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A dieci anni dalla scomparsa di Antonio Tabucchi.
rileggere “Requiem” inseguendo fantasmi nella sua Lisbona.

 

La tradizione vuole che alcune resine, pietre o colori abbiano una funzione protettiva. Tra queste l’ambra.
Così mi è sembrato un segno della persistenza del ricordo il fatto che la copertina del libro di interviste di Antonio Tabucchi – appena uscito da Feltrinelli per ricordare i dieci anni dalla scomparsa dello scrittore (Zig-zag. Conversazioni con Carlos Gumpert e Anteos Chrysostomidis) – sia del giallo dei fiori del Telling Yellow di Longley (il grande poeta irlandese), del colore giallo della pirite, di un giallo che assomiglia allo sfondo della ex-cava di San Frediano (a Vecchiano, il suo paese).

al suo giubbotto, perfino alle lenti degli occhiali che porta nello scatto di Elisabetta Catalano che lo ritrae, sulla quarta di copertina, concentrato, pensoso e sorridente. Come in movimento, verso qualcosa o qualcuno. Con una parvenza di reale che basta a muovere e a nutrire la saudade, la “parola indecifrabile” della nostalgia (come l’ha definita in Di tutto resta un poco: la sua ultima, splendida raccolta di saggi), una nostalgia da cui ci si libera solo se si riesce ad ammazzarla, a matarla.

Distraendoci magari, per immergerci nella lettura di Zig-zag, seguendo, tra botta e risposta (da intervistatore a intervistato e viceversa), la biografia, l’opera, le passioni, le amicizie, le idiosincrasie dell’ultimo grande narratore italiano. Scegliendo poi di ripercorrere, accanto a questo volume in parte firmato anche da altri, almeno uno dei testi più significativi della sua bibliografia che, intrecciato a quasi tutto quello che ha scritto, fa sfilare personaggi ricorrenti e ossessioni e aiuta a capire cosa lo abbia indotto a scrivere in portoghese Requiem, uno dei romanzi più belli, imprevedibili e complessi del nostro Novecento. Un romanzo (o una serie di racconti?) estremamente difficile da raccontare, a meno che non lo si semplifichi parlando di 24 ore di vagabondaggio allucinato, nelle quali un io narrante passa per luoghi e personaggi cercando, per ritrovare se stesso, di risolvere antichi misteri.

La storia inizia sotto un gelso in un mezzogiorno che schiaccia le ombre sul molo di Alcântara; prosegue   con incontri impossibili, nei sogni e in un cimitero, in una soffocante ultima domenica di luglio, a Lisbona. I capitoli/sezioni sono nove, proprio come nelle messe funebri, e servono a scandire le tappe di un requiem che dovrebbe pacificare rimorsi e placare fantasmi. Ci troviamo dentro una giornata di allucinazioni visive e uditive (nate a partire dalla lettura del Libro dell’Inquietudine), una giornata nella quale, dopo un incontro mancato con un grande poeta (Pessoa, ormai scomparso da tempo), il protagonista (una sorta di doppio dell’autore: già che è italiano, della sua stessa altezza, con occhi azzurri e capelli castani) intreccia dialoghi incongrui con strani personaggi per lo più senza nome, spesso usciti da libri, che appaiono e scompaiono con pari rapidità. E che ci lasciano sempre con domande irrisolte.

Perché, ad esempio, tra i tanti nomi possibili, menzionare al ragazzo drogato, assieme a Mozart (non a caso autore della Lacrimosa), proprio un musicista come Erik Satie, dato che non gli era stato ancora dedicato un requiem? Tabucchi si sarebbe divertito a sapere che vi avrebbe provveduto dopo il suo libro un musicista tedesco, ma non se ne sarebbe stupito, visto che come Pasolini pensava che la letteratura potesse sfiorare la profezia. E ancora, perché chiamare lo Zoppo della Lotteria Pereira de Melo, come un politico portoghese dell’Ottocento, o far lavorare la cameriera della pensione Isadora alla Praça da Alegria, usando nomi e luoghi che torneranno in Sostiene Pereira? Perché la prima destinazione incredibilmente sconosciuta al tassista che viene da São Tomé (località sospetta, dal nome dell’apostolo dell’incredulità e del dubbio) è la Rua das Pedras Negras (che per essere un toponimo assoluto è nota a tutti) mentre la seconda, da lui suggerita, è l’antifrastico Cimitero dos Prazeres (già che è difficile l’accoppiata di piaceri e di cimitero)? Delle soste nel Chado non ci stupiamo, e neppure dello champagne francese (Laurent-Perrier o Veuve Cliquot, a cui ci ha abituato la narrativa tabucchiana), né del percorso per vie che, oltre che alla meta prevista, portano in altra atmosfera con improvvisi squarci d’infanzia.

Quanto alle magliette Lacoste autenticabili con l’autocollante, è evidente l’allusione all’impercettibile differenza che esiste tra falso e vero, mentre, sempre a proposito di scelte binarie, una Vecchia Zingara segnala il rischio che comporta il ‘vivere da due parti’, tra realtà e sogno, individuando la peculiarità di un destino che deve giungere, per via di tribolazioni, a una qualche purificazione.

Ecco allora che potremo leggere la sequenza degli incontri che troviamo nel libro come le soste di una sorta di anomala via crucis. Lungo il cui tracciato può succedere che si appoggi una bottiglia di champagne su una bara, e che si cerchi, grazie a un numero palindromo (il 4664 della Campata destra del dos Plazeres), un amico dal quale non si è riusciti in vita a sapere la verità (l’immancabile, inquietante, ricorrente scrittore polacco-portoghese Tadeus Waclaw Slowacki). L’obiettivo è riuscire a interrogarlo di nuovo per chiedere ragione della fine di Isabel (un altro dei personaggi ricorrenti, fin dai tempi di Notturno indiano). Ma il tutto non può avvenire che dentro il sogno di un sogno che, in totale anacronia, chiede al presente ragione del futuro e di un ultimo criptico messaggio ancora da ricevere (è stata tutta colpa dell’herpes zoster).

Tra un piatto di sarrabulho à la moda do Douro e chiacchere in osteria (ricette culinarie comprese), l’inconscio del protagonista, infine libero dal super-io che aveva censurato il passato, ripercorre colpe lontane seguendo le tracce di una donna la cui scomparsa nutre da sempre il rimorso.
E fa due incontri decisivi, quello con il Padre Giovane (revenant nei sogni e nella vita, che chiede al figlio come e quanto gli resterà da vivere) e quello con il Barman del Museo di Arte Antica di Lisbona, inventore di un long-drink, il Janelas Verdes’ Dream, fatto di ¾ di wodka, ¼ di succo di limone miscelato con piccole dosi di menta piperita.

Finirà poi per trovarsi dinanzi al Bosch delle Tentazioni di sant’Antonio, un quadro che, esposto in un ospedale per malattie della pelle, era stato ritenuto a lungo artefice di miracolose guarigioni. Gli capiterà di scoprire, parlando con un copista che dipinge su commissione gigantografie di particolari, che il nome scientifico del Fuoco di Sant’Antonio è proprio quell’herpes zoster (già nominato da Tadeus morente) che appare quando sono indebolite le difese dell’organismo e aggredisce con la subdola violenza del rimorso. Il rimorso che “un bel giorno si sveglia e ci attacca”, per poi tornare a dormire…, ma rimanendo “sempre dentro di noi”.

