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Alla fine del percorzo(naturalmente con una bella zeta al posto della essce ferrarese: fa più fino!) sono onorato, sul giornale che ospita la mia rubrica ‘Diario in pubblico’, di trarre le conclusioni dell’opus magnum che ho avuto l’onere e l’onore di portare in porto assieme agli amici carissimi.
Mi riferisco al volume ‘Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani’ (Ferrara, EdiSai, 2019). Consta di circa 400 pagine e di 380 fotografie una gran parte di esse inedite. Questo lavoro voluto pervicacemente da Portia Prebys – compagna degli ultimi 25 anni di vita di Giorgio Bassani – e da chi scrive queste note, ha uno scopo dichiarato: produrre un documento fondante legato al Centro Studi Bassaniani. Prebys, donando al Comune di Ferrara arredi, mobili e soprattutto libri, più di 5000, tra cui due importanti manoscritti dello scrittore – ‘Gli occhiali d’oro’ e ‘L’airone’ – e la copia unica del Giardino dei Finzi-Contini, oltre a documentazioni appartenute a lei e a congiunti e amici di Bassani, ha permesso la realizzazione del Centro situato nella casa Minerbi di via Gioco del Pallone, che viene a far parte della dotazione dei Musei civici ferraresi. Il Centro quindi appartiene a Ferrara e deve progredire e svilupparsi. Ecco allora la necessità di renderlo attivo e in progress come si conviene a un museo ma soprattutto a un centro dove possano recarsi studiosi e studenti e dove sia possibile sviluppare cultura.
L’idea del libro è stata raccontare per immagini la vita dello scrittore. E’ noto quanto Bassani fosse attratto dall’esperienza visiva da lui ritenuta complementare alla scrittura. Basti pensare a come le copertine dei suoi libri, scelte non a caso dall’autore tra i pittori più vicini al suo universo artistico (tra gli altri de Pisis, Cavaglieri, de Staël, Bacon, ma soprattutto Morandi), integrino il racconto stesso. Abbiamo dunque pensato, attraverso la ricapitolazione dei capitoli fondamentali della sua biografia affidati ai maggiori specialisti dell’opera bassaniana, nove in tutto, di ‘narrare’ l’esperienza della vita e dell’opera per mezzo di una tecnica artistica quale la fotografia. In più, il necessario commento critico è stato integralmente tradotto in inglese da Portia Prebys per renderlo fruibile anche a lettori non italiani con la lingua ormai universale. Non è mancato il sostegno del Comitato nazionale per le celebrazioni del ‘Centenario della nascita di Giorgio Bassani 1916-2016’ indetto dal Mibac, che nei suoi tre anni di attività ha sponsorizzato il volume anche con un apporto economico.

Da sx Daniele Ravenna, Teresa Gulinelli, Claudio Cazzola, Portia Prebys, Gianni Venturi, Giovanni Lenzerini, Dora Liscia e Alessandra Guzzinati

