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Letture e avvenimenti: Ferrara e altro

 

mannekin pisIl Manneken Pis la celeberrima statuina di Bruxelles alta una cinquantina di centimetri è ormai nella mentalità maschile corrente il referente artistico più citato, in quanto nell’immaginario popolare per la ‘pissa’ di una certa età si propongono infiniti rimedi e pilloline.

Quanto alla donna invece è il Push Up ciò che infiamma il desiderio femminile: la ‘tetta erta’.push up

Su queste due immagini si costruiscono fortune che fanno dimenticare pandemie e lockdown.

Ma la continua ricerca che continuo a condurre sui canali tv più frequentati m’informano dell’orrido che avanza e che piace tanto agli italioti di ogni età. C’è ad esempio un programma il cui titolo leggermente blasfemo mette in mostra concorrenti mezzi scemi, che si combattono a suon di musica e danza. Si chiama Gli Amici di Maria. Ogni spiegazione del titolo risulta puramente pleonastica. Si passa poi agli orrori della cronaca quotidiana, dove veri (?) giudici comminano pene e premi a situazioni familiari egregiamente rappresentate da attori di strada, o giù di lì e il solenne titolo Forum ne è la garanzia. Infine l’ossessione della Eredità, che ogni sera mi vede perdente per la mia vergognosa ignoranza su quesiti sportivi, tiene ancora bene a causa anche delle due bambolotte smorfiosette chiamate professoresse e l’indubbia capacità del conduttore Flavio Insinna.

la città delle cento meraviglie
Ne La città dalle 100 meraviglie ovverossia I misteri della città pentagona. (Roma, Casa d’Arte Bragaglia, s.d. (novembre 1923). Copertina di Annibale Zucchini) Filippo de Pisis [Qui] mette in luce tra sarcasmo e ironia le lordure e non solo i pregi della ‘Frara’ da lui amata e studiata.

 

la poetica della meravigliaOra un nuovo libro ripropone la figura e la qualità della scrittura depisisiana: Miriam Carcione, La poetica della meraviglia. Filippo de Pisis scrittore, Bulzoni editore, Roma, 2021.
Finalmente si ripropone la figura del grande scrittore/pittore con una aggiornata bibliografia e con un’attenzione alla storia del testo, che sembra sia stata sempre più dimenticata in questi decenni.

La lettura di quel testo mi scaraventa nei meandri più infimi di ciò che a Ferrara, città del Worbas ( e non hélas come sfugge alla penna dell’introduttrice del libro del ‘Worpas’), è accaduto in questi giorni. Una nutrita schiera di persone, si parla di 300/400  l’8 maggio si è riunita per partecipare alla manifestazione titolata No paura day Ferrara in Piazza Castello, ad ascoltare tanti interventi che, come suona la recensione, sono stati “di scrittori, medici, farmacisti, naturopati, giuristi tutti attivisti per la Difesa della Libertà e la fine immediata dello Stato d’Emergenza.”

Peccato che molti di loro erano privi di mascherina, oltre a non rispettare le distanze di sicurezza. Da qui sono scattate le sanzioni, che hanno multato parecchi di loro, ma hanno innescato una sgradevolissima polemica con il proprietario dell’hotel Annunziata, che aveva protestato per la mancanza di attenzione a quelle regole che così faticosamente i più attenti si sono date. A questo punto il proprietario dell’hotel, che aveva espresso un parere molto equilibrato, viene attaccato nel modo più subdolo, in quanto uno dei promotori spedisce a Booking.com una relazione sull’albergo insultante e priva di verità, il cui titolo è già un esempio della livorosa e indecorosa recensione: “Albergo in perfetto stile DDR Germania dell’est”. L’estensore è un avvocato che non esita ad esprimere una opinione naturalmente legittima, visto che viviamo in una democrazia, ma che esprime una falsità di contenuti così evidente da sollevare l’indignazione di moltissimi nei social.
Non è proprio una decorosa medaglia che i No paura day si sono appuntata.

Ma ormai la città dalle cento meraviglie non ci risparmia nulla, pur nel tentativo – questo sì laudabile – di promuovere forme avanzate di cultura. Non mi addentro sul generoso input che ha spinto tanti fruitori del servizio bibliotecario a manifestare in difesa delle biblioteche pubbliche, promosso dal gruppo che si riconosce nell’associazione Salviamo le biblioteche ferraresi.

Resterebbe da parlare del docu-film in lavorazione sul “giardino che non c’è”, promosso tra gli altri da Dani e Noa Karavan e che riguarda ovviamente l’ubicazione o la realtà del famoso giardino del libro omonimo di Giorgio Bassani. Ho partecipato con grande emozione e compartecipazione ad una intervista che mi è stata fatta proprio a Casa Minerbi nel Centro studi bassaniani da solo e con Portia Prebys. La sensazione che ho avuto, e che spero sarà confermata a film realizzato, che si tratti di una pietra importante portata alla conoscenza del mondo e dell’arte del grande scrittore ferrarese.

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Incontri poetici

 

Nella primavera del Covid decidiamo di andare in piazza a far spese. Il taxi ci porta in centro attraversando strade un tempo fervide di commerci e gente. Ora solo pochi ‘umarel’ discutono animatamente davanti alla Cattedrale, ma sotto il sole tiepido la città, come in una celebre canzone, appare vuota. Imbocchiamo la via famosa per i negozi e di fronte a quelli frequentati da una vita veniamo respinti se tentiamo l’ingresso simultaneamente, con gentilezza ma fermamente, perché, come ci insegna Figaro, “Uno alla volta, per carità! per carità! per carità!”

Infine, troviamo rifugio in un magazzino che vende cosmetici e prodotti per la cura della pelle. Ci lasciano entrare in coppia e cominciamo a vagare tra gli scaffali ancora sconosciuti per reperire ciò di cui abbiamo bisogno. Tra le poche persone che s’aggirano comprando ci imbattiamo in una giovane signora dai lunghi capelli neri che spinge una carrozzina da dove ci sorride una splendida creatura vestita di rosa che ci protende le manine in segno di saluto. Ogni tipo di difesa svanisce e di fronte alla cassa cominciano i vezzi e le moine. Mi congratulo con la madre dai penetranti occhi neri e chiedo di sapere il nome della bimba. “Clizia” mi risponde. A sentirlo il cuore comincia a mandarmi segnali d’amore e rispondo “ un nome montaliano?”. Gli occhi della signora s’illuminano. “Ma allora lei conosce la poesia?” – “Certo!” E dentro di me riecheggia il volo di Irma-Clizia tra le nebulose: “Ti libero la fronte dai ghiaccioli/che raccogliesti traversando l’alte/nebulose; hai le penne lacerate/dai cicloni, ti desti a soprassalti”. E nel caos del ricordo ecco che rivedo Eusebio/Montale all’Alpe mare del Forte dei Marmi e nella sua casa milanese. La signora spalanca gli occhi e mi chiede il nome. A mia volta la invito a venirmi a trovare al Centro studi bassaniani quando aprirà, essendone io co-curatore. La signora lancia un piccolo urlo e dichiara che non ci può credere. Ma perché?. E lei con un grande sospiro dichiara che la sua prima bambina, ora di cinque anni, si chiama….. Micòl in onore di Bassani.

Non è leggenda. È la coerenza dell’impossibile.

E, celando una curiosità malsana, la sera stessa sbircio la prima serata di Sanremo. Mai dico mai avrei potuto toccare con mano l’immensa distanza che separa un vecchietto, ancora culturalmente in forma, con gli orrori che ho visto. Strana gente che viene chiamata ‘cantante’ apre la bocca, da cui escono suoni incoerenti e maldestri. Un giocatore di calcio, che sembra la copia esatta del presentatore, dice e fa cose di una banalità disarmante. E le acconciature e i vestiti…. Da brivido. Una semi-famosa cantante ha i capelli infilati dentro un tubo di metallo e le unghie!!! Altro che Crudelia Demon. L’orrore puro è testimoniato da una anziana cantante L.B. oscenamente scosciata e con i capelli azzurri.

Mi congratulo con me stesso allora di essere un attardato radical chic e, di fronte al rimprovero dei miei assennati amici frequentatori di critica alta e di pensieri accademici, rispondo che stare in questo mondo è anche rendersi conto di dove e come viviamo. Per cui alla sera, lasciando l’ultimo ponderoso volume di critica dantesca, mi diletto a gareggiare con i concorrenti dell’Eredità, perdendo regolarmente visto il mio deficit culturale sullo sport, sulle canzonette, sulla cucina.

In lontananza brancolano negli scompensi del ricordo brani di vita vissuta in Versilia, a Lipari, a Firenze, a Bassano, in fuga da ‘Ferara, stazione di Ferara’. E tutto si confonde, si appiattisce, sembra non avere alcun senso.

Poi con la tromba del giudizio s’affaccia la prossima prova che mi restituisce al mondo: sarò vaccinato il 5 marzo e con la seconda dose al 26 dello stesso mese.

E il tempo si rinquadra nella dimensione che conosco.

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L’indolenza: effetto collaterale del Covid

Mi trascino di stanza in stanza, mettendo a frutto i consigli dell’amico medico di camminare almeno per 15 minuti, dopo mangiato, nell’appartamento e su e giù per le scale. Alla fine mi abbatto sulla poltrona e sono preso dall’accidia (che bello ogni tanto ricorrere a termini desueti e colti!). Avendo già letto i tre giornali quotidiani e avendo sufficientemente espresso in ululi avvelenati la mia compartecipazione al disastro politico annunciato, riguardo le immagini di qualche telegiornale, che si soffermano sulla giornaliera performance del Matteo Renzi in furore. Ed ecco una voce stupita accanto a me dice: “sembra un panzerotto”. Mai descrizione appare più efficacie: dalla gota piena e dalla ‘gorgia’, fino alla protuberanza posteriore delle natiche, il nostro appare davvero metafora del dolce, anche senza possederne virtù e bontà.

A capodanno ascolto rapito i due concerti da Venezia e da Vienna, poi degusto il cd che mi sono appena regalato di Cecilia Bartoli Queen of Baroque, in attesa dello spettacolo di Roberto Bolle che si rivela disastroso, pretenzioso e sconnesso. Ma ormai rinuncio, preso dall’indolenza, a definire anche i due concerti del nostro teatro Comunale tra Baricco e Cristicchi helas! Chissà cosa ci aspetta nel futuro.

Per un poco rifletto sulla totale differenza di metro e di giudizio della nostra generazione con quelle successive. Mi misuro con i concorrenti dell’Eredità, ormai l’unico programma televisivo che mi scuota dall’apatia, e mi trovo inesorabilmente eliminato dalle prime battute, causa la mia completa ignoranza di qualsiasi sport o di musica cosiddetta leggera. Spinto dalla curiosità tra un biscotto e l’altro mi sorbello Chiara Lubich. L’amore vince tutto di cui tacere è bello. Un’amica molto colta e rigorosa mi domanda perché mi voglio punire in questo modo. La risposta debole e indolente è che in realtà è necessario conoscere ciò che piace ai milioni di telespettatori chiusi nei loro gusci causa pandemia.

Certo che è una risposta deboluccia; ma a risollevare le sorti ecco un libro delizioso e totalmente folle che mi spedisce l’autrice Brina Maurer, Lord Glenn l’anima di Byron nel cuore d’un cane, Biblioteca dei Leoni, 2014. Non c’è male ad affrontare un simile soggetto! Così tra le quasi 800 pagine dell’Odissea di Kazantzakis e le 180 di Lord Glenn trascino la mia indolenza nel cominciare a prepararmi ad impegni importanti, quali il convegno pariniano che si terrà all’Accademia di Brera a metà aprile se… ( lascio a voi la fine del discorso.)

Mi distraggo dai temi ferraresi, sempre per indolente rinuncia che mi pone ad un bivio: lasciare tutto, non lottare per la difesa di un certo tipo di cultura che è stata ed è la ragione prima del mio contributo, piccolo o grande che sia stato alla vita dell’odioso-amata città. Con stupore o meglio con malcelato risentimento constato che bene o male tutte le biblioteche ferraresi aprono secondo moduli ben precisi. Del nostro Centro Studi Bassaniani silenzio e ancor silenzio punteggiano la sua riapertura. Nulla conta l’aver domandato spiegazioni a sindaco e assessore che non rispondono o non si fanno trovare. La mia non certo esaustiva pazienza sta per cedere, se non fosse che sarebbe uno scacco per la città se, avvenisse che, non rispettando i parametri con cui la professoressa Portia Prebys ha donato reperti preziosissimi della vita e dell’opera di Giorgio Bassani alla città, si dovesse constatare che essi non sono rispettati, per cui si decida di trasferire altrove questa fondamentale donazione. Sarebbe una vera sconfitta non per noi ma per la città.
Così l’indolenza ancora mi costringe a non esternare la mia soddisfazione per le importanti vicende canoviane che si concretizzano a Bassano e che coinvolgono l’edizione nazionale delle opere di Canova che presiedo da anni.

Indolentemente sento che scrivere ancora qualcosa mi produce fatica e quindi non mi resta che terminare e attendere fiducioso, scuotendomi dall’apatia l’arrivo da me invocato del vaccino che, come scrive il poeta, potrebbe essere rimedio unico ai mali di questo incredibile anno.

E finisco con il documentario di Barbero su Dante: brrrr….

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Sui rimedi alle tremende (e istruttive) volgarità televisive

Mentre con estrema cura mi leggo la vagonata di note che illustrano il libro di Gigliola Fragnito, La Sanseverina, ripasso il dialogo che intreccerò lunedì sera al Libraccio con Francesca Boari sul suo romanzo Animula blandula poi, in sosta, comincio la ricerca di cosa vedere in tv.
Ritrovo un bellissimo film Lettere da Berlino che già mi aveva commosso; ma purtroppo a un’ora assai presta era finito. Così ho deciso di vedermi la finale di un furoreggiante programma di esibizioni danzanti, a cui partecipavano nomi noti e un poco imbarazzanti, quali quelli di una Mussolini e di un Peron (quest’ultimo non parente con il famoso statista), o anche di un Della Gherardesca. Basito, non tanto per le performances, quanto per il livello, a cui davano un impulso fondamentale pubblico in sala, commentatori, giudici, conduttrice e votazione via social.
Riproporre i commenti di vincitori e vinti farebbe la gioia di qualsiasi analista della lingua e del comportamento, ma ciò che mi lasciava a bocca aperta erano le decorazioni tatuate di molti partecipanti – alcune in testa -, i costumi, i vestiti, le acconciature e…baci, baci, baci.
Il giorno dopo una signora imponente, signora che tutti, lei per prima, si ostinano a chiamare ‘zia’ (si vede rivolti ai non conoscitori di cosa quel termine significasse qualche decennio fa), invita tra singultanti interiezioni a base di ‘amore’ e ‘tesoro’ a intervistare i giudici della gara danzante e i vincitori, tra cui una celebre parlamentare dal nome ancor più sfolgorante, che esibisce parentele illustri non ultima quella con la più famosa attrice italiana. Le cose precipitano allorché si richiede un giudizio, una presa di posizione, un commento che fosse almeno conseguente allo show. Solo una tra il gruppo dei giudici, dal nome un po’ selvatico, osa raccontare parte della verità che riversa sul pubblico indubbiamente italiota meriti e demeriti delle scelte.

Ma, per tornare al mio ruolo di radical chic, penso con una certa preoccupazione a quale fine sia destinata la politica, se tra gli illustri che compongono il parlamento nei suoi due rami troviamo i più assidui frequentatori di questi spettacoli, con e senza mascherine.

Mi domandano assai preoccupati gli amici per le scelte che ho imboccato nello scrivere questi ‘pezzulli’, se il cervello mi è andato in fumo o se anche io, nel bene e nel male, aspiro a frequentare ‘in minore’ questi personaggi. Un tempo non facevo parte forse delle accademie? Non mi ero cimentato in quasi trecento lavori, non tutti inutili o disprezzabili? Non avevo raggiunto, anche se in campi non del tutto miei, una certa rispettabilità? Rispondo con altrettanta franchezza che a non conoscere le scelte degli italioti poi si cade nelle frane politiche e si vive questo tempo angoscioso e angosciato come un remedium proprio dei tempi inutili.

Che cosa fanno allora tutti ordinati per benino i miei dodicimila ‘bambini-libri’, che invadono la mia casa, la rendono viva e ora esplodono in un sonoro sbadiglio. Da soli. Senza rapporto con gli altri. Da Firenze mi arrivano notizie allucinanti su come ottenere libri in prestito dalle più famose biblioteche a cominciare dalla Nazionale. Nel nostro piccolo non si può frequentare il Centro studi bassaniani di Casa Minerbi perché ambienti, libri e oggetti non sono sanitizzati. Ma come? E’ chiuso da quasi tre mesi! Cosa vuoi ‘sanitizzare’?

Per trovar conforto lento pede mi dirigo al luogo del piacere estremo: la libreria. E’ sabato. La trovo chiusa. Disperato per dover rimandare gli acquisti (la nuova edizione del Dizionario degli dèi di Mircea Eliade, dello stesso quello sui luoghi sacri,  l’ultimo volume di Vaccaneo sulla Torino pavesiana) in quanto molti sanno cosa sia per un frequentatore di librerie dover rimandare l’acquisto! Telefono alla direttrice del Libraccio di Ferrara che con voce funerea mi spiega che il  Bonaccini nostro governatore ha emesso per l’Emilia–Romagna una ingiunzione alle librerie di più di 250 metri di restare chiuse il sabato e la domenica. Se non avessi più radicato dell’amore dei libri la scelta politica mi rifiuterei di votarlo, per questa enorme c….ta. Ecco a cosa ci riduce il coronavirus.

Ma oggi lunedì mi rifaccio. Usciamo e ci facciamo depositare in piazza (come si diceva una volta) dal taxi. Fendiamo le folle del mercato e ci dirigiamo verso un celebre negozio che vende cachemire, poi nella (vuota) libreria e giù giù per la via delle compere, dove i negozi offrono e ri-offrono a compratori latitanti la loro merce pregiata ed infine ennesimo taxi per il ritorno nella deserta e soleggiata via dove, incurante del silenzio e del sole, occhieggiano le finestre della mia casa.

