legge, e se lo stipendio di Sarri resta a libro paga finchè non avrà un’altro team da allenare, la Vecchia Signora deve risparmiare e incassare.

Pirlo allenatore è quindi anzitutto una scelta al risparmio. Parlare di risparmio quando un coach alla prima esperienza becca 1,8 milioni l’anno suona offensivo, lo so. Tuttavia lo è, paragonandolo a quanto sarebbe costato l’ennesimo santone della panchina. Inoltre, meglio Pirlo che conosce l’ambiente ed è organico alla galassia Agnelli (le rispettive nuove compagne degli Andrea sono molto amiche, una di quelle amicizie con solide fondamenta patrimoniali che fanno la fortuna dei negozi del centro) piuttosto che un promettente outsider pescato da fuori. Detto questo, il sospetto che ad allenare la squadra sarà un pericoloso microteam di allenatori – giocatori è legittimo, nonostante l’enorme ammirazione che ho per il Pirlo giocatore e per la sua silenziosa leadership.

Sull’incassare: temo la cessione dei giocatori più in carriera e, tra questi, in particolare di Paulo Dybala, il vero tesoro della società, il giocatore sul quale la Juventus potrebbe capitalizzare la plusvalenza maggiore, oltre a liberarsi di un ingaggio di cui la piccola star reclama un incremento. In sintesi: vendere e risparmiare per tenersi Ronaldo assomiglia a cedere tutta l’argenteria per poter continuare a esporre in vetrina il diamante più pregiato, l’unico rimasto, quello acquistato per vincere finalmente il premio della miglior vetrina del pianeta. Con dentro un solo gioiello.

Sono juventino da quando avevo sei anni. Rintuzzo le ironie che vedo piovermi addosso aggiungendo che tutte queste malattie, se le si prende in maniera sana, si prendono da bambini; inoltre, ormai in termini di proprietà societaria il più pulito c’ha la rogna. Detta in altre parole, ho la sensazione che le società di calcio siano (anche) diventate contenitori buoni per ripulire e allocare flussi di provenienza opaca. Sotto questo profilo, essere per la Juve non è nè meglio nè peggio che essere per il Milan, l’Inter, il Toro o il City. Anzi, in alcuni casi almeno si sa ancora chi è il padrone. Però questo cul de sac ferragostano Andrea Agnelli, per altri versi artefice di scelte illuminate, se lo è andato a cercare. Lo considero una vendetta del destino per le sue grevi affermazioni sul “diritto” della “piccola” Atalanta di accedere alle finali di Champions League. Agnelli non dovrebbe mai scordare il nucleo pulsante del suo business, che è pur sempre la passione per il calcio, la quale prevede l’imponderabile, la vittoria di Davide contro Golia, come elemento essenziale del suo fascino. L’imponderabile, non la ricchezza. Infatti per l’Atalanta alle prese con la lussuosa vetrina degli sceicchi parigini abbiamo tifato tutti, ma proprio tutti, fino alla fine.

Pericolo atomico

Sembra, certe volte, che la realtà giochi dei brutti scherzi. Proprio a qualche settimana dall’anniversario delle due esplosioni atomiche che coinvolsero e sconvolsero il Giappone nel 1945, un’esplosione, se pur di potenza di molto inferiore, riapre i riflettori sul pericolo delle armi nucleari. Un incidente in Russia, precisamente a Severodvinsk, ha riacceso la memoria su questa problematica, visto anche il numero di vittime in aumento e i tentativi di depistaggio iniziali. A proposito di ciò, suona come un monito un aforisma, una massima, attribuita ad Einstein che ebbe modo di verificare in prima persona la portata di queste armi di distruzione di massa tanto diffuse, e che oggi, come allora, dovremmo sempre tenere bene in mente:

“Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre.”
Albert Einstein

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’incontrollabile pericolo

Che cosa cataloghiamo come pericoloso o rischioso? E quando ci sentiamo in tale stato emotivo?
Punto comune sta nel percepire il pericolo in maniera intuitiva, senza legarlo a dati o concetti troppo scientifici. Siamo spinti a classificare una determinata attività in base a ciò che ci suscita: può provocare piacere oppure creare uno stato di paura e allerta. Chi fuma conosce bene i rischi, che comporta tale attività ma ciò che ne trae è piacere e non paura o timore.
Quando assistiamo, o veniamo a conoscenza di avvenimenti catastrofici, spesso di origine naturale, ci sentiamo destabilizzati e colpiti: ecco un pericolo e la serie di danni e perdite che ne conseguono, che non possono essere evitate. Sfuggono dal nostro controllo e producono effetti che tutti noi giudichiamo come devastanti.
Forse è davvero pericoloso ciò che non possiamo evitare e del quale nemmeno ci preoccupiamo finché non si compie.

“I più pericolosi nemici sono quelli da cui l’uomo non pensa a difendersi.”
Arturo Graf

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Il coraggio di rischiare

Amelia Earhart è stata la prima donna aviatrice della storia. Decise di fare della sua più grande passione, un lavoro; senza dubbio atipico per una donna.
Fu la prima a sorvolare l’Oceano Atlantico in solitaria, impresa nella quale riuscì nonostante le avversità, partendo dall’America per giungere in Irlanda del Nord.
Siamo nei primi anni del secolo scorso e la sua necessità di governare il cielo, la sua prodezza e la sua forza, la spingono ad intraprendere un viaggio molto più lungo: il suo intento era quello di fare il giro del mondo con il suo aeroplano. Consapevole dei rischi, decise di intraprendere tale avventura che però non riuscì mai a portare a termine. Precipitò, poiché rimasta senza carburante, nell’Oceano Pacifico e non fu mai più ritrovata.
La sua storia ci offre un grande insegnamento: essere coraggiosi, avere fiducia in se stessi e dedicarsi appieno al proprio obiettivo, anche quando comporta dei rischi, conduce ad una crescita e ad una felice consapevolezza di sé.

“La cosa più difficile è la decisione iniziale di agire, il resto è solo tenacia. Le paure sono tigri di carta”
Amelia Earhart

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Riflessioni sul ruolo del debito pubblico

Un grafico elaborato dalla Deutsche Bank ci regala degli spunti di riflessione molto interessanti:

Agli estremi dei Paesi presi in considerazione ci sono, e non a caso, il Giappone e la Grecia. Il primo è considerato tra i più affidabili al mondo nonostante un debito pubblico che è arrivato al 240%, ovvero per una cifra monster di 8.200 miliardi di dollari, mentre l’ultimo è da tempo considerato un Paese sull’orlo del default con un debito pubblico che sfiora il 180% del rapporto debito / pil, che equivale a circa 320 miliardi di dollari.
Perché il primo è affidabile e non rischia il default mentre nel secondo si grida al crollo un giorno si e uno no? Motivi tutto sommato abbastanza semplici, propaganda a parte, ovvero: diversa distribuzione o allocazione del debito e possibilità di controllarlo.
In nero, nel grafico, appare la quota di debito pubblico detenuta dalle rispettive banche centrali, Enti e privati nazionali, mentre i restanti colori indicano la dipendenza dall’estero, la quota detenuta da operatori di varia natura residente all’estero.
Il Giappone è considerato Paese sicuro perché il suo debito non è molto soggetto a investitori esteri, anzi è detenuto dalla Boj e da residenti il che significa sostanzialmente due cose: che è un debito solo nominale, e che quindi potrebbe anche essere in parte cancellato, e che rappresenta un investimento, un piccolo reddito per i cittadini giapponesi, un debito “buono” che aumenta il benessere del Paese senza comprometterne la stabilità.
La Grecia invece ha la maggior parte del suo debito nelle mani rapaci dei fondi di “salvataggio” europei, soldi che quindi deve restituire a entità estere che possono condizionarla, costringerla vendere i suoi beni nazionali e imporle determinate politiche economiche e sociali. Il grafico di seguito mostra la distribuzione del debito sovrano greco.