Ma perché mai non deve esserci “niente da fare contro il rimorso”? e il rimorso cos’è? Potrei dire – stando ai testi fin qui convocati – che è la pena per eccellenza a cui condanna ogni tipo di amore, dal momento che la stessa parola (“amo”), unisce il “voler bene” a un “uncino” che lacera e spinge continuamente verso il bisogno di sapere. È così che, in un discorso libero indiretto sempre più ricco di digressioni, segnali interrotti, sentieri intravisti e perduti, la storia “balorda” e “affatturata” che abbiamo seguito finora, e che continuamente ha cambiato prospettive e comparse, si riavvolge necessariamente su luoghi del passato: dal faro di Cascais che a un tratto rivela una stanza senza soffitto dalla quale si vede il cielo, alla Casa do Alentejo dove dal risultato di una scommessa a biliardo dipenderà il riapparire tanto atteso di una donna.

Centro storico di Lisbona, particolare

Ma poi all’improvviso tutto sparisce, e la ‘notte’ calda, lunga che abbiamo attraversato, si rivela per quello che è: un grande contenitore di storie, di racconti. Che, oltre agli obiettivi dichiarati, hanno soprattutto quello di far parlare il non detto, di porre quesiti e inquietare. Altrimenti perché mai l’ultimo interlocutore (l’indimenticabile Pessoa) dovrebbe essere designato come ‘il Convitato’, con una vaga allusione al giustiziere del Don Giovanni? Perché nel suo brindisi viene mescolata al Saudosismo e alla sua nostalgia (che ci fa trovare in una saudade elevata al quadrato), un’autodichiarazione di colpa e il suggerimento che ogni cosa che è stata citata, raccontata o detta, altro non è che luogo letterario?

Centro storico di Lisbona, particolare

Quintessenza insomma della finzione e al tempo stesso della verità, come i vini e i cibi di cui si parla incessantemente, e le usanze locali, i tic fisiognomici di un Portogallo ancora povero, chiuso nell’isolamento e nel rimpianto della passata grandezza. Luogo per eccellenza delle emozioni (il paese, così come il protagonista, i suoi deuteragonisti, lo stesso scrittore) se è vero che di tutto quello che ha a che fare con i sentimenti si può parlare solo mettendo la maschera, visto che “la verità suprema” è la finzione. D’altronde – citando Tabucchi traduttore – anche questo l’aveva detto Pessoa: “Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente”.

E allora sarà fatale tornare sul quarto capitolo di Requiem, che racconta dentro un romanzo, vestiti i panni della finzione, una storia più che verisimile finita anche nei tribunali della Repubblica. Una storia che già era stata in qualche modo adombrata negli Archivi di Macao (dentro i Volatili del Beato Angelico), e che continua a riproporsi, nella mescolanza di falso e vero, di nomi reali e pseudonimi, di spazi e tempi confusi e mutati fino al gesto di addio con il quale Tabucchi in Requiem prende congedo dal padre letterario (Pessoa), quasi per occultare l’addio dato dal suo personaggio al Padre Giovane a cui ha dovuto annunciare la morte, prestandogli poi un significativo gesto di congedo. Entro un rapporto che passa anche dall’alloglossia tra pa’ (padre, in dialetto pisano-lucchese) e (dal portoghese rapaz, ragazzo), e dalla possibilità, che solo la letteratura può offrire, di stabilire un ponte tra vivi e morti, sottraendo gli uni e gli altri dal buio.
letteratura

Come suggeriscono le parole di Montale (in Voce giunta con le folaghe: “eccoti fuor dal buio / che ti teneva, padre”) messe in esergo, assieme ai versi di Kavafis (“Immaginate voci amate / di coloro che sono morti […]. A volte ci parlano in sogno / a volte ci vibrano in petto”), alle pagine di un perturbante commento a Requiem raccolto dal nostro autore in Autobiografie altrui. Un altro libro da leggere se si vuole riuscire a interpretare, tramite le riflessioni sulla scrittura della voce, sul silenzio, sui sogni, sulla funzione evocatrice della scrittura, la ragione privata di un romanzo nato in portoghese a Parigi perché il padre gli si era presentato in sogno parlando una lingua a lui incognita.

Come dire che in definitiva, al di là di tutte le esterne, possibili voci che si rincorrono nel libro, quelle che contano davvero sono quelle che “parlano in noi” e in forma schermata, come rivela Un universo in una sillaba (questo il titolo del dotto, coinvolgente capitolo dedicato al romanzo del 1991), sono capaci di ripercorrere e/o far ripercorrere la vita accompagnando fino alla fresca brezza serale su cui Requiem si chiude.

Concludiamo allora pure noi lettori il libro, usandone le parole finali, che sillabano un “buonanotte”, o “meglio” un “addio”.

“A chi, o a che cosa?”. A dei personaggi e al loro autore, che, come avviene ne Las Meninas di Velázquez, ci ha lasciato un’opera la cui chiave è costantemente nascosta e sta nelle figure di fondo, nei giochi del rovescio, nelle domeniche di luglio (e in quelle di marzo), nella riflessione che porta – alla maniera del protagonista di Requiem – a reclinare “il capo all’indietro” per mettersi in silenzio “a guardare la luna”.

DI MERCOLEDI’
Il gioco dei bastoncini shanghai

 

Ho molte sollecitazioni in testa. Sono venute così, un giorno dopo l’altro leggendo libri, ascoltando su Rai3 una bella puntata di Maestri sulla presenza femminile tra gli autori della storia letteraria italiana, conversando a tavola con le amiche sulle nostre letture. Ora che l’Italia è di colore bianco rispetto alla pandemia si incontrano le persone, si pranza nella solita trattoria vicina al Liceo, si fa il giretto del mercoledì al mercato e, nonostante il caldo, ci si ferma a parlare.

Ho letto per primo un libro che è da dimenticare e che ho già dimenticato: Molto amore per nulla. L’ho scelto distrattamente sul tavolo delle novità alla biblioteca del mio paese; ho pensato ‘non conosco questa Anna Premoli’. Ho visto che ha già venduto oltre 800.000 copie. L’ho letto, come dicevo. Ho anche saltato, con l’avallo di Pennac, molte delle pagine centrali, nella sicurezza di non perdere il senso della storia che è tutta uno stereotipo.

Lui e lei si conoscono, alla fine si amano e nel mezzo sono raccontate le tappe del loro avvicinamento: un repertorio di occasioni di lavoro e di incontri casuali, che portano i due verso il lieto fine. La scrittrice ha inserito alcune variabili narrative accattivanti, del tipo che lei è avvocato ed è single, ha una promettente carriera davanti a sé, ma non si cura come dovrebbe. Lui è bellissimo, ma anche sensibile e intelligente, al punto da accorgersi di lei anche se indossa abiti poco vistosi.

Sono passata ai racconti: ho aperto la raccolta curata da Corrado Augias dal titolo Racconti parigini e ho scelto di cominciare da La Torre Eiffel del nostro Dino Buzzati, unico italiano tra i venti mostri sacri scelti dal curatore, del tipo Walter Benjamin, Marcel Proust, Gertrude Stein e così via. Leggo molti più racconti ultimamente, perché è una sollecitazione che mi è venuta dall’esterno e perché voglio riaccostarmi in modo libero a questo genere, fuori dai percorsi scolastici.

Buzzati ne ha scritti di bellissimi e li ha ambientati in ogni parte del mondo, in situazioni concrete e quotidiane piene dei dettagli della vita ordinaria. Spruzzandoli però abbondantemente di magia, spargendoli di una polverina che li trasforma in fiabe misteriose.

Gli operai che costruiscono la Torre, a centinaia cominciano a lavorarci a turni serrati; il narratore è uno di loro, è un bravo operaio meccanico che è stato ingaggiato da Gustavo Eiffel in persona: descrive perciò il lavoro iniziale con una precisione tecnica che rimanda al filone della letteratura industriale in voga negli anni Sessanta; fa pensare alle grandi opere narrate da Primo Levi nel suo La chiave a stella.

