12 Gennaio 2017

Debito e moneta, le leve per sbloccare la crisi

Claudio Pisapia

Tempo di lettura: 4 minuti

Uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi decenni e che ha determinato la situazione attuale di crisi perdurante, sia in termini prettamente economici che anche di valori, è la privatizzazione dell’emissione monetaria con la quale si è sostituita la moneta con il debito. Cioè lo Stato ha rinunciato sempre di più al suo potere di emettere moneta e bilanciare così il rapporto tra i beni in circolazione e lo strumento per farli girare. Oggi siamo un po’ alle strette per cui potrebbe essere logico cominciare a fare un discorso inverso, cioè sostituire il debito con la moneta.
All’atto pratico quanto sta facendo la Bce di Draghi va in questa direzione, infatti sta comprando Btp, cioè debito degli Stati, dietro moneta che però non è direttamente destinata ad attività economiche reali e per questo non ce ne stiamo accorgendo più di tanto.
Questa operazione portata avanti per un certo numero di anni potrebbe persino portare alla sparizione dei debiti pubblici con conseguente fine dello stress a cui siamo sottoposti per rispettare uno dei parametri di Maastricht, Psc e Fiscal Compact ovvero che il debito pubblico di uno Stato deve essere compresso fino a raggiungere il 60% del rapporto con il Pil.
Considerando che la Bce, in realtà Bankitalia, sta ricomprando circa 8 miliardi di euro di debito pubblico sotto forma di Btp al mese che vuol dire poco meno di 100 miliardi all’anno e considerando ancora che i Btp da ricomprare sono circa 1.700 miliardi, possiamo facilmente calcolare che se questa operazione durasse 17 anni sparirebbe il nostro debito pubblico, quella parte diciamo così “pericolosa” per i motivi spiegati in uno dei miei ultimi articoli (la speculazione sui Btp).
In tutto questo per avere chiara la situazione bisogna considerare che una Banca Centrale non può finire i soldi, come ha detto lo stesso Draghi, ed è un’istituzione che può operare in negativo, senza obblighi, perché i soldi che crea non deve ridarli a nessuno.
Il punto è che se togli qualcosa senza immettere niente si è al punto di partenza. Convergere al 60% del debito pubblico o eliminarlo non crea di per sé più moneta e non aumenta la sua quantità in circolazione rimettendo in moto gli scambi, quindi ci sarebbe bisogno di spesa reale dello Stato, un abbattimento dell’altro parametro, quello del 3%.
E come riferimento ci dovrebbe essere la crescita e non il rapporto deficit-pil, crescita al 3% o al 6% al quale fare riferimento e quindi spendere fino a quando si raggiunga quel livello. Per ulteriore chiarezza, quando lo Stato commissiona un’opera pubblica immette moneta nel circuito perché paga quel lavoro, se abbassa l’Iva aumenta gli scambi con conseguente necessità di aumentare la produzione dei beni in circolazione e soprattutto lascia più moneta in circolo e quindi non frena lo sviluppo e l’economia in generale.
Togliendo debito si tolgono dalla circolazione anche un po’ di interessi sui quali contano i vari fondi e anche le famiglie che detengono titoli di Stato e in generale chi lavora su questo. Il tutto però sarebbe benefico per l’economia reale in generale grazie alla conseguente crescita e ad una migliore distribuzione del benessere non più legato al debito e agli interessi di pochi. Perché questo sia possibile, ovviamente, necessità di controllo e l’unico che possa farlo è uno Stato nel pieno delle sue funzioni, sovrano e che utilizzi democraticamente i suoi poteri nell’interesse generale.
In questo contesto probabilmente l’informazione sulle dinamiche macroeconomiche sarebbe di importanza basilare. I giornali dovrebbero amplificare al massimo tali informazioni, una su tutte: l’intervista a Mario Draghi in cui sorridendo ammette che la Bce non può finire i soldi (leggi). Ma anche quella in cui Ben Bernanke (Governatore Federal Reserve) ammette che per salvare l’Aig non si sono usati i soldi dei contribuenti ma si è semplicemente cliccato su un tasto (leggi), e poi Sir Marvin King (Governatore Banca Inghilterra) che informa che la maggior parte della moneta in circolazione è creata dalle banche commerciali, quindi moneta privata per scopi privati.
Tali informazioni dovrebbero trovare più spazio sui media in modo da creare consapevolezza rispetto a frasi del tipo: non ci sono soldi! e aiutare poi anche a comprendere che il problema è come è stato disegnato il sistema monetario attuale che dopo aver abbandonato come collaterale l’oro nel 1971, cioè dietro una moneta non c’è più oro ma aria fritta, ha cominciato ad usare come collaterale il debito.
Ogni moneta in circolazione rappresenta il debito di qualcuno e prima o poi deve ritornare alla base, per comprenderlo bisogna sempre guardare il sistema in grande, non al proprio portafoglio. Ragionare per un momento macro, in modo da spiegarsi il perché ci sono le crisi e perché la vita in fondo è tanto problematica. Capire il sistema nel suo insieme aiuta a migliorarlo mentre affrontare i problemi in maniera separata e parziale aiuta la confusione e a far sì che le crisi persistano.


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L’autore

Claudio Pisapia

Dipendente del Ministero Difesa e appassionato di macroeconomia e geopolitica, ha scritto due libri: “Pensieri Sparsi. L’economia dell’essere umano” e “L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa paura”. Storico collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara (www.gecofe.it) con il quale ha contribuito ad organizzare numerosi incontri con i cittadini sotto forma di conversazioni civili, spettacoli e mostre, si impegna nello studio e nella divulgazione di un’informazione libera dai vincoli del pregiudizio. Cura il blog personale www.claudiopisapia.info
Claudio Pisapia

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