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L’8 Febbraio del 1959 era l’ultimo giorno di Carnevale. Mia madre con le sue tre amiche: Camilla, Clementina e Rita, andarono a festeggiare la giornata a Casalrossano, un paese a cinque chilometri da casa loro sul cui territorio c’era la sede del comune al quale apparteneva anche Cremantello, la stazione ferroviaria dalla quale partivano i treni per la città, l’ufficio postale, un teatro, diversi negozi e l’ostetrica.
Portavano cappotti, scarpe di pelle basse con le stringhe, calze di nilon appena immesse sul mercato e subito adottate in via definitiva, maglioni di lana fatti in casa con lana disfatta lavorata per la seconda volta, a righe dai colori sgargianti.

Andarono a Casalrossano in bicicletta, l’unico mezzo di trasporto che si potevano permettere oltre alle loro gambe. Le Biciclette avevano un passo lungo, un manubrio stabile e le selle comode di pelle imbottita. Molto facili da guidare e veloci. Tutte nere. Le bici colorate, costruite in serie, arrivarono dieci anni dopo. Furono sicuramente più economiche, ma meno durevoli e sicure, uno dei primi segnali del consumismo in avvicinamento.
La mamma ricorda di aver sentito dire che, nel lontano 1930, la nonna Adelina andava a Trescia in bicicletta per aiutare i suoi fratelli che aveva aperto là un negozio di stoffe, facendo ottanta chilometri in un giorno (quaranta per andare e quaranta per tornare) con quelle biciclette pre-moderne.
Lo zio Giovanni non andò al carnevale, era troppo piccolo, aveva 11 anni. Lagnò un po’, ma poi arrivò Toti (il suo cane) e l’attenzione si spostò sui giochi che si potevano fare sul tappeto, rotolandosi con il cucciolo.

Casalrossano aveva più abitanti ed era sicuramente più ricco di Cremantello, perché sul suo territorio c’erano le filande, aziende nelle quali si lavoravano i bozzoli dei bachi per produrre la seta. Le filande erano costruzioni di mattoni basse e lunghe con finestroni che arrivavano fino al soffitto.
La filanda Riccini era la più grande. Vi lavoravano all’incirca cento persone, quasi tutte donne. Gli uomini erano sei: il fuochista che aveva la funzione di mantenere l’acqua bollente per sgarzare i bachi, il custode della fabbrica, il proprietario, due uomini che si occupavano della logistica e il proprietario. Riccini non si vedeva mai, era un parlamentare e stava sempre a Roma.

L’ambiente di lavoro più favorevole e richiesto dalle giovani operaie, era la “sala” dove si facevano le matasse di seta, perché non si doveva mettere le mani nell’acqua bollente per sgarzare i bozzoli. Chi passava le giornate con le mani in acqua, si piagava la pelle ed era costretto a sopportare il bruciore continuando a sbollentare i bachi. L’unico rimedio era la pomata a base di glicerina che si applicava alla sera, una volta finito il lavoro.

La direttrice della “sala” era la prozia di mia madre e si chiamava Annunciata, detta Ciadin. Era piccola, minuta, aveva un viso ovale con occhi scuri. Indossava sempre un grembiule che veniva chiamato “il grembiule delle converse”, perché portato dalle novizie dei conventi prima di ricevere i voti perenni. Ciadin faceva parte dell’ordine di Sant’Angela Merici.  Le suore Angeline erano anche conosciute come “suore in casa” perché non vivevano in convento, ma prestavano la loro opera pastorale nella comunità di residenza. Era molto paziente e molto devota, pregava continuamente. Andava sempre in chiesa e vi trascinava anche sua nipote.

Fu così che mia madre a sette anni sapeva molte preghiere, novene, canti religiosi, era un’esperta di rosari, processioni e benedizioni di persone, oggetti, campi e nuvole.
Quell’8 Febbraio del 1959 