Gli operai condividono fin dall’inizio un segreto e, quando la Torre raggiunge i cento metri di altezza, un anello di nebbia, che piacerebbe a Magritte, avvolge il suo culmine, impedendo a chi ci lavora di vedere in basso e di essere visto. Il cappello di fumo sale mentre anche la costruzione va su fino ai 200, poi ai 280 e infine ai 300 metri e anche oltre: fino all’infinito la porteranno gli operai, il loro segreto si trasforma via via in un sogno.

Il racconto si chiude con la inaugurazione del 31 marzo 1889 [Qui]: è finita la Torre che il mondo intero attende, dalla straordinaria altezza di 312,28 metri. Durante la cerimonia, però, i vecchi operai piangono tutta la loro delusione: da quando le forze dell’ordine hanno minacciato di aprire il fuoco contro di loro, sono stati costretti a scendere dal “sublime esilio” e ad amputare la guglia, rinunciando al “poema” che volevano elevare fino al cielo.

Dopo il libro totalmente orizzontale di Anna Premoli, fatto per solleticare una facile emotività, mi ci voleva la spinta verso l’alto narrata da Buzzati, l’ardore di osare, il gusto delle situazioni paradossali che tocca in profondità le simbologie del nostro immaginario.

Nel ripensare a La mattina dopo di Mario Calabresi, che ho riletto appena sveglia per alcune delle ultime mattine, mi viene in mente una linea obliqua, o meglio una linea spezzata che punta comunque verso il basso. E’ partita da un punto alto di dolore e di smarrimento e lo perde via via, come una zavorra che non può fare testo nella vita dell’autore, non le viene lasciato il modo di corrodere troppo.

La mattina dopo la brusca interruzione del suo lavoro di direttore di La Repubblica Calabresi si reinventa. E così si comporta nei mesi successivi, occupandosi della storia di famiglia e della ricerca di un tempo adatto ai rapporti con gli altri, con coloro che ama o che gli sono amici. Intanto metabolizza il vuoto che è subentrato nelle sue giornate e si abitua al nuovo silenzio, lontano dalla redazione e dal telefono che squillava perennemente. Il racconto della sua nuova vita segue i lembi della ferita che gli è stata inferta e li cuce poco alla volta, con le parole che nascono dai ricordi e dalle riflessioni di cui si è capaci nella maturità.

Le linee ora sono tre e, come shanghai [Qui] lanciati in alto e poi lasciati cadere, si trovano sovrapposti, ognuno col suo colore e con una direzione da seguire.

Le letture di questi giorni non sono però finite.

L’ultima non viene da me, ma dal gruppo di lettura di cui faccio parte al mio paese: Nessuno si salva da solo di Margaret Mazzantini. Ho pensato “meno male una donna, un’altra autrice che riporta in pari il conto con Buzzati e Calabresi”. Questo libro lo penso però come una narrazione poco riuscita, come un organismo in cui le parti non collaborano tra loro. I contenuti della storia hanno una loro stabilità (la separazione dolorosa tra Delia e Gaetano viene ricostruita dalla voce narrante mentre i due sono a cena al ristorante, in un continuo andirivieni tra presente e passato), mentre la lingua sembra non aderire in molti punti a ciò che viene detto dei due personaggi, sembra un vestito che non ha le stesse misure della persona che lo indossa.

Troppe esplosioni improvvise di un linguaggio turpe, che tradisce, anziché esprimere la personalità di ognuno. E’ la sua gratuità che fa suonare falsa la pagina; viene da pensare che due persone come Delia e Gaetano possono esistere, ma usano quel linguaggio? Che in una fase così delicata della loro storia il turpiloquio sia così spesso la chiave espressiva di cui hanno bisogno? Le linee che escono dal libro di Mazzantini restano due, come due lunghi shanghai, che hanno tratti in parallelo e tratti in cui si staccano l’uno dall’altro, assumendo il profilo di linee spezzate.

Mi succede spesso che la scia lasciata dai libri prenda la forma di linee colorate nello spazio, che si dispongono a formare geometrie composite. Quando guardo col giusto distacco gli oggetti della conoscenza mi riesce di sintetizzarli in un colore, in una linea o in una forma stilizzata.
Per esempio: I promessi sposi sono un quadrato di colore rosso, impenetrabile, La coscienza di Zeno una margherita dai petali gialli, azzurre e senza contorni precisi le nuvole di colore lasciate dalle poesie dei Canti orfici di Dino Campana.

Mi viene in mente che potrei ricostruire anche il repertorio degli odori che lasciano i libri. Magari un’altra volta.

Nel testo faccio riferimento ai seguenti libri:

  • Anna Premoli, Molto amore per nulla, Newton Compton Editori, 2020
  • Corrado Augias (a cura di), Racconti parigini, Einaudi, 2018
  • Mario Calabresi, La mattina dopo, Mondadori, 2019
  • Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi, Premio Strega 1978
  • Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo, Mondadori, 2011

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DI MERCOLEDI’
Ricordando Sciascia: Una storia semplice

 

Mercoledì scorso ho trovato ancora una volta il mercato del mio paese mal distribuito tra la piazza e la via principale. Dipende dal Covid, mi è stato detto, le bancarelle disposte così sono più distanziate. Sarà, ma mi sembra un altro mercato in un altro posto. Ci sono venuta raramente in questi ultimi  mesi, solo per gli acquisti di frutta e verdura e senza incontrare molta gente. Qualche conoscente meno riconoscibile del solito con la mascherina e il cappello addosso.

Mercoledì scorso ho incontrato invece i miei amici storici. Entrambi con le sportine della spesa appena fatta, entrambi con l’aria da neopensionati. Abbiamo subito parlato della situazione politica, una settimana fa confusa, appesa al filo di una crisi priva di sbocchi evidenti. Ora che ne scrivo si è evoluta fino a coinvolgere il Quirinale e l’incarico che Mario Draghi ha accettato con riserva.

E’ stato un parlottare fitto fitto, che strideva con il contorno dei banchi del pesce, dove i clienti erano in silenziosa attesa del loro turno. Accesi da una mimica facciale vivacissima, dovevamo risultare buffi a chi avesse notato il contrasto con le nostre braccia immobili, tese dal peso delle sporte. Una crisi ora! E giù con le questioni di merito, e poi con quelle di metodo. Soprattutto: non era questo il momento! Con la pandemia che ha spostato perfino le bancarelle del mercato, non avesse portato altre difficoltà nelle vite di tutti. Con il Recovery plan da presentare entro aprile all’Europa! Con la crisi economica che c’è. E le ripercussioni sociali. Intanto le incombenze della giornata ci hanno dato lo stop, ma nel lasciarci un’ultima battuta ci è uscita, ironica: “Una bella situazione! Soprattutto chiara e semplice e da risolvere!”

Mio padre lamentava che al bar le chiacchiere dei clienti risolvevano ogni giorno i problemi nazionali e internazionali e per questo aveva smesso di andarci, trovando insopportabile tanto dilettantismo. “Anche oggi hanno messo a posto l’Italia”, diceva. Ora ho visto me in questa luce e ho sorriso nell’andarmene via. Proprio ‘una storia semplice’! Metto la ‘U maiuscola’ ed ecco il titolo dell’ultimo romanzo di Leonardo Sciascia, un poliziesco di ambientazione siciliana, uscito nell’anno in cui l’autore è scomparso, il 1989.