Grafico elaborato dalla fefacademy

Efsf sta’ per Fondo europeo di stabilità finanziaria che non nasce per dare solidarietà reale ma solo per rendere possibile quello che è stato reso possibile in Grecia, l’impoverimento di un intero sistema sociale.
Quindi, distribuzione e allocazione del debito il primo punto. Per il secondo, cioè in merito al controllo, la differenza tra i due estremi sta nel fatto che il Giappone controlla emissione monetaria e tassi di interesse, possibilità recluse al mercato, mentre la Grecia è alla mercé dei mercati, delle banche europee e della finanza internazionale.
Quello che produce è quindi un vero debito “cattivo”, senza controllo e che la impoverisce sempre di più mettendola anche a rischio di un default continuo, come l’Argentina o la Russia degli anni ’90 o come tutti i Paesi che scelgono di legare la propria economia ad una moneta che non possono controllare.
Andando oltre con l’analisi del grafico, in rosso possiamo apprezzare anche il fatto che l’Italia ha meno debito verso l’estero della Germania il che, messo insieme al livello del nostro risparmio privato, dovrebbe far vergognare chi continua ad impaurire le massaie sulla possibilità di un default italiano.
I fondamentali dell’Italia sono dunque innegabilmente buoni, ma torniamo al ragionamento fatto sopra per evidenziare le differenze tra Giappone e Grecia. Quando si parla di controllo della moneta, del credito, dei tassi di interesse si allontana il rischio Argentina che solitamente viene evocato proprio per il motivo contrario alimentando confusione sul funzionamento di Stati e banche centrali. Cosa comprensibile quando lo fanno i presentatori TV ma difficile da digerire quando a farlo sono laureati in economia, giornalisti economici ed economisti di varia estrazione. Quanto meno diventa difficile credere che lo facciano in buona fede.
Un debito pubblico ben gestito rappresenta la ricchezza dei suoi cittadini, il suo tenore di vita, la sua posizione nel mondo in termini di potenza industriale e di qualità della vita.


Questa infografica mostra la distribuzione del Debito Pubblico per Paesi

Il debito che uno stato produce viene tramutato in servizi e in surplus per i cittadini. Cioè lo Stato spende attraverso la spesa pubblica e questa spesa diventa guadagno e risparmio per i cittadini mentre se è lo Stato a risparmiare e a non spendere, i cittadini possono contare solo su se stessi e molti o i più, ovviamente, non ce la fanno. Del resto in un mondo dove la ricchezza è soprattutto ricchezza finanziaria, è necessario che qualcuno metta a disposizione la materia prima (il denaro) e questo può farlo solo uno Stato.
Pensiamo alla possibilità di essere curati, di poter usufruire di un’assistenza, di poter avere una bella auto ma anche una buona strada sulla quale guidarla, di avere dei diritti, una pluralità di sindacati, di informazione, scuole, salari minimi, ecc.. La possibilità di trovare tutto questo è molto alta dove c’è spesa dello Stato, intervento nella struttura sociale ed economica. E la troviamo proprio in quei Paesi che hanno una percentuale di debito pubblico alta.
E’ chiaro però che insieme alla spesa dello Stato che arricchisce i cittadini devono esserci anche quei due elementi di cui si è parlato prima: capacità di controllarlo, quindi moneta e tassi di interesse controllati dallo Stato e non dai mercati e, di conseguenza, anche la capacità di decidere come allocarlo.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Sport estremi:
sfidare l’universo, tra emozioni straordinarie e rischi mortali

