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Il Vangelo nelle periferie

«Perché la vera trasformazione viene dalla periferia?»: è la domanda posta a papa Francesco in una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa argentina Télam.

Una domanda suggerita alla giornalista Bernarda LLorente dal fatto che più volte Papa Bergoglio parla delle periferie; un’idea, maturata in lui grazie al pensiero della filosofa argentina Amelia Podetti [Qui], che cioè le periferie siano un osservatorio privilegiato dal quale cogliere le spinte generative di cambiamento e riforma, anche ecclesiale.

«Mi colpì in particolare una conferenza della Podetti − è la risposta di Francesco − in cui essa diceva: “L’Europa ha visto l’Universo quando Magellano è arrivato al Sud”. In altre parole, dalla periferia più ampia, ha capito sé stessa.

La periferia ci fa capire il centro. Si può essere d’accordo o meno, ma se vuoi sapere cosa prova un popolo, vai in periferia. Le periferie esistenziali, non solo quelle sociali.

Vai dagli anziani, pensionati, dai bambini, vai nei quartieri, nelle fabbriche, nelle università, dove si gioca il quotidiano. Ed è lì che si mostra il popolo. I luoghi in cui il popolo può esprimersi più liberamente. Per me questo è fondamentale», (Dalla crisi non si esce da soli si esce correndo rischi e prendendo l’altro per mano, in L’Osservatore Romano, 01/07/2022, 11).

È un’indicazione metodologica preziosa. Della quale dovremmo far tesoro anche per comprendere la nostra esperienza di cittadinanza; ma anche quella ecclesiale, delle parrocchie, delle nostre unità pastorali: contesti e istituzioni che meglio si comprendono a partire dalle periferie.

Del resto, il vangelo in periferia è quello che ti pone in ascolto e in relazione con le differenze. Dimorando nella distanza e nella diversità, ti chiede di correre dei rischi, di provare e riprovare a prendere per mano gli altri, non meno che a lasciarti condurre da loro.

L’annuncio e la pratica del vangelo comportano infatti la necessità di assumere le situazioni e la realtà in cui si vive, per provare ad addentrarsi in esse, come la prua nell’onda.

Solo così quel vangelo, posto al centro dell’ambone nelle assemblee liturgiche domenicali, diventerà benedizione e lievito in noi e tra la gente.

La chiesa comprenderà il vangelo letto la domenica e si convertirà ad esso, praticandolo nelle periferie sociali, culturali, religiose, esistenziali: quelle in cui essa è chiamata a vivere portando avanti quella trasformazione strutturale e di riforma missionaria auspicate da papa Francesco.

C’è nell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI del 1975 un testo ripreso più volte anche da Francesco, sia in Evangelii gaudium sia in Querida Amazonia, che invita a riconoscere proprio dal vangelo − anzi dal suo cuore − «l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana», tra centro e periferia, tra gli inviati e i destinatari dell’annuncio.

Alla base v’è un indissolubile legame tra l’accoglienza dell’annuncio salvifico e un effettivo amore fraterno. Perché è proprio nel fratello che si prolunga, per ognuno di noi, l’Incarnazione divina: “Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice”». (EG 178- 179).

Si legge ancora in Querida Amazonia: «Questa inculturazione, [del vangelo nella vita] dovrà necessariamente avere un timbro fortemente sociale ed essere caratterizzata da una ferma difesa dei diritti umani, facendo risplendere il volto di Cristo che ha voluto identificarsi con speciale tenerezza con i più deboli e i più poveri.

Perché “dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”, (EG 178) e ciò implica per le comunità cristiane un chiaro impegno per il Regno di giustizia nella promozione delle persone scartate.

A tale scopo è di estrema importanza un’adeguata formazione degli operatori pastorali nella dottrina sociale della Chiesa. Allo stesso tempo, l’inculturazione del Vangelo in Amazzonia deve integrare meglio la dimensione sociale con quella spirituale, così che i più poveri non abbiano bisogno di andare a cercare fuori dalla Chiesa una spiritualità che risponda al desiderio della loro dimensione trascendente.

Pertanto, non si tratta di una religiosità alienante e individualista, che mette a tacere le esigenze sociali di una vita più dignitosa, ma nemmeno si tratta di tagliare la dimensione trascendente e spirituale, come se all’essere umano bastasse lo sviluppo materiale.

Questo ci chiama non solo a combinare le due cose, ma a collegarle intimamente. Così risplenderà la vera bellezza del Vangelo, che è pienamente umanizzante, che dà piena dignità alle persone e ai popoli, che riempie il cuore e la vita intera» (QA 75-76).

 

Le periferie: il fronte dell’onda

Nel 2006 si iniziava a parlare delle unità pastorali anche in diocesi; ma era appena un’increspatura d’onda. Nel linguaggio del vescovo Rabitti [Qui] erano nominate presidi pastorali:

«La centralità della parrocchia non le impedisce di aprirsi ad uno slancio di pastorale d’insieme sull’ipotesi del presidio pastorale”; è dunque chiesto alle parrocchie per cominciare a mettersi ‘in rete’, un tirocinio che postula l’atteggiamento interiore di ‘convinzione’, senza del quale ogni tentativo è destinato a fallire».