E’ e rimarrà indubitabile: il coronavirus nel bene e nel male ci ha abituato e ulteriormente ci abituerà a una vita diversa da quella che per lunghissimi decenni aveva formato il senso della nostra vita.

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Elezioni e biblioteche: incontri e scontri

Attendevo il risultato delle elezioni americane. Siamo al 6 novembre e i contendenti ancora non sono d’accordo, se di accordo si può parlare. Ma probabilmente l’anno del covid-19 ha portato ad un totale stravolgimento di ogni pensiero antecedente alla diffusione del virus, o perlomeno attinente a quel modo di ragionare che la pandemia ha spazzato via. Ai milioni di visoni abbattuti nel mondo (sembra che i mustelidi incoraggino il diffondersi del virus), si aggiungeranno anche quelli italiani, di cui però nulla si sa. Insomma come nelle elezioni americane, dato il numero sterminato dei votanti. E finalmente oggi 7 novembre, dopo un intero pomeriggio cominciato alle 17.30 e proseguito fino a mezzanotte, per poi riprendere oggi con la lettura dei giornali, siamo (quasi) sicuri che il nuovo presidente può proclamarsi tale: Joe Biden.

Come in un vecchio film, in cui puoi recuperare il senso del passato attraverso il corteggiamento del ricordo (un metodo che piace molto a Carofiglio), riaffiorano alla memoria le esperienze delle elezioni americane e quella in diretta vissuta al tempo dell’elezione di Ronald Reagan. Era il 1981 e nella sala professori dello Smith College vicino a Boston, dove insegnavo, si udiva e si vedeva una valanga di suspiria e musi lunghi; ma si sa, sono stati proprio loro, gli americani, ad insegnarci le regole fondamentali di ciò che chiamiamo ‘democrazia’ e che avvenimenti tragici e a volte non proprio limpidi hanno scandito nel tempo.

Queste ultime elezioni, ancora più difficili e imbrogliate, hanno visto atteggiamenti risibili, spinti fino al grottesco, fino ad assistere alla sceneggiata di un importante uomo politico italiano, che tifava Trump applicandosi al viso una mascherina col nome e l’incitamento al voto per il presidente americano uscente. Eppure il sunnominato è italiano!

Comunque la nota più importante è data non solo dalla elezione di Biden, ma del trionfo di Kamala Harris. Come scrive Fiorenzo Baratelli in una nota sulla sua pagina Facebook: “Kamala rappresenta, innanzitutto, un cambio generazionale ai vertici della politica americana, così difficile da scalare per chi non è bianco, maschio e di lungo corso. E’ la prima donna ad entrare alla Casa Bianca come vice-presidente, ma è anche la prima afro-americana e la prima americana-indiana. Nessuno meglio di lei impersona l’America che ci piace, quella multietnica e multiculturale.” A questo si associa anche una ‘figura’ che riesce a coinvolgerci con l’aspetto esteticamente bello e col pensiero altrettanto importante: l’asio-americana Jhumpa Lahiri, che insegna a Princeton e per molti anni ha abitato a Roma, scrivendo romanzi nella nostra lingua. Una veramente rara coincidenza di fisiognomiche! Anch’ella è una rappresentante di quel coinvolgimento di razze che ha fatto la gloria degli USA. Ma Kamala ora è riuscita a raggiungere una posizione assolutamente inimmaginabile solo pochissimo tempo fa e ne preannuncia una ancor più eclatante: quella cioè  di un ‘non bianco/a’ che potrebbe approdare al vertice della Casa Bianca. Ma soprattutto donna.

E mentre, sempre con estrema cautela, cerchiamo di interpretare le mosse del ‘Trump furioso’ ( e non ci sta male che ciò avvenga nella patria che ha dato i natali all’Orlando furioso), ecco che la nostra città, fino a poco tempo fa modello irreprensibile di cultura, ci sta coinvolgendo in un deludente e triste problema di aperture e assegnamenti delle biblioteche comunali sempre più affidati a servizi esterni, o ad altre strutture non afferenti al servizio comunale stesso. Tuttavia quello che mi rende sempre più incredulo e veramente offeso è il sistema con cui l’amministrazione sta portando a termine il ruolo e il servizio del Centro Studi bassaniani, di cui sono co-curatore. Il Centro, che ancora una volta va ricordato, è il dono generoso della professoressa Portia Prebys, ultima compagna dello scrittore ferrarese Giorgio Bassani, alla città di Ferrara, dapprima era stato affidato al servizio dei Musei comunali; successivamente con la nuova amministrazione, probabilmente per ragioni di utilità essendo il Centro soprattutto una raccolta di carte e documenti riguardanti la storia e l’attività di scrittore di Bassani, viene trasferito al servizio delle biblioteche comunali, specie alla Ariostea, che è situata esattamente dall’altra parte della strada rispetto al Centro. Da allora una confusa serie di operazioni tiene chiuso il Centro senza che esplicitamente ne venga dimostrata l’afferenza e il ruolo. L’assessore alla cultura tace, il direttore dell’Ariostea rimanda a lui, del Sindaco nulla sappiamo. E questo in presenza di preziosissimo materiale che solo di valore economico ha passato una cifra di due milioni di euro.
Si tratta di igienizzare materiali e ambiente? Si tratta di non trovare il personale per l’apertura? Si tratta di altro che forse si preferisce non mettere in luce? Tutto tace.
Eppure per anni, dal mio punto di vista di studioso, ho con entusiasmo supportato le ragioni che hanno spinto Portia Prebys e parte della famiglia Bassani a donare alla città dello scrittore la presenza tangibile del suo mai interrotto legame.

Leggo anche che nel salone del Municipio si è allestita una mostra che testimonia la presenza degli Ebrei nella prima guerra mondiale. Il Centro possiede documenti importantissimi di ebrei ferraresi e di famiglie ebree che parteciparono alla prima guerra mondiale. A nessuno è stato chiesto nulla.
Sono preso da una tristezza che nulla ha a che fare col covid-19. Sentivo questa sera Saviano che da Fazio presentava la sua raccolta di storie: Gridalo. Metteva in luce la funzione del libro, della testimonianza scritta, della storia e della memoria. Non vorrei che la vicenda orrenda della pandemia avesse strappato l’unico segno di vita che ancora rende la vita e l’agire sociale degni di essere vissuti: la memoria.

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La fatica di vivere oggi

Poche cose mi hanno colpito in questo momento storico, dove vanno ripensati tutti – o quasi – i valori e i delitti che si compiono, quanto questo fatto apparentemente minore che si è svolto all’ospedale di Rimini e che inconsciamente auspico sia una bufala, sapendo già che non lo è.

Leggo in QN di lunedì 26 ottobre 2020, p. 12 che all’ospedale di Rimini nel parcheggio riservato agli operatori sanitari settanta macchine, tutte accuratamente scelte tra quelle in possesso di chi lavora all’ospedale, sono state sfregiate, colpite, prese di mira da qualcuno che le aveva accuratamente scelte. Non una di chi non operava all’interno dell’ospedale. L’indizio che si trattava di una miserabile vendetta contro chi opera nel campo medico consiste nel fatto che nulla è stato asportato all’interno dell’abitacolo.

Un gesto così talmente amorale e terribile può essere messo purtroppo in corrispondenza con le convinzioni di coloro che in regimi totalitari operano per la miserabile soddisfazione di una vendetta pericolosa. E i miei connazionali italioti TUTTI,  anche coloro che sono innocenti, portano sulle loro spalle la spaventosa pandemia dell’immoralità. Vergogna a tutti noi che non sappiamo scrollarci di dosso simili immondi esseri.

Mi rendo conto che la conclusione del discorso potrebbe e può colpire chi da sempre ha lottato e lotta contro il diritto del singolo a non essere chiamato in causa in quello che può parere un coinvolgimento totale nelle colpe di un’epoca pur restandone fuori. Penso ad esempio al giusto scatto reattivo dell’amico fraterno Fiorenzo Baratelli. Ma una lunga telefonata ha spiegato (in parte) la possibilità di una coincidenza tra i due pensieri. Non voglio certamente mettere in dubbio il generoso lavoro svolto da chi non vuole essere responsabilizzato in una generica e forse frettolosa sentenza di coinvolgimento. Guai se non ci fossero coloro che operano in quella direzione di distanziamento! Ma la mia provocatoria battuta riguardava chi, essendone venuto a conoscenza, non avesse potuto o voluto distaccarsene e condannarla.

Certo! Quante persone perbene nei paesi coinvolti nell’ideologia nazista ad esempio ignoravano la terribile realtà storica. Diventavano colpevoli solo quando, avendo saputo la verità, non avevano operato in conseguenza. Ecco in qual modo va inteso il giudizio che ho espresso e che si riferiva al fatto che in quanto  ‘a livello teorico’ tutti portiamo sulle spalle “la spaventosa pandemia dell’immoralità”.

Nel frattempo come diceva mia nonna “sono stato regalato” di un dono così prezioso che faccio ancor adesso fatica a rendermene conto: assistere al concerto di Riccardo Muti al Teatro Abbado di Ferrara. Lo attendevo, in quanto ancora una volta devo ribadire che Riccardo e Cristina Muti sono stati e sono tra gli amici più cari della mia lunga vita. La fraterna amicizia che ci lega non è stata mai scalfita da qualche fraintendimento, che nel mondo della cultura non è così difficile ad attuarsi. Il Maestro mi ha stretto in un abbraccio che tanto rivelava della gioia genuina di vedermi, mentre Cristina dagli splendidi capelli azzurri e avvolta in un manto di raso rosa degno (e probabilmente lo era) dell’inventore della moda, il proustiano Poiret, mi ricordava momenti straordinari del nostra giovinezza fiorentina.

A quel punto s’annuncia Vittorio Sgarbi che con la solita irruenza ricorda anche lui il comune tempo fiorentino. Rimango un po’ interdetto, ma gli amici Muti vogliono portare un modus vivendi tra le lontanissime convinzioni che si ergono tra la mia visione della cultura e quella del critico d’arte. Mi racconta di quello che intende fare per una mostra su Giorgio Bassani e l’arte; mi comunica che gli uffici di Ferrara Arte, l’organizzazione che presiede, si sistemeranno al primo piano di Casa Minerbi, lo splendido palazzo dove è situato anche il Centro Studi bassaniani. Chiede notizie di poter conoscere la curatrice del Centro, la professoressa Portia Prebys, che per un vezzo linguistico chiama Portìa e non Pòrtia; annuncia il progetto di una mostra canoviana da far assieme, tra me presidente dell’edizione nazionale delle opere di Canova e lui presidente della Fondazione Canova di Possagno. Si sa che ormai il giro culturale come da sempre si svolge tra presidenze e direzioni… E questo ritorno al passato, che non si spegne nel giro di un giorno o di un anno, ha la sua conclusione proprio in questi giorni, quando il Maestro indirizza una degnissima lettera al capo del Governo Conte, il cui senso è rinchiuso in queste parole:

Chiudere le sale dei concerti e i teatri è decisione grave. Definire come ‘superflua’ l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità.”
La riflessione di Muti non fa leva, o non solo, sul problema del lavoro, ma insiste su quel tesoro culturale che è il senso vero di ciò che la pandemia di corona virus non deve strappare alla nostra provata esistenza: la cultura come tesoro inalienabile della nostra vita.

Il presidente Conte ha saputo rispondere con altrettanta finezza alla richiesta del Maestro. Lo stesso incipit è diverso: “Gentile maestro Muti”; dove sottolineare la ‘gentilezza’ mi sembra un’ottima occasione d’incontro. Sottolineare poi la ‘gravità’ del problema ne dice il senso ed infine la necessità per ragioni di salute lo conclude. Termina Conte: ”Siamo costretti a fare questi ulteriori sacrifici. Ma non intendiamo affatto rinunciare alla bellezza, alla cultura, alla musica, all’arte, al cinema, al teatro” (Corriere della sera, 27 ottobre 2020, p. 1 e 17.)

E’ proprio leggendo questa corrispondenza che ancor più dolorose appaiono le proteste indubbiamente capibili che hanno sconvolto Napoli, Milano, Torino.
Ma non molliamo! Cerchiamo di essere degni della civiltà che ci ha generato.

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Gerne! / Volentieri!

Il cielo anche oggi qui a Vipiteno presenta matasse di nuvole, brevi piovaschi, sole malato e i villeggianti compiono senza sosta il percorso delle vie del centro. Miriam la nostra accompagnatrice taxista propone percorsi, ci invita a scuoterci dalla nostra inattività, a volte forzata, a volte scelta. Peter e Delberta fanno di tutto per farci uscire dalla nostra presunta apatia: ci organizzano gite a luoghi bellissimi e ormai familiari. Partecipiamo alle vicende del gatto ventenne malato Ulli che con Ute rappresentano la loro riserva di pelosi; ammiriamo con una punta di invidia la loro terrazza straordinariamente fiorita (c’è perfino una specie di begonia che si chiama Cleopatra!); beviamo l’Hugo, specialità del luogo, sapendo che il loro peloso canino a Ferrara si chiama Ugo e in hotel ci alziamo a metà pranzo per andare ad accarezzare il bellissimo setter rosso Kenny, che ci guarda con occhi languidi, stremato dalle gite che pretende e vuole.

A questo punto il criceto mi prende da parte e mi confessa che, essendo finita la trasferta a Vipiteno e avvicinandosi il sabato in cui approderemo al Laido degli Estensi, ha deciso di lasciarmi e di trascorrere il resto della sua vita tra i prati e valli in fior, qui dove la natura ha ancora senso. Rispondo immediatamente: Gerne! tradotto ‘Volentieri!’; così dopo una strofinatina alla guancia, il criceto sceglie la libertà e si dissocia dal suo umano.

Nei lunghi anni qui trascorsi però ancora mi scuote questa interiezione, che ad ogni istante risuona, pronunciata con tono gentile e suadente: ‘Volentieri!’. Le ragazze del ristorante, che ogni sera indossano un costume diverso e nascondono la loro bellezza dietro la mascherina, parlano con gli occhi e, proponendo piatti o levandoli, accompagnano il cambio e il servizio con questo termine ‘Volentieri’ che traduce il tedesco Gerne e che esprime cortesia e buona volontà.

Mi dice il coltissimo Peter, che sarebbe il corrispettivo francese ‘pas de quoi’, ma è estremamente confortante sentire quel ritornello, anche se a volte residui di giovinezza, forse sprecata, m’inducono a pensare a certi servizi a cui favolose ragazze a precise richieste avrebbero potuto rispondere “Gerne!”

Imbottiti di cibo, di attenzioni e di pigrizia ogni mattina ci facciamo accompagnare in centro e ‘volonterosamente’ ci accodiamo alla massa che pazientemente percorre, come spinta da un destino il lungo corso, e qui  assistiamo a imprevedibili cambiamenti. I polpacci nerboruti delle squadre di ciclisti che abbandonano il loro cavallo d’acciaio per meritarsi una sanguigna grappa si trasformano in braccia altrettanto polpose; le loro compagne, provviste di poderosi ‘lati b’, trasferiscono quell’abbondanza sul petto, si muovono con solenne impaccio e trafiggono il riguardante sotto la continua e mai elusa protezione della mascherina. Dal mio osservatorio dietro una tazza di caffè vedo confondersi i tatuaggi che migrano impazziti e, monotono, alla mia richiesta di un nuovo ‘hugo’ risuona il ‘volentieri’, che mi schiaccia e mi ricolloca al mio posto.

A poco a poco mi prende anche la pigrizia libraria. Trascino faticosamente la lettura di tre testi che mi parevano interessanti da leggere, compreso l’ultimo romanzo dell’amico Hans Tuzzi/Adriano BonNessuno rivede Itaca, candidato al premio Dessì e lo trovo eccellente. Se mi si chiedesse un parere e se potessi premiarlo, risponderei “Gerne-Volentieri”. Ma ancora una volta l’attenzione si rivolge al mio Cesarito. Covid permettendo, aspetto con ansia la riconferma delle celebrazioni pavesiane a Parigi e a Torino e lotto con la caparbietà propria dei diversamente giovani costringendomi a leggere in e/book l’ultimo prodotto degli studi pavesiani: Pavese nel tempo a cura di Antonio R. Daniele e Fabio Pierangeli. Il percorso è faticoso e sicuramente alla proposta di poterlo leggere in cartaceo immediatamente risponderei “GERNE!”.

Non passo per Ferrara, dove l’accesso al Centro Studi bassaniani è ancora negato. Si deve procedere alla sanificazione; ma obbietta ancora il mio criceto, che rispunta fuori da un delizioso cespuglio di rose: “ma quando mai la sanificazione è necessaria dopo che libri e carte del Centro sono intoccati da almeno 4 mesi?”. Certo, capisco – relativamente – il poderoso lavoro a cui si devono sottoporre i lavoratori librari, ma esorterei l’Amministrazione a procedere più speditamente a porre questa necessità tra le primarie e a rispondere “Gerne!”. Purtroppo so che in questo momento non sono molto graditi miei consigli, così mi ritiro nel Laido degli Estensi, sperando che gli albatri, che mi guardano minacciosi dalle cime dei pini, alla mia educata richiesta di non mollarmela in testa possano rispondere: “VOLENTIERI/GERNE!”

PER RICORDARE GIORGIO BASSANI

Nel ventennale della scomparsa di Giorgio Bassani serve ancora oggi capire come ogni suo libro che comporrà quel testo definitivo chiamato Il romanzo di Ferrara vada letto, adoperandosi a riconoscere oggetti, pitture, luoghi che l’autore incontrò nella sua esistenza e che saranno trasformati in quell’universo autoriale, di cui lo scrittore è l’unico creatore e l’unico responsabile. Bassani fu sempre molto attento a tenere distinti i piani della creazione artistica e ritrovare i segni del ‘reale’ nella scrittura e oltre, che permettano di concludere e interpretare questa creazione. Così come Micòl non può essere la copia di qualche giovane donna incontrata nella sua avventura esistenziale, ma tutte queste servono a creare la vera Micòl, quella che solum è sua e di cui può dirsi il creatore. Così l’esistenza offre la capacità necessaria  a ‘scegliere’ e a integrare il modello vivo nella mente dell’autore.

