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In ricordo di Gian Pietro Testa, straordinario amico e maestro di giornalismo,
pubblico qui la prefazione a quel che purtroppo resterà il suo ultimo libro, L odio. Ai compagni anarchici uccisi sulla strada della libertà, Ferrara, edizioni La Carmelina, maggio 2022.
Mi chiese di scriverla ed è stato per me oltre che un onore anche l’opportunità di tratteggiare – soprattutto a beneficio dei più giovani – la sua poliedrica figura di giornalista e scrittore, a coronamento di un’amicizia (la nostra) lunga 45 anni. È stato per me un grande privilegio essergli amico.
Resterai sempre nei nostri cuori caro carissimo Gpt.
Per Gian Pietro il giornalismo era uno strumento finalizzato alla ricerca della verità, accompagnato dal dovere di combattere l’ingiustizia. Per questo si è sempre trovato a praticare strade in salita e molto spesso nella condizione di dover sminare il terreno per fare chiarezza fra i fatti e gli ostacoli frapposti dai potenti al fine di occultare le soperchierie e alimentare i propri interessi. Nella sua lunga e brillante carriera non ha mai derogato da questa regola ferrea.
Sempre caparbiamente dalla parte del torto: sempre attento ai deboli e agli sfruttati, sempre pronto a denunciare gli abusi, le soperchierie, i vezzi e i vizi dei potenti. Gian Pietro Testa ha fatto della sua professione uno strumento di giustizia, dando voce a chi voce non ha, stando sempre al riparo dalle lusinghe e dalle tentazioni del Potere, senza farsi irretire mai dagli uomini che il potere esercitano a proprio vantaggio e non a tutela dei diritti che a ciascuno vanno garantiti.
L’ho conosciuto quand’ero ragazzino e lui già un affermato cronista del Giorno, il più interessante e innovativo quotidiano degli anni Settanta.
Non l’ho più perso di vista e posso perciò testimoniare la sua coerenza, che gli è valsa molte meritate lodi e riconoscimenti, ma che pure gli è costata, per converso, ostracismo, esclusioni e prese di distanza che negli anni hanno prodotto in lui un giustificato sedimento di amarezza.
Per dirla con una celebre battuta del film Fortapasc (che descrive la vicenda di Giancarlo Siani, il “cronista-ragazzino” ammazzato dalla Camorra), Gpt – come lo appellano gli amici – è stato certamente un ‘giornalista-giornalista’, uno – cioè – che fa le domande e non si inchina, che non fa sconti a nessuno. Neppure a quelli ‘della propria parte’, i protagonisti della vita pubblica e gli eventuali esponenti di correnti di pensiero a lui affini. Il suo metro di misura è uno solo e vale per tutti. Le ragioni per cui, nel tempo, Gian Pietro Testa è stato spesso marginalizzato hanno questo presupposto: è – ed è stato sempre – un professionista per nulla comodo, non addomesticabile, uno con la schiena dritta.
Tante le pubblicazioni che hanno accompagnato e arricchito il quotidiano svolgimento del suo lavoro di cronista: il libro-inchiesta su  La strage di Peteano, pubblicato per Einaudi (e trasposto pure in versione cinematografica), ha determinato la riapertura delle indagini e la riconsiderazione dei fatti e dei colpevoli.
Vanno poi menzionati, in riferimento agli anni Settanta, gli scritti sulla strage di Piazza Fontana (fu lui il primo giornalista ad entrare nella banca dopo l’esplosione) e quelli relativi all’infame attentato alla stazione di Bologna. E vanno ricordate le vicende del terrorismo e le infiltrazioni dei servizi segreti sui due contrapposti fronti del brigatismo nero e rosso che hanno caratterizzato il suo lavoro di indagine e ricostruzione dei fatti e la denuncia di infiltrazioni e responsabilità occulte.
In parallelo ha sfornato saggi, romanzi, poesie, tutti percorsi da eleganza espressiva, solida struttura, e un garbo stilistico spesso arricchito da gustose e ironiche note. E tutti, al fondo, nutriti da quella passione civile che sempre lo ha sorretto.
Nel percorso giornalistico, che è fil rouge della sua vita (specificare ‘professionale’ sarebbe riduttivo, perché cronista Gian Pietro lo è nel sangue), dopo l’esperienza a il Giorno, maturata a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, è poi passato a l’Unità e in seguito a Paese Sera, per poi farsi promotore, a metà degli anni Ottanta, del solido e coraggioso settimanale Avvenimenti.
A Napoli ha fondato e diretto Senzaprezzo, uno dei primissimi quotidiani a diffusione gratuita  vincendo, grazie allo stile e all’accuratezza del lavoro suo e della redazione, lo scetticismo di chi riteneva che un giornale gratuito non potesse fare informazione seria, puntuale e senza condizionamenti.
Ma è stato pure direttore dell’emittente bolognese Ntv, nonché fondatore e docente della scuola di giornalismo di Bologna e poi capo ufficio stampa del Comune di Ferrara.
“Antologia di una strage” è invece la raccolta poetica riferita all’eccidio causato dalla bomba collocata alla stazione di Bologna, che rievoca in forma lirica la vita delle 84 vittime, a ciascuna delle quali è dedicata una poesia. E quelle poesie sono ora raccolte tra le fronde degli alberi del Parco delle Rimembranze di San Lazzaro di Savena, un comune contiguo a Bologna.
Il tratto umano e professionale di Gian Pietro Testa marca, come risulta evidente, una profonda coerente pervicace volontà di far di sè stesso strumento di conoscenza, capace di propiziare la consapevolezza dei fatti e imporre ai potenti quella trasparenza che a molti di loro risulta spesso indigesta. E la sua penna mostra a tutti proprio ciò che tanti faticano a vedere: il re nudo, nella sua cruda verità, senza alibi e senza inganni.
In copertina:  Gian Pietro Testa ai tempi della direzione del quotidiano napoletano ‘Senzaprezzo’
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Sergio Gessi

Sergio Gessi (direttore responsabile), tentato dalla carriera in magistratura, ha optato per giornalismo e insegnamento (ora Etica della comunicazione a Unife): spara comunque giudizi, ma non sentenzia… A 7 anni già si industriava con la sua Olivetti, da allora non ha più smesso. Professionista dal ’93, ha scritto e diretto troppo: forse ha stancato, ma non è stanco! Ha fondato Ferraraitalia e Siti, quotidiano online dell’Associazione beni italiani patrimonio mondiale Unesco. Con incipiente senile nostalgia ricorda, fra gli altri, Ferrara & Ferrara, lo Spallino, Cambiare, l’Unità, il manifesto, Avvenimenti, la Nuova Venezia, la Cronaca di Verona, Portici, Econerre, Italia 7, Gambero Rosso, Luci della città e tutti i compagni di strada

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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