Forse allora si era carenti proprio di convinzione circa il fatto che la vita spirituale e la vita pastorale dovessero coinvolgersi in quel processo nel quale si raccolgono insieme i frammenti al fine di superare dispersioni ed esclusioni.

Lo stesso che si concretizzò dopo la moltiplicazione dei pani, quando i resti furono così abbondanti da riempire 12 ceste. Con simile metodo bisognava essere motivati e decisi per istruire rapporti nuovi ed ri-accogliersi gli uni gli altri. Del resto, rimettere i remi in mare è esercizio di corresponsabilità, segno della volontà di prendere il largo insieme per passare all’altra riva.

Quell’espressione “presidio pastorale” mi suonava ostica. Cercai allora di spiegarla, non come un baluardo per difendersi da quelli di fuori, ma come un avamposto, un’opportunità di novità, di incontri creativi, di integrazione, scoperta e condivisione del vivere la diversità, quella del tipo Balla coi lupi, nello stile Kevin Kostner.

Fuor di metafora, la compresi come il porsi “in prima linea” delle nostre comunità, nella loro forma missionaria, che è essenzialmente uno “stare davanti”, con quella carità ospitale che tra i cristiani ha nome agape, attinta al Cristo risorto, che manda a dire ai suoi discepoli anche oggi che egli li ha già preceduti nelle periferie e lì attende.

In questi ultimi anni ho condiviso il cammino con le persone del Centro di ascolto dell’unità pastorale di Borgovado. Non solo vicini alle famiglie durante la pandemia, ma poi già dallo scorso autunno nell’emergenza abitativa dei senza tetto.

Strada facendo, siamo cresciuti con adesioni di persone di differenti competenze e sensibilità. Alcuni di loro erano già operativi su quel fronte dell’onda, costituito geograficamente da via Borgovado e via Brasavola, sino alla sede Caritas diocesana.

Ritengo che i centri di ascolto costituiscano per le nostre comunità lo stimolo ad essere una chiesa in uscita, che parla alla città, di qui la necessità di fare rete tra di loro.

Di più sono la frontiera stessa dell’evangelizzazione, in grado di risvegliare la coscienza cristiana, richiamandola alla necessità di attraversare il vado per andare oltre. Poiché l’oltre della fede e dell’annuncio è proprio la carità pastorale verso tutti, specie verso le periferie, senza dimenticare le persone a noi più vicine.

È una frontiera tumultuosa quella che ci è chiesto attraversare, che apre una strada al vangelo tra la gente; “un orizzonte in movimento”, direbbe Teilhard de Chardin [Qui], un fronte d’onda, simbolo per lui del risvegliarsi della coscienza, che senza abbandonare il dentro di sé (dedans) il proprio centro, è protesa fuori di sé (dehors) verso le periferie.

Un movimento di trascendenza caratterizzato da un duplice slancio, in avanti (en avant) e in alto (en haut). Nell’immagine della linea del fronte, Teilhard riconosceva il milieu, il limite estremo, e il superamento di ciò che si prova e di ciò che si fa, il passare oltre: il punto più profondo della coscienza nella decisione della libertà che si rischia per gli altri.

Ed è pure come attraversare acque invadenti e rumorose, affrontando il turbinio del vento, come il fronte dell’onda quando il fiume entra nel mare. Ma occorre, è necessario ‘passare’ per divenire alfine da discepoli apostoli, da stanziali a inviati.

Ricordo ancora la fine della veglia di Pentecoste in cattedrale molti anni fa. Eravamo incanalati come un piccolo fiume lungo la navata verso l’uscita, come una placida onda sospinta dalla rinnovata brezza dello Spirito; la quiete di quella notte non ci avrebbe di certo spaventato.

Ed invece, spalancate le porte della cattedrale, un muro, una marea di gente vociante sin sulla soglia della Cattedrale, la gente del Palio, con i loro tamburi e trombe, e la gente della città, mescolati sulla piazza, come un mare rumoroso e ondeggiante che attendeva, sorprendendolo, quel placido fiume di fedeli.

Ci fu come un attimo di smarrimento. Sembrò quell’onda fermarsi, anzi ritornare indietro, almeno nel desiderio, quasi a cercare una quiete – nostalgia di Cenacolo − che si doveva tuttavia lasciare: come quando un fiume entra nel mare e le acque dell’uno si scontrano con quelle dell’altro, contrastano, ribollono, crescono fronteggiandosi tra loro per un attimo lunghissimo, che fa tenere il fiato sospeso e poi, un’onda è abbracciata, stretta dentro all’altra.

Infine, come il lievito nella pasta, il vangelo dentro di te, la trasformazione continua, quel fronte diventa tutto interiore, “una prova di amore”. Tu e lui soli, − direbbe Romano Guardini [Qui] − come nella lotta di Giacobbe con l’angelo al guado dello Iabbok: una lotta ogni volta, ferita d’anca pure, ma alla fine, non senza benedizione sugellata da un nome nuovo.