Un oggetto che nella sua necessaria consistenza diventa integrante al suo lavoro di scrittore è la sua macchina da scrivere, che lo seguì in tutta la sua vita e che generosamente fu donata ad Anna Ravenna dalla segretaria di Bassani alla sua morte ed ora è visibile al Centro studi bassaniani di Ferrara. Nel romanzo Il giardino dei Finzi-Contini il protagonista si è trasferito nello studio del professor Ermanno Finzi Contini, generosamente messogli a disposizione dopo che è stato cacciato per le leggi razziali dalla Biblioteca Ariostea:
“Cosa combini? Stai già ricopiando? – gridò allegro. Mi raggiunse e volle vedere la macchina. Si trattava di una portatile italiana, una Littoria, che mio padre mi aveva regalato qualche anno prima, quando avevo superato l’esame di maturità. Il nome della marca non provocò il suo sorriso come avevo temuto. Anzi. Constatando che ‘anche’ in Italia si producessero ormai delle macchine da scrivere che, come la mia avevano l’aria di funzionare alla perfezione, parve compiacersene.” ( GIORGIO BASSANI, Il giardino dei Finzi-Contini in Opere a cura e con un saggio di Roberto Cotroneo, Mondadori, I Meridiani, Milano 1998, pp.494-495.)

foto di Lorenzo Caruso

Storie di Jor.
Nel Giardino si legge:
“Di là dal muro si levò a questo punto un latrato greve e corto, un po’ rauco. Micòl girò il capo, gettando dietro la spalla sinistra un’occhiata piena di noia e insieme d’affetto. Fece una boccaccia al cane, quindi tornò a guardare dalla mia parte.
– Uffa! – sbuffò calma . – E’ Jor.-
-Di che razza è? –
-E’ un danese. Ha un anno soltanto, ma pesa quasi un quintale. Mi tiene sempre dietro. Io spesso cerco di confondere le mie tracce, ma lui, dopo un poco, sta pur sicuro che mi ritrova. E’ ‘terribile’ ” (Il giardino dei Finzi-Contini in op.cit, p.356).
Si presenta così uno dei personaggi principali della storia di Micòl che fedelmente accompagna la padrona e il narratore alla scoperta dell’universo segreto del giardino e della magna domus.
La presentazione, che si conclude con quel ‘terribile’, proprio del finzi-continico di Micòl, si riallaccia nella realtà a una serie di cani posseduti, amati, spartiti tra la tribù dei Bassani e soprattutto allevati, protetti e difesi da Dora, la madre di Paolo, Jenny e Giorgio. Le storie di questi pelosi, raccontatami con le fotografie qui accluse da Dora Liscia che qui ringrazio, si estendono nel tempo e non contemplano solo i cani Bassani, ma si ampliano a una possibile altra discendenza, quella esibita dal ramo Magrini della famiglia di Andrea Pesaro, che esibiscono anche loro uno Jor. L’unica differenza la I iniziale al posto della J.

Ferrara, casa Magrini. Albertina Bassani Magrini, Silvio Magrini, Andrea Pesaro e Renata Pesaro e il cane Ior

Per la famiglia Bassani fondamentale fu il rapporto con Lulù, un fox- terrier fotografato qui in braccio a Paolo; poi nella seconda foto assieme all’elegantissima madre dei fratelli Bassani e ancora lungo un canale. Dori Liscia racconta che alla partenza di Ferrara Lulù, già vecchio, non voleva abbandonare la casa di via Cisterna del Follo, ma un provvidenziale malore lo fece morire prima del trasloco. Un’altra Lulù entrò poi nella vita dei Bassani, questa voluta da Jenny, che la trovò incatenata presso un contadino nella campagna toscana. Il marito, dottor Liscia, pronunciò solennemente che mai un cane sarebbe entrato in casa sua, ma quando la moglie ritornò con Lulù il giorno dopo dormivano nel letto assieme e, come asserisce la figlia, per tutto il tempo che visse il padre stava sulla punta della seggiola per non disturbare la reginetta di casa.
Altri cani vennero a rendere più lieta la vita della famiglia: dal bassotto Mimì, al barboncino Kiki e ai meravigliosi afgani del fratello Paolo. Quando nella vecchiaia della madre lo scrittore veniva a trovarla a Ferrara, sempre la trovava con un cane in grembo, finché s’accorsero che quel cagnolino aveva perso quasi completamente il pelo e la Jenny di nascosto lo sostituì con un altro.
Dei cani direttamente posseduti dallo scrittore poco si sa ma è fondamentale capire come la vita di tanti pelosi reali crearono l’immagine di Jor il compagno fedele della castellana del mitico giardino.

Lulù
Lulù

Champs (afgano biondo) Kushka ( afgano nero)
Champs e Kiki

Altri luoghi vissuti contribuirono a rendere ‘reale’ il giardino che non esiste a Ferrara dei Finzi-Contini, tra cui il gruppo delle palme del deserto.
C’era in fondo alla radura del tennis, per esempio, ad ovest rispetto al campo, un gruppo di sette esili, altissime Washingtoniae graciles, o palme del deserto, separate dal resto della vegetazione retrostante […] Ebbene , ogni qualvolta passavamo dalle loro parti, Micòl aveva per il gruppo solitario delle Washingtoniae sempre nuove parole di tenerezza. – Ecco là i miei sette vecchioni – , poteva dire, – Guarda che barbe venerande hanno! – (op.cit., p. 408.)
Si sa che la mancanza di conoscenza della flora da parte dello scrittore veniva integrata da accurate escursioni all’Orto botanico di Roma, dove appunto esisteva ed esiste il gruppo delle palme. Una tecnica che anche negli estremi anni della sua vita lo portava a visitare luoghi reali, per poterne trarre materia di racconto. Come racconta Portia Prebys nella casa di Roma davanti al letto c’era una preziosa carta topografica di Roma, quella celebre del Nolli, che ora è stata trasportata al Centro studi bassaniani.

Al suo risveglio, lo scrittore la osservava e, puntando il dito sulla zona di Roma che gli interessava vedere, vi si recava o con la sua macchina, o facendosi accompagnare. E l’antica ossessione del ‘vedere’, superbamente espressa in un famoso passo del Giardino dei Finzi-Contini. Il protagonista sta celebrando con i suoi familiari la Pasqua. Attende con ansia di telefonare o ricevere una telefonata da Micòl e il suo sguardo vaga per la stanza da pranzo della sua casa, ritmato dall’incipit ‘Guardavo’: “Io guardavo mio padre e mia madre[..] Guardavo Fanny[…] Guardavo in giro zii e cugini[…] Guardavo la vecchia Cohen […] Guardavo infine me, riflesso dentro l’acqua opaca della specchiera di fronte, anch’io già un po’ canuto, preso anch’io nel medesimo ingranaggio, però riluttante, non ancora rassegnato” (op. cit., pp.478-479).
Anche qui e a maggior ragione, la specchiera e il salotto di casa Bassani sono reali come attesta questa foto.

Guardare dunque costituisce la fondazione dell’operazione scrittoria. Guardare dunque il reale per vederne le possibilità di creazione.
Molto poi si è scritto delle copertine dei suoi testi che, per tutto il tempo che visse lo scrittore, vennero sempre da lui scelte, come integrazione e commento al testo. Un capitolo affascinante dell’esegesi bassaniana condotta in primis da Anna Dolfi e da chi scrive queste note. Si trattava ancora – e se è possibile – di condurre in modo ancor più raffinato e complesso il rapporto tra vedere e scrivere. Significava in fondo creare, più che un paratesto o un commento, un unicum che giustificasse la creazione. Ancor più paradigmatico il caso della prima edizione del Giardino, dove nel testo viene inserita una celebre litografia di Morandi, che riproduceva il campo da tennis dei giardini Margherita di Bologna, dove nella ‘realtà’ si svolgevano le partite tra Bassani giovane campione e i suoi amici, arbitro Roberto Longhi.

A questo punto mi sembra di poter affermare ancora una volta ciò che avevo scritto nel mio saggio apparso su Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani, Edisai, 2019: “Nella poetica bassaniana la possibilità rappresentata dalle copertine come modo di spiegare il testo o di metterne in luce le valenze segrete, diventa necessario, senza dover ricorrere a un troppo corrivo paragone di ut pictura poësis. Occorre invece cogliere nelle indicazioni di quelle pitture, di quegli autori scelti, le spie o tracce del modo di narrare dello scrittore e soprattutto del modo di ‘vedere’.” (p.195) .
Dunque una scelta d’autore come dichiarazione di poetica.
Vorrei concludere con un caso assai sintomatico:

Questa copertina riproduce una traduzione nordica de Il giardino dei Finzi-Contini. Il termine italiano del titolo viene sostituito col nome della protagonista, ma soprattutto la bionda Micòl viene rappresentata come una bruna mediterranea scollacciata, secondo l’interpretazione corrente delle ragazze italiane e per questo, come per la macchina da scrivere ‘Littoria’, ha un posto d’onore nella vetrinetta che al Centro studi bassaniani custodisce il manoscritto del Giardino e la macchina da scrivere. Potenza del vedere!

Foto di Lorenzo Caruso per il Centro studi bassaniani di Ferrara

DIARIO IN PUBBLICO
Il Bassani nascosto

I pelosi

Stella
Bob

Bob è di Laura Sensi, Stella di Linda Mazzoni e Claudio Gualandi. Da quando sono passato al ruolo di criceto mi osservano con sempre maggior sospetto, domandandomi con leggeri uggiolìi e leccatine discrete cosa sta succedendo. Imbarazzato, rispondo che mi sfugge un video su Bassani, che il Comune di Ferrara ha prodotto su un’idea dell’assessore alla cultura Marco Gulinelli che, in teoria, dovrebbe essere il mio superiore nella gerarchia di quell’assessorato. Ma come mai? La storia è lunga e va brevemente riassunta. Quando venne firmato l’atto di istituzione della donazione Prebys alla città di Ferrara e la nascita del Centro studi bassaniani, tra le condizioni ineliminabili c’era che chi scrive questa nota sarebbe diventato co-curatore del Centro da parte del Comune. In altre parole ho dovuto assumere il ruolo di dirigente comunale (sic!), che avrebbe dovuto sorvegliare il buon funzionamento del Centro e riferire al suo diretto superiore: l’assessore. Negli anni in cui è avvenuto, anno dopo anno, il passaggio di opere straordinarie appartenute a Bassani e donate dalla prof. Prebys e dagli altri eredi, i Liscia per la sorella Jenny e gli altri eredi del fratello Paolo, il Centro sempre più assume il ruolo di una biblioteca, che lavora in perfetta concomitanza con la maggiore delle nostre biblioteche: l’Ariostea. Qui al Centro sono custoditi alcuni manoscritti di Bassani, quadri preziosi, i mobili, i libri, materiale fondamentale, tanto da diventare l’intero complesso un punto ineliminabile di riferimento per gli studiosi dello scrittore. In più il Centro è allocato in uno dei più bei palazzi ferraresi, appartenuto alla famiglia Minerbi, il cui capostipite Giuseppe fu amico intrinseco dello scrittore e a cui Bassani dedicò L’airone.

Da una nota di un giornale locale frattanto vengo a sapere che, in tempo di celebrazioni del ventennale della morte dell’autore, sarebbe stato prodotto un video, che intendeva onorare la memoria dello scrittore. Interpellata, la prof. Prebys mi assicura che neanche a lei era stata annunciata quella iniziativa, estremamente legittima, ma a cui forse sarebbe stata auspicabile un’informazione diretta. Così, un poco sconcertato, chiedo quando avrei potuto vedere il video. Mi si dice che la visione sarebbe avvenuta nel programma di Marzullo Mille e un libro, che come molti sanno, comincia alle 1.35 di notte. Armato di pazienza punto la sveglia e alle 1 mi pongo davanti alla tv, dove alle 2.45 finalmente riesco a gustare, da buon criceto, il video in questione. Sulle note di una celeberrima poesia di Bassani, Rolls Royce, sfilano in bianco e nero le immagini di quella Ferrara che lo scrittore ricorda, immaginando quel viaggio attraverso la città compiuto da morto. La voce dello scrittore si mescola con quella della figlia Paola, della nipote, dei due fratelli Sgarbi, amici di famiglia e con quella di due attori, che Bassani conobbe allorché insegnava all’Accademia di Arte drammatica di Roma. Il tutto sotto la sapiente organizzazione dell’assessore Gulinelli.  Ma da criceto perplesso domando: “Ma perché non sono stato informato di quella lodevole iniziativa? Quali sono i motivi di questo silenzio?”

Lo so Bob e Stella. Non sempre le ragioni di questa città collimano con l’evidente interesse (culturale) della stessa. Mi ricordo che in un bellissimo romanzo di Eshkol Nevo, Nostalgia, di questo sentimento si dà una definizione assai pregnante, che si riassume nel concetto dell’altrove. ‘Essere altrove’ è nostalgia. Così alle tre città a cui ho dedicato il mio lavoro: Ferrara, Firenze, Bassano forse avrei potuto cedere alla nostalgia. Essere a Venezia per esempio e fare di Ferrara il luogo dell’altrove. Vivissimo ricordo è quello che mi affiora alla memoria in un colloquio fiorentino con Giorgio. Io abitavo a Bellosguardo, in un luogo sublime. L’architetto che restaurò quella casa aveva creato a Fiesole una abitazione per Bassani, che non volle mai andare ad abitarvi. Per lui il luogo della sua ‘ferraresità fiorentina’ era il Grand Hotel, o l’Hotel de la Ville, dove ricreare la sua nostalgia di Ferrara. Che nulla ha a che fare con, per me, improprio paragone che Vittorio Sgarbi crea tra Ariosto e Bassani. Ma si sa, amici pelosi, queste riflessioni possono essere tenute in considerazione da un povero criceto?
Ferrara quanto mi costi ancora oggi. Vado a dormire presto. Devo recuperare la notte insonne alla ricerca del Bassani perduto, o reso invisibile.

La vita fugge et non s’arresta una hora

L’aveva promesso l’amico Monini che Ferraraitalia non avrebbe parlato di Coronavirus [qui] ottenendo la mia completa adesione se non fosse che… il mio Diario ne deve per forza parlare proprio per le ragioni uguali e inverse che Francesco citava. Una specie di maledizione s’abbatte sulla settimana che per me doveva essere scientificamente tra le più importanti dell’anno: la partecipazione al Convegno organizzato a Milano per la mostra Canova-Thorvaldsen, la visita a quelle con ascendenti culturali ‘ferraresi’ vale a dire quella su George de la Tour organizzata da Francesca Cappelletti e quelle su de Pisis e de Chirico. Una vera orgia!

E all’ultimo momento, l’insidioso virus cancella tutto. A Ferrara, mesi di preparazione avevano permesso di organizzare una book presentation al Centro Studi Bassaniani per il 4 marzo, giorno dell’anniversario di nascita di Giorgio Bassani. Anche quella è saltata. Ma l’aura malefica s’abbatte anche su comuni imprese, quali quelle legate alla compera di una nuova macchina del caffè e al provvedere alla rottura di un telefono fax. Contatti trepidanti, ora che ho venduto la macchina, ai drivers che mi avrebbero dovuto portare all’acquisto. Incoraggiato dalla disponibilità, mi reco in un centro specializzato dove scelgo l’oggetto forse più amato da mia moglie ma, misteriosamente, l’infernale macchina si rifiuta di eseguire le sue funzioni, allagando piani d’appoggio e procurandoci preoccupanti nevrosi. Riportata al negozio, funziona superbamente! Alla fine faccio la voce grossa e impongo un cambio con una più cara, mi viene riluttantemente concesso, annullando lo sconto del 40% della precedente.

Ben più complessa la vicenda del telefono/fax. Accompagnato da un carissimo amico, straordinario conoscitore di quegli aggeggi, gagliardamente ci avviciniamo al banco e veniamo tacciati di incompetenza con una smorfia di disprezzo: non ne fanno più! Organizza quindi, il competente, un complesso sistema di comunicazione fax che ora mi produce palpiti d’angoscia perché sbaglio desolatamente tutto. Ma verranno tempi migliori, e trionfalmente vincerò come cantava Pavarotti, fregandomene del virus (forse).

Mi reco al Teatro Comunale domenica mattina, riluttante di affrontare folle, ma curioso del concerto della Chamber Orchestra. Ne sono ripagato a iosa. Tra i più belli degli ultimi dieci anni!! Ma il balletto delle distanze era altrettanto impagabile: i baci si mandavano da lontano, gli abbracci vigorosi che di solito sanciscono il ritrovo sotto il segno immortale della musica tra i musicofili, erano sostituiti da finzioni – quasi fosse un racconto di Borges – mentre sventolando salviettine da mani mi rannicchiavo nel mio posto  il primo della fila) e osservavo due meravigliose bambine nel primo palco di non più di 5/6 anni che accompagnavano la musica, fingendo di suonare il piano sull’orlo del palco e stringendosi voluttuosamente nei momenti più alti alla loro bella mamma. Sono andato (come non potevo?) a congratularmi con quelle fatine e all’uscita tutti, dico tutti, si stringevano mani e si abbracciavano presi dal fascino di quella musica. Altro che coronavirus “Pussa via!”.

Alla sera un grave dilemma: vedere Che tempo che fa, invaso da virologhi e cantanti sanremesi senza pubblico, oppure seguire la nuova puntata della stupenda shop opera La vita promessa? Abbiamo optato per un mezzo e mezzo, il che non ha prodotto gran risultati. E mentre laboriosamente l’intero lunedì lo passo a costruire una recensione comme il faut al volume di Vittorio Emiliani dedicato a suo fratello Andrea, tra i miei più cari e indimenticabili amici, la sera ci affrettiamo al cibo per accomodarci in poltrona a seguire la nostra amatissima L’amica geniale. I commenti seguenti sembrano degni di Dante o del film disneyano dove imperava Crudelia Demon. Tengo per la cattivissima e infelice Lila, mentre trovo goffa e stupidella fino al masochismo (come si fa a concedersi per la prima volta all’orrido Sarratore padre infame e orrendo umarél?) la paciosa Lenù. Non mi capacito come Lila avesse potuto sposare il carnoso Stefano, quindi bene ha fatto a consolarsi con lo snello Nino. Certo che brave quelle due ragazzine diventate attrici nel giro di un anno. Medito di andare in libreria a comprarmi i volumi seguenti della Ferrante, ma mi trattiene un pizzico di dignità purtroppo accademica.

