11 Dicembre 2020

Cancellare o congelare il debito pubblico detenuto dalla Bce si può

Claudio Pisapia

Tempo di lettura: 5 minuti

Per contrastare l’avanzata del Covid 19 il governo ha impegnato da inizio anno circa 200 miliardi di euro, tutti ovviamente in deficit. A fine luglio il debito pubblico italiano era arrivato, in termini assoluti, a 2.466 miliardi di euro, con l’aumento delle spese pandemiche di quest’anno, e il conseguente arresto nella crescita del Pil, si prevede un rapporto deficit/pil oltre il 160% che rispetto al 135% con cui avevamo chiuso il 2019 sono 25 punti percentuali in più.

A questo punto, mentre la preoccupazione cresce, si cominciano a palesare proposte impensabili fino a soli sei mesi fa. Il presidente del Parlamento europeo Sassoli ha chiesto che si discuta della possibilità di cancellare la parte del debito comprata dalla Bce, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro plaude e rilancia mentre alcuni economisti chiedono più prudentemente che i titoli di stato vengano semplicemente congelati, cioè la Bce (che già li detiene) li dovrebbe ricomprare alla naturale scadenza senza una ulteriore data di fine, un debito perpetuo che solleverebbe gli stati dai suoi obblighi di riacquisto.

Chi si oppone alla cancellazione solleva i soliti dubbi che in parte però confermano che la possibilità di inedite soluzioni esista davvero. Dire, ad esempio, che i trattati non lo prevedono significa sostanzialmente ammettere che un cambiamento nelle previsioni legislative dei trattati permetterebbe formulazioni diverse, quindi si riporta il tutto ad un decisione politica, come è giusto che sia. Altra questione che gli scettici sollevano sarebbe la diminuzione del patrimonio della Bce che seguirebbe l’eventuale cancellazione del debito accumulato, cioè un’operazione contabile di cancellazione diminuirebbe quello che per una banca centrale (contabilmente) è un attivo e quindi la stessa si ritroverebbe con meno capitale. Anche qui la replica è semplice: le banche centrali non sono comuni banche commerciali per cui possono operare anche in passivo e senza problemi e a dirlo sono i documenti delle stesse. Basta guardare ad esempio qualche nota in qualche Report della Bce. Suggerisco “Occasional paper” nr. 169 di Aprile 2016 pag. 14 nota 7, ma la documentazione è vasta.

Le operazioni di politica monetaria servono per immettere o drenare moneta dal sistema. Quando si comprano titoli di stato si immette moneta perché magari in giro ce n’è poca e gli scambi conseguentemente stanno diminuendo, quando si vendono titoli si toglie invece moneta perché magari in giro ce n’è troppa e si sta creando inflazione.

Chi è critico sulla possibilità di detenere titoli in perpetuo, quindi di congelare il debito emesso dagli Stati, obietta che ciò potrebbe minare la credibilità della Bce in quanto questa non avrebbe più la possibilità di controllare la stabilità dei prezzi con eventuali operazioni di vendita titoli. A questo si può rispondere semplicemente che la politica monetaria è solo uno degli strumenti a disposizione degli stati, almeno di quelli che funzionano. Questi hanno infatti a disposizione la politica fiscale, possono quindi programmare lavori pubblici, assunzioni o altro e hanno la possibilità di aumentare oppure diminuire le tasse. Tutte operazioni che servono per riequilibrare sistemi economici compromessi.

Che da sola la politica monetaria non possa risolvere tutti i problemi lo abbiamo visto sulla nostra pelle dal 2008 in poi. Infatti nonostante l’acquisto di montagne di titoli di stato con conseguente emissione di liquidità non c’è stata la sperata impennata dell’inflazione proprio perché alla politica monetaria non è seguita una saggia politica fiscale da parte di quegli Stati che potevano permetterselo, ad esempio la Germania, che invece di spendere hanno continuato ad accumulare.

L’ossessione dei bilanci in ordine ha portato all’imposizione di politiche di austerità che hanno aumentato i danni e predisposto la catastrofe sanitaria a cui stiamo assistendo in questo 2020. Tagli alla sanità, ai trasporti e all’istruzione fanno da impedimento a qualsiasi politica governativa di intervento a sostegno della crisi pandemica e costringono alla chiusura di attività commerciali, scuole e alla vergogna di non avere abbastanza posti negli ospedali per i malati.

Il reale problema non è il debito pubblico ma le decisioni politiche che si intendono prendere e chi queste decisioni intendano tutelare. Trattati e convenzioni non sono scritti sulla sabbia ma nemmeno nella pietra come i Comandamenti di Mosè. Possono essere cambiati, riscritti e ripensati se cambiano le necessità dell’essere umano perché le decisioni politiche, in ultima analisi, servono per tutelare interessi reali e non astratte alchimie finanziarie.

E’ importante non lasciarsi confondere e cercare di capire cosa si sta dicendo quando si parla debito, titoli di stato, banche centrali e liquidità.

Fin dagli albori, quando nel ‘600 si istituì la Banca d’Inghilterra, l’idea era che questa dovesse facilitare il sovrano nella ricerca di credito rendendo sicuro il suo debito, ottenendo in cambio che le banconote da lei emesse avessero la fiducia del re e quindi venissero accettate per legge. Un patto che è alla base dell’operatività di tutte le banche centrali odierne. L’idea del liberalismo che invece si opponeva a questa innovazione era quella rappresentata da Locke il quale rifiutava l’assolutismo in tutte le sue forme e quindi vedeva che un potere passava dal sovrano ai banchieri mentre lui voleva che non ci fossero diritti di proprietà regali perché a quel punto tutto ciò che arrivava al popolo sarebbe stata una concessione e così sarebbe stato anche per la moneta.

Quindi la moneta doveva essere un bene, merce essa stessa e non espressione di potere politico, da questa necessità nacquero gli standard monetari legati all’argento prima e all’oro poi.

In questo modo il re perdeva il diritto esclusivo di avere nella moneta uno strumento di indirizzo esclusivo e di conseguenza lo attenuavano i banchieri.

A un certo punto, complici le due guerre mondiali del ‘900 e le costituzioni socialiste che ne seguirono, gli standard aurei si sciolsero al sole e la moneta ritornò ad essere lo strumento del sovrano attraverso le banche centrali. La grande differenza in questo sistema è che il sovrano… era il popolo. Quindi la moneta serve finalmente gli interessi del popolo, quando lo stato spende i cittadini incassano. Il popolo non solo cominciava ad esistere ma stava vincendo.

Poi i banchieri sono tornati sotto forma di mercati e di finanza, di nuovo interesse pubblico è sinonimo di aristocrazia del denaro. Da una parte il popolo, dall’altra chi decide cosa è giusto, in mezzo un solco occupato da chi difende i fogli di bilancio, i trattati, gli accordi tra nobili come se tutto questo fosse più importante di noi. Lo standard aureo non esiste più ma la moneta torna ad essere scarsa artificialmente attraverso la creazione di un “gold standard without gold”. Il patto tra sovrano e finanza riprende quota, esiste e sta vincendo.



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L’autore

Claudio Pisapia

Dipendente del Ministero Difesa e appassionato di macroeconomia e geopolitica, ha scritto due libri: “Pensieri Sparsi. L’economia dell’essere umano” e “L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa paura”. Storico collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara (www.gecofe.it) con il quale ha contribuito ad organizzare numerosi incontri con i cittadini sotto forma di conversazioni civili, spettacoli e mostre, si impegna nello studio e nella divulgazione di un’informazione libera dai vincoli del pregiudizio. Cura il blog personale www.claudiopisapia.info
Claudio Pisapia

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