Il titolo del libro riprende la battuta che pronuncia il questore di Ragusa quando viene chiamato nelle campagne di Monterosso sul luogo di un delitto commesso alla vigilia della festa di San Giuseppe: Giorgio Roccella, un anziano diplomatico tornato inaspettatamente dall’estero nella propria casa siciliana è stato trovato morto alla scrivania dello studio; accanto c’è una pistola, la sua, e questo basta al questore per decretare che si tratta di suicidio e per concludere: “Questo è un caso semplice, bisogna non farlo montare e sbrigarcene…”

Come in un giallo classico, la narrazione si proietta nella ricostruzione minuziosa dei fatti. In questo, l’autore accentua lo sguardo sui diversi stili investigativi e mette in primo piano le deduzioni del giovane brigadiere di polizia, che ha fatto il primo sopralluogo nel villino di Roccella. Per lui si tratta di omicidio. Molti altri soggetti curano le indagini nei tre giorni successivi al ‘delitto’, sia dalla parte della polizia che dei carabinieri e nella gerarchia dei poliziotti si mettono in luce due pezzi grossi, questore e procuratore della Repubblica. Ognuno ipotizza come sono andate le cose sulla base dei riscontri che vengono effettuati via via. Il lettore è colpito dalla ironia con cui Sciascia mette a nudo l’incompetenza e il pressapochismo generali, e più i personaggi ricoprono un’alta carica più sono lontani da una considerazione razionale dei fatti. Ironia amara, che alla fine del libro arriva a svelare la custodia nel solaio del villino di una celebre tela del Caravaggio trafugata da tempo a Palermo (la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi) e la preparazione della droga che avveniva nei magazzini attigui alla casa. C’è di mezzo la malavita anche in questo romanzo che Sciascia ha costruito con la volontà di mostrare le attività mafiose e le loro infiltrazioni sempre più tentacolari nel tessuto politico e sociale della Sicilia e del Paese. E’ accaduto con gli altri romanzi politici che l’autore ha scritto dagli anni ’60, da Il giorno della civetta nel 1961 e A ciascuno il suo nel 1966 a Todo modo che è del 1974 e fino a questo ultimo romanzo del 1989.

Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia” recita la dedica che apre Una storia semplice. Sono parole di Friedrich Dürrenmatt, il versatile intellettuale svizzero, che è coetaneo di Sciascia e autore tra gli altri di un romanzo uscito in Italia nel1986, dal titolo Giustizia.

“Voglio scandagliare scrupolosamente: chi potrebbe dirlo tra i nostri personaggi? Non il colonnello dei carabinieri, che abbraccia l’opinione opposta a quella del questore per partito preso; non il questore e il magistrato inquirente che spiegano frettolosamente i fatti, dando prova di una superficialità a tratti grottesca. Eliminiamo anche il nugolo di agenti e di carabinieri spruzzati sulla scena del delitto a fare coreografia. Chi resta a rielaborare i dati di realtà con metodo e razionalità è il giovane brigadiere che, dopo il primo sopralluogo, ha osservato con passione persone e comportamenti. Nel ricostruire l’accaduto lo sostiene il professor Franzò, amico d’infanzia della vittima e per molti anni stimato professore di Italiano. È sua la più bella battuta del romanzo, la dice quando raggiunge la questura per dare la sua testimonianza e viene accolto dal magistrato che era stato suo allievo. Il professore lo ricorda molto bene, ricorda anche di avergli assegnato sempre l’insufficienza nei componimenti di italiano. Trascrivo le loro parole: “L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…”

L’italiano non è l’italiano: è il ragionare – disse il professore. Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”.

Cosa deve scoprire il brigadiere! Quale verità amara sulla corruzione, che ha coinvolto persino un uomo di chiesa nelle attività illecite che si tenevano nel villino di Roccella. Che è entrata fin dentro il suo ufficio. In una delle sequenze finali il brigadiere spara. Spara per difendersi dal suo commissario che gli ha puntato contro la pistola. È stato più veloce, il brigadiere. E’ stato abile nel fare il suo lavoro e nel cogliere due errori che il commissario si è lasciato sfuggire. Forse, come gli suggerisce il professor Franzò, li ha commessi per un “fenomeno di improvviso sdoppiamento: in quel momento è diventato il poliziotto che dava la caccia a se stesso”. Viene da pensare a Pirandello.

L’8 gennaio scorso Sciascia avrebbe compiuto cento anni. Immagino che saranno tante le occasioni per ricordarlo e per celebrarne il ruolo di scrittore impegnato e acuto. Per rivedere il contributo che ha dato come parlamentare e come fine conoscitore della politica italiana.

Dalle bancarelle del mercato ho saputo ricordare intanto la sua ironia, tagliente come una lama. Poi, qui a casa dalle pagine del romanzo ho voluto trarre quello che Sciascia dice della scrittura. Oltre alla battuta “feroce” del professor Franzò sul carattere ragionativo dello scrivere, trovo due passi piuttosto incisivi: nel primo il professore sottolinea il valore testimoniale e storico della scrittura, quando riferisce che l’amico Roccella era tornato nella sua Sicilia per cercare nel solaio del villino due “pacchetti di vecchie lettere: uno di Garibaldi al suo bisnonno, un altro di Pirandello a suo nonno (avevano fatto assieme il liceo); e gli era venuta la fantasia di recuperarli, di lavorarci un po’ su”.

Nell’altro Sciascia parla di sé e della sua scrittura di denuncia, mentre ci dice quanta fatica faccia il nostro brigadiere quando deve passare dalla realtà alle parole, quando deve stendere i rapporti e trasferirvi il suo lavoro di osservazione: “Ma, curiosamente, il fatto di dover scrivere delle cose che vedeva, la preoccupazione, l’angoscia quasi, dava alla sua mente una capacità di selezione, di scelta, di essenzialità per cui sensato ed acuto finiva con l’essere quel che poi nella rete dello scrivere restava. Così è forse degli scrittori italiani del meridione, siciliani in specie: nonostante il liceo, l’università e le tante letture”.

Sulla figura e l’opera di Leonardo Sciascia vedi anche:
Sergio Reyes, UN ILLUMINISTA IN SICILIA : Attualità di Leonardo Sciascia a 100 anni dalla nascita [Qui]
Giuseppe Traina, DENTRO IL GIALLO : I personaggi di Sciascia e Simenon davanti al potere [Qui]

 

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DI MERCOLEDI’
La musica dei libri e il concerto della letteratura

Eccomi qui di nuovo a scuola, per l’ultimo giorno di servizio. Mi trattengo per l’intera giornata: ci sono le prove orali degli esami preliminari per i privatisti; se supereranno questa fase affronteranno in settembre il loro esame di Stato. Non so valutare che giornata sia questa, certo sarà lunga come innumerevoli altre che ho trascorso qui. Durante l’inverno arrivavo con la prima luce e riprendevo la macchina quando si era fatto di nuovo buio.

Le candidate della mia quinta, tre, hanno volti nuovi per me. Sono giovani, ma hanno più dei diciannove anni abituali degli studenti in corso. Vado insomma a parlare di Letteratura Italiana con delle adulte sconosciute e non so quale sarà la chiave del nostro dialogare. Si fa presto a dire che stamattina c’è la verifica orale di Tizia e Caia, ma io che sono l’esaminatrice mi sento addosso più dubbi che mai sulla conduzione di questo orale.

Partirei da un testo. Ho sempre proceduto così nelle verifiche curricolari, in quanto al testo si riconosce la centralità nel nostro insegnamento e io ho una profonda convinzione sulla validità di questa scelta didattica. Sto dalla parte del lettore e dialogo con l’opera. Gli studenti sono altri lettori, che potenziano i loro strumenti di lettura e i metodi. Ascolto ciò che sanno di un testo, chiedo che ne rielaborino i contenuti, che lo accostino ad altri  testi, che vi ritrovino gli elementi culturali del contesto, che esprimano un parere motivato su ciò che hanno letto.

Mi trovo in sala insegnanti e solo tra un quarto d’ora avranno inizio le prove. Sono sola, se si escludono i libri ele voci dei libri, che restano chiusi malamente nelle poche vetrine della parete di fondo. Ogni scaffale appartiene a un dipartimento di materia, perciò escono voci diverse e confuse le une sulle altre, come se molti solisti stessero scaldando la voce tutti insieme su note diverse.