Frattanto seguo con ironia e disgusto le vicende culturali ‘fraresi’. Non commento, ma ribadisco che certe situazioni le hanno volute, anzi, evocate e provocate proprio quella parte politica che ora sta all’opposizione.
Parlo con nostalgia e affetto con l’amica Simonetta della Seta che lascerà il Meis per affrontare un importantissimo incarico in Israele, dove la raggiungerò a settembre per compiere l’ormai mitico viaggio in quello stato. Trepido nel frattempo a organizzare il viaggio a Dublino per visitare i miei nipoti, ma anche a dover decidere le vacanze romane di marzo per il mio compleanno. Certo, se non apriranno la mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale, le rimanderò.
Dai Coronavirus smettila! Lasciami andare incontro alla bellezza. Sto diventando troppo diversamente giovane! La vita fugge et non s’arresta una hora, cantava quel menagramo di Petrarca. E per farsi sentire, sparge il virus sui suoi amati Colli Euganei.

DIARIO IN PUBBLICO
Tra visività e narrazione: Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani

Alla fine del percorzo(naturalmente con una bella zeta al posto della essce ferrarese: fa più fino!) sono onorato, sul giornale che ospita la mia rubrica ‘Diario in pubblico’, di trarre le conclusioni dell’opus magnum che ho avuto l’onere e l’onore di portare in porto assieme agli amici carissimi.
Mi riferisco al volume ‘Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani’ (Ferrara, EdiSai, 2019). Consta di circa 400 pagine e di 380 fotografie una gran parte di esse inedite. Questo lavoro voluto pervicacemente da Portia Prebys – compagna degli ultimi 25 anni di vita di Giorgio Bassani – e da chi scrive queste note, ha uno scopo dichiarato: produrre un documento fondante legato al Centro Studi Bassaniani. Prebys, donando al Comune di Ferrara arredi, mobili e soprattutto libri, più di 5000, tra cui due importanti manoscritti dello scrittore – ‘Gli occhiali d’oro’ e ‘L’airone’ – e la copia unica del Giardino dei Finzi-Contini, oltre a documentazioni appartenute a lei e a congiunti e amici di Bassani, ha permesso la realizzazione del Centro situato nella casa Minerbi di via Gioco del Pallone, che viene a far parte della dotazione dei Musei civici ferraresi. Il Centro quindi appartiene a Ferrara e deve progredire e svilupparsi. Ecco allora la necessità di renderlo attivo e in progress come si conviene a un museo ma soprattutto a un centro dove possano recarsi studiosi e studenti e dove sia possibile sviluppare cultura.
L’idea del libro è stata raccontare per immagini la vita dello scrittore. E’ noto quanto Bassani fosse attratto dall’esperienza visiva da lui ritenuta complementare alla scrittura. Basti pensare a come le copertine dei suoi libri, scelte non a caso dall’autore tra i pittori più vicini al suo universo artistico (tra gli altri de Pisis, Cavaglieri, de Staël, Bacon, ma soprattutto Morandi), integrino il racconto stesso. Abbiamo dunque pensato, attraverso la ricapitolazione dei capitoli fondamentali della sua biografia affidati ai maggiori specialisti dell’opera bassaniana, nove in tutto, di ‘narrare’ l’esperienza della vita e dell’opera per mezzo di una tecnica artistica quale la fotografia. In più, il necessario commento critico è stato integralmente tradotto in inglese da Portia Prebys per renderlo fruibile anche a lettori non italiani con la lingua ormai universale. Non è mancato il sostegno del Comitato nazionale per le celebrazioni del ‘Centenario della nascita di Giorgio Bassani 1916-2016’ indetto dal Mibac, che nei suoi tre anni di attività ha sponsorizzato il volume anche con un apporto economico.

Da sx Daniele Ravenna, Teresa Gulinelli, Claudio Cazzola, Portia Prebys, Gianni Venturi, Giovanni Lenzerini, Dora Liscia e Alessandra Guzzinati

La storia narrata e fotografata s’apre con il capitolo ‘Storie di famiglia’ curato da Dora Liscia, professore di arti decorative (una volta si diceva ‘minori’) all’Università di Firenze. Dora ha tutti i titoli per narrare le vicende della famiglia Bassani, essendo figlia della sorella di Giorgio, Jenny. Scorrono le immagini degli avi che tanta importanza hanno avuto nella storia e negli scritti bassaniani, a cominciare da Cesare Minerbi, il grande clinico nonno di Giorgio. Ritorna una Ferrara ormai consegnata al mito con le inclusioni del dialetto che solo la classe inferiore o i grandi borghesi e nobili potevano parlare. Sono visibili i documenti del periodo delle persecuzioni, alcuni straordinari, come le tessere annonarie contraffatte o i salvacondotti rilasciati da Italo Balbo, amico di famiglia.
Si prosegue con il capitolo affidato a Claudio Cazzola, acutissimo indagatore degli anni del Liceo Ariosto dove Bassani passò gran parte della sua adolescenza intervallando lo studio alle attività sportive, tra cui ovviamente spiccava il gioco del tennis. Bassani rimase affascinato della figura del suo professore di latino e greco, il mitico professor Viviani immortalato nel romanzo ‘Dietro la porta’ e scomparso nei campi di concentramento, a cui Cazzola ha dedicato recentemente il volumetto ‘Ars poetica. I classici greci e latini nell’opera di Giorgio Bassani’ (Firenze, University Press, 2018).
Non poteva mancare un capitolo su ‘L’arte del tennis’ a cura di Umberto Caniato che ripercorre con rarissime foto d’epoca le vicende del Tennis Club Marfisa, frequentato dalla buona società ferrarese, da cui furono cacciati gli ebrei con la promulgazione delle leggi razziali e la ripresa nel dopoguerra anche da parte di coloro che scamparono alla Shoah.
Daniele Ravenna, figlio di Paolo e nipote del Podestà ebreo di Ferrara, ricorda nel suo ‘Memorie di un amicizia’ lo straordinario legame che unì il padre Paolo a Giorgio e alla famiglia della madre, Roseda Tumiati: un pezzo straordinario sulla Ferrara prima e dopo il secondo conflitto mondiale.
Successivo il capitolo di Anna Dolfi, professore all’Università di Firenze e tra le più autorevoli studiose dello scrittore e della letteratura del Novecento: ‘La vita che mi desti. Bassani tra maestri e amici da Ferrara a Bologna, a Roma’ indaga i rapporti di amicizia e di contiguità culturale con gli scrittori e critici più importanti del secolo breve. Si va dagli amici sardi approdati alla Normale di Pisa e da qui a Ferrara, tra cui Giuseppe Dessì, Mario Pinna, all’incontro con gli intellettuali ferraresi che scrivevano sulle pagine del ‘Corriere padano’, la cui terza pagina era diretta da Giuseppe Ravegnani. Poi gli amici dell’Università bolognese alla corte di Longhi, tra cui Attilio Bertolucci e i suoi figlioli Giuseppe e Bernardo, i due fratelli Arcangeli e Franco Giovannelli e in seguito l’incontro con Mario Soldati, l’amico di una vita. Al Centro studi Bassaniani c’è il tavolo dove sedevano – massimo otto – gli scrittori romani tra cui Moravia e Pasolini.

Il capitolo successivo di Gianni Venturi, ‘Tra scrittura e pittura. Una scelta bassaniana’, s’interessa delle immagini che ornano le copertine prime edizioni dei romanzi e poesie bassaniani per vederne il nesso tra la scelta del pittore in corrispondenza con il tema della narrazione: Cavaglieri, de Pisis, Balla, de Staël, Bacon e l’onnipresente Morandi che diventano il filo conduttore di un rapporto scrivere=vedere.
Un prezioso dono di Andrea Emiliani ci ha permesso di riprodurre foto inedite di Paolo Monti i cui scatti riproducono l’esterno e l’interno di Palazzo dei Diamanti e la via degli Angeli dove fittiziamente Bassani nel suo romanzo più famoso, ‘Il giardino dei Finzi-Contini’, collocò il celebre parco.
Roberto Roda in ‘Bassani e l’immagine fotografica di Ferrara’ propone una stimolante lettura delle fotografie dedicate alla città su committenza di Bassani stesso che le volle per una sua conferenza tedesca usando quelle davvero bellissime di Enrico Baglioni.
Ancora Gianni Venturi in ‘Una lunga amicizia: Guido Fink’ traccia il profilo di un discepolo, suo allievo alla scuola del Ghetto, quando gli studenti ebrei furono esclusi dalle scuole e dalle Università e dove Bassani, giovanissimo laureato, raccolse attorno a sé amici e parenti, tra i quali Guido Fink, destinato a una brillantissima carriera di studioso di cinema e di professore universitario di letteratura anglo-americana nonché nominato direttore dell’Istituto italiano di cultura a Los Angeles, lo stesso anno in cui all’amico Roberto Benigni venne conferito l’Oscar per ‘La vita è bella’.
Il volume si conclude con la folta e affascinante narrazione degli anni romani trascorsi da Bassani nella casa di Portia Prebys a Roma, quella casa che ora è stata trasportata negli arredi e nei mobili a costruire l’ambiente del Centro studi Bassaniani. Un racconto davvero unico dove la fotografia conclude ed esalta un amore e una fedeltà amicale che Portia Prebys ha voluto pervicacemente dedicare allo scrittore e all’uomo della sua vita.

DIARIO IN PUBBLICO
A Ferrara, e non solo, si diffonde la ‘bassanite’

Alla straordinaria mattinata dedicata al Premio Bassani, durante la quale l’indaffarata (culturalmente) Ferrara si è data appuntamento al Ridotto del Teatro Comunale Claudio Abbado per plaudire Sergio Rizzo vincitore del Premio Bassani 2018 e Luca Borzani segnalato come premio speciale della Giuria, la presenza dei giornalisti e televisione ferraresi era assai scarsa se non del tutto assente. Peccato. Perché le parole di commento dei due premiati sul merito e sul demerito delle amministrazioni statali, regionali, comunali sulla difesa dell’ambiente, ma soprattutto – come ci ha spiegato l’urbanista Mauro Baioni nella sua lectio magistralis dal titolo eloquente: ‘La città non è solo un affare’ – le responsabilità che ognuno di noi ha verso quella struttura mentale, economico, politica, ambientale che è la città avrebbero svegliato molte menti che, anche in una città ben governata come la nostra, sembrano in sonno.
Bene ha fatto il sindaco di Ferrara a ribadire nel suo fine mandato punti fermi su questo problema con chiarezza e dignità e bene ha fatto la presidente nazionale di Italia Nostra Mariarita Signorini a sottolineare, lei fiorentina, la grande e a volte disperata situazione di una città come la sua – e in parte anche mia – o di Napoli o di Roma.

I giurati del Premio Bassani ritengono conclusa la loro attività, ma raccomandano al valente presidente della sezione ferrarese di Italia Nostra, architetto Andrea Malacarne di proseguire a rendere sempre più stimolante quel premio che si intitola allo scrittore di Ferrara, offrendogli comunque la loro esperienza e il loro contributo culturale.
Così Alessandra Mottola Molfino, presidente del Premio Bassani, ha commentato questa decisione e questa tornata del premio: “Nel mio breve intervento di presentazione dei premiati ho voluto ripercorrere la storia di questo premio: dandone merito ai suggerimenti di Paolo Ravenna (allora ero presidente nazionale), sottolineando che è il nome di Bassani a rendere prestigioso questo premio, ripetendo i nomi dei premiati con due parole per ciascuno di loro e per le battaglie che insieme a Italia Nostra avevano sostenuto negli otto anni di vita del premio. Ho fatto anche un accorato elogio dei giornalisti, oggi in Italia offesi e minacciati (ho citato anche i casi di Ostia), e delle loro precarie condizioni di lavoro, che impediscono ai giovani di fare inchieste e di crescere nella professione. Ho ringraziato la sezione di Ferrara e il suo presidente Andrea Malacarne che hanno sempre organizzato al meglio queste occasioni di apprendimento e riflessione per tutti, e ho ringraziato la nuova presidente nazionale per il supporto che sempre il Consiglio Direttivo Nazionale ha dato a questa iniziativa. Ben decisa a rinunciare alla mia ‘prestazione’ nella giuria, ho poi offerto ad Andrea la mia disponibilità per consigli utili alla prosecuzione del premio, pur in altre forme, ma sempre legandolo a Ferrara e a Bassani”.
Alla sua decisione presa in comune si sono attenuti tutti i membri della Giuria.

E nel pomeriggio la ‘bassanite’ si fa più intensa con molte manifestazioni che rimandano alla presenza centrale dello scrittore nella vita e n’esperienza cittadine.
In città si trovavano i Quilici che hanno donato una stampa della pittrice Mimì Quilici Buzzacchi alla Fondazione Bassani, ma significativa anche la presenza del traduttore dell’intero romanzo di Ferrara nell’edizione inglese e americana: Jamie McKendrick.
Domenica lo stesso McKendrick, il poeta traduttore di entrambe le edizioni inglese e americana del “Romanzo di Ferrara/The Novel of Ferrara”, ha parlato a Teatro Off presentando e commentando la sua meritevolissima fatica. McKendrick è un conosciutissimo poeta inglese che, affascinato dalla scrittura di Giorgio Bassani, per anni si è dedicato alla traduzione (che è più di una traduzione e diventa in un certo senso un’opera originale) del capolavoro del nostro scrittore.
Lino Pertile il caro amico che insegna a Harvard, ma per anni ha insegnato in Inghilterra ed è stato direttore della Villa I Tatti, sede italiana di Harvard, mi invia la favorevolissima recensione apparsa nella NY Times Literary Review, supplemento settimanale del NY Times, del lavoro di Mc Kendrick e conclude: “E speriamo tu veda il McKendrick che è poeta di Liverpool come i Beatles!”. E’ dunque con orgoglio e curiosità che ho ricevuto lo scrittore al Centro Studi Bassaniani dove gli ho illustrato Casa Minerbi dal Sale con i meravigliosi affreschi e quindi il Centro con tutti i ricordi e le storie e gli oggetti appartenuti a Bassani e in parte alla sua famiglia.

La fama del ‘nostro’ poeta sta dunque affermandosi sempre di più. Come mi ha assicurato chi era a New York, la sala dell’Istituto di cultura italiano che presentava la traduzione era colma.
Ed ora uscirà tutta la produzione libraria elaborata nel triennio delle Celebrazioni.
Al Meis intanto la mostra di Karavan sul bozzetto dell’opera dedicata a Bassani tiene banco e fra poco uscirà anche il film dedicato da Noa Karavan al romanzo bassaniano: ‘Il giardino che non c’è’. Finalmente potremo esclamare: “Felix Patria”.
Fino a quando? Ma questo è un altro discorso.

Testimonianza: democrazia del pensiero e della parola

Per una sera il tempo sembra esseri fermato. Presento a Firenze un volume straordinario: gli atti del Convegno ‘Gli intellettuali/ scrittori ebrei e il dovere della testimonianza. In ricordo di Giorgio Bassani’, a cura di Anna Dolfi (Firenze University Press). Con me e la curatrice, David Palterer e Portia Prebys. La sala è strapiena: 90 persone. Ad assistere i nipoti di Bassani David e Dora Liscia, intellettuali ebrei come David Vogelmann della casa editrice Giuntina e una serie di studenti, allievi di un tempo e colleghi. In quasi due ore di colloquio si sviluppa un dialogo straordinario sul dovere-diritto della testimonianza che la recente decisione polacca riporta ad anni bui. A questo proposito scrive ‘La stampa’: “La Camera alta polacca ha approvato con 57 voti favorevoli contro 23 contrari e 2 astenuti la legge controversa sui campi di sterminio della Seconda guerra mondiale. La legge stabilisce pene fino a tre anni di carcere per chiunque si riferisca ai campi nazisti come campi “polacchi” o accusi la Polonia di complicità con i crimini della Germania nazista. Ora il provvedimento dovrà essere firmato dal presidente Andrzej Duda, che ha il potere di bloccarlo e imporre modifiche. “E’ negazione dell’Olocausto””. Una vicenda complessa che apre un non richiesto, per i tempi, contenzioso proprio nel momento nel quale i venti dell’ultradestra soffiano violenti su molte nazioni europee.

In questo modo la presentazione del volume al Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah-Meis che avverrà il prossimo 1 marzo assume una importanza significativa. E’ già stato autorevolmente affermato che i contributi degli Atti rivestono un significato scientifico, sociale ed etico di grandissimo valore ed è per questo che a parlarne al museo dell’ebraismo italiano saranno chiamati studiosi come Daniel Vogelmann, Giulio Busi oltre che la curatrice Anna Dolfi e, per il coté dedicato a Bassani, Portia Prebys e chi scrive queste note coordinati da Simonetta della Seta, direttore del Meis.
Per rendere più efficace il senso della giornata, prima della presentazione al Meis gli invitati saranno accolti in un’apertura straordinaria al Centro Studi bassaniani per una breve visita.
Sono momenti importanti di scelte che non solo confermano un percorso assai complesso ma dimostrano, se ce ne fosse bisogno, come Ferrara sia sensibile a quelle esigenze di una democrazia della parola e del pensiero in cui il tema della cultura ebraica-italiana risulta di estrema sensibilità.

Altre testimonianze rendono ricco questo fine settimana in cui l’incontro-scontro con gli avvenimenti artistici e politici assorbono clamorosamente le pagine dei giornali locali e nazionali. Ma è assai più proficuo osservare l’air du temps attraverso la riscoperta di alcuni film, due in particolare: ‘Cronaca di un amore’ di Michelangelo Antonioni del 1950 e la prima versione parlata del ‘Grande Gatsby’ di Elliott Nugent con Alan Ladd, Betty Field, Macdonald Carey, Ruth Hussey, Barry Sullivan, Howard Da Silva, Shelley Winter del 1949.