“Le grandi imprese di solito si compiono a prezzo di grandi pericoli” affermava Erodoto nell’antichità, e questa è anche la sintesi attualissima di tutto ciò che riguarda l’universo degli sport estremi dove ricerca di emozioni straordinarie, ottenute attraverso la sperimentazione del rischio elevato, è accompagnata da un intenso sforzo fisico. Costituiscono ormai un esercito coloro che si sottopongono a sfide estreme verso se stessi o contro altri, che richiedono anche una rapida e precisa elaborazione percettiva e cognitiva che le situazioni oltre limite richiedono. Forti velocità, sfide ad altezze, ambienti ostili alla natura umana, forze naturali avverse, profondità inaffrontabili, climi e condizioni del terreno, dell’aria e dell’acqua proibitive, costituiscono il palcoscenico dello sport estremo ed allo stesso tempo sono le variabili che sfuggono alle classificazioni precise e costanti del controllo umano, determinando i successi o decretando i tragici fallimenti delle performances. E per questo motivo, gli standard di valutazione di questi sport differiscono radicalmente rispetto i criteri tradizionali, che sono applicati in situazioni e ambienti controllati. Lo sport estremo di qualunque categoria concentra la sua essenza nella scarica di adrenalina in risposta alla paura: pochi minuti che sembrano un tempo lunghissimo che aumentano endorfine e serotonina nel cervello per l’elevata tensione e sforzo fisico e mentale in chi si appresta all’impresa. Sono i “sensation seekers”, i “cercatori di emozioni”, che hanno bisogno di stimoli e attivazioni fisiologiche molto elevate, di brivido, avventura oltre ogni barriera dell’umano agire. Oggi si sta ancora discutendo sul termine ‘sport estremo’ e su ciò che si considera realmente estremo perché il confine si è spostato e l’asticella si è notevolmente alzata verso tentativi sempre più spregiudicati e spericolati. Ci si chiede perché alcuni sport tradizionali come il rugby non possano essere considerati alla stessa stregua di pericolosità dell’estremismo e al contempo si creano nuove forme di sport ‘beyond the limit’ come se non fossero mai sufficienti quelli già sperimentati. Una rincorsa al nuovo orizzonte da conquistare, a una nuova frontiera da esplorare e un vecchio muro da abbattere perché superato. Il target demografico dei praticanti gli sport estremi è costituito prevalentemente da giovani che agiscono in solitaria un’esperienza strettamente intima e personale che non disdegnano, a volte, di condividere sui social attraverso dirette elettrizzanti sotto gli occhi del mondo web: qualcuno fanatico, qualcun altro raffinato tecnico del rischio, chi folle e incosciente sperimentatore, chi aspirante a fama (e carriera) internazionale, per raggiungere elevati livelli, trovare sponsor, produttori, mass media che assicurino traguardi economici ed esaltazione personale. Li troviamo in una miriade di ambiti sportivi perché queste performances un tempo sporadiche, di nicchia, per pochi appassionati silenziosi, sono diventate successivamente una mania vera e propria ed oggi attività molto conosciute, consolidate e diffuse nel mondo del brivido: torrentismo, sci di velocità in quota, skateboarding, immersioni in grotta, arrampicata su ghiaccio, funambolismo, hydrospeed (nuoto in correnti e corsi d’acqua sconnessi) surf da onda, lancio con tuta alare, deep water soloing (arrampicata libera solitaria senza assicurazione su scogliere a picco sul mare). Alcuni di questi sport come rafting e parapendio sono diventati sport olimpici. L’origine dell’espressione ‘sport estremo’ viene fatta coincidere con la frase attribuita allo scrittore Ernest Hemingway “Ci sono solo tre sport: corrida, corse automobilistiche e alpinismo; tutto il resto sono solo giochi.” Un’affermazione che definiva un’attività in cui era possibile morire. Nell’agosto del 1974 il funambolo e artista di strada Philippe Petit salì al 110° piano di una delle Twin Towers a New York e percorse camminando, saltellando, correndo e sdraiandosi ogni tanto, un cavo d’acciaio teso utilizzando arco e frecce tra i due grattacieli. Furono 20 minuti di percorso a 417 metri d’altezza e 61 metri di estensione. Era la ricerca di un istante di bellezza, non inseguiva la gloria, affermò Philippe Petit, in un triste e cupo momento storico degli USA, tra scandalo Watergate e guerra del Vietnam. Occorrerà arrivare al 1979 per assistere alla prima manifestazione di Bungee Jumping (lancio da altezze elevate con una corda elastica, assicurati con imbragatura) organizzata dal Dangerous Sports Club di Oxford che attirò molta attenzione con i lanci dal ponte sospeso di Cliffon a Bristol. Ne seguì un’altra sul Golden Gate di S. Francisco. Memorabile l’appuntamento del Club a St. Moritz in Svizzera negli anni successivi, dove i concorrenti dovevano creare una grande scultura dotata di sci e lanciarla lungo una ripida discesa. Il Club si presentò sulla pista a bordo di un autobus londinese a due piani ma fu fermato in tempo dal divieto delle autorità elvetiche. Tra gli anni ’70 e ’80 Toni Valeruz, maestro di sci e guida alpina di Alba di Canazei (TN), è l’indiscusso protagonista e precursore dell’estremismo, rimanendo agli annali come uno dei più forti praticanti di sci estremo: più di 100 discese spericolate sulle Alpi e su cime extraeuropee, come quella da quota 4200 del Cervino e 8100 del Makalu in Nepal, la quinta montagna più alta della Terra. In una recente intervista, Valeruz ha commentato come si sia perso il buonsenso con youtube e la voglia di spettacolarizzare le proprie prestazioni e di come i giovani scelgano questi sport per mancanza di affetto o considerazione. A volte, ha dichiarato l’alpinista, entra in campo la voglia di isolarsi dal resto del mondo in un’esperienza rischiosa. Ma solo negli Anni ’90 il fenomeno dello sport estremo ha raggiunto un’adesione vasta e diffusa, quando le compagnie di marketing inaugurarono gli X Games trasmessi dal canale televisivo Extreme Sport Channel, guadagnando popolarità e visibilità. Da allora ad oggi, gli eroi o antieroi dello sport estremo si sono moltiplicati e hanno dato il loro contributo in imprese che sembravano irrealizzabili, un contributo che spesso, troppo spesso è costato la vita. Oggi tocca ad Armin Schmieder, 28 anni, Armin Holzer, Alex Polli, Uli Emanuele e, ultimo di questi giorni, Matteo Pancaldi, 30 anni, lasciare traccia di sé in un’impresa mortale. Volevano volare, il desiderio più ancestrale dell’uomo, con la loro tuta alare da scoiattolo volante o lanciarsi in base jumping nel vuoto o ancora camminare tra le nuvole, sospesi a un filo. Matteo Pancaldi, modenese, è precipitato per circa 200 m tra due cime della Val d’Adige in Trentino, abbandonando definitivamente quel filo teso sul vuoto e la sua giovane vita, sotto gli occhi attoniti degli amici. Dimenticanza? Sbadataggine? Errore umano? Errore tecnico? Ciò che resta e importa di questi epiloghi è il ricordo di chi non c’è più, poveri pionieri della generazione Y, moderni Icaro che hanno ‘osato’ sfidare l’universo.

Risparmi a rischio, la grande paura non è finita

di Alice Ferraresi

Nove euro per azione offerti all’azionista di Popolare Vicenza (circa il 15% del prezzo massimo raggiunto dall’azione). Il 15% del prezzo di acquisto offerto all’ azionista di Veneto Banca. In cambio l’azionista deve rinunciare alle azioni legali. Insomma, chiamarsi contento di portare a casa una perdita dell’85%.
Detta così, uno non aderirebbe mai. Piuttosto mi tengo aperte le porte dell’azione legale, vediamo intanto che succede. Perché dovrei portarmi a casa un misero 15%?
Il perché si capisce guardando non il proprio particolare nel ritratto, ma il quadro complessivo. Se almeno l’80% degli azionisti non aderisce all’offerta, non si fa nulla. E se non si fa nulla, la prima alternativa è: bail in. Infatti la DG competition (Unione Europea) potrebbe non autorizzare la ricapitalizzazione precauzionale già varata per Monte Paschi. Non prima, si intende, di una dimostrazione di solvibilità delle due banche fornita prima ed indipendentemente dalla ricapitalizzazione. Rischia quindi di essere un casino a cascata se gli azionisti (almeno in misura pari all’80%) non aderiscono all’offerta, perchè stavolta le dimensioni delle due banche sono talmente grandi che, se il loro capitale non viene considerato sufficiente a fronteggiare il rischio delle cause legali, va a finire male anche il fondo Atlante, nato (oltre che per assorbire i crediti deteriorati del sistema) proprio per ricapitalizzare le due banche venete – di cui attualmente è proprietario pressochè totale.

L’ipotesi del bail in appare quindi folle, scellerata, ma non impossibile. In questo caso, andrebbe zero a tutti. Non solo (ovviamente) agli azionisti, ma zero agli obbligazionisti subordinati, zero agli obbligazionisti senior e zero anche, se necessario per recuperare valore dalla svalutazione degli attivi marci(o crediti inesigibili), sui saldi di conto corrente sopra i centomila euro. Tradotto in parole povere, un esproprio tale da far collassare l’economia dell’intero nord est. Una Cassa di Ferrara, Marche, Etruria e Chieti moltiplicata per dieci se si guarda ai singoli istituti (qui hanno pagato “solo” azionisti e subordinatisti), moltiplicata per mille se si guarda al sistema, date le dimensioni delle due banche venete. L’effetto che viene in mente è quello di una bomba atomica economica.

La cosa grottesca, se la si guarda dalla prospettiva della provincia di Ferrara, è che ci sono clienti anche importanti che sono scappati da Carife a Veneto Banca per la paura del fallimento della banca ferrarese, e che adesso non sanno più dove scappare. Molti potrebbero tornare all’ovile abbandonato, ora sotto l’ombrello della Popolare Emilia Romagna (dopo un’agonia di tre anni e mezzo). Ma non è così semplice: l’unica liquidità realmente trasferibile in tempo reale è quella sul conto corrente. Il resto è illiquido.