 

Un giornale di strada

Chi l’avrebbe mai detto che L’Osservatore Romano sarebbe diventato il quotidiano delle periferie del mondo, l’eco della stampa sulle piccole e grandi riforme che danno senso, incoraggiano e fanno vivere piccole e grandi chiese. Ma anche un grido per le svariate ingiustizie che affliggono gli angoli più remoti e dimenticati del pianeta.

Da nove anni l’OR lavora come servizio di informazione e formazione per una chiesa ‘in uscita’, facendo luce su quelle realtà che altri si affannano a nascondere e silenziare.

Ma tutto questo non è bastato ai suoi redattori, desiderosi di attuare ancora di più l’invito rivolto da papa Francesco a tutti i giornalisti di «tornare a consumarsi le scarpe, ad uscire dalle redazioni e camminare per le città, a incontrare le persone, a verificare le situazioni in cui si vive nel nostro tempo».

In questa prospettiva va letta l’iniziativa della redazione, inaugurata il 30 giugno, di un mensile online, distribuito gratuitamente anche in cartaceo la domenica all’Angelus del papa, dal titolo L’Osservatore di Strada [Qui].

Nelle intenzioni: «un giornale che esce dalle stanze della redazione per andare lungo le strade, dove vive chi non ha un tetto né ‘dove posare il capo’, per incontrarlo e provare a renderlo protagonista».

«Perché un giornale di strada? Si domanda uno dei redattori. La risposta a darla sarà la voce di chi solitamente non è ascoltato, quella dei poveri, dei fragili, delle persone ferite dalla vita, di chi è messo alla porta ed escluso.

Perché gli ‘scartati’ hanno qualcosa da dire e da insegnare sul serio. In strada per alimentare – come recita il sottotitolo alla testata – l’amicizia sociale e la fraternità.

Creare relazioni” è l’obiettivo del mensile, dando così piena dignità e valore alla storia di ciascuno. Non limitandosi a un seppur importante, doloroso, racconto di denuncia che rischia – tragicamente – persino di assuefare… Non è un giornale pensato ‘per’ i poveri ma ‘con’ i poveri» – e in quel ‘con’ c’è tutto», (OdS, luglio-agosto, 1/2022, 1;8).

 

In strada la notte

Vorrei che il prossimo inverno non ci prendesse alla sprovvista. Per questo chiedo già ora, a molti mesi di distanza, di non sottovalutare l’emergenza cittadina dei senza tetto e dei senza dimora. Possibile fare di più? Proviamoci insieme.

Racconta Luigi:

«La cosa più brutta del vivere per strada? Per me è la notte.

Non c’è un nascondiglio veramente sicuro nella città e dormire per strada, o sotto un ponte, espone a tutti i rischi che si possono immaginare.

Si dorme sempre con un occhio solo, mai tranquilli. Ti puoi svegliare che ti hanno rubato le scarpe o lo zaino in cui avevi i documenti, che senza quelli non sei nessuno.

Oppure qualche ragazzaccio in vena di bravate ti mena solo perché si annoia, o deve fare il ‘fico’ davanti agli amici.

E poi il freddo…

Uno non se lo può immaginare il freddo di certe notti d’inverno, quando il vento urla e tu puoi avere pure dieci coperte, ma il freddo passa lo stesso, e tremi… e se poi si aggiunge la pioggia…

Sì, perché tutti sono convinti che a trovare un riparo dalla pioggia non ci vuole niente. Ma mica è vero.

Negli ultimi anni un sacco di posti sono stati chiusi con le inferriate, pure davanti alle chiese certe volte. E se ti fradici, e stai per strada, non è che poi vai a casa e ti cambi. No!

Ti si asciuga tutto addosso, la mattina dopo, al sole. Se c’è il sole.

Qualche volta per la disperazione ho preso a dormire su un autobus… da capolinea a capolinea. L’avevo scelto col percorso bello lungo così potevo dormire un po’ di più, e al caldo, senza stare sotto la pioggia. Però, per quanto lungo, dopo 45 minuti arrivi all’altro capolinea e devi scendere. Poi aspetti, risali, fai altri 45 minuti e riscendi…

E così via.

Per fortuna ogni tanto l’autista capisce e ti lascia dormire sopra anche al capolinea. Una volta uno mi ha pure portato un caffè. Certi so’ bravi.

E poi c’è da trovarsi dove ci si può lavare, prendere dei vestiti puliti…

Per mangiare? Lì per fortuna ci sono tanti aiuti perché nelle mense della Comunità di Sant’Egidio o della Caritas o in tante parrocchie si mangia e si trovano tante brave persone che ti ascoltano e ti danno una mano concreta.

Il problema per me… insomma, l’avete capito, è quando arriva la sera… e poi la notte.

Ecco, quella è proprio la cosa che non sopporto» (OdS, 1)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

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Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

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Francesco Monini
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