Le voci dei libri è un libro delicato e forte al tempo stesso che ho letto pochi anni fa. E’ uscito nel 2013, l’autore è il mio professore di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, il grande Ezio Raimondi: uno che durante la lezione ci assegnava quattro o cinque saggi da leggere per la volta successiva e, quando sembrava che la lista fosse finita, la sua voce tonante trovava fiato per dire: “Si leggano anche….”. Uno che fu soprannominato da studenti di un corso diverso dal mio, non ricordo se più grandi di me, ‘il libridinoso‘. Correva la voce che leggesse moltissimo e in ogni circostanza, che possedesse una tecnica particolare per divorare i libri in pochissimo tempo. Io, che seguivo appassionatamente le sue lezioni alzandomi all’alba per arrivare presto in facoltà e trovare un posto in prima fila, lo vidi spacchettare un libro all’inizio di una conferenza pomeridiana su Boccaccio e lo tenni d’occhio, per verificare come leggeva. Ricordo che girava le pagine come sfogliandole per contarle e che in pochi minuti richiuse il testo. Volli credere che l’avesse letto compiutamente, come voleva la diceria tra noi studenti.

Certo per me Raimondi ha rappresentato un figura mitica, ‘un maestro. Anche ora che riapro il suo libro mi commuovo, come mi sono commossa nel settembre 2018 quando al Festivaletteratura a Mantova noi suoi ex studenti abbiamo riempito il teatro Bibiena per andarlo ad ascoltare e applaudire. Di questo momento conservo un ricordo struggente. Apro a caso e leggo in alto nella pagina una affermazione che ho segnato: “Ad attrarmi in Bachtin, prima ancora di conoscerlo, e a catturarmi quando lo conobbi, era l’idea della parola che vive nel vedersi ripetuta in un’altra, era questo gioco dialogico delle voci, la polifonia appunto, che mi si mostrava come principio vitale della letteratura e, a un tempo, dell’esistenza umana”. Qualche riga sotto ho segnato: “Per chi pensava alla letteratura come un luogo nel quale si conosce se stessi e gli altri, meglio che con altri strumenti, Bachtin diventava un maestro ideale, un amico, un venerando, un sapiente”.

Il lettore esperto Raimondi si rapporta a un altro lettore esperto, a Bachtin, e ne sente la voce potente. Le loro voci si alzano, ora distinte l’una dall’altra, ora sommando le proprie intensità. La polifonia che ne consegue è la gazzarra delle reazioni che hanno tutti gli infiniti lettori di uno stesso testo, l’accavallarsi delle opinioni tra loro uguali oppure diverse, talvolta opposte. Ma la polifonia è anche dentro il testo letterario, dove i personaggi di carta, come li chiamava Pirandello, hanno la propria visione sul mondo e la esprimono come suonando le note di un loro spartito; la polifonia diviene struttura profonda dell’opera nei romanzi di Dostoevskij, come Bachtin mi guidò a riconoscere in un saggio corposo, che lessi l’anno in cui il corso monografico tenuto da Raimondi era su Machiavelli. Non fu una lettura facile. Andò meglio con il saggio sulle novelle del Decameron e sulla carnevalizzazione in letteratura, in cui Bachtin riconosce un profondo legame tra letteratura e antropologia, tra i riti del carnevale e il nostro complesso rapporto con l’alterità, col gioco delle identità ‘altre’ che assumiamo temporaneamente quando indossiamo il costume da Arlecchino, da Regina o da Cardinale. Ci ho riflettuto ogni volta che mi sono travestita per le feste di carnevale; da quando ho imparato a riconoscere il peso della casualità nelle nostre vite mi vesto volentieri da Carta da gioco. Bachtin e altri nove autori furono per Raimondi veri compagni nel suo percorso di lettore e i loro libri divennero per lui veri libri dell’amicizia. Io li ho chiamati in questi ultimi vent’anni ‘libri galeotti’ e le mie amate colleghe con me li hanno cercati nel vissuto di lettura dei tanti autori che abbiamo invitato nella nostra scuola, perché dialogassero con gli studenti.

Come farò a imporre tutto questo alle mie candidate di là, che magari stanno ripassando la biografia di Giovanni Pascoli o di Beppe Fenoglio? Come proporre loro un testo che mi consenta di sentire chiara e forte la ‘loro voce’?  Ho detto bene: la chiave sta nel ‘come’ proporrò loro di discutere insieme, più del ‘cosa’ chiederò. Senza domande nette, ma con il piccolo mondo del testo a disposizione. Offrendo il mio punto di vista, dopo avere lasciato spazio al loro.

Si preparano da mesi a questo esame, spero che piaccia loro sentirsi consultate sul programma che hanno preparato per questo momento. E’ ora. Andiamo a incontrare un testo vero, un ‘libro vero’. Raimondi lo definisce così: “Il libro vero, quello con cui si dialoga più volte, al quale si ritorna, non conferma delle verità, ne offre di nuove, purché ci sia da parte nostra fedeltà e non conformismo, e resti viva la curiosità, il desiderio di ascoltare qualcuno che parla del nostro presente, al momento giusto. Perché il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto: con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura”.

Le citazioni qui contenute provengono da: Ezio Raimondi, Le voci dei libri, Bologna, Il Mulino, 2013

DIARIO IN PUBBLICO
Tra visività e narrazione: Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani

Alla fine del percorzo(naturalmente con una bella zeta al posto della essce ferrarese: fa più fino!) sono onorato, sul giornale che ospita la mia rubrica ‘Diario in pubblico’, di trarre le conclusioni dell’opus magnum che ho avuto l’onere e l’onore di portare in porto assieme agli amici carissimi.
Mi riferisco al volume ‘Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani’ (Ferrara, EdiSai, 2019). Consta di circa 400 pagine e di 380 fotografie una gran parte di esse inedite. Questo lavoro voluto pervicacemente da Portia Prebys – compagna degli ultimi 25 anni di vita di Giorgio Bassani – e da chi scrive queste note, ha uno scopo dichiarato: produrre un documento fondante legato al Centro Studi Bassaniani. Prebys, donando al Comune di Ferrara arredi, mobili e soprattutto libri, più di 5000, tra cui due importanti manoscritti dello scrittore – ‘Gli occhiali d’oro’ e ‘L’airone’ – e la copia unica del Giardino dei Finzi-Contini, oltre a documentazioni appartenute a lei e a congiunti e amici di Bassani, ha permesso la realizzazione del Centro situato nella casa Minerbi di via Gioco del Pallone, che viene a far parte della dotazione dei Musei civici ferraresi. Il Centro quindi appartiene a Ferrara e deve progredire e svilupparsi. Ecco allora la necessità di renderlo attivo e in progress come si conviene a un museo ma soprattutto a un centro dove possano recarsi studiosi e studenti e dove sia possibile sviluppare cultura.
L’idea del libro è stata raccontare per immagini la vita dello scrittore. E’ noto quanto Bassani fosse attratto dall’esperienza visiva da lui ritenuta complementare alla scrittura. Basti pensare a come le copertine dei suoi libri, scelte non a caso dall’autore tra i pittori più vicini al suo universo artistico (tra gli altri de Pisis, Cavaglieri, de Staël, Bacon, ma soprattutto Morandi), integrino il racconto stesso. Abbiamo dunque pensato, attraverso la ricapitolazione dei capitoli fondamentali della sua biografia affidati ai maggiori specialisti dell’opera bassaniana, nove in tutto, di ‘narrare’ l’esperienza della vita e dell’opera per mezzo di una tecnica artistica quale la fotografia. In più, il necessario commento critico è stato integralmente tradotto in inglese da Portia Prebys per renderlo fruibile anche a lettori non italiani con la lingua ormai universale. Non è mancato il sostegno del Comitato nazionale per le celebrazioni del ‘Centenario della nascita di Giorgio Bassani 1916-2016’ indetto dal Mibac, che nei suoi tre anni di attività ha sponsorizzato il volume anche con un apporto economico.