Nessuno può permettersi di dare suggerimenti a cuor leggero, e chi li dà in finanza spesso è interessato, per cui è difficile trovare un operatore realmente indipendente dalle commistioni di affari (in questo ragionamento inserisco anche alcune associazioni di “tutela dei consumatori” che si buttano come sciacalli sul cadavere per fare soldi con le adesioni, garantendo molto fumo e poco arrosto). Tuttavia, in questa situazione di autentica emergenza nazionale del risparmio, che diventa ed è già emergenza dell’economia produttiva, un istinto di sopravvivenza globale spingerebbe a dare un sommesso ed accorato suggerimento: quello di aderire all’offerta (il termine è il 22 marzo). L’alternativa potrebbe essere quella di precipitare in un burrone, e siccome l’economia del nordest è strettamente intrecciata con quella del resto d’Italia, nel burrone rischiamo di finire tutti, esattamente come una locomotiva che trascina con sé nel baratro i suoi vagoni.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Un mondo a rischio – Il Polo Nord si squaglia ma noi pensiamo allo spread

Il quotidiano La Stampa, nella sua edizione digitale, ogni mattina accanto alla testata, quindi nella posizione di maggior risalto, pubblica con tutta evidenza il dato relativo allo ‘spread’, a significarne evidentemente la presunta importanza. Ma c’entra davvero qualcosa, quel numero, con la nostra quotidianità e le nostre vite?
Il cronista finanziario di Sky, nel suo collegamento a chiusura della contrattazioni in borsa, informa che il prezzo del petrolio al barile è sceso a tot dollari e commenta che “si tratta del peggior risultato degli ultimi mesi”. Ma peggiore per chi? Non certo per me, che domani al distributore pagherò verosimilmente meno la benzina…

Al mondo, però, capita anche altro: “La regione polare del Mar Glaciale Artico potrebbe risultare pressoché libera dai ghiacci già nel settembre di quest’anno o – al più tardi – nello stesso mese del prossimo anno. Sebbene la maggioranza delle stime siano più prudenti, posticipando la completa scomparsa del ghiaccio marino attorno al 2030, nella comunità scientifica c’è consenso sul destino del Polo Nord”, scrive lo scorso 10 giugno l’autorevole National Geographic.

La notizia lanciata anche dall’Ansa, è solo sfiorata dai quotidiani. La Stampa, tre giorni prima, l’aveva anticipata – con l’eloquente titolo “Il Polo Nord? Potrebbe svanire già quest’anno” – relegandola però nelle pagine della cultura… Eppure ciò che riporta è terrificante: “Sembra l’inizio di un film catastrofico”, scrive il quotidiano torinese facendo riferimento alle ricerche di “un acclamato docente dell’Università di Cambridge, il professor Peter Wadhams”, che studia da anni i mutamenti climatici nell’Artico. E riporta: “In pochissimo tempo è scomparsa un’estensione di ghiaccio pari a cinque volte l’Italia e questo significa una sola cosa: la catastrofe può essere molto vicina (…) Per avere un’idea delle conseguenze del riscaldamento in atto nel Mare Artico, dice Wadhams, basta guardare qualunque tg. Gli eventi meteorologici estremi sono quotidiani: cicloni ‘bomba’ e tornado fuori stagione, inondazioni negli Usa e in Europa, tempo sempre più violento e imprevedibile. Ma il peggio deve ancora arrivare (…) Il livello dei mari s’innalzerà e l’acqua dolce immessa negli oceani modificherà il ciclo delle correnti, con conseguenze devastanti”. “L’ultima volta che è accaduto è stato 100 mila anni fa, quando l’uomo di Neanderthal viveva sulle montagne dell’Altai, in Siberia”.
I suoi colleghi sono più cauti, ma solo nella datazione: “Secondo Gleick, lo scenario ipotizzato dal collega di Cambridge è realistico, ma non si realizzerà prima del 2030-2050. Ma nemmeno lui si fa illusioni sulla possibilità che il processo possa essere fermato: ‘Siamo come su un treno impazzito – ha detto – sul quale gli scienziati azionano continuamente il fischio, mentre i politici gettano carbone nella caldaia del motore’. Ma nessuno ha commentato. E di questo, in seguito, non si è letto più nulla…

E allora – domandiamoci – cosa conta veramente? Lo spread? A quali valori facciamo riferimento, quali fatti sono significativi e quali invece ci fanno credere siano importanti? E qual è il nostro punto di vista, da che parte vogliamo stare?

Il nostro pianeta è in pericolo proprio perché i principi guida che orientano le scelte dei governanti e le conseguenti azioni da loro intraprese di norma non tengono primariamente conto dei reali bisogni delle donne, degli uomini e di tutti gli esseri viventi che popolano questo nostro mondo, ma si definiscono e si conformano in prima istanza sulla base delle logiche economicistiche che garantiscono gli interessi e il profitto di chi attende la remunerazione del proprio capitale.
Non dunque la salvaguardia del benessere e la propugnazione dell’istanza di progresso, ma la tutela degli appetiti e della brama di ricchezza sta in cima ai pensieri di chi muove le leve che regolano i rapporti fra individui e comunità. E’ una logica, però, che non solo penalizza la maggioranza delle persone e non tutela i soggetti deboli d’ogni specie, ma pone addirittura a serio repentaglio la vita stessa del pianeta e delle creature che lo popolano.

A questo tema, attraverso la segnalazioni di una serie di significative ed emblematiche emergenze (che ampliano lo sguardo dalle insidie all’ambiente al livello comunitario, con il deterioramento del senso del legame sociale, la prevalenza dell’egocentrismo e dell’egoismo proprietario o per converso di un diffuso sentimento di anomia), Ferraraitalia dedica il proprio dossier settimanale. Buona (ri)lettura.

Un mondo a rischio – vai al sommario

Rischiare

Antoine de Saint-Exupéry
Antoine de Saint Exupéry

Certo che ti farò del male. Certo che me ne farai. Certo che ce ne faremo. Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza. Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza. (Antoine de Saint-Exupéry)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Risparmi a rischio, ecco perché

Oltre alle banche, che come si è visto falliscono, a creare preoccupazioni al risparmiatore – come qualcuno comincia a segnalare e come vedremo – ci sono anche le cooperative. E’ il caso di chiedersi perché questo succede, perché sta diventando così difficile trovare un posto sicuro dove depositare i propri soldi e al contempo così facile vederli sparire. La prima cosa da fare è risalire alle cause senza soffermarsi sugli effetti, in modo da capire come si dovrebbe agire. E’ ormai evidente a tutti che il fallimento di una banca è frutto di comportamenti sbagliati o poco corretti dei suoi amministratori e di inadeguati controlli della Banca d’Italia. Ma ciò accade a causa di una legislazione che ha allentato vincoli e divieti che in precedenza garantivano maggiore tutela al risparmio nel rispetto dei risparmiatori. Per comprendere come siamo arrivati a questo punto dobbiamo individuare il vero nocciolo – il risparmio – e ricordare che esso è davvero una cosa importante, al punto che per la sua tutela si impegna parte dell’articolo 47 della nostra Costituzione che recita testualmente “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”

Nel passaggio dalla sovranità nazionale a quella europea, dunque dalla tutela della Costituzione della Repubblica italiana alla vigilanza operata dall’Unione Bancaria, non solo il risparmio è meno garantito, ma assistiamo anche ad altre trasformazioni che cancellanno le vecchie leggi ‘sociali’, cioè quelle leggi che prestavano attenzione alla crescita e alla tutela dei suoi cittadini e che ci hanno dato ad esempio la scala mobile, lo statuto dei lavoratori e l’articolo 18. Un lungo periodo in cui tutto cambia; un tempo durante il quale – per capirci – la forbice di diseguaglianza tra capitalista e prestatore di lavoro inizialmente accettabile arriva sino a Marchionne e alla riduzione dei minuti di pausa degli operai della Fiat! Un processo lento in cui le differenze si sono talmente amplificate da non vederle nemmeno più.

