17 Aprile 2021

PRESTO DI MATTINA
Dire Dio oggi: per una teologia nel cono di luce della gente

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 7 minuti

 

«Ammiriamo la poesia proprio perché sa parlare come la vita, ma siamo doppiamente commossi dalla vita che parla, senza saperlo, proprio come la poesia», (Thomas Mann, Lettere di Condannati a morte della Resistenza europea, Torino 1964, XI»). Avevo custodito questo prezioso pensiero in un file nel quale vado raccogliendo frammenti, brevi testi poetici che le persone mi hanno scritto in questi anni, come una possibile prefazione o chiave di lettura a versi e parole scaturite da ferite e, talvolta, da effluvi dolorosi di distacchi come nelle lettere dei condannati a morte raccolte da Thomas Mann. Un impeto che non si può trattenere e perfora la crosta indurita del vivere come incandescente e inarrestabile lava: un lento, rovente e denso fiume della vita che si fa parola, estremo messaggio, sulla soglia, “proprio come la poesia”.

Questo pensiero mi è ora divenuto opportuno per provare a illuminare una domanda grave, che mi impegna da tempo: come fare teologia oggi e da dove partire e situarci per parlare di Dio nel presente? Qual è il luogo profetico della contemporaneità, come trovare parole autentiche capaci di dare ragione della speranza del credere in Dio e a Dio?

Interrogativi cruciali per la vita della Chiesa, che possano trovare una risposta non lontana dal vero nel dittico di Thomas Mann, parafrasando il quale ben si potrebbe infatti dire: “Ammiro la teologia quando sa parlare come la vita, ma sono doppiamente commosso dalla vita delle gente che si incontra, e ci parla di Dio senza saperlo, proprio come fa la teologia”. Non è un paradosso. C’è un “dire Dio” che viene dal vangelo proclamato e meditato, pensato e trasmesso nelle comunità cristiane lungo la storia: una tradizione vivente plurale, orale e scritta, un fiume dai molti affluenti. Ma vi è pure un “Dio detto” e argomentato, che viene da quel vangelo nascosto dentro le persone, dal loro essere una buona notizia per gli altri, dalla dignità del loro vivere e dunque un sentire e pensare teologali che scaturiscono dalla forma e dalle pratiche della vita, dall’esperienza stessa dell’esistere nel suo molteplice e pluriforme manifestarsi. Coinvolto, suo malgrado oltre confine, nel dialogo con la donna pagana che gli gridava dietro per il suo silenzio, Gesù alla fine pieno di stupore non le ha forse detto: «Donna, davvero grande è la tua fede!» (Mt 15,28).

Quel senso del vivere che prende corpo e parola, giorno dopo giorno, dal questionare, lottare, resistere ed arrendersi, dal soffrire e gioire, disperarsi e riprendere coraggio, dal perdersi e ritrovarsi, piangere e ridere. Quel sentire e sapere che vengono dal nostro appartenere alla vita quando ci si sottrare o ci si abbandona ad essa, quando ci si rischia nella penombra o in piena luce, lunari o solari che siano i nostri giorni, disperati o speranzosi, ammutoliti o esondanti di parole. Sono questi i luoghi del rivelarsi dell’uomo a se stesso e di Dio a lui, il loro reciproco dirsi e venire alla luce dischiudendo il mistero della loro relazione.

Qui si dà il loro pensiero dialogico, il loro questionare senza fine, fatto di domande che attendono una risposta antica: «Il Signore chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?” Egli rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto”» (Gn 3,9). Pure il salmista domanda: «Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?» (Sal 10). Ma così anche il profeta Abacuc 1,2: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi?». E nell’Apocalisse i perseguitati gridano: «Fino a quando, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia?» (Ap 6,10). Nel vangelo di Giovanni si dice: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente», (Gv 10,24).

Una storia infinita: un riconoscersi e un rivelarsi l’uno all’altro senza fine, senza stancarsi di questionare sul senso nascosto, salvifico, indicibile ed inesauribile del vivere. È il dirsi di Dio nelle nostre parole e accorgersi che, dalle nostre, affiorano e prendono forma le sue. Si potrebbe esprimere tutto questo con un versetto amoroso del Cantico dei Cantici: «Io sono del mio amato: le mie parole sono sue e il mio amato è mio: le sue parole sono mie». (Ct 6,3). Questo anche l’input, l’impulso sorgivo della poesia e della teologia; e il Cantico ne è la declinazione paradigmatica di entrambe; l’espressione simbolica di quella cartografia testuale dell’esistenza umana, dell’amore nascente e incontrato, drammaticamente perduto e di nuovo ricercato: «Io venni meno, per la sua scomparsa; l’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze» (Ct 5, 6; 3,1-2); una teologia in via, in giro per le strade e per le piazze.