Rivisto dopo anni ‘Cronaca di un amore’ di Michelangelo Antonioni risulta un capolavoro ‘ferrarese’. Uno degli elementi di forza è rappresentato da Ferdinando Sarmi, costumista e attore nel film, dove interpreta il marito di Lucia Bosé. La sua audacia nell’inventare i costumi dell’attrice rimane unica; ma a quel mondo di lusso volgare a cui aspira la borghesia alta del dopoguerra, in fondo accarezzata pur nella evidente condanna, dal regista come da Bassani resta indissolubilmente legato il segno del tempo. Per chi come me è giunto al traguardo della trasformazione della cronaca in Storia colpisce ancora la nascita di certi miti del tempo: l’amaro Cora, il bianco Sarti, le sigarette Giubek dal pacchetto, giallo, l’eterno e irraggiungibile, per noi ragazzi, Negroni e i riti della joie de vivre dei ‘ragiunatt’ milanesi divenuti industriali, il bridge, ballare la rumba, trovarsi al bar degli alberghi di lusso. E ancora una volta l’occhio che li filtra è quello della provincia: Ferrara. Scrive Elisabetta Antonioni, nipote del regista: “Antonioni è sempre stato meticoloso nel suo lavoro. Bravo il costumista, ma posso assicurare che nulla è mai stato lasciato alla libera scelta del costumista. Tutto doveva passare al vaglio del regista. Per il film ‘Le amiche’ ci sono alcune foto che testimoniano la presenza di Antonioni nella sartoria delle sorelle Fontana. Ricordo una lunghissima ed accurata scelta per un indumento intimo che si doveva intravedere per pochi secondi, nel film ‘Identificazione di una donna’. Bravissima la Bosè, indimenticabile interprete di questo film”.

Testimonianza di un tempo, questa volta americano il film di Nugent, la prima versione parlata tratta dal capolavoro di Scott Fitgerald. Qui la volgarità del lusso si spiega in tutta la sua potenza americana. Alan Ladd, attore dal bellissimo viso totalmente inespressivo, s’innamora di Daisy e per lei gareggia col marito della ragazza in lusso e pacchianeria. Ancora una volta sono i tempi del sogno hollywoodiano a renderlo memorabile: le giacche ampie e tozze degli uomini, gli orrendi vestiti femminili – altro che i raffinati costumi del film di Antonioni! – gli ambienti dove sono accatastati il peggio di ciò che dovrebbe essere raffinato, il modo di ballare (stupendo il braccio alzato delle coppie…). Il vestire e l’abitare secondo il tempo e la classe sociale.

Non è un caso che, per esempio Melania Trump affidi all’abbigliamento il suo modo di fare politica e i segnali da inviare al marito fedifrago. Così, dopo la sua assenza minacciosa per l’evidente storiaccia del presidente con una porno diva, ecco che appare in uno stupendo vestito bianco, ovviamente francese. E pensare che il costumista Sarmi del film di Antonioni era divenuto il sarto ufficiale della Casa Bianca!
Un altro segnale o meglio testimonianza, l’abito bianco, contro le testimonianze delle women in black che protestano contro la brutalità maschile.

Ferrara, una città alla ribalta

Questa settimana, si sono succeduti alcuni eventi che hanno portato Ferrara al centro della cultura non solo cittadina, ma nazionale. Tra i più importanti: la riapertura del Centro studi bassaniani, l’inaugurazione dello slargo dedicato a Paolo Ravenna, l’apertura del restaurato Mof, l’edificio che ospitava gli uffici del mercato ortofrutticolo, ora divenuto la sede dell’Ordine degli architetti e dell’Urban Center con i begli affreschi di Galileo Cattabriga. E poi anche altri e importanti eventi, tra cui la presentazione al Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah della seconda edizione ampliata di un libro fondamentale uscito la prima volta nel 1994: quello di Michele Sarfatti, ‘Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938’. Basterebbe, per chi è ferrarese, citare i nomi dei protagonisti degli eventi per ricostruire, secondo il titolo del volume complessivo di Giorgio Bassani, ‘Il romanzo di Ferrara’, ciò che da cronaca si è presentata nel suo aspetto artistico e da qui è stato di nuovo collocato nel flusso della Storia attraverso la memoria.

Si potrebbe allora riassumere il significato di queste celebrazioni proprio attraverso il filo rosso della memoria.
E di quale memoria.
La generosità della compagna di Giorgio Bassani, Portia Prebys, che ha stipulato una convenzione con il comune di Ferrara per attuare il progetto di trasportare in un palazzo storico della città, la casa Minerbi-Del Sale, i luoghi abitati dal grande scrittore con tutto quello che ha rallegrato gli ultimi sereni anni della sua vita. C’è la sala da pranzo con il tavolo attorno al quale s’alternavano, invitati, grandi scrittori suoi amici; c’è il salotto con le poltrone rosse su cui sedevano Portia e Giorgio; c’è parte della straordinaria collezione delle stampe di Piranesi, tutte in primo stato tra cui le due vedute della Colonna Traiana e quella di Marco Aurelio lunghe tre metri; ci sono gli argenti, le porcellane, i servizi di piatti e le preziose posate; c’è il ritratto di Bassani dipinto da Carlo Levi che ci trafigge con l’intensità dello sguardo; ci sono le foto, le porcellane, i ricordi del nonno Cesare Minerbi e quelli più attuali e commoventi della sorella Jenny, pittrice, allieva di Galileo Cattabriga e straordinaria bricoleuse, regalati dai figli Davide Dora Claudio Liscia. E c’è il fac-simile del manoscritto del Giardino dei Finzi-Contini donato al Comune da Ferigo Foscari Widmann Rezzonico nipote di Teresa Foscolo Foscari, amata dallo scrittore alla quale il manoscritto fu dedicato e regalato. Il manoscritto è ora custodito alla Biblioteca Ariostea. E c’è il manoscritto originale de Gli occhiali d’oro che arricchisce filologicamente e storicamente il progetto perseguito dalla professoressa Prebys, quello cioè di offrire un luogo di studio e di lavoro che raccolga le testimonianze più importanti per coloro che sono interessati non solo allo scrittore ma alla cultura del Novecento letterario italiano. Con pazienza e dedizione Portia Prebys ha raccolto negli anni tutto quello che si poteva reperire su Giorgio Bassani e il volume che contiene l’indicazione bibliografica di questo lavoro non a caso si chiama La memoria critica su Giorgio Bassani e un secondo che raccoglie la più esaustiva Bibliografia di Giorgio Bassani. I documenti debitamente schedati in Internet sono consultabili al Centro in cinque copie cartacee che possono essere fruite senza toccare gli originali. Si aggiunga una biblioteca di più di settemila volumi e si capirà la portata di questo Centro che da marzo offrirà a tutti la possibilità di trascorre un tempo di studio e di relax tra le mura di uno dei palazzi storici più belli della città, di proprietà di quel grande intellettuale che fu Giuseppe Minerbi responsabile della sezione di Italia Nostra di Ferrara a cui Bassani dedica la prima edizione dell’Airone.

Giuseppe Minerbi affidò a una grande archistar del Novecento, Piero Bottoni, la sistemazione della quattrocentesca casa Del Sale in cui si può ammirare uno dei più bei cicli d’affreschi del tempo. Il rapporto tra i luoghi e i suoi abitanti si fa stringente: Minerbi, Bassani, Paolo Ravenna, il figlio del podestà ebreo. E quasi a ribadire quello stretto legame tra ebrei che sono prima di tutto intellettuali e italiani, a seguire l’apertura del Centro si è svolta la cerimonia della dedicazione di una piazzetta titolata a Paolo Ravenna nel luogo più carismatico di Ferrara, la via degli Angeli ora Corso Ercole I d’Este dove Bassani collocò il giardino del suo romanzo più famoso. Paolo Ravenna è stato amico e allievo di Giorgio Bassani. Un intellettuale che ha svolto il suo mestiere di avvocato privilegiando l’aspetto culturale della sua professione, prodigandosi in campagne culturali prodotte da Italia Nostra che hanno fatto il giro del mondo: da quella sul restauro delle mura ferraresi a quella del cimitero ebraico, agli studi sulla Sinagoga dei Sabbioni, alla rivelazione delle lapidi delle tombe ebraiche divenute materiale per la costruzione della colonna su cui si erge la statua del duca nell’Arco del cavallo pensato dal grande architetto Leon Battista Alberti per l’ingresso al palazzo degli Estensi.

Sembra quasi che una stella benigna presiedesse a questo 19 gennaio 2018 poiché nello stesso pomeriggio si è svolta la riunione di studio del comitato nazionale per la commemorazione della morte del più grande architetto ferrarese, Biagio Rossetti.
Il giorno seguente si è poi inaugurato il Mof restaurato, l’antica sede del mercato ortofrutticolo ornato da bellissimi affreschi del pittore bondenese Galileo Cattabriga. E qui il cerchio si chiude. Alla scuola di Cattabriga studiarono pittura Paolo Ravenna e Jenny Bassani Liscia, sorella dello scrittore. Ma implicitamente quel luogo mi ha coinvolto personalmente. Il direttore del Mof, dottor Cocchi, sposò l’amica più cara di mia madre, Clinia, proprietaria con le sorelle di un piccolo negozio unico nel suo genere proprio alla fine della via Mazzini, la via principale del Ghetto. Il negozio, una profumeria si chiamava ‘Il piccolo Parigi’ e i miei ricordi infantili evocano sulla toilette di mamma un profumo dalla bottiglia bellissima, blu cobalto. Il profumo si chiamava ‘Soir de Paris’ e ancora ne ricordo l’aspetto. Così come ricordo i tempestosi giochi con i figli di Clinia e mio fratello, che facevano risuonare di vita le figure stupefatte degli affreschi di Cattabriga.
Potenza della memoria che mi ammonisce ancora una volta che per conoscere Ferrara l’unica possibilità è quella di uscire dalle sue mura per tornarvi solo e con un passato che, escludendola, la riconquista.

DIARIO IN PUBBLICO
Giornate ebraiche ferraresi

In questi giorni Ferrara alimenta e rafforza il suo strettissimo legame con il Meis (per chi ancora non lo sapesse acronimo di Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah) che aprirà i battenti, almeno per la prima parte, nel dicembre 2017. Istituito nell’ex carcere della città è oggetto di un intenso lavoro che lo rivelerà come una delle realtà culturali più affascinanti italiane ed ebraiche. Fu proposto dall’odierno ministro del Mibact, Dario Franceschini, e proprio in questi mesi sta concludendo la sua complessa e affascinante vicenda di gestazione.

In questo contesto abbiamo proposto al Meis, come Centro Studi bassaniani, la presentazione di un libro che rappresenta una decisiva svolta negli studi su Bassani: ‘Dopo la morte dell’io. Percorsi bassaniani “di là dal cuore”‘, di Anna Dolfi, edito da Firenze University Press (2017).
Anna Dolfi è professore di Letteratura contemporanea all’Università di Firenze e Accademica dei Lincei. La sua produzione critica è connotata da importanti ricerche su Leopardi e il leopardismo novecentesco, sull’Ermetismo, ma soprattutto su Giuseppe Dessì, Antonio Tabucchi, Giorgio Bassani e gli scrittori della terza generazione.
La folta presenza di un pubblico assai interessato ha vivacizzato un pomeriggio che negli articolati interventi ha saputo mettere in luce l’importanza mondiale ormai acclarata dello scrittore ferrarese. Ai saluti di Massimo Maisto, assessore alla cultura e vicesindaco del Comune di Ferrara, presentato da Ethel Guidi – direttore del Castello, che ha messo a disposizione la magnifica sala dei Comuni per l’evento – sono seguiti due importanti riflessioni condotte da Simonetta Della Seta e da Dario Disegni, rispettivamente direttore e presidente del Meis, che hanno sottolineato la necessità di un rapporto stretto tra il museo e lo scrittore Bassani ebreo italiano.
L’intervento di Portia Prebys, curatrice del Centro Studi Bassaniani, ha messo in luce il rapporto tra lo scrittore e la giovanissima studiosa Dolfi che si è concretizzato in una serie d’interventi critici che lo scrittore riteneva fondamentali per la conoscenza della sua opera. Perno di quel rapporto l’amicizia che legava Bassani al maestro Claudio Varese, che ha introdotto alla conoscenza e alla attività critica su e di Giorgio Bassani sia chi scrive sia Anna Dolfi.

Numerose altre volte ho sottolineato l’importanza della figura di Varese per la esegesi critica dello scrittore, fondamentale in quel momento della storia, quando il fascismo trionfa e nelle aule dell’università bolognese, dove insegna Roberto Longhi l’indiscusso maestro – assieme a Croce e a Manzoni – dell’opera bassaniana e a Ferrara si forma quel gruppo d’amici, tra cui il normalista Claudio Varese, che tengono vivi il concetto di antifascismo narrato nel primo racconto ‘Una città di pianura’, il libro bassaniano uscito nel 1940 con lo pseudonimo di Giacomo Marchi. Le giovani generazioni, tra cui Anna Dolfi, impararono a conoscere dal vivo la figura dello scrittore, invitato dal critico a tenere negli anni Settanta una serie di lezioni presso la cattedre fiorentina di letteratura italiana ricoperta dal Varese.
Il libro propone almeno tre temi fondamentali: la morte dell’io di evidente origine leopardiana, il rapporto tra scrittura e arte visiva e infine il ritorno alla poesia dopo la conclusione dei quattro romanzi che sono il cuore pulsante del ‘Romanzo di Ferrara’ uscito nell’edizione ne varietur nel 1980 per Mondadori.
L’affascinante vicenda condotta esemplarmente da Dolfi sul concetto di morte-vita di cui le poesie dell’ultima produzione sono exemplum dirimente – e si pensi a quella che dà il titolo al tema, ‘Epitaffio’ – si appunta sul simbolo del vetro, che diventa specchio e che impedisce la congiunzione su ciò che sta “di là dal cuore”. La morte come risultato finale del lungo corridoio che il poeta-testimone deve percorrere per essere testimone.

Le manifestazioni legate alla Festa del Libro Ebraico si sono aperte con un evento eccezionale, di cui la città non potrà che essere grata al Meis e agli organizzatori: lo straordinario concerto offerto dal musicista di fama mondiale Yakir Arbib, che sull’esempio del suo disco più famoso ‘Babylon Classical improvisation’ ha ripercorso i momenti più importanti delle melodie ebraiche più famose restituendole alla contemporaneità con un esercizio che coinvolgeva non solo la musica, ma le mani, il corpo e perfino la voce quando l’artista proponeva il pezzo. Formidabile.
Di fronte a questo momento le pur importanti manifestazioni che riempiono le due giornate del Festival trovano una necessità e una coerenza entro quella sintesi scaturita come sinonimo del lavoro che attende il museo non solo nel titolo: il ‘grande Meis’.

In questi finalmente autentici giorni settembrini ci si attendeva tanto dal concerto di Andrea Bocelli al Colosseo, dove le star mondiali lo hanno aiutato a raccogliere il denaro per la sua encomiabile attività caritativa. Concerto splendido funestato alla fine da una scelta non consona della canzone di chiusura: il pucciniano Inno a Roma che noi ragazzetti eravamo tenuti a cantare nelle più varie occasioni. “Sole che sorgi libero e giocondo.. i tuoi cavalli doma”. Basta recarsi nella Sala dell’Arengo dove Apollo ‘doma’ i cavalli. D’accordo la musica è incolpevole. Si pensi a Wagner e all’utilizzo che ne fece il nazismo. Eppure risentire quelle parole e quella musica a onore della Città eterna mi ha procurato disagio e tristezza.
La Storia non si cancella e neppure il ricordo di certi avvenimenti.

“Gli occhiali d’oro” di Bassani in tre quaderni scritti a mano

Tre quaderni grandi come fogli protocollo con una copertina in cartoncino giallognolo e, dentro, la rigatura rettangolare per i conteggi commerciali tutta riempita da una calligrafia fitta fitta che – pagina dopo pagina – costruisce uno dei romanzi più famosi di Giorgio Bassani: “Gli occhiali d’oro”. Eccoli lì, giovedì 9 marzo 2017, quei quaderni compilati a mano sul vetro del tavolone ovale della sala di Giunta, nel Municipio di Ferrara. Con molta disinvoltura li tira fuori da una busta di carta marroncina Portia Prebys, compagna dello scrittore nella seconda lunga parte della sua vita, che racconta di averli trovati da un privato e di averli acquistati per farne dono al Comune. Top secret il prezzo che li avrebbe pagati (“comunque molto meno del loro valore”) e top secret pure l’identità della persona che se li sarebbe trovati tra le mani, salvo il fatto che “no – racconta Portia – non era la stessa persona a cui Giorgio li aveva donati in origine, come faceva sempre con i manoscritti delle sue opere, che dava a chi riteneva avesse svolto un ruolo importante per lui, una volta che ne aveva rielaborato il contenuto in una o più copie scritte a macchina, fino alla stesura finale che consegnava all’editore”. L’obiettivo è di conservare il manoscritto originale e metterlo a disposizione in forma di copia identica per gli studiosi che ne faranno richiesta al Centro studi bassaniani allestito nel palazzo di via Giuoco del pallone 15, nel centro medievale di Ferrara. Lì con altre due donazioni l’insegnante americana ha già fatto confluire libri, carte e arredi che hanno accompagnato lo scrittore fino agli ultimi anni della loro vita insieme, a Roma.

Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani al Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Dà un po’ di batticuore vedere la calligrafia dello scrittore su quelle pagine di comune quaderno, sapere di stare affacciandosi sul punto esatto in cui uno dei suoi romanzi più famosi ha avuto inizio, pensare di potere assistere a tutto il processo che ha dato forma alla storia. Su quelle righe si coglie lo scorrere incalzante dell’inchiostro blu che compone le parole scritte con caratteri piccoli e un po’ spigolosi, modella le frasi cancellate e quelle aggiunte. “Qui si vede la rivincita della scrittura a mano sull’E-book, che invece fa svanire nel nulla tutto il lavoro di elaborazione che sta dietro alla composizione di un’opera”, commenta soddisfatto Gianni Venturi, già docente di letteratura italiana all’Università di Ferrara, che insieme con la Prebys è curatore del Centro studi.