E anche le leggi bancarie erano diverse da quelle attuali. La banca:
– aveva un’alta specializzazione (cioè esisteva una diversificazione nell’erogazione del credito a ben precisate categorie di lavoratori e imprenditori);
– era sottoposta al diritto comune e al ferreo controllo della Banca d’Italia, resa pubblica fin dal 1936;
– aveva una vocazione territoriale;
– doveva rispettare dei limiti nella creazione del denaro poiché le era imposta una elevata riserva obbligatoria;
– la banca commerciale era distinta e separata dalla banca d’investimento.

Il concetto di base cui si ispirava tutta la legislazione era quello di una “istituzione-funzione”, con rilevanti risvolti di carattere sociale. La banca insomma aveva una funzione specifica nel fare credito a determinate categorie economiche ed in determinati territori. Secondo il professor Renzo Costi, questo sistema di lacci e lacciuoli frena crescita e sviluppo ed è contrario al principio della libera concorrenza. Come dire, ‘troppo Stato’, Senza considerare, evidentemente, che quello che definisce “immobilismo degli anni che vanno dal dopoguerra ai ’70” ci aveva in realtà portato al boom economico, e che forse la concorrenza aiuta interessi diversi da quelli dei risparmiatori.

Si arriva al 1985, quando lo Stato italiano, recependo col Dpr del 27/06/1985 n° 350 la Direttiva Ue del 1977 nr. 80, da una svolta a tutto questo, e si noti, non ultimo, che cominciamo a fare le cose nel nome dell’Europa. A questo punto, per esempio, per aprire una banca sono richiesti tre requisiti fondamentali: fedina penale limpida, esperienza economico-finanziaria, fondi necessari. Un po’ vago, direi, ma i cambiamenti avvengono in nome di principi che invece ad enunciarli sembrano molto seri, ovvero: sana e prudente gestione, concorrenza, efficienza e stabilità complessiva. Parte insomma anche in campo bancario la cultura dello slogan da far diventare luogo comune ed accettare come cosa ovvia.

Il buon senso del risparmiatore comune ci dice invece che:
– l’alta specializzazione assicurava ad esempio all’agricoltore di trovare soddisfatti i suoi bisogni perché trovava un istituto bancario specializzato nel suo settore;
– che una banca sottoposta al diritto comune piuttosto che ad un diritto speciale diverso da quello dei mortali assicurava vicinanza al comune cittadino;
– che il passaggio da banca funzionale e territoriale a banca multifunzione e senza limiti territoriali ha fatto sì che non più l’imprenditore locale ma la speculazione sui mercati finanziari sia diventata il centro dell’interesse della banca;
– l’eliminazione della differenza tra banche commerciali e banche d’investimento ha permesso che il risparmio della famiglia depositato in una banca popolare potesse andare in finanza, ed infine;
– il sapere che al di sopra di tutto c’era la banca delle banche, sottoposta solo allo Stato e non ad altre banche private, che ha il dovere di controllare il risparmio così come dettato dall’art. 47 della Costituzione assicurava… sicurezza, almeno fino a quando non è stata di fatto privatizzata.

Certo il tutto era da migliorare e migliorabile ma quanto meno non sarebbe stato il caso di buttare via il bambino con l’acqua sporca, invece in nome dell’Europa e degli interessi avulsi dai piccoli risparmiatori abbiamo sacrificato buone leggi, controlli e radicamento sul territorio e permesso che il risparmio diventasse una preda alla mercé del libero mercato, dovunque esso venga depositato, non più un bene da difendere.

E cosa dire poi del ‘prestito sociale’ della coop? Il risparmio è forse l’unica cosa che banche e coop hanno in comune, per un errore diffuso, perché le famiglie che lasciano soldi alla coop scambiano in buona fede quel libretto che gli viene consegnato con una specie di deposito bancario. Si tratta di famiglie e pensionati che lasciano somme contenute, non di investitori. Di sicuro i ‘prestiti sociali’ non ha niente a che fare con i prodotti bancari, sono tutt’altra cosa. Chi dà i soldi ad una cooperativa lo fa perché condivide i suoi scopi e il modo in cui saranno impiegati i suoi fondi, e quindi, sono a rischio i risparmi depositati alle cooperative o sono più sicuri dei depositi bancari? Una coop può fallire, come qualsiasi altra attività, non è costretta a fallire come una banca. Tutte le banche, infatti, grazie agli sforzi legislativi di cui abbiamo un po’ tracciato le linee, sono diventate un luogo davvero poco sicuro, è solo questione di tempo.

La cooperativa dà le sue belle garanzie e un po’ di interesse sulla cifra depositata, assicura una liquidità del 30% (le banche dal 1947 hanno avuto un obbligo di riserva medio del 20%, oggi praticamente 0%) e non possono ricevere più di 36.500 euro da ogni socio. Ma chi garantisce? Non certo “aiuti di Stato”, vietatissimi. E sopratutto non è previsto un Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) come per le banche. La garanzia è il patrimonio delle coop stesse e si tratta di un credito chirografario. Dunque in caso di fallimento dovrebbero essere soddisfatti prima dipendenti e altre tipologie di creditori.
Quindi la garanzia del deposito in una coopeerativa è collegato alla “solidità” della particolare coop a cui stiamo prestando il nostro denaro, perché esse non sono tutte uguali e non possono certamente essere assimilate ad una banca.

Per quanto riguarda le banche, dal 2016 si ufficializza il bail in e l’Unione Bancaria, di cui abbiamo cominciato a vederne gli effetti anche con la Carife, ed in merito al Fitd, costituito dalle stesse banche e tutelato dallo Stato, comincerei ad avere qualche dubbio perché:
– il fondo può essere utilizzato solo per garantire i depositi fino a 100mila euro;
– non ha però portata sufficiente a coprire l’ammontare complessivo dei depositi nelle banche “a rischio”, cosa succederebbe allora se fallissero più banche contemporaneamente? O se la banca fosse troppo grande?;
– altri aiuti sarebbero “aiuti di Stato” e quindi vietati.

Per concludere: se fossi in uno Stato rispettoso della sua Costituzione, potrei anche scegliere di avere i risparmi nella mia coop di prossimità e sentirmi tranquillo, perché si sto finanziando una cooperativa ma pur sempre di risparmio si tratta e quindi degno di tutela statale. In questo Stato non ci sarebbe l’Europa dei banchieri, concorrenza o libero mercato da considerare e temere, ma solo il risparmio, il sudore e la fatica dei cittadini da tutelare: in tutte le sue forme.
Ma se invece vivo nel mondo in cui vivo adesso, senza garanzie né tutele statali per il risparmio, forse per sentirmi più sicuro i soldi dovrei lasciarli sotto il materasso.

INTERNAZIONALE
Cibi ad alto rischio: carne agli antibiotici e il mare è una pattumiera

di Francesco Fiore

La nostra epoca è l’unica nella storia dell’uomo in cui non abbiamo la preoccupazione di procurarci il cibo. La produzione industriale infatti dà agli abitanti dei Paesi industrializzati la possibilità di avere ciò che si vuole, quando lo si vuole. Esiste però un lato oscuro dell’industria alimentare che Philip Lymbery (chief executive officer of compassion in world farming) descrive nel suo omonimo libro come “Farmageddon”. Lo scenario alimentare apocalittico è stato profetizzato da Lymbery dopo tre anni in viaggio per il mondo alla scoperta di come viene prodotto il cibo che mangiamo. Durante questo periodo l’autore ha scoperto gli sprechi, le condizioni estreme e la produzione sregolata che stanno dietro alle megafarm americane, che rischiano di arrivare anche in Europa grazie ad un trattato, il Ttip, sotto la menzogna di una intensificazione sostenibile.
I danni ambientali di questo metodo di produzione sono innumerevoli per l’ecosistema del pianeta e la sostenibilità delle risorse della terra e del mare, evitabile solo attraverso la creazione di una maggiore consapevolezza e attenzione riguardo a ciò che mangiamo.