Per dire il Cristo anche oggi inizierei allora, come fosse un sentiero, con il testo poetico di Giuseppe Ungaretti, un pensare cristologico che manifesta nel Cristo colui che «perennemente» libera e riedifica «umanamente l’uomo», svelandone il mistero dell’«amore non vano»: «Cristo, pensoso palpito,/ Astro incarnato nell’umane tenebre,/ Fratello che t’immoli/… Santo, Santo che soffri, Maestro e fratello e Dio… Fa piaga nel Tuo cuore/ La somma del dolore/ Che va spargendo sulla terra l’uomo;/ Il Tuo cuore è la sede appassionata/ Dell’amore non vano», (Mio Fiume anche tu, Vita d’uomo.Tutte le poesie, p. 229-230).

In una variante al testo Cristo è definito da Ungaretti «pensoso martire». Un’espressione ermetica che diviene luogo teologico, rivelativo e riflesso di «quanto un uomo può patire». Perché anch’essa, la teologia, deve essere guidata da un’opzione preferenziale se non vuole restare, pur urlando, muta. E tale opzione altra non può essere che quella scelta per sé da Cristo durante l’esperienza terrena, donandosi agli oppressi, arruolandosi dalla parte degli scarti, emarginato con gli emarginati.

Lo comprese bene Paulo Freire (1921-1997) pedagogista brasiliano, con la sua Pedagogia degli oppressi destinata a ispirare un’educazione popolare tendente a promuovere il riscatto degli emarginati per renderli capaci di liberarsi dall’oppressione e migliore la loro esistenza nell’ambito della vita sociale, intellettuale ed ecclesiale. Egli diceva: «La testa pensa dove stanno i piedi»; e così dovrebbe fare anche la teologia, una teologia estroversa e inclusiva come la coscienza che la chiesa ha avuto di se stessa al concilio. Chiamata anche la teologia ad operare una delocalizzazione, uno scostamento della sua posizione conoscitiva, dal suo sapere e prassi già acquisite e osare oltre. Esprimere anch’essa un’opzione preferenziale, declinando le forme conoscitive ed espressive per dire Dio oggi, seguendo percorsi esistenziali, ripartendo dal contesto delle persone, frequentando gli ambiti vitali, di genere, comunitari e di popolazioni in situazione di oppressione per essere in grado così di ri-esprimere le ragioni e le pratiche del suo credere e sperare. Non solo ascoltando da loro parole generatrici, ma coinvolgendosi con i protagonisti in questi processi di emancipazione, imparando con loro una “ri-presa della parola” per nuovi linguaggi di senso. Una nuova alfabetizzazione teologica in stile sinodale, intendendo con ciò – come sottolineava Paulo Freire – non tanto far ripetere parole, ma imparare a esprimere la propria parola: un prendere la parola così come si prende nelle proprie mani la propria vita.

Fare teologia dunque a partire dalla vita delle persone e con loro, soprattutto nelle situazioni dolorose e di emarginazione che coinvolgono in primis i drammi di donne e di bambini. L’ultima via crucis affidata da papa Francesco ai bambini non è forse un esempio di questa teologia e liturgia fatte insieme, scaturite dalla vita, quella messa da parte? La teologia avrà qualcosa da dire solo se questo ‘qualcosa’ non si limita alla sfera del sacro come realtà separata dalla vita, ma sarà in grado di riconoscere la presenza di Dio e il suo agire proprio nella vita, coinvolto con essa nel quotidiano delle vicende delle donne e degli uomini di oggi.

È questa teologia, nel cono di luce della gente, che papa Francesco ci invita ad attuare. Non come un vezzo dogmatico, ma quale doveroso sviluppo del mistero della Chiesa come popolo di Dio ridisegnato dal concilio: «Essere chiesa significa essere popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d’amore del Padre. Questo implica essere il fermento di Dio in mezzo all’umanità. Vuol dire annunciare e portare la salvezza di Dio in questo nostro mondo, che spesso si perde, che ha bisogno di avere risposte che incoraggino, che diano speranza, che diano nuovo vigore nel cammino. La chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del vangelo» (EG 114).

Nel documento conciliare sulla Chiesa (LG 12) l’esperienza primaria che fa colui che crede, il sentire Dio nella sua vita, detto il sensus fidei, va vissuto comunitariamente nella forma di un consenso, con-sensus fidei, e partecipazione di tutti a ciò che è di tutti, il credere, sperare ed amare dove ciascuno mette a disposizione degli altri i propri carismi/doni. Il senso della fede di ciascuno è chiamato ad andare verso l’altro, a ricongiungersi per intrecciarsi al senso della fede di un popolo. Il popolo di Dio diventa così la forma principale e visibile della comunione e segno prognostico della famiglia umana.

Da “pensoso palpito” – dall’ascolto del cuore, dal suo essere scosso, dal suo vibrare come un tremito per la vita, questo ci fa intuire l’etimologia del “palpitare pensando” – deve anche scaturire la teologia: ed io resto ammirato quando essa sa parlare come la poesia; ma sono doppiamente commosso dalla poesia che parla, anche senza saperlo, proprio come la teologia:

Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
«Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?»…
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

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