Pagina finale degli “Occhiali d’oro” nel manoscritto donato al Centro studi bassaniani (foto Ufficio stampa del Comune di Ferrara)
Pagina finale degli “Occhiali d’oro” pubblicato all’interno del volume “Le storie ferraresi” (Einaudi, 1960)
Angelo Andreotti, Giovanni Lenzerini e il sindaco Tiziano Tagliani ricevono la Donazione del manoscritto de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani da Portia Prebys
Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
Portia Prebys dona il manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Portia spalanca le pagine del terzo e ultimo quaderno, il sindaco Tiziano Tagliani ne apre un altro e il direttore dei musei civici d’arte antica Angelo Andreotti un altro ancora. Li mostrano agli occhi di giornalisti e fotografi, ma non li mollano. “Sarà l’ultima volta che li potrete vedere così da vicino”, ammonisce sorridendo un po’ possessivo Venturi. Perché lo studioso e critico letterario fa notare che, dopo questo momento di presentazione, i quaderni verranno messi sotto chiave, a temperatura e umidità controllate, tra le mura di Casa Minerbi che, per il momento, non è ancora aperta al pubblico. “Ma lo sarà presto”, rassicura il dirigente del Settore comunale delle Attività culturali, Giovanni Lenzerini, che proprio un anno fa aveva voluto aprire il Centro per due giorni ai visitatori, perché tutti potessero vedere il salotto dove Bassani riposava, lo scrittoio su cui lavorava e gli scaffali pieni delle diverse edizioni dei libri suoi e di quelli che amava e che sono stati in qualche modo punti di riferimento della sua scrittura: “In via Giuoco del pallone – continua Lenzerini – è già stata trasferita tutta la biblioteca e il fondo archivistico. Manca la risoluzione di alcuni problemi di ordine tecnico, di impiantistica, e l’attivazione dell’ascensore a garanzia di una completa accessibilità. Ma contiamo di potere aprire in tempi molto rapidi, anche se non altrettanto rapidi di questo dono”.

Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

La presentazione finisce, ma il piccolo pubblico presente sembra faticare ad allontanarsi, a staccare gli occhi da quei fogli rilegati, come se ognuno volesse carpire qualcosa di più, un piccolo scoop o un dettaglio illuminante. Portia li tiene saldi, ma concede la visione di alcune pagine, quella di apertura con la scritta della marca (Scia) sopra al quaderno, che – racconta – “Giorgio Bassani andava a comprare sempre dalla Cartoleria sociale, il negozio che fino a pochi anni fa era in corso Martiri della libertà e dove lui ha continuato a servirsi anche dopo che ci siamo conosciuti nel 1977 per l’acquisto di fogli e penne ogni volta che venivamo a Ferrara”. È lei che fa notare come in copertina sia riportato un altro titolo (“Una brutta fine”), poi da lui stesso rimpiazzato dal definitivo “Gli occhiali d’oro” scritto a penna sotto alla sua firma. La signora mostra la pagina finale e si coglie il commento del romanziere, consapevole di essere arrivato alla conclusione di questa fatica, che scrive: “Milano, 27 ottobre 1957, ore 11 di sera, after her no” e poi, sotto, “Respirai profondamente”. Anche molti dei presenti sospirano mentre un quaderno dopo l’altro tornano a essere riposti nella busta. Il manoscritto se ne va, ma per restare insieme ai fogli dell’atto notarile che Portia ha firmato rendendo definitiva la donazione dell’opera al Comune di Ferrara, alla città e a tutti quelli che l’amano e l’hanno amata attraverso queste pagine.

LA RIFLESSIONE
Bassani cala il sipario.
Il ‘Convegnone’ tra grandi nomi e ingombranti assenze

Allora. Si chiude il sipario o lo si alza? Alla fine del tunnel cosa troveremo? Che senso hanno avuto queste celebrazioni?
Domande legittime e forse banali. Scontri e incontri. Il superfluo additus al necessario o viceversa?
Il cosiddetto ‘Convegnone’: “Giorgio Bassani 1916-2016” si è svolto dall’11 al 19 novembre tra Roma e Ferrara e ha rappresentato il più concreto ed esaustivo contributo alle celebrazioni indette dal Mibact per il centenario della nascita dell’illustre scrittore. E basterebbe vedere i loghi che appaiono nella locandina e nel programma: del Comitato Nazionale per le celebrazioni; del Ministero; della Fondazione Giorgio Bassani; del Centro Studi Bassaniani, del Comune di Ferrara, dell’Università La Sapienza di Roma e di Ferrara; di Italia Nostra; del Centro sperimentale di cinematografia; di RAI cultura. Si è voluto cioè intervenire con contributi scientifici, didattici e sociali alla ri-costruzione e alla rivisitazione della poliedrica personalità di Giorgio Bassani scrittore, docente, sceneggiatore, saggista, e non ultimo, fondatore di Italia Nostra.

L’anno bassaniano si è svolto nei luoghi disparati e ha attraversato l’oceano e l’emisfero: dall’Australia, alle Americhe, dai luoghi consacrati della cultura europea fino a raggiungere isole culturali dove il nome dello scrittore è diventato il simbolo di un incontro con una cultura italiana non sempre conosciuta o mal interpretata.
Il Convegnone ha avuto una splendida anticipazione nell’appuntamento a Firenze diretto da Anna Dolfi, emerita studiosa di Bassani, sul ruolo degli scrittori/intellettuali ebrei e il dovere della testimonianza di cui abbiamo riferito in un articolo apparso in questo giornale il 15 novembre (leggi qui). La figura di Bassani si presentava dunque non solo nel suo ruolo di testimone-interprete, ma preludeva nella sua indubbia poliedricità alle sezioni che si sarebbero svolte tra Roma e Ferrara. Così quella dedicata alla letteratura che ha occupato l’intera giornata romana di apertura doverosamente affrontava la prima e insostituibile sostanza dell’opera bassaniana, specie per indagare il primo degli interrogativi, quello che riguardava la riscrittura di ciò che è stata chiamata ‘l’opera-mondo’ di Bassani, “Il romanzo di Ferrara”. Raffaele Manica ne ha dato una convincente e complessa spiegazione. Si è proseguiti il giorno dopo con l’analisi del rapporto di Bassani con il cinema e il teatro: una complessa operazione affidata all’esperta mano di Emiliano Monreale che ha saputo cogliere gli snodi più difficili dell’attività bassaniana legata al cinema. Torna al proposito alla mente l’omaggio che il circolo del tennis Marfisa di Ferrara rese allo scrittore con l’installazione di bacheche intorno ai campi di terra rossa da cui, nella storia, fu allontanato lo scrittore-tennista in cui si citano i luoghi più importanti in cui Bassani scrisse del tennis nelle sue opere e la magica notte di giugno in cui sulle pareti dei palazzi che circondano il complesso della palazzina di Marfisa furono proiettati in contemporanea “Il giardino dei Finzi-Contini”, “La lunga notte del ’43”, “Gli occhiali d’oro”.

La parte romana del Convegnone si conclude con la sezione “Bassani in redazione”, in cui si passano in rassegna i rapporti con gli scrittori che più furono vicini allo scrittore: Sereni, Bertolucci, Gadda, Soldati, Fortini e coloro che vennero descritti nella prima opera pubblicata da Bassani, “Una città di pianura”, pubblicata a causa delle leggi razziali con lo pseudonimo di Giacomo Marchi: Claudio Varese e Giuseppe Dessì, due sardi diventati ferraresi.
L’arrivo del Convegnone a Ferrara infittisce le attività di contorno: una mostra a Casa Ariosto di Eric Finzi sul tema del “Ritorno al Giardino”; l’esposizione finalmente resa pubblica del manoscritto del “Giardino dei Finzi-Contini” alla Biblioteca Ariostea nei giorni del Convegno e presentata dunque alla cittadinanza legittima ‘proprietaria’ delle preziose carte, dopo che furono esibite pochi giorni fa per la visita del presidente Mattarella in Israele, quando fu presentato il progetto del Meis ferrarese. Una mostra a palazzo Turchi di Bagno su “I libri di Giorgio Bassani” e infine l’apertura straordinaria del Centro Studi Bassaniani in attesa della prossima, e si spera, imminente apertura definitiva della Casa Minerbi Dal Sale con le sue importantissime istituzioni.
Il Convegnone prosegue poi con la sezione “I libri di Giorgio Bassani” al termine della quale sono stati proclamati i due vincitori del Premio Roberto Nissim Haggiag, l’uno studioso di filologia, l’altro di problemi ambientali.

Il giovedì 17 finalmente la presentazione ufficiale alla città della donazione del manoscritto del romanzo. Tra comprensibili ritardi dovuti all’apertura degli ascensori (non tutti son giovinetti, compreso chi scrive, per affrontare a passo di carica lo scalone elicoidale dove gli Estensi salivano naturalmente a cavallo), tra alcuni incontri-scontri e finalmente l’apertura fatta dal sindaco che doveva ben presto lasciarci per salire su Italo, il treno veloce che fermerà a Ferrara e i cui dirigenti l’aspettavano in Camera di Commercio. Notevoli le belle parole del presidente del Meis, Dario Disegni, quindi Ferigo Foscari racconta della donazione del manoscritto, di come la nonna Teresa l’aveva a lui affidato per farne poi l’uso che credeva meglio dopo la sua morte e la decisione presa con i famigliari di donarlo al Comune di Ferrara. Ricordavo poi al padre, l’architetto Tonci Foscari, come i legami con Ferrara fossero già da tempo attivi con la sua famiglia, possedendo lui il bellissimo quadro di Hayez della ferrarese famiglia di Leopoldo Cicognara, l’amico di Canova, e il busto sempre di Canova. Le relazioni della mattinata sono state di altissimo livello critico e tutte ruotanti sui problemi filologici storici e cinematografici che il romanzo esige e che ora potranno essere in parte risolti con la possibilità di consultazione del manoscritto.
Al pomeriggio, la sezione è dedicata ai problemi di traduzione e di edizione dei testi bassaniani in altre lingue e paesi.
Il giorno successivo la complessità dei temi ha reso la giornata indimenticabile. Nella prima parte è stata affrontato il difficile problema dei rapporti tra “Bassani e l’arte” (nume tutelare il mai dimenticato rapporto con un ‘vero Maestro’ come suona un celebre saggio di Bassani dedicato a Roberto Longhi). In apertura una testimonianza della figlia Paola Bassani, poi gli interventi che hanno avuto il vertice nella splendida testimonianza-riflessione di Andrea Emiliani; degni di nota anche gli interventi di Riccardo Donati, Stefano Marson, Andrea Baravelli e immodestamente anche di chi scrive queste note.
Mentre per uno strano fenomeno che ancora non mi riesco a spiegare la sala stentava a riempirsi per l’avvenimento clou della giornata, quella che avrebbe visto la partecipazione di alcuni famosissimi esponenti del Gruppo ’63 e quella dello scrittore ferrarese per eccellenza e molto amato dalla città, Roberto Pazzi, dialogante con il presidente del Comitato celebrativo, il professor Giulio Ferroni, mi accorgevo che né un fotografo né un rappresentante della tv locale erano presenti. Solo alcuni eroici giornalisti delle testate locali. Naturalmente nessun rappresentante delle istituzioni o dei giovani che studiano queste cose. Ai miei tempi forse sarei corso per vedere che faccia avevano e che cosa avrebbero detto monumenti culturali quali Fausto Curi o Renato Barilli.
Ma Ferrara come si sa è città dalle cento meraviglie anche in negativo e spesso sa diventare ‘Ferara, stazione di Ferara’. Comunque i numerosi presenti hanno reso il dovuto riconoscimento ai relatori.

Tutto questo può essere ripetuto per il momento forse più atteso del Convegnone “Bassani e l’impegno civile” organizzato dalla sezione ferrarese di Italia Nostra. Due straordinarie conferenze: quella di Piero Craveri, nipote di Benedetto Croce, che ha illustrato le ragioni e il contesto da cui nascerà Italia Nostra e il rapporto d’amicizia che legava sua madre Elena Croce Craveri allo scrittore Bassani; e quella di Andrea Emiliani sulla funzione e il senso della difesa del paesaggio e del ruolo delle istituzioni premesse alla difesa e alla cultura dell’ambiente. Entrambe sono state intervallate dagli scritti di Bassani sull’impegno civile letti in maniera egregia da Alberto Rossatti.
Un raggiungimento dei fini che ci eravamo proposti veramente alto. Peccato per le assenze. Ma anche queste testimoniano i segni del tempo.

Nella mattinata di sabato anche la proclamazione del Premio Bassani, già alla sua quarta edizione, che ha laureato illustri e ora famosi giornalisti, vinto dal bravissimo Paolo Conti del Corriere della Sera e con i due premi della Giuria dati a Roberto Saviano e a Radio Radicale.

Premio della Giuria a Roberto Saviano
Nell’anno in cui si celebra il centenario della nascita di Giorgio Bassani, che tra i primi, come fondatore e presidente di Italia Nostra, ha posto come scopo essenziale dell’Associazione quello di difendere il valore culturale e etico del paesaggio, la Giuria  riconosce all’unanimità una analoga finalità di intenti a Roberto Saviano, eroe moderno capace di battersi, in una situazione difficilissima, per i valori e i diritti della legalità, a cui è  indissolubilmente connessa la protezione dell’ambiente e del paesaggio.

Menzione Speciale alla trasmissione “Fatto in Italia”, di Radio Radicale
La Giuria intende all’unanimità sottolineare la costante presenza e attività di Radio Radicale a sostegno delle battaglie di Italia Nostra per la difesa del patrimonio culturale e del paesaggio, in particolare l’azione incisiva di divulgazione del programmma radiofonico “Fatto in Italia”.

Premio nazionale “Giorgio Bassani” di Italia Nostra
La Giuria riconosce all’unanimità all’editorialista del “Corriere della Sera” Paolo Conti una attenzione costante e puntuale alle battaglie di Italia Nostra. Seguendo l’insegnamento di Cederna, Paolo Conti è diventato nei decenni un cronista attento, “un inviato speciale nei Beni Culturali”, e un acuto commentatore militante dell’impegno mai troppo perseguito del salvataggio del nostro patrimonio culturale e paesaggistico.

Tradizionale o sperimentale? Giorgio Bassani ieri, oggi, domani

Si dice spesso che un classico, in letteratura come in altri compi dell’arte, è veramente tale solo se mantiene un’attualità al di là del passare del tempo, solo se è in grado di continuare a dialogare con le generazioni che si susseguono, trasmettendo lo stesso messaggio a tutti oppure permettendo a ciascuno di trovare sempre un diverso punto in comune con la storia e i personaggi narrati. Ecco perché uno degli incontri della cinque giornate “Giorgio Bassani 1916-2016” è stato dedicato a “Bassani ieri, oggi, domani”.

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Organizzata da Portia Prebys per il Centro Studi Bassaniani e coordinata dal professor Gianni Venturi, la tavola rotonda è tornata su una querelle letteraria che a suo tempo suscitò diverse polemiche e che oppose il Gruppo ’63 a Giorgio Bassani, definito una “Liala degli anni Sessanta”, insieme a lui altri ‘mostri sacri’ come Cassola e Pratolini. Perché celebrare un autore significa anche dare spazio a chi lo critica, per mantenere vivo il dibattito sulle sue opere e far sì che continuino a essere lette.
La polemica letteraria Neoavanguardia contro Bassani potrebbe sembrare materia da salotti letterari, se non fosse che alcuni membri del Gruppo 63 diventeranno fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento: Alberto Arbasino, Luciano Anceschi, Achille Bonito Oliva, Edoardo Sanguineti, Luigi Malerba, Umberto Eco, sono solo alcuni nomi.
Insieme a Venturi, venerdì sera nella Sala dei Comuni del Castello Estense c’erano Giulio Ferroni, critico letterario e storico della letteratura italiano, Alberto Bertoni, docente bolognese di letteratura italiana contemporanea, Roberto Pazzi, unico scrittore al tavolo dei relatori, ma soprattutto due esponenti di quel Gruppo ’63 che fece così scalpore: Fausto Curi e Renato Barilli, due pilastri dell’Alma Mater Studiorum.

Quella definizione sprezzante, “Liala degli anni Sessanta”, spiacque non poco a Bassani che replicò prontamente e per le rime: “I più presi di mira siamo noi, gli scrittori della generazione di mezzo, noi che siamo usciti dalla Resistenza conservandone la tensione morale e l’impegno politico. Quelli che ci attaccano sono le anime belle della letteratura (…) Che si possa incontrarli qui a Roma nei caffè di piazza del Popolo, o in qualche ristorantuccio di via della Croce o di piazza Sforza Cesarini, tutti aggiornati anche fisicamente, nel taglio dei capelli e delle barbe, nelle giacche e nelle brache di velluto, nei camiciotti a quadrettoni, tutti così “artisti, così “irresponsabili”, così innocuamente “arrabbiati” o gelidi, comunque sempre chic, non aiuta davvero a chiarire l’enigma sulla loro reale identità (…) Il mio parere è che dei letterati della neoavanguardia si potrà cominciare a occuparsi soltanto quando avranno prodotto qualcosa di oggettivamente accettabile”.
Quando si dice che può ferire più la penna che la spada…

A cinquant’anni di distanza Curi e Barilli non sembrano retrocedere dalle loro posizioni. C’è però un elemento nuovo: “Quella frase su Liala noi non l’abbiamo mai pronunciata. Ciò che ci era proprio era l’accusa, non l’offesa”, afferma Renato Barilli, che subito dopo puntualizza: “quello che abbiamo fatto è bocciare questi autori, non abbiamo dato loro la sufficienza”. In fondo, ironizza lo storico della letteratura e dell’arte, “eravamo professorini” o meglio, come diceva lo stesso Umberto Eco, “un’avanguardia da vagone letto”.
“Non eravamo nati sotto un cavolo, avevamo dei padri, anzi di alcuni eravamo molto orgogliosi e non abbiamo nascosto queste paternità”, ha detto Curi, prima fra tutte quella di Anceschi, che nel 1956 aveva fondato quella rivista “Il Verri” che divenne l’incubatrice del Gruppo. “Noi sapevamo di venire da altri, non abbiamo mai pensato di creare una letteratura nuova: abbiamo cercato di mettere a frutto sollecitazioni e insegnamenti in modo nuovo, elaborando ipotesi, idee perché credevamo che l’arte avesse bisogno di nuova linfa”, ha continuato Curi.
“Avevamo dei padri, ma non erano loro”, gli fa eco Barilli riferendosi a Bassani e Cassola: “questi autori venivano dagli anni Trenta e non andavano bene per la nuova Italia del Boom economico, non corrispondevano più alle esigenze dei tempi, questa narrativa non ci soddisfava perché era datata e tardiva, per quella sua volontà di essere corretta e scorrevole, noi volevamo una prosa ruvida, che seguisse i meandri di una società in divenire”.
Giulio Ferroni non pensa affatto che un’opera d’arte, o meglio l’arte in generale, debba essere in linea con le strutture storiche, sociali ed economiche del suo tempo, anzi la grandezza di uno scrittore come Bassani sta proprio nel suo essere “contro la storia”, nel “guardare indietro perché le contraddizioni del passato non continuino a pesare sul presente”. Non è certo un caso, sottolinea Ferroni, che si debba proprio alla sua consulenza per Feltrinelli la pubblicazione del “romanzo anti-storico” “Il Gattopardo”.