È quindi meglio essere vegetariani, vegani o carnivori? La domanda secondo Lymbery non richiede una risposta, ma serve ad incentivare un ragionamento su che cibo consumiamo e come questo arriva fino a noi. Come afferma Marco Costantini di Wwf, “non possiamo più permetterci il lusso dell’indifferenza rispetto a quello che mangiamo”. Dietro la carne prodotta industrialmente ci sono animali allevati in condizioni estreme e innaturali, alimentati con i prodotti di colture che potrebbero sfamare milioni di persone e imbottiti di antibiotici. Dietro il pesce che finisce sulle nostre tavole ci sono tutte le altre specie che non interessano al mercato e vengono rigettate in mare. La monoculture intensive, a causa dell’uso di prodotti chimici, distruggono l’ecosistema circostante costringendo la California, ad esempio, a importare le api per impollinare i filari. Il nemico comune è quindi la produzione industriale di cibo, che secondo Lymbery ha la potenzialità di produrre cibo sufficiente per il mondo di oggi e di domani ma spreca più di ciò che produce.

Come è possibile dunque evitare l’apocalisse alimentare profetizzata dall’autore di “Farmageddon”? Dobbiamo diventare tutti vegetariani? Anche se per Umberto Veronesi questa sarebbe una conquista di civiltà, la risposta è no. Ciò che abbiamo il dovere di fare è influenzare le decisioni politiche riguardo alla produzione di cibo partendo dal carrello della spesa, cioè dalla scelta di cosa mangiare, sviluppando e favorendo una cultura del cibo basata sul mangiare meno e mangiare meglio, sul rispetto dei prodotti e dei luoghi nei quali vengono prodotti.
Mangiare non è solo “un atto agricolo”, come scrive Wendell Berry. E’ anche “un atto ecologico e politico” annota Michael Pollan nel suo “The omnivore’s dilemma: A natural history of four meals”.

LA RIFLESSIONE
Il mercato della paura

Nel bene e nel male ci sono forze molto potenti che spingono verso la creazione di un ambiente di vita sempre più artificiale all’interno del quale già dobbiamo, e sempre più in futuro dovremo, ripensare il nostro comportamento, le nostre modalità di interazione e l’etica in base alla quale queste potrebbero essere regolate. Una di queste forze, importante quanto sottaciuta, è l’umanissima paura: un’emozione che è diventata una merce tra le più importanti nell’arena politica e massmediatica.
Sul fomentare e cavalcare la paura si reggono certi populismi e prosperano industrie fiorenti che fanno della prevenzione e gestione del rischio la loro missione, alimentando un circuito in crescita costante che viene giustificato dalle richieste esplicite di buona parte dei cittadini. Non servono dati per rompere questo schema: per rendersene conto è sufficiente osservare e saper ascoltare le conversazioni della gente, seguire le diatribe sui social network.
La paura è una componente chiave del grande gioco dei bisogni su cui si regge la società del consumo coatto: la paura più diffusa si regge sull’ignoranza costantemente alimentata e genera odio e rancore, promuove l’isolamento sociale e la chiusura in clan, ha costante bisogno del diverso irriducibile, del nemico, del male contro cui scatenare la rabbia repressa con tutta la potenza di un apparato tecnologico percepito come neutrale. La paura più profittevole trova un mercato in crescita straordinaria i cui prodotti e servizi sembrano promettere agli occhi del cittadino medio la riconquista a buon mercato del senso di sicurezza perduto.
Che fare dunque di fronte al piccolo furto, all’effrazione, al danno gratuito, all’inciviltà che si manifesta proprio sotto casa? Come reagire all’astio e al timore generati dal bombardamento di violenze, delitti, stupri, assassinii, furti e crudeltà varie che costituiscono la dieta quotidiana proposta da giornali e telegiornali? Molti cittadini non hanno dubbi: dotarsi dei sistemi di sicurezza personale e domestica, chiedere con forza l’installazione di videocamere per il controllo sempre più stretto del territorio, auspicare infine leggi sempre più dure e mirate fatte valere da forze di polizia più veloci ed efficienti. Qualcuno, a onor del vero, chiede anche il diritto di armarsi liberamente ma, almeno per ora, si tratta di minoranza trascurabile.
Quando domina la paura si cercano soluzioni aggressive, si ignorano quelle basate sulla collaborazione, sulla socialità che contraddistingue da sempre gli esseri umani; non si crede più che un senso civico diffuso e profondo possa essere un ottimo deterrente, non si pensa che il modo migliore per tutelare gli spazi, i beni comuni, i luoghi pubblici rendendoli vivibili, sia semplicemente quello di viverli senza trasformarli in non luoghi da controllare tramite le forze di polizia e le tecnologie del controllo.
Ma l’industria della paura alimenta affari, genera profitto e lavoro, risponde perfettamente all’imperativo della crescita, è più vicina all’attuale sentire della gente: sostiene la domanda di servizi privati per quanti se li possono permettere, produce case blindate, quartieri asettici impenetrabili per i più abbienti, antifurto per i meno abbienti; mette a disposizione tecnologie interconnesse per il controllo, ‘device’ mobili che consento il tracciamento sistematico di ogni spostamento di veicoli, animali e persone, videocamere e microfoni per vedere e sentire ogni cosa. Tuttavia, questi sistemi impersonali rischiano anche di alimentare una costante deresponsabilizzazione, una perdita ulteriore della già scarsa educazione civica, un isolamento ancora maggiore delle persone, una perdita di fiducia nell’altro e nelle sue potenzialità genuinamente umane, alimentando la spirale perversa, della sfiducia, dell’insicurezza percepita e della paura.
Sono effetti per certi versi imprevisti e perversi dei nuovi e affascinanti ambienti di vita che si stanno affermando, nei quali infrastrutture digitali sempre più connesse daranno intelligenza crescente anche al sistema degli oggetti: l’internet delle cose, le smart city, la domotica, rappresentano un futuro già presente che ci spinge con forza a ripensare il nostro posto nel mondo, le nostre relazioni, il rapporto con la tecnologia e la natura, le nostre priorità. Che ci spinge forse, a fare i conti fin da ora con le nostre paure evitando che proprio su di esse venga edificata una società ‘tecnogena’ che non potrebbe garantire nulla di buono per l’uomo futuro.

SPECIALE – Mafia a Ferrara

Gli audio integrali dell’incontro “Mafia a Ferrara, allarmismo o rischio reale”, organizzato da Ferraraitalia il 16 febbraio alla biblioteca Ariostea.