La storia narrata e fotografata s’apre con il capitolo ‘Storie di famiglia’ curato da Dora Liscia, professore di arti decorative (una volta si diceva ‘minori’) all’Università di Firenze. Dora ha tutti i titoli per narrare le vicende della famiglia Bassani, essendo figlia della sorella di Giorgio, Jenny. Scorrono le immagini degli avi che tanta importanza hanno avuto nella storia e negli scritti bassaniani, a cominciare da Cesare Minerbi, il grande clinico nonno di Giorgio. Ritorna una Ferrara ormai consegnata al mito con le inclusioni del dialetto che solo la classe inferiore o i grandi borghesi e nobili potevano parlare. Sono visibili i documenti del periodo delle persecuzioni, alcuni straordinari, come le tessere annonarie contraffatte o i salvacondotti rilasciati da Italo Balbo, amico di famiglia.
Si prosegue con il capitolo affidato a Claudio Cazzola, acutissimo indagatore degli anni del Liceo Ariosto dove Bassani passò gran parte della sua adolescenza intervallando lo studio alle attività sportive, tra cui ovviamente spiccava il gioco del tennis. Bassani rimase affascinato della figura del suo professore di latino e greco, il mitico professor Viviani immortalato nel romanzo ‘Dietro la porta’ e scomparso nei campi di concentramento, a cui Cazzola ha dedicato recentemente il volumetto ‘Ars poetica. I classici greci e latini nell’opera di Giorgio Bassani’ (Firenze, University Press, 2018).
Non poteva mancare un capitolo su ‘L’arte del tennis’ a cura di Umberto Caniato che ripercorre con rarissime foto d’epoca le vicende del Tennis Club Marfisa, frequentato dalla buona società ferrarese, da cui furono cacciati gli ebrei con la promulgazione delle leggi razziali e la ripresa nel dopoguerra anche da parte di coloro che scamparono alla Shoah.
Daniele Ravenna, figlio di Paolo e nipote del Podestà ebreo di Ferrara, ricorda nel suo ‘Memorie di un amicizia’ lo straordinario legame che unì il padre Paolo a Giorgio e alla famiglia della madre, Roseda Tumiati: un pezzo straordinario sulla Ferrara prima e dopo il secondo conflitto mondiale.
Successivo il capitolo di Anna Dolfi, professore all’Università di Firenze e tra le più autorevoli studiose dello scrittore e della letteratura del Novecento: ‘La vita che mi desti. Bassani tra maestri e amici da Ferrara a Bologna, a Roma’ indaga i rapporti di amicizia e di contiguità culturale con gli scrittori e critici più importanti del secolo breve. Si va dagli amici sardi approdati alla Normale di Pisa e da qui a Ferrara, tra cui Giuseppe Dessì, Mario Pinna, all’incontro con gli intellettuali ferraresi che scrivevano sulle pagine del ‘Corriere padano’, la cui terza pagina era diretta da Giuseppe Ravegnani. Poi gli amici dell’Università bolognese alla corte di Longhi, tra cui Attilio Bertolucci e i suoi figlioli Giuseppe e Bernardo, i due fratelli Arcangeli e Franco Giovannelli e in seguito l’incontro con Mario Soldati, l’amico di una vita. Al Centro studi Bassaniani c’è il tavolo dove sedevano – massimo otto – gli scrittori romani tra cui Moravia e Pasolini.

Il capitolo successivo di Gianni Venturi, ‘Tra scrittura e pittura. Una scelta bassaniana’, s’interessa delle immagini che ornano le copertine prime edizioni dei romanzi e poesie bassaniani per vederne il nesso tra la scelta del pittore in corrispondenza con il tema della narrazione: Cavaglieri, de Pisis, Balla, de Staël, Bacon e l’onnipresente Morandi che diventano il filo conduttore di un rapporto scrivere=vedere.
Un prezioso dono di Andrea Emiliani ci ha permesso di riprodurre foto inedite di Paolo Monti i cui scatti riproducono l’esterno e l’interno di Palazzo dei Diamanti e la via degli Angeli dove fittiziamente Bassani nel suo romanzo più famoso, ‘Il giardino dei Finzi-Contini’, collocò il celebre parco.
Roberto Roda in ‘Bassani e l’immagine fotografica di Ferrara’ propone una stimolante lettura delle fotografie dedicate alla città su committenza di Bassani stesso che le volle per una sua conferenza tedesca usando quelle davvero bellissime di Enrico Baglioni.
Ancora Gianni Venturi in ‘Una lunga amicizia: Guido Fink’ traccia il profilo di un discepolo, suo allievo alla scuola del Ghetto, quando gli studenti ebrei furono esclusi dalle scuole e dalle Università e dove Bassani, giovanissimo laureato, raccolse attorno a sé amici e parenti, tra i quali Guido Fink, destinato a una brillantissima carriera di studioso di cinema e di professore universitario di letteratura anglo-americana nonché nominato direttore dell’Istituto italiano di cultura a Los Angeles, lo stesso anno in cui all’amico Roberto Benigni venne conferito l’Oscar per ‘La vita è bella’.
Il volume si conclude con la folta e affascinante narrazione degli anni romani trascorsi da Bassani nella casa di Portia Prebys a Roma, quella casa che ora è stata trasportata negli arredi e nei mobili a costruire l’ambiente del Centro studi Bassaniani. Un racconto davvero unico dove la fotografia conclude ed esalta un amore e una fedeltà amicale che Portia Prebys ha voluto pervicacemente dedicare allo scrittore e all’uomo della sua vita.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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Francesco Monini
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