Lungi dall’essere “tradizionale e calligrafico”, per Alberto Bertoni Bassani è un “narratore sperimentale” che con il “Romanzo di Ferrara” ha composto “una delle poche opere-mondo del Novecento”: vi si descrive “una città altra” con “una narrazione polifonica e un punto di vista collettivo”. Secondo il “bassaniano” Bertoni, come lui stesso si è definito, la sperimentalità dello scrittore ferrarese è nella capacità di usare “il discorso indiretto libero in un libro che sia leggibile ai più e non per specialisti”.
Ultima parola a Roberto Pazzi, l’unico relatore che esercita la scrittura creativa e non la critica: “Non è facile scrivere rimanendo a Ferrara con l’ombra di Bassani che costringe sempre al confronto”, ha confessato l’autore. Quello che, a suo parere, ne fa un grande autore è “la religione della laica parola: ho sempre sentito in Bassani il culto della parola poetica che salva la vita del nulla”. “La morte è il tema di Bassani”, ha concluso Pazzi, e “Il Giardino dei Finzi Contini è la tomba di parole per chi non ne ha avuta una di pietra, noi passiamo mentre le parole scritte restano”.

L’EVENTO
Ferrara celebra Giorgio Bassani

Da martedì 15 a sabato 19 novembre la cinque giornate ferrarese “Giorgio Bassani 1916-2016” celebrerà la figura di Giorgio Bassani, scrittore, intellettuale, cittadino impegnato nella difesa del patrimonio artistico e paesaggistico della sua città e non solo. Un fitto calendario di iniziative che comprendono una mostra, un convegno e due premi che vedranno impegnate diverse realtà istituzionali e associazioni cittadine per rendere omaggio a cento anni dalla nascita all’autore che ha reso celebre Ferrara in Italia e nel mondo.

Leggi il programma:

DIARIO IN PUBBLICO
Il Giardino dei Finzi Contini torna a casa nella sua Ferrara

momento cerimonia
Un momento della cerimonia romana

Il giorno 16 maggio è la gran giornata. A Roma si celebra la consegna di un documento senza il quale Ferrara non sarebbe conosciuta nel mondo così come l’ha raccontata e vista Giorgio Bassani: i quaderni manoscritti originali de “Il giardino dei Finzi Contini”.
La sede del Ministero ci accoglie con la sua magnificenza tutta romana, incastrata com’è tra la Galleria Doria Pamphilj e il Collegio Romano. Sulla porta ci aspettano parte dei componenti della famiglia donatrice: Ferigo Foscari Widmann Rezzonico,  la moglie, la sorella e il padre, il famoso architetto Tonci Foscari,  proprietari di una delle più belle ville palladiane, degne di essere paragonate alle ville reali di tutta Europa, La Malcontenta, ora divenuta Fondazione. Entriamo nella solenne sala della Biblioteca dove avverrà la consegna. All’arrivo del ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini si dà inizio alla cerimonia.

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La dedica autografa di Giorgio Bassani a Teresa Foscolo Foscari

I quaderni sono ancora conservati nella stessa carta velina in cui furono avvolti nel 1961, quando il dono dello scrittore  fu accettato  da Teresa Foscolo Foscari.
Si svolge il pacco ed ecco apparire i cinque quaderni. Nel primo questa scritta commovente:
“Cara Teresa, senza il tuo aiuto il “Giardino dei Finzi-Contini” non sarebbe mai nato. Desidero che questi quaderni restino per sempre con te. Giorgio. Venezia, 17 dicembre 1961”
Ferigo Foscari spiega la storia del manoscritto e la decisione di affidarlo al Comune di Ferrara.
Teresa Foscolo Foscari conobbe Bassani alla fine degli anni Cinquanta, quando entrambi erano impegnati nella battaglia civile della difesa del paesaggio, e in special modo nella salvaguardia di Venezia. Un percorso di comuni interessi che sfociò in una bellissima amicizia. E al momento della conclusione di quella che diverrà l’opera più conosciuta dello scrittore, l’offerta del dono, che secondo le regole classiche avvenne sotto il segno della gratuità, ovvero sotto la protezione  delle Grazie, le divinità ministre di Venere che presiedono allo scambio del dono in cambio della ‘candida’ ovvero pura amicizia. La destinataria affidandolo al nipote impose la consegna della conservazione in famiglia finché fosse stata in vita.
C’è una frase che colpisce nella dedica: “per sempre”. Frase che il nipote decide d’interpretare come un dono perenne  alla città oggetto dell’opera bassaniana.  Il “per sempre” è dunque interpretato con grande intelligenza come conservazione del manoscritto nel luogo più illustre della memoria ferrarese: quella Biblioteca Ariostea titolata al più famoso tra i suoi figli.
Ferigo Foscari ha deciso dunque, in accordo con la famiglia, di donare il manoscritto alla città protagonista di tutta la vicenda narrativa raccolta da Bassani, che nella edizione conclusiva, come è noto, si intitola “Il romanzo di Ferrara”. La città è il  personaggio principale di un’opera che ruota attorno al microcosmo dei suoi abitanti, specchio della vicenda di una nazione colta in un momento tragico della storia mondiale del Novecento.

manoscritto
Uno dei quaderni donati

Il senatore Luigi Zanda, presente alla cerimonia, ha ricordato la figura di Teresa Foscari a cui lo legava l’amicizia e il comune intento della salvaguardia della città lagunare. Un’amicizia confermata dalle telefonate quotidiane alle sei e mezzo di mattina protratte per un lungo periodo d’anni. Zanda ha ricordato inoltre la particolare forma di antifascismo che permeava l’azione di Teresa Foscari e ha introdotto la possibilità che  Micòl Finzi-Contini avesse come modello reale la contessa veneziana.
Un problema questo al quale si è tentato di dare una risposta in base alle vicende biografiche dell’autore, ma che fondamentalmente non può né deve avere una risposta univoca. La qualità e lo scopo di ogni scrittore è partire da un dato biografico, cioè da una conoscenza legata alla sfera dell’esistenza, ma poi per realizzare l’intento poetico: produrre la verità artistica. Occorre perciò che all’autore sia concessa la libertà d’invenzione. Micòl è dunque Teresa nella misura in cui è anche tante altre figure femminili conosciute da Bassani, ma alla fine è la stessa Micòl a divenire un personaggio tanto più reale quanto più perché prodotto dall’immaginazione poetica.
E Bassani ne è ben consapevole come si rileva dalla dedica: “senza il tuo aiuto “Il giardino dei Finzi-Contini” non sarebbe mai stato scritto.” Aiuto non fine.

particolare manoscritto
Un particolare dei quaderni donati

Per Ferrara la possibilità di custodire un così importante documento significa non solo, come ha rilevato il ministro Dario Franceschini, permettere agli studiosi il mai avvenuto controllo filologico, che darà conto delle tappe di avvicinamento alla stesura finale, senza il cui esercizio ogni opera risulta incompleta. Il ministro ha poi aggiunto una sua testimonianza personale: il testo che i cinque quaderni custodiscono e svelano si assocerà per sempre, nel suo immaginario, a ciò che ha accompagnato i suoi anni di studio universitario, quando dalla sua camera adiacente al Tennis Club Marfisa preparava gli esami, scanditi con il ritmo delle palline da tennis non viste come nella celeberrima partita inventata in “Blow Up”, il film di Antonioni anche lui giocatore e rivale di Giorgio Bassani, dai mimi che la eseguono senza palline e senza racchette.

Gli originali dei quaderni manoscritti verranno custoditi nella Biblioteca Ariostea. Inoltre due copie in fac-simile in tutto identiche all’originale saranno consegnate al Centro Studi Bassaniani di Casa Minerbi e al Meis-Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, rappresentato nella cerimonia romana dal nuovo Presidente Dario Disegni e da Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane . Sarà assicurata anche la possibilità di visione on line.

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DIARIO IN PUBBLICO
La bassanite

Fervono le celebrazioni bassaniane: convegni, conferenze, ‘eventi’, fino a una seduta di body art dedicata allo scrittore!
E ancora: polemiche a non finire sull’apertura del Centro studi bassaniani e il trasferimento a Casa Ariosto di parte del materiale della Fondazione Bassani che, all’occhio dei non addetti ai lavori, sembra una duplicità difficilmente spiegabile, non essendo stato chiarito a sufficienza come le due realtà scientifiche siano complementari, non oppositive, per il ruolo che esse svolgono all’interno dello studio e del ricordo dell’autore.
Le circa 1760 persone nell’open day del Centro Studi o la presenza  del presidente del comitato nazionale delle celebrazioni per il Centenario al Liceo Ariosto nel giorno natale del grande scrittore dimostrano chiaramente, come ha sottolineato il sindaco Tagliani, che la conoscenza di una città e della sua storia recente è affidata alla prestigiosa penna di Bassani. Occorre solamente continuare a tener fede al complesso programma varato dal Comitato Nazionale delle celebrazioni per il Centenario, che si sta muovendo tempestivamente per realizzare le sue scelte.
Eppure un dubbio mi assale.
Non sarà che, nell’affollamento delle proposte, l’adesione entusiastica cada poi in una cadenza routinaria capace di affievolirne l’impatto? Non è una domanda scontata. E bisognerebbe riflettere anche sui modi e i tempi della diffusione di questo come dell’altro evento annunciato e pubblicizzato con rullar di tamburi: la grande mostra a Palazzo dei Diamanti sull’immaginario ariostesco e su ciò che il poeta sognava.
A qualcuno che mi chiedeva se abitare a Firenze e a Ferrara non mi rendesse lieto di poter fruire giornalmente di tanta mèsse di tesori d’arte e di cultura ho risposto che nutrirsi sempre di dolci e pasticcini alla fine può provocare sazietà.
Ecco allora sorgere una preoccupazione – che non mi pare infondata – che pone in primo piano il modo con cui la cultura va gestita per evitare di esaurirne la carica, ma anzi riuscire a metterne in evidenza oculatamente la potenzialità insita.
Dunque sarebbe il caso di abbassare la febbre provocata dalla ‘bassanite’ con una serie di precauzioni da prendere, che si risolvono in una fondamentale richiesta attorno a cui dovrebbe ruotare tutto il complesso apparato delle celebrazioni: il ruolo e la funzione della memoria.
Scrive l’amico Fiorenzo Baratelli riportando una frase di Milan Kundera: “La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio”. E commenta di seguito: “L’oblio dell’opinione pubblica è il più potente alleato dei corrotti, corruttori e cialtroni di ogni tipo che possono rientrare in gioco e riciclarsi proprio in virtù dell’oblio. E’ successo dopo il Fascismo. E’ accaduto dopo ‘tangentopoli’. Sta accadendo dopo il ventennio berlusconiano […] Ovviamente, non si tratta di malattia ‘solo’ italiana […] Diciamo, però, che da noi è particolarmente grave e diffusa”.
Dal commento, che ovviamente travalica i limiti temporali in cui s’inserisce l’opera bassaniana, si ricava un monito assai importante, interpretato quasi come una costante della Storia: la trappola del non ricordare usata per riproporre situazioni pericolosamente simili proprio in virtù della dimenticanza. Tutta l’opera di Giorgio Bassani, al contrario, si conforma in una tensione quasi spasmodica al valore della memoria, alle sue possibilità di trar fuori dagli inferi della dimenticanza una Euridice che è una città: Ferrara. E allora questa operazione memoriale, naturalmente legata all’interpretazione critica che l’accompagna, deve star molto attenta a riproporre il momento storico nella sua prismaticità, ma anche nella sua verità.
Così appare veramente fuorviante riproporre, a quasi un cinquantennio della presentazione in prima nazionale del Giardino dei Finzi-Contini a Ferrara nella Casa di Stella dell’Assassino – un luogo fondamentale nella cultura ferrarese del secondo Novecento – il senso di un rifiuto che ancora una volta la città avrebbe operato nei confronti dello scrittore, secondo un parametro di giudizio pericolosamente non rispondente al vero. Sarebbe cioè stata la città stessa a rifiutare ancora una volta Bassani, invece (e come il poeta disse “io c’era!”), è necessario riferirsi a un episodio legato esclusivamente alla cronaca familiare che in qualche modo turbò la serata. Questo non può essere accettato né diventare momento critico. Ferrara, la Ferrara dei tardi anni Trenta, che come si sa è lo sfondo storico e memoriale su cui s’impalca la vicenda di Micòl e del giovane protagonista era, per così dire, diversa: di una diversità che si proponeva come una contraddizione in termini, ovvero essere governata da un podestà ebreo che aveva riscosso la fiducia di Italo Balbo – che si oppose fino al momento della sua morte alle proteste della corte mussoliniana, che vedeva la situazione di Ferrara come uno scandalo e venne prontamente normalizzata dopo la scomparsa del gerarca. Da qui l’input a quella memoria storica che è anche scelta e scelta autoriale: la cacciata dal Circolo del Tennis, dalla Biblioteca Ariostea, fino al compimento della tragedia. A questo proposito l’indagine storica si fa più stringente al vero in studi meritori che molto spesso non hanno potuto superare la cerchia ristretta degli addetti ai lavori, specie quelli condotti da bravissimi insegnanti quali Claudio Cazzola, Antonietta Molinari e Rita Castaldi, che hanno operato e operano all’interno del Liceo classico Ariosto dove Bassani compì i suoi studi e che aprono pagine famose del romanzo più celebre. Ora i contributi di Rita Castaldi sono approdati a un libro, “Scritti su Bassani” (Diogene, 2016), che ci rivela un tessuto storico di grande importanza per comprendere le condizioni in cui vivevano lo scrittore, i suoi amici e parenti specie per gli anni trascorsi a Liceo Ariosto e alla Facoltà di Lettere di Bologna. Particolarmente suggestive le analisi condotte sulle scelte del percorso universitario bolognese e l’elezione a Maestro da parte del giovane allievo di Roberto Longhi. E’ uno sguardo intrigante sulla cultura universitaria, sull’aura del carduccianesimo imperante nell’Alma Mater, ma anche sulla capacità critica del giovane studente nel saper cogliere la novità di cui darà ben presto prova nei racconti d’inizio raccolti sotto il titolo “Una città di pianura”.
L’attenzione alla cronaca dunque si attesta come momento memoriale della Storia e spiace che nell’oblio siano caduti momenti di riscatto della e dalla Storia e di nuova possibilità ermeneutica. Penso al convegno su Bassani e Ferrara, “Le intermittenze del cuore”, tenutosi negli anni Novanta e i cui atti sono stati pubblicati nel 1995 a cura di Alessandra Chiappini e di chi scrive queste note. Ma ancora i festeggiamenti per il quarantennale della pubblicazione de “Il giardino dei Finzi-Contini”, voluto dal Garden Club e dagli Amici dei Musei, con gli splendidi interventi di Jenny, la sorella di Bassani, e del figlio di Guido Fink, allievo di Bassani alla scuola israelitica di Ferrara quando gli ebrei furono espulsi dalle scuole pubbliche.
Ferrara dunque non ha dimenticato e non rifiuta il suo grande scrittore, ma l’elaborazione storico-critica subisce necessari adattamenti che solo l’occhio attento e paziente del critico può proporre nella sua ‘verità’, che come sappiamo è scelta, e scelta motivata e legata ai tempi.
Abbassiamo dunque la febbre provocata dalla “bassanite” con una responsabile offerta che, secondo una splendida metafora dell’autore, faccia intravvedere la luce in fondo al tunnel. Una luce chiara, ma non un’esplosione di fuochi d’artificio.

NOTA A MARGINE
Dopo Casa Minerbi ora si aspetta la riapertura alla cultura di Casa Cini

di Maria Paola Forlani

Era da più di vent’anni che i ferraresi aspettavano questo momento: finalmente Casa Minerbi riapre i battenti, accogliendo la cittadinanza tra le sue mura. La città ritrova un grande contenitore colmo di capolavori. Mentre resta nell’assoluto abbandono Casa Cini e il suo patrimonio di biblioteche e opere d’arte.
Oltre alla parte museale con il ciclo di affreschi trecenteschi, il palazzo ospita una sala conferenze, l’Istituto di studi rinascimentali con la prestigiosa biblioteca Ravenna e il nuovo Centro studi bassaniani, inaugurato in occasione del centenario della nascita del noto scrittore ferrarese.