Prima parte

Seconda parte


Articoli e interventi
di Ferraraitalia sul tema mafia [clic qua per leggere la rassegna]

Il nostro resoconto del 17 febbraio sull’incontro Mafia a Ferrara

NOTA A MARGINE – “Il rischio mafia esiste, compito di tutti è mantenere sana la città”

“Nelle zone di origine e presenza endemica, oltre a un vero e proprio controllo del territorio le organizzazioni mafiose hanno una funzione di mediazione sociale che permette loro di acquisire consenso; i risultati sono perdita di competitività del tessuto produttivo e deficit di cittadinanza. Ma il nord è diverso, è zona di colonizzazione: qui si fanno investimenti per riciclare i proventi delle attività illecite e sempre di più il metodo di infiltrazione non si basa sulle intimidazioni, ma su corruzione e strumenti del credito, con la costruzione di un sistema di connessioni in loco attraverso la connivenza di quell’area grigia formata da burocrati, politici, professionisti e imprenditori. Ecco perché Giovanni Tizian scrive di ‘holding finanziaria’ e il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti parla di ‘una visione politica del radicamento’”.

Fulvio Bernabei (foto di Aldo Gessi)

A sottolinearlo è stato Fulvio Bernabei, intervenendo al secondo incontro del ciclo “Chiavi di Lettura, opinioni a confronto sull’attualità” organizzato da Ferraraitalia con lo scopo di chiarificare nodi controversi del nostro vivere quotidiano. Ieri, in biblioteca Ariostea, si è dibattuto di mafia a Ferrara fra allarmismo e rischi reali, per cercare di capire quanto la nostra provincia è davvero permeabile e quali siano i segnali a cui dobbiamo porre attenzione.

Bernabei (Guardia di finanza) e Federico Varese (Oxford university) hanno fornito un inquadramento generale di cosa significhi mafia oggi: un fenomeno complesso e diversificato a seconda delle differenti aree della nostra penisola.
Il problema della diffusione al nord è noto. Il più recente documento che si occupa di illegalità diffusa nel nostro territorio è il rapporto “L’economia illegale in Emilia Romagna”, realizzato per Osservatorio della legalità e Unioncamere regionali dal professor Andrea Mazzitelli di Universitas Mercatorum. E proprio questo documento è stato il detonatore dell’appassionato confronto che ha attratto in biblioteca un folto e attento pubblico. “La nostra ricerca – ha spiegato Mazzitelli in collegamento Skype da Roma – indaga in particolare la presenza del fenomeno illegale nel tessuto produttivo legale, reso più fragile dalla crisi economica di questi anni: attraverso l’individuazione di indicatori e di campioni statistici ripetibili, si sono resi evidenti ‘i fattori di rischio’ e ‘la vulnerabilità economica e sociale’, considerandoli segnali anticipatori dell’infiltrazione”. Ed è “l’ormai palpabile sfilacciamento del tessuto sociale e produttivo”, fotografato anche dal rapporto di Mazzitelli, che ci deve preoccupare, non solo come ferraresi ed emiliani, ma a livello generale, perché è fra queste crepe di illegalità diffusa che le mafie si infiltrano con agilità.

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Varese – criminologo noto a livello internazionale in collegamento Skype da Oxford – ha però preso le distanze dalle conclusioni dello studio di Unioncamere, sostenendo che il giudizio è “falsato dalla considerazione di troppe fattispecie di reato non propriamente ascrivibili alle modalità d’azione delle organizzazioni mafiose e che, al contrario, nei settori tipicamente infiltrati dalla mafia (edilizia, movimentazione terra, stoccaggio rifiuti) a Ferrara si è registrata negli ultimi anni una contrazione del volume di attività”. Acqua sul fuoco dunque, accompagnata però dalla raccomandazione di non abbassare la guardia perché le insidie sono reali, come dimostrano le vicende delle vicine province di Reggio e Modena.

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Sintetico ma significativo ed eloquente è stato il contributo di Tito Cuoghi (Anpar) sui rischi di presenza e le modalità d’azione delle ecomafie negli appalti, con specifici riferimenti alla ricostruzione dopo il sisma dell’Emilia.

Donato La Muscatella (foto di Aldo Gessi)

Infine, il referente del coordinamento provinciale di Libera, Donato La Muscatella, ha concluso che il problema del radicamento in Emilia Romagna ormai è innegabile e anche a Ferrara “il rischio esiste: è necessario quantificarlo”. Per quanto riguarda il contrasto e la prevenzione, La Muscatella ha sottolineato che “il fenomeno criminale è competenza di magistrati e forze dell’ordine, ma il fenomeno sociale riguarda tutti; perciò benché non ci sia un vero e proprio allarme, la guardia va tenuta alta ed è compito di tutti i cittadini farlo per ridurre le occasioni di infiltrazione”. (Federica Pezzoli)

Il fotoservizio è di Aldo Gessi

Fulvio Bernabei (foto di Aldo Gessi)
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Tito Cuoghi (foto di Aldo Gessi)
Donato La Muscatella (foto di Aldo Gessi)

Meno tumori tra vegetariani e vegani? Forse…

Lo scopo di questo articolo è che ci sia una reale informazione sulla qualità dei cibi e sulla consapevolezza di ciò che mangiamo, poi ognuno è libero di vivere la propria vita.

Comincio con un breve racconto: l’ingegnere francese André Simoneton, gravemente ammalato e senza speranza di guarigione, riacquistò la salute con il vegetarismo. Era un esperto in elettromagnetismo, e negli anni ’30 e ’40 collaborò allo studio della vibrazione degli alimenti utilizzando i lavori di altri importanti ricercatori. Ogni alimento, come ogni essere vivente, oltre ad avere un potere calorico (chimico-energetico) ha anche un potere elettromagnetico (vibrazionale). Servendosi di apparecchiature scientifiche, misurò la quantità di onde elettromagnetiche degli alimenti, classificandoli in base a queste (A. Simoneton, “Radiations des aliments”).

La composizione degli alimenti

LE CELLULE
Le cellule sono l’elemento fondamentale di cui sono composti tutti i tessuti di un organismo, sia esso umano, animale o vegetale. E’ una singola unità di materiale vivente capace di autoriprodursi. Una cellula assomiglia ad un uovo e si compone di: nucleo, la parte centrale adibita alla riproduzione e all’accrescimento della cellula; citoplasma, elemento che consente alla cellula di contattare ed interagire con l’ambiente esterno, è infatti in grado di irritarsi, contrarsi, assorbire, espellere e respirare. Nel citoplasma si trovano corpuscoli di varia forma e volume che fanno parte del sistema vivente della cellula (mitocondri, ecc.).

ACIDO/BASICO – IL COMPROMESSO VITALE
Tutte le reazioni che definiscono le condizioni essenziali di un ambiente in cui la vita sia possibile, si svolgono nell’ambito di determinati valori, tra questi il più importante è il rapporto acido/basico. All’interno del nostro organismo questo rapporto dovrebbe sempre rimanere costante, si possono però creare delle condizioni troppo acide (per eccesso di potassio) oppure troppo basiche (per eccesso di sodio).
Per misurare il rapporto acido/basico viene utilizzato un termine di paragone chiamato pH. Nel campo medico, il pH viene utilizzato per misurare i liquidi organici ed in particolare il sangue, la saliva e l’urina. Questi liquidi vengono definiti:
– ACIDI, quando il pH è compreso tra 0 e 7,06;
– NEUTRI, quando il pH è uguale a 7,07;
– BASICI o ALCALINI, quando il pH è compreso tra 7,08 e 14,14.