Da sx Daniele Ravenna, Teresa Gulinelli, Claudio Cazzola, Portia Prebys, Gianni Venturi, Giovanni Lenzerini, Dora Liscia e Alessandra Guzzinati

La storia narrata e fotografata s’apre con il capitolo ‘Storie di famiglia’ curato da Dora Liscia, professore di arti decorative (una volta si diceva ‘minori’) all’Università di Firenze. Dora ha tutti i titoli per narrare le vicende della famiglia Bassani, essendo figlia della sorella di Giorgio, Jenny. Scorrono le immagini degli avi che tanta importanza hanno avuto nella storia e negli scritti bassaniani, a cominciare da Cesare Minerbi, il grande clinico nonno di Giorgio. Ritorna una Ferrara ormai consegnata al mito con le inclusioni del dialetto che solo la classe inferiore o i grandi borghesi e nobili potevano parlare. Sono visibili i documenti del periodo delle persecuzioni, alcuni straordinari, come le tessere annonarie contraffatte o i salvacondotti rilasciati da Italo Balbo, amico di famiglia.
Si prosegue con il capitolo affidato a Claudio Cazzola, acutissimo indagatore degli anni del Liceo Ariosto dove Bassani passò gran parte della sua adolescenza intervallando lo studio alle attività sportive, tra cui ovviamente spiccava il gioco del tennis. Bassani rimase affascinato della figura del suo professore di latino e greco, il mitico professor Viviani immortalato nel romanzo ‘Dietro la porta’ e scomparso nei campi di concentramento, a cui Cazzola ha dedicato recentemente il volumetto ‘Ars poetica. I classici greci e latini nell’opera di Giorgio Bassani’ (Firenze, University Press, 2018).
Non poteva mancare un capitolo su ‘L’arte del tennis’ a cura di Umberto Caniato che ripercorre con rarissime foto d’epoca le vicende del Tennis Club Marfisa, frequentato dalla buona società ferrarese, da cui furono cacciati gli ebrei con la promulgazione delle leggi razziali e la ripresa nel dopoguerra anche da parte di coloro che scamparono alla Shoah.
Daniele Ravenna, figlio di Paolo e nipote del Podestà ebreo di Ferrara, ricorda nel suo ‘Memorie di un amicizia’ lo straordinario legame che unì il padre Paolo a Giorgio e alla famiglia della madre, Roseda Tumiati: un pezzo straordinario sulla Ferrara prima e dopo il secondo conflitto mondiale.
Successivo il capitolo di Anna Dolfi, professore all’Università di Firenze e tra le più autorevoli studiose dello scrittore e della letteratura del Novecento: ‘La vita che mi desti. Bassani tra maestri e amici da Ferrara a Bologna, a Roma’ indaga i rapporti di amicizia e di contiguità culturale con gli scrittori e critici più importanti del secolo breve. Si va dagli amici sardi approdati alla Normale di Pisa e da qui a Ferrara, tra cui Giuseppe Dessì, Mario Pinna, all’incontro con gli intellettuali ferraresi che scrivevano sulle pagine del ‘Corriere padano’, la cui terza pagina era diretta da Giuseppe Ravegnani. Poi gli amici dell’Università bolognese alla corte di Longhi, tra cui Attilio Bertolucci e i suoi figlioli Giuseppe e Bernardo, i due fratelli Arcangeli e Franco Giovannelli e in seguito l’incontro con Mario Soldati, l’amico di una vita. Al Centro studi Bassaniani c’è il tavolo dove sedevano – massimo otto – gli scrittori romani tra cui Moravia e Pasolini.

Il capitolo successivo di Gianni Venturi, ‘Tra scrittura e pittura. Una scelta bassaniana’, s’interessa delle immagini che ornano le copertine prime edizioni dei romanzi e poesie bassaniani per vederne il nesso tra la scelta del pittore in corrispondenza con il tema della narrazione: Cavaglieri, de Pisis, Balla, de Staël, Bacon e l’onnipresente Morandi che diventano il filo conduttore di un rapporto scrivere=vedere.
Un prezioso dono di Andrea Emiliani ci ha permesso di riprodurre foto inedite di Paolo Monti i cui scatti riproducono l’esterno e l’interno di Palazzo dei Diamanti e la via degli Angeli dove fittiziamente Bassani nel suo romanzo più famoso, ‘Il giardino dei Finzi-Contini’, collocò il celebre parco.
Roberto Roda in ‘Bassani e l’immagine fotografica di Ferrara’ propone una stimolante lettura delle fotografie dedicate alla città su committenza di Bassani stesso che le volle per una sua conferenza tedesca usando quelle davvero bellissime di Enrico Baglioni.
Ancora Gianni Venturi in ‘Una lunga amicizia: Guido Fink’ traccia il profilo di un discepolo, suo allievo alla scuola del Ghetto, quando gli studenti ebrei furono esclusi dalle scuole e dalle Università e dove Bassani, giovanissimo laureato, raccolse attorno a sé amici e parenti, tra i quali Guido Fink, destinato a una brillantissima carriera di studioso di cinema e di professore universitario di letteratura anglo-americana nonché nominato direttore dell’Istituto italiano di cultura a Los Angeles, lo stesso anno in cui all’amico Roberto Benigni venne conferito l’Oscar per ‘La vita è bella’.
Il volume si conclude con la folta e affascinante narrazione degli anni romani trascorsi da Bassani nella casa di Portia Prebys a Roma, quella casa che ora è stata trasportata negli arredi e nei mobili a costruire l’ambiente del Centro studi Bassaniani. Un racconto davvero unico dove la fotografia conclude ed esalta un amore e una fedeltà amicale che Portia Prebys ha voluto pervicacemente dedicare allo scrittore e all’uomo della sua vita.

Ferrara, il Delta e Bassani:
le ispirazioni di Esther Kinsky, vincitrice del Premio di letteratura tedesca 2018

Esther Kinsky è l’autrice del romanzo ‘Hain’, ambientato anche a Ferrara e Comacchio, che sta avendo un’eco straordinaria fra i critici di lingua tedesca: tanto che, notizia di ieri, è stata insignita dell’importantissimo Deutscher Buchpreis 2018 (Premio di Letteratura tedesca 2018). Il testo sarà prossimamente disponibile anche in italiano. Pochi giorni fa, anche grazie al legame che sente con la città e il territorio estense, fra terra e acqua, ha accettato di rispondere ad alcune domande per Ferraraitalia.

E’ difficile definire il suo libro dal punto di vista letterario. E’ un romanzo, un libro di viaggi, un diario o un volume di racconti? Lei stessa lo definisce, nel sottotitolo, un “Geländeroman”. Come dobbiamo interpretare questa definizione e come possiamo tradurla in italiano, forse come romanzo del paesaggio’?
In tedesco potrei definire chiaramente la differenza tra Landschaft, paesaggio, e Gelände, terreno. Gelände è una parola più aperta, con più significati e forse potremmo renderla meglio con il termine luogo, ma ciò di cui sto realmente parlando è la lettura, l’interpretazione soggettiva di un luogo, che conserva tracce di qualcosa che è successo. In francese c’è l’espressione ‘recit‘ che, così come Gelände rispetto a paesaggio, è un termine più aperto. Per quanto riguarda il genere letterario, ogni volta che leggo la traduzione ‘romanzo’, tutto in me si ribella, anche se queste sono solo convenzioni.
Però bisogna ammettere che nelle tre parti in cui è diviso il libro viene raccontata un’unica storia che le comprende tutte e tre, si tratta quindi di un unico percorso, pur con sentieri e deviazioni, che si snoda attraverso i temi di perdita e lutto. Questo giustifica questa definizione di genere.
Sicuramente non è un diario e non sono neanche racconti. Piuttosto direi che nel libro ci sono temi fondamentali, strettamente uniti nelle loro motivazioni profonde più che in avvenimenti precisi. Gli uccelli, come l’airone per esempio, giocano un ruolo importante, e infatti il tema degli uccelli si dipana attraverso tutto il libro, così come quello delle necropoli.

Anche il titolo tedesco, ‘Hain’, non è facile da tradurre in italiano. Nei vocabolari troviamo il termine “boschetto”, ma questa parola esprime davvero il senso del tedesco Hain? Come mai ha scelto questo titolo, che fa pensare molto più al romanticismo che al neorealismo?
Hain è una parola antica, che non definisce soltanto un piccolo bosco, ma che richiama un’atmosfera legata a miti e rituali del passato.
Il libro ha come motto principale una citazione della ‘Grammatica filosofica’ di Wittgenstein, che esprime meravigliosamente il mio tema della lettura del mondo attraverso i suoi segni visibili, ed in questo tema si si infiltrano sicuramente associazioni con il romanticismo, le cui tracce mi interessano sempre.
Parlare di romanticismo tedesco crea sempre molta confusione, perché l’appropriazione borghese e reazionaria di questo termine, e la sua volgarizzazione, hanno sempre gettato una pessima fama su molti aspetti che sono invece rivoluzionari.
La traduzione “boschetto” mi piace però, anche perché la scena centrale della seconda parte del libro, la scoperta di piccoli uccelli morti, si svolge proprio in un boschetto. Nel mio immaginario in queste scene il boschetto di oggi si trasforma lentamente in quello antico, anche se forse non riesco a esprimere bene a parole questo concetto. Comunque per me non sussiste nessuna reale contraddizione tra romanticismo e neo-realismo.

In tutti i suoi libri, soprattutto nelle poesie, al centro dell’attenzione sono luoghi dimenticati e perduti. In poche parole: sembra che non le interessino i tramonti lirici, ma molto di più le atmosfere brumose. Ma, soprattutto, lei ha un occhio particolarmente attento ai cespugli ai bordi dei fiumi o delle ferrovie, alle zone industriali, in breve agli angoli ‘sporchi’, ai luoghi “con cui nessuno vuole avere niente a che fare”, per dirla con le sue stesse parole. E’ giusta questa interpretazione?
Sì, mi interessa molto di più ciò che è ai margini, rispetto al centro. Nelle città di oggi, con i loro centri supercontrollati e snaturati da una pesante massificazione tesa solo al profitto, si è sviluppata una dinamica per cui tutte le cose più interessanti sono state spinte verso le periferie, per questo i margini sono più interessanti del centro.
Io sono nata sulle rive di un fiume e i margini mi hanno sempre interessata, perché il fiume stesso è definito dai suoi argini, dai suoi limiti; attraverso la discontinuità dei suoi margini, lo specchio d’acqua diminuisce, aumenta, si libera, divora lo spazio; questa è una dinamica che sfida il controllo.
A me interessano luoghi che contengano tracce, come ho già accennato, ma che sviluppino anche una propria, peculiare vita. Direi che questo è il punto fondamentale.
Uno dei termini più importanti per me è diventato Gestörte Gelände, terreni disturbati, un termine mutuato dalla storia naturale, che definisce così quei terreni che sono stati sovrasfruttati dall’uomo, che presentano tracce di interferenze umane, ma che tuttavia lottano contro queste tracce, sviluppando una flora ed una fauna del tutto peculiari.
Naturalmente spesso accade che i terreni abbandonati siano anche l’unico rifugio rimasto a quelle persone per cui è andato perduto il diritto a un proprio, legittimo spazio.
Mi riferisco per esempio a un boschetto a est di Budapest dove si sono rifugiati i senzatetto, ma anche agli insediamenti provvisori dei Rom intorno alle grandi città, ai molti che sono senza più patria: non parlo solo dei senza tetto, perché l’essere senza patria è uno stato di emarginazione in sé e questo è quello che mi interessa.

I tre capitoli del libro prendono il nome da luoghi italiani: Olevano, nella provincia laziale; Chiavenna, nel Nord della Lombardia, direttamente al confine con la Svizzera; e Comacchio, nel Delta del Po a est di Ferrara. Cosa lega questi tre luoghi?
Sono tutti luoghi che svolgono un ruolo determinante in ogni rispettiva parte del libro. Olevano è la scena dominante nella prima parte, nella seconda Chiavenna è il punto di partenza dei ricordi, per questo volevo che fosse una città di confine. Comacchio è invece un luogo che non si sa se appartenga alla terra o all’acqua, uno stato di indefinizione per me essenziale nell’ultima parte.
Il luogo più significativo in realtà è Spina, che si trova nella prima parte, ma non volevo dirlo chiaramente perché si tratta di una necropoli e avrebbe dato a tutto il libro un’atmosfera completamente diversa.

Una parte del suo libro è dedicata anche a Ferrara e in una frase lei afferma che: “Ferrara non si fa capire troppo facilmente”. Perché per lei Ferrara è una città che non si fa capire facilmente?
Ferrara è per me una città piena di misteri, ha qualcosa quasi di ottomano, si ha la sensazione che dietro queste facciate si dispieghino mondi che a coloro che passeggiano per le strade rimangono completamente nascosti.
Quando passeggiavo per le strade di Ferrara, mi venivano in mente i film di Satyait Ray, quegli sguardi dalle finestre piccole, strette e perfino sbarrate che davano sulla strada, mi immaginavo addirittura che le persone guardassero me in questo modo, che mi vedessero come ‘la straniera’ che passava nel vicolo. È una città dai confini netti dentro e fuori, esattamente come nei film di Ray, dove tutto ciò che è esterno è straniero.
Sicuramente il mio sguardo sulla città è stato condizionato da ‘Il giardino dei Finzi Contini’, il romanzo di Giorgio Bassani, che è un libro pieno di misteri, ma devo anche dire che mi ha sempre interessata il fatto che Ferrara fosse la città italiana che a Goethe non era mai piaciuta. Si ha quasi la sensazione che nel suo ‘Viaggio in Italia’, Goethe avesse paura di Ferrara, naturalmente non lo ha mai ammesso, ma è tuttavia incredibile come egli si sia espresso contro questa città. Io credo che non l’abbia capita.
E spesso ho la sensazione che la gente del Nord Europa abbia bisogno, quando visita la Bassa Padana, dei tesori artistici e del significato culturale dei luoghi per riuscire a entrare in relazione con loro, mentre ha poco amore per questo paesaggio spesso nebbioso e nordico, con la malinconia della pianura che circonda Ferrara, mentre è proprio per questo che trovo questa città così affascinante, anche se dovrò visitarla ancora tante volte prima di riuscire a farle rivelare tutti i suoi segreti.
Ma va bene così, niente batte la curiosità insoddisfatta.

Nel capitolo che riguarda Spina lei scrive che qui ci si trova di fronte ad un “paesaggio, o all’assenza di un paesaggio”. Può spiegarci?
L’area intorno a Spina, questa terra strappata all’acqua, al Delta del Po, è fortemente segnata dall’intervento dell’uomo. Tutto ha qualcosa di molto funzionale, quasi brutale. Tutto il terreno è sfruttato, ma si percepisce che qui c’era qualcosa di originariamente diverso. Come un altro elemento. Quest’area non è ancora un ‘paesaggio’, direi, ma è sicuramente ‘un luogo’. Credo che a volte si perda troppo tempo a cancellare i segni del passato, mentre parallelamente se ne inseguono le tracce attraverso la meticolosa ricerca dei reperti archeologici. Questa, per lo meno, è la mia sensazione.

L’opera di Giorgio Bassani è citata più volte nel suo libro. Lei cerca, come tutti i turisti che si interessano di letteratura, il famoso giardino dei Finzi Contini e, come tutti gli altri, non lo trova. ‘L’airone’ assume addirittura un ruolo centrale nella sua esplorazione del Delta. L’opera di Bassani è significativa anche per il suo modo di scrivere?
Io ammiro la scrittura di Giorgio Bassani: ha una tale sintonia con la gente, una tale comprensione per i dilemmi umani che mi coinvolge sempre. Al tempo stesso i suoi sono anche romanzi e racconti storici: nessun trattato sul giudaismo tra le due guerre mondiali mi ha insegnato tanto quanto ‘Il Giardino dei Finzi Contini’ e nessun saggio sul dopoguerra in Italia tanto quanto ‘L’airone’ di Bassani.
Per me ‘L’airone’ è forse il testo più importante di Bassani, perché sono gli elementi che colpiscono i sensi a dominare la scena: i colori del cielo, l’odore dell’aria, è tutto un mondo di sensazione e ricordo, un dramma straordinario che si svolge contemporaneamente nei pensieri e nel corpo.
Come lettrice ho quasi la percezione che tutto il Delta del Po scorra dentro di me, che la lettura stessa si impadronisca di me ogni volta, ancora e ancora.
Questo mi fa sentire in sintonia con Bassani, ogni volta è così, ma io ho uno stile di scrittura molto diverso e inoltre ho letto i suoi libri nella traduzione tedesca, con solo occasionali digressioni nell’originale, quindi non possiamo parlare di influenza diretta.
Ma di grande ammirazione sì, in ogni caso.

 

Si ringrazia Emilia Sonni per la traduzione dell’intervista

DIARIO IN PUBBLICO
Giornate ebraiche ferraresi

In questi giorni Ferrara alimenta e rafforza il suo strettissimo legame con il Meis (per chi ancora non lo sapesse acronimo di Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah) che aprirà i battenti, almeno per la prima parte, nel dicembre 2017. Istituito nell’ex carcere della città è oggetto di un intenso lavoro che lo rivelerà come una delle realtà culturali più affascinanti italiane ed ebraiche. Fu proposto dall’odierno ministro del Mibact, Dario Franceschini, e proprio in questi mesi sta concludendo la sua complessa e affascinante vicenda di gestazione.

In questo contesto abbiamo proposto al Meis, come Centro Studi bassaniani, la presentazione di un libro che rappresenta una decisiva svolta negli studi su Bassani: ‘Dopo la morte dell’io. Percorsi bassaniani “di là dal cuore”‘, di Anna Dolfi, edito da Firenze University Press (2017).
Anna Dolfi è professore di Letteratura contemporanea all’Università di Firenze e Accademica dei Lincei. La sua produzione critica è connotata da importanti ricerche su Leopardi e il leopardismo novecentesco, sull’Ermetismo, ma soprattutto su Giuseppe Dessì, Antonio Tabucchi, Giorgio Bassani e gli scrittori della terza generazione.
La folta presenza di un pubblico assai interessato ha vivacizzato un pomeriggio che negli articolati interventi ha saputo mettere in luce l’importanza mondiale ormai acclarata dello scrittore ferrarese. Ai saluti di Massimo Maisto, assessore alla cultura e vicesindaco del Comune di Ferrara, presentato da Ethel Guidi – direttore del Castello, che ha messo a disposizione la magnifica sala dei Comuni per l’evento – sono seguiti due importanti riflessioni condotte da Simonetta Della Seta e da Dario Disegni, rispettivamente direttore e presidente del Meis, che hanno sottolineato la necessità di un rapporto stretto tra il museo e lo scrittore Bassani ebreo italiano.
L’intervento di Portia Prebys, curatrice del Centro Studi Bassaniani, ha messo in luce il rapporto tra lo scrittore e la giovanissima studiosa Dolfi che si è concretizzato in una serie d’interventi critici che lo scrittore riteneva fondamentali per la conoscenza della sua opera. Perno di quel rapporto l’amicizia che legava Bassani al maestro Claudio Varese, che ha introdotto alla conoscenza e alla attività critica su e di Giorgio Bassani sia chi scrive sia Anna Dolfi.

Numerose altre volte ho sottolineato l’importanza della figura di Varese per la esegesi critica dello scrittore, fondamentale in quel momento della storia, quando il fascismo trionfa e nelle aule dell’università bolognese, dove insegna Roberto Longhi l’indiscusso maestro – assieme a Croce e a Manzoni – dell’opera bassaniana e a Ferrara si forma quel gruppo d’amici, tra cui il normalista Claudio Varese, che tengono vivi il concetto di antifascismo narrato nel primo racconto ‘Una città di pianura’, il libro bassaniano uscito nel 1940 con lo pseudonimo di Giacomo Marchi. Le giovani generazioni, tra cui Anna Dolfi, impararono a conoscere dal vivo la figura dello scrittore, invitato dal critico a tenere negli anni Settanta una serie di lezioni presso la cattedre fiorentina di letteratura italiana ricoperta dal Varese.
Il libro propone almeno tre temi fondamentali: la morte dell’io di evidente origine leopardiana, il rapporto tra scrittura e arte visiva e infine il ritorno alla poesia dopo la conclusione dei quattro romanzi che sono il cuore pulsante del ‘Romanzo di Ferrara’ uscito nell’edizione ne varietur nel 1980 per Mondadori.
L’affascinante vicenda condotta esemplarmente da Dolfi sul concetto di morte-vita di cui le poesie dell’ultima produzione sono exemplum dirimente – e si pensi a quella che dà il titolo al tema, ‘Epitaffio’ – si appunta sul simbolo del vetro, che diventa specchio e che impedisce la congiunzione su ciò che sta “di là dal cuore”. La morte come risultato finale del lungo corridoio che il poeta-testimone deve percorrere per essere testimone.

Le manifestazioni legate alla Festa del Libro Ebraico si sono aperte con un evento eccezionale, di cui la città non potrà che essere grata al Meis e agli organizzatori: lo straordinario concerto offerto dal musicista di fama mondiale Yakir Arbib, che sull’esempio del suo disco più famoso ‘Babylon Classical improvisation’ ha ripercorso i momenti più importanti delle melodie ebraiche più famose restituendole alla contemporaneità con un esercizio che coinvolgeva non solo la musica, ma le mani, il corpo e perfino la voce quando l’artista proponeva il pezzo. Formidabile.
Di fronte a questo momento le pur importanti manifestazioni che riempiono le due giornate del Festival trovano una necessità e una coerenza entro quella sintesi scaturita come sinonimo del lavoro che attende il museo non solo nel titolo: il ‘grande Meis’.

In questi finalmente autentici giorni settembrini ci si attendeva tanto dal concerto di Andrea Bocelli al Colosseo, dove le star mondiali lo hanno aiutato a raccogliere il denaro per la sua encomiabile attività caritativa. Concerto splendido funestato alla fine da una scelta non consona della canzone di chiusura: il pucciniano Inno a Roma che noi ragazzetti eravamo tenuti a cantare nelle più varie occasioni. “Sole che sorgi libero e giocondo.. i tuoi cavalli doma”. Basta recarsi nella Sala dell’Arengo dove Apollo ‘doma’ i cavalli. D’accordo la musica è incolpevole. Si pensi a Wagner e all’utilizzo che ne fece il nazismo. Eppure risentire quelle parole e quella musica a onore della Città eterna mi ha procurato disagio e tristezza.
La Storia non si cancella e neppure il ricordo di certi avvenimenti.

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