L’edificio è stato edificato attorno alla metà del Trecento dalla famiglia Del Sale. L’identificazione della committenza con questa famiglia è stata resa possibile grazie al riconoscimento dell’impresa araldica, un leone rampante con testa d’elefante, scolpita nei capitelli del loggiato e affrescata nei clipei della sala degli Stemmi.
Fino all’Ottocento i documenti e le notizie storiche, emersi da archivi e da indagini svolte in occasione dei restauri, sono insufficienti a definire i diversi passaggi della proprietà di casa Del Sale che si succedono nel corso dei secoli. Dalla seconda metà del Novecento la casa ha assunto per la sua identificazione il nome degli ultimi proprietari che l’hanno abitata: Minerbi e Del Sale. Nel 1995 il Comune di Ferrara e il Demanio dello Stato hanno acquistato dagli eredi Minerbi la proprietà dell’intero immobile.
L’edificio ha una pianta a forma di quadrilatero irregolare ed è esposto su due livelli, tra loro un tempo comunicanti probabilmente attraverso scale di legno.
Il piano terra presenta in facciata un portico a tre arcate dove, nei capitelli dei pilastri, è scolpito il simbolo araldico della famiglia Del Sale. In una delle due grandi stanze, con soffitti lignei, all’interno di una nicchia semitamponata è stato rinvenuto un affresco che raffigura San Cristoforo. Al primo piano in corrispondenza del portico è situato il salone delle Allegorie delle Virtù e dei Vizi. Da questo salone si può accedere attraverso un arco, di recente riaperto, a due ambienti. Sulla sinistra si trova la sala degli Stemmi, mentre sulla destra è situata un’altra sala le cui decorazioni sono completamente scomparse e resta solo un timpano affrescato con specchiature a finto marmo.
Casa Minerbi-Del Sale, oltre che per gli affreschi, riveste particolare importanza anche come testimonianza architettonica. Gli esempi di edifici privati trecenteschi che si sono conservati nella città di Ferrara e in generale nell’Italia Settentrionale sono, infatti, abbastanza rari e spesso hanno subìto trasformazioni tali da renderne difficile la lettura. Questo vale, per esempio, per il poco edificante restauro voluto dalla Diocesi di Ferrara della splendida (e ormai deturpata) Casa Cini in via Boccaleone Santo Stefano.
Gli studi del Salone delle allegorie delle Virtù e dei Vizi di Casa Minerbi, dal punto iconografico, sono incentrati prevalentemente sul rapporto di dipendenza tra il ciclo ferrarese e quello realizzato agli inizi del Trecento da Giotto nello zoccolo della cappella degli Scrovegni a Padova.
Il maestro di casa Minerbi, così denominato da Carlo Ludovico Ragghianti, ma che oggi viene chiamato Stefano da Ferrara, non ha lavorato da solo nella loggia superiore. Giustizia, Carità e Speranza, in rapporto alle altre allegorie, pur nella tenuta poetica sempre elevata, tendono a declinare in accenti più popolari e ciò si può ritenere dovuto all’intervento di un aiuto, pur ben inserito, negli stilemi del maestro. Si tratta comunque di immagini e di stesure gentilissime, in una composizione nuova e fresca per l’affacciarsi occhieggiante delle frotte angeliche degli esili profili e dai diafani colori.
Ancora da indagare resta l’iconografia delle teste inserite nei quadrilobi mistilinei che affiancano le allegorie.
Per quanto riguarda l’aspetto strutturale, la vicina sala degli Stemmi ha subito nel corso dei secoli diverse modifiche dovute all’apertura di porte e finestre che hanno distrutto in maniera irreparabile ampie porzioni degli affreschi delle pareti. Il tetto della sala è a capanna con capriate a vista e nelle pareti nord e sud ci sono timpani affrescati. Nel primo sono visibili decorazioni a finto marmo, nel secondo una scena di lotta o di gioco tra due personaggi affiancati dai rispettivi cani.
La decorazione pittorica ricopre tutta la superficie delle pareti. Nella parte superiore si trovano specchiature rettangolari a finto marmo, al cui interno sono disposte tredici losanghe romboidali contornate da cornici colorate di bianco, scorciate prospetticamente dal basso verso l’alto, che racchiudono una serie di teste di uomini e di donne raffigurati prevalentemente di profilo. Nella parte inferiore tutta la sala è avvolta da un finto velario giallo con bordo rosso appeso per punti così da formare profonde e ampie ricadute delle pieghe. La fascia centrale delle quattro pareti è composta da un reticolato a intreccio geometrico che può essere suddiviso in tre registri. Il registro in alto e quello in basso racchiudono una teoria di clipei dipinti a chiaroscuro a eccezione di due colorati presenti nella parete ovest che raffigura busti di profilo. Il registro centrale riporta in maniera seriale l’impresa araldica della famiglia Del Sale. L’effetto coloristico delle pareti è di grande impatto visivo e non si può non apprezzare il gusto per l’uso del colore presente in questa sala.
Quando i locali in cui si trovano gli affreschi furono adibiti a solaio, in epoca non precisabile, iniziò il degrado del ciclo ferrarese. Solo intorno al 1950 Giuseppe Minerbi, la cui famiglia possedeva la Casa fin dal secolo precedente, raccolse la sfida costituita dal recupero di tutto l’insieme dell’edificio, per renderlo vivibile. Esistono foto in cui Minerbi è immortalato in quegli ambienti tornati degni di una reggia, con gli affreschi curati sebbene non guariti.
In tali testimonianze intorno a lui si vedono celebrità come Giorgio Bassani insieme a sua madre Dora Minerbi, Riccardo Bacchelli con la moglie Ada, e ancora colui che operò l’esemplare restauro di casa Minerbi, l’architetto Pietro Bottoni.

Ora Casa Minerbi è tornata ‘luogo di cultura’, si apriranno le biblioteche e gli spazi agli studiosi ma, soprattutto, ai giovani in quell’armonia che con la ‘bellezza’ apre il cuore alla solidarietà e alla ricerca.
Resta il rimpianto, nell’antica Ferrara, dell’abbandono di quella donazione che il conte Cini fece alla città: la sua dimora, Casa Giorgio Cini, un tempo tempio della cultura e dell’accoglienza, ora distrutta da indefinibili e ambigue affittanze e spregevoli restauri, mentre all’interno splendidi saloni, caminetti e biblioteche piangono per il degrado architettonico e umano.
Questa è stata una scelta scellerata della diocesi estense che ha portato un edificio così caro ai ferraresi, al silenzio sulla sua storia.
Resta la speranza che, sotto la spinta all’amore, alla solidarietà e alla cultura di Papa Francesco, si decida di ricominciare dalla presto interrotta sperimentazione culturale di un tempo e di imboccare il prima possibile la strada così colma d’attese del suo mecenate, che l’aveva donata “ai giovani e alla cultura”, accendendo anche qui quei fermenti di entusiasmo ora così vivi nella nuova Casa Minerbi.
“Credono infatti che la vergogna più infamante
consista nell’annotare nei pubblici registri che
la città, allettata da una somma di denaro, e per
di più da una somma modesta, ha venduto e trasferito
legalmente su altri la proprietà di oggetti
ricevuti dagli antenati”.
(Cicerone, Quarta orazione contro Verre, 70 a. C.)

L’emozione di entrare nel salotto di Giorgio Bassani

Entrare nella casa di qualcuno è sempre un’esperienza intima. Vedi il divano dove si rilassa, i piatti dove mangia, i quadri che tiene appesi alle pareti, i titoli dei libri che legge. L’emozione è ancora più grande se quella persona la conosci già per le cose che ha fatto – o in questo caso – scritto.
Ecco: adesso a Ferrara ci sarà e si potrà vedere e persino toccare il tavolo dove Giorgio Bassani prende appunti, legge, pensa. E’ qui la stanza dove vive tra una delle sue passeggiate nei quartieri di Roma e l’appuntamento pomeridiano con la partita a tennis, giocata fino agli ultimi anni di vita. C’è la poltrona rossa dove va a sedersi la sera, il tappeto che calpesta per accogliere gli amici Mario Soldati e Attilio Bertolucci, i bicchieri dove si dissetano mentre fanno a gara per recitare versi della Divina Commedia, i ritratti che gli fanno i pittori che conosce, i volumi con dentro il sapere che gli ha riempito l’anima. Ma c’è anche il servizio buono della casa del nonno materno; sono i piatti di ceramica con decorazioni blu di una famiglia ebrea ferrarese, una rarità che racconta da sola un’epoca e un mondo in gran parte distrutto, come quello che poteva essere il pranzo della festa prima della Shoah, prima che arrivassero le leggi razziali e prima che Micòl e gli altri membri della famiglia romanzesca dei Finzi-Contini venissero strappati alle loro belle abitazioni ferraresi per non tornarci più.

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Stoviglie della casa dei nonni materni di Giorgio Bassani ora a Casa Minerbi, Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

La casa che accoglie librerie e salotto di Bassani non è quella dove è cresciuto, in via Cisterna del follo (ora venduta a privati e inaccessibile). E’ la casa di un benestante signore ebreo ferrarese, Giuseppe Minerbi, amico di Giorgio, in via Giuoco del pallone 15 – a pochi passi dalla biblioteca Ariostea e anche dalla casa natale di Ludovico Ariosto. Acquisito dal Ministero dei beni culturali vent’anni fa, l’edificio è stato ora restaurato insieme con il Comune di Ferrara, che qui darà nuova sede all’Istituto di studi rinascimentali e ha creato il Centro studi bassaniani, aperto nello scorso fine settimana (4 e 5 marzo 2016) in occasione dei cent’anni della nascita del romanziere. Mancano gli ultimi ritocchi per il recupero completo degli affreschi al piano di sopra e degli impianti; poi – spiega il padrone di casa Giovanni Lenzerini, dirigente del settore attività culturali del Comune – ci sarà l’apertura ufficiale, in maggio 2016.

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Il salotto della casa di Giorgio Bassani ora a Casa Minerbi, Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

A rendere davvero questo luogo la casa dell’autore de “Gli occhiali d’oro” e delle “Storie ferraresi” è il lascito della sua compagna Portia Anne Prebys. La docente americana, che Bassani conosce a Roma nel 1977 e con cui trascorre il resto della vita, dona alla città tutti i 5mila libri, 9mila documenti e articoli dedicati a lui, oggetti d’arte e d’arredo. E sabato, seduta in quel salotto, Portia condivide con i visitatori i ricordi di vita quotidiana e la sua volontà di lasciare tutto alla città dello scrittore per creare questo luogo di divulgazione della cultura e dell’opera di uno degli autori più amati e tradotti in tutto il mondo.

Nella stanza con le immense librerie a parete è invece Gianni Venturi, docente e critico letterario, a raccontare aneddoti legati alle pubblicazioni dei romanzi e dei racconti. “Bassani – dice il co-curatore del Centro studi bassaniani – amava molto l’arte e per ogni copertina ha scelto opere e dipinti degli artisti che preferiva. Ecco per esempio questa edizione degli ‘Occhiali d’oro’. Quale pittore poteva essere più adatto di Filippo De Pisis per una storia che racconta il rifiuto di una città per gli ebrei e gli omosessuali?”. Per non dire di Giorgio Morandi, “l’artista preferito da Bassani”, con l’incisione dei Giardini Margherita di Bologna che illustra il romanzo dei Finzi-Contini ed è riprodotta nel manifesto di lancio del libro, incorniciato su una parete.

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Scaffale con le varie edizioni delle opere di Giorgio Bassani a Casa Minerbi, Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

La cosa bella è entrare in una casa d’autore e trovarcela, dentro, davvero. Trovare l’atmosfera di una vita domestica, sfiorare velluti un po’ lisi, spiare tra gli oggetti chiusi in una vetrinetta. All’estero, soprattutto nei paesi anglosassoni, questo succede. Puoi vedere la casa di Conan Doyle – nel centro di Londra – con persino il caminetto acceso e ancora vicino le pantofole dello scrittore di polizieschi e una pipa sulla scrivania, che chissà se era proprio la sua, ma fa pensare subito a quella di Sherlock Holmes. In Scozia – quando entri in un castello – trovi le cucine piene zeppe di pentole in rame, sacchi di farina, persino gatti riprodotti in cera, pronti a saltare sul cartoccio di pesce. In Italia, finora, sembrava che tutto questo fosse proibito, se non andavi a Gardaland. Persino la casa di Giorgio Morandi – a Bologna in via Fondazza – è stata sì tardivamente acquistata dal Comune e adibita a casa-museo, salvo il fatto di affidarla poi a un architetto di tendenza che l’ha completamente snaturata per farne un monumento di auto-celebrazione di maniera contemporanea bianco-minimal che puoi trovare in mille gelaterie, musei e hall d’albergo d’ogni parte del pianeta anni 2000. Anche a Ferrara la Casa dell’Ariosto, nella via che porta il suo nome, è piuttosto asettica: vedi i muri e le piastrelle in cotto (quelle almeno sì, qui), ma non ci sono arredi, non senti l’atmosfera casalinga di una stanza da letto, di un tavolo da pranzo. Ferrara rimedia ora con il Centro studi Giorgio Bassani. Per dare un approdo a tutti quelli che cercano, cercano il giardino che non c’è, e possono trovare – adesso – una casa che era altrove.

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Gianni Venturi curatore con la Presbys del Centro studi bassaniani (foto Giorgia Mazzotti)
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I fermalibri di Giorgio Bassani a Casa Minerbi, Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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Il salotto della casa di Giorgio Bassani ora a Casa Minerbi, Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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Portia Presbys nel salotto della casa di Giorgio Bassani ora a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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Il salotto della casa di Giorgio Bassani ora a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

LA BELLEZZA CI SALVERÀ
Casa Minerbi-Dal Sale centro della cultura ferrarese tra passato e presente

Casa Minerbi-Dal Sale torna a essere il luogo dove il contemporaneo dialoga con il passato e con la memoria. È stato così negli anni Cinquanta con il restauro voluto dal proprietario e inquilino Giuseppe Minerbi; sarà così da ora in poi con il Centro Studi Bassaniani e l’Istituto di Studi Rinascimentali, che avranno qui la loro sede e con le loro attività torneranno ad animare gli splendidi ambienti di questo gioiello architettonico ferrarese. Proprio come è successo per tre giorni, da giovedì 3 a sabato 5 marzo, quando l’edificio di via Giuoco del Pallone ha riaperto eccezionalmente le sue porte al pubblico.

La lunga storia di questo complesso inizia nella seconda metà del Trecento, quando viene fatta edificare dalla famiglia Dal Sale (o Del Sale) e vengono realizzati gli eccezionali affreschi del salone dei Vizi e delle Virtù e della Sala degli Stemmi. A fine Ottocento l’edificio viene acquistato dalla famiglia Minerbi. Sarà Giuseppe Minerbi a decidere nel 1957 di restaurare parte degli ambienti, comprese le sale affrescate, per farne la propria abitazione, affidando il progetto al noto architetto milanese Piero Bottoni. Ed è qui che entra in scena Giorgio Bassani: amico e lontano parente di Giuseppe Minerbi, come spesso accadeva per i componenti dell’antichissima comunità ebraica ferrarese, come presidente di Italia Nostra, proprio per questo restauro chiede a “Beppe”, come veniva chiamato da chi lo conosceva bene, di guidare la sezione ferrarese dell’associazione. Minerbi rifiuta e la scelta ricade così su un altro grande animatore della realtà culturale ferrarese e non solo, l’avvocato Paolo Ravenna. Giorgio Bassani dedicherà poi al suo vecchio amico Beppe il suo ultimo romanzo: “L’airone”.
Il penultimo capitolo di questa secolare vicenda inizia nel 1995, quando il Comune di Ferrara e il Ministero per i beni culturali, mediante l’esercizio del diritto di prelazione, acquistano casa Minerbi-Dal Sale con lo scopo di renderla un luogo pubblico a disposizione dei cittadini.È così che Casa Minerbi-Dal Sale viene destinata a museo, per quanto riguarda le sale affrescate, e a sede dell’Istituto di Studi Rinascimentali.

Secondo Gianni Venturi, che sabato ha fatto gli onori di casa e ha accolto il pubblico, allo studio e alla cultura si è aggiunto “un atto d’amore”: quello di Portia Anne Prebys, compagna di Giorgio Bassani per 25 anni. Con la sua donazione, avvenuta a dicembre 2015, ha fornito il nucleo fondamentale del Centro Studi Bassaniani (di cui la Portia Prebys è curatrice, mentre il professo Venturi è il co-curatore), che non poteva avere la sua casa se non in via Giuoco del Pallone, in quelle stanze così spesso frequentate dallo scrittore. Circa 9.000 cartelle contenenti informazioni bio-bibliografiche relative a Giorgio Bassani fino al 2000 – raccolte in quarant’anni di ricerche da Portia Prebys – e 5.000 libri “appartenenti allo stesso Giorgio Bassani”, fra i quali “tutte le edizioni in lingua originale” delle sue opere, come spiega ancora Venturi. Il Lascito Prebys comprende anche una collezione di memorabilia personale, con mobili, sculture, stampe e acqueforti, porcellane e cristalleria, provenienti dalla casa di Roma, ma anche dalla casa natale di via Cisterna del Follo. È la stessa Portia ad accogliere il pubblico, seduta al tavolo da pranzo al posto solitamente occupato da Giorgio, e a spiegare che in questa stanza a pianterreno di Casa Minerbi ha voluto “ricreare l’ambiente dove l’uomo Bassani viveva”. Dietro di lei il ritratto di Bassani realizzato da Carlo Levi nel 1953, di fronte una serie di stampe con una pianta di Roma, realizzate nel Settecento da Giovanni Battista Piranesi e da Gianbattista Nolli: “ogni mattina Giorgio si alzava e dopo colazione sceglieva una meta, un quartiere da visitare”.

L’apertura definitiva al pubblico è prevista per maggio, dopo il trasloco del materiale dell’Istituto di Studi Rinascimentali: oltre 15.000 volumi disponibili a scaffale aperto, l’Archivio Giglioli, contenente “documenti che vanno dal 1260 al 1940”, e “i busti di gesso, compreso quello di Canova, che adornavano il Palazzo Giglioli Maffei”, come ha anticipato Gianni Venturi.
L’ultimo capitolo della storia di Casa Minerbi-Dal Sale è appena iniziato e nuove pagine aspettano di essere scritte.

Guarda il video su Casa Minerbi-Dal Sale realizzato da Mibact e Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Emilia Romagna.

Clicca sulle foto per ingrandirle.

 

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