CONOSCERE LE CALORIE, COSA SONO E COME SI MISURANO
La dietologia ufficiale insegna che quando un cibo viene ingerito, viene dapprima triturato nella bocca, poi scomposto nei suoi elementi fondamentali e quindi assorbito dall’organismo. A questo punto subisce, ad opera dell’ossigeno, un’ulteriore trasformazione chimica (ossidazione) che produce calore, come se l’organismo ‘bruciasse’ in tanti piccoli fuochi i prodotti ingeriti.
Il calore (energia termica o calorie), che un alimento è in grado di produrre, può essere misurato con una speciale apparecchiatura di laboratorio. Tale misura viene espressa in calorie (unità di energia termica). Una caloria corrisponde alla quantità di calore capace di far aumentare di 1° C la temperatura di 1 litro d’acqua.
Le calorie fornite dai principi nutritivi sono le seguenti:
1 grammo di proteine produce circa 4,5 calorie,
1 grammo di grassi produce circa 9 calorie,
1 grammo di carboidrati produce circa 3,75 calorie,
1 grammo di alcool etilico produce circa 7 calorie.

Ma il concetto di caloria è incompleto ed ingannevole. Sappiamo che la dieta ufficiale ci dice quante calorie vengono fornite da un certo alimento ma NON ci informa affatto di quante calorie il corpo deve consumare per poterlo digerire, assimilare e liberarsi dalle tossine derivate da tali processi. Pertanto il concetto di caloria è incompleto e molto ingannevole. Un pezzo di carne, ad esempio, che teoricamente fornisce circa 4,5 calorie al grammo, ne consuma probabilmente altrettante nelle tre ore necessarie per la sua digestione ed assimilazione. Questo spiega perché alcune diete si basano sulla carne per far dimagrire.
Il dr. G. Wilson (“A new slant to diet”), ha verificato che un alimento introdotto nel corpo umano, si trova in un ambiente assai diverso da quello in cui viene bruciato per valutarne le calorie. Questa verifica è stato fatta misurando il flusso di energia nervosa nel corpo, prima e dopo pasti composti di vari tipi di alimenti.
Si è così riscontrato che certi alimenti costringono il corpo ad un grande dispendio di energia per poterli utilizzare. Questa manifestazione energetica ha portato a credere che gli alimenti in oggetto accrescano l’energia corporea, mentre è vero il contrario: terminati i processi digestivi ed assimilativi, il corpo si ritrova con le riserve energetiche diminuite.

Il rapporto tra alimentazione e tumori
E’ un diffuso luogo comune: mangiare più frutta e verdura fa bene alla salute. Ora, una vasta ricerca rivela che non solo ciò è vero, ma che chi fa una dieta vegetariana ha anche meno probabilità di ammalarsi di cancro rispetto a chi fa una dieta a base di carne. Non è la prima volta che un’affermazione di questo genere proviene dalla comunità scientifica internazionale: la novità, tuttavia, è che non c’era mai stato uno studio così ampio e prolungato nel tempo sulla questione. I risultati sono impressionanti: i vegetariani hanno il 45 per cento di probabilità in meno di ammalarsi di cancro del sangue e un 12 per cento in meno di ammalarsi di qualsiasi tipo di cancro, rispetto a coloro che fanno una dieta carnivora.

Pubblicato sul British Journal of Cancer e ripreso oggi con grande rilievo dalla stampa nazionale britannica, lo studio ha seguito lo stato di salute di 61 mila persone nel corso di 12 anni. “Ricerche precedenti avevano indicato che la carne può aumentare il rischio di cancro all’intestino, cosicché i nostri risultati sono apparsi plausibili da questo punto di vista”, dice al quotidiano Guardian di Londra la dottoressa Naomi Allen, ricercatrice del Cancer Research della Oxford University e co-autrice del rapporto. “Ma non sappiamo perché il cancro del sangue ha un’incidenza più bassa nei vegetariani”. La differenza, un 45 per cento di probabilità di ammalarsi in meno, è enorme, e riguarda sia la leucemia che altri tipi di cancro del sangue. Non solo, ma chi si nutre di verdura, frutta e pesce, evitando la carne, ha anche il 12 per cento di rischio in meno di ammalarsi di qualsiasi altro tipo di tumore, afferma la ricerca.

“Sono dati significativi”, osserva la dottoressa Allen, “anche se vanno presi con un po’ di cautela poiché si tratta del primo ampio studio di questo genere in materia. Abbiamo bisogno di farne altri e di saperne di più. Per esempio dobbiamo scoprire quale aspetto di una dieta a base di verdura, frutta e pesce protegge dal cancro. E dobbiamo stabilire quanto influisce positivamente una dieta vegetariana, così come quanto influisce negativamente una a base di carne”. Lo studio fa parte di un progetto internazionale a lungo termine chiamato “European prospective investigation into cancer and nutrition”, che andrà avanti, ad Oxford e in altri centri di ricerca sul cancro.

Altri studi hanno comunque già dimostrato che mangiare carne, o perlomeno mangiarne troppa, può essere nocivo. Non solo per la salute degli umani, tanto per cominciare, ma pure per quella del pianeta: l’anno scorso un rapporto della Commissione dell’Onu sul Cambiamento climatico ha esortato a rinunciare alla carne almeno una volta alla settimana poiché la produzione di carne, ovvero gli allevamenti di bovini, produce da sola un quinto delle emissioni di gas nocivi. Un rapporto della World cancer research fund, due anni or sono, ha raccomandato di non mangiare più di 300 grammi di carne alla settimana a causa del rapporto tra una dieta altamente carnivora e il cancro all’intestino. E nel 2005 uno studio finanziato dal Medical research council britannico e dalla International agency for research on cancer, ha riscontrato che mangiare due porzioni di carne al giorno, l’equivalente di un panino con la pancetta e di una bistecca, aumenta del 35 per cento il rischio di cancro all’intestino.
Il problema non si limita al consumo di carne per quanto riguarda il maltrattamento degli animali, ma comprende anche la produzione di latte e uova a livello industriale. Ad esempio, i metodi usati per far produrre più latte alle mucche o le condizioni in cui sono costrette a sopravvivere le galline ovaiole, considerate vere e proprie macchine da produzione e non esseri viventi, e di come venga tagliato il becco ai pulcini per evitare che crescendo si feriscano tra loro, visto gli stretti spazi in cui sono ammassati.
Certo, è sbagliato fare crociate contro chi non vuole passare ad essere vegetariano o vegano, non deve per questo essere condannato, si rischia di entrare nell’estremismo: ho letto commenti di vegani convinti che tanto sbandieravano l’amore per gli animali, scagliarsi con rabbia e odio verso chi non lo è. Le abitudine alimentari rientrano in un più vasto quadro culturale, e per questo motivo sono difficili da modificare.

Consigli per una sana alimentazione
Il passo migliore credo sia quello di orientarsi sempre di più verso l’acquisto di prodotti biologici, ottenuti con il rispetto verso l’ambiente e gli animali. E confermo anche che la cucina vegana è molto più varia della tradizionale, vengono utilizzati cereali, legumi ed altri prodotti di cui la maggior parte delle persone non conosce nemmeno l’esistenza (qui una lettura consigliata, A. Taum, G.P. Vanoli, “Guida alla salute naturale”).
Ogni alimento ha delle proprietà nutrizionali buone ma anche delle controindicazioni. Ogni alimento, mangiato in eccesso, causa problemi a non finire: dalle intolleranze, alle allergie, ai malori di stomaco, alle tossine. E questo vale per ogni alimento, verdura, frutta, carne, formaggi e così via.

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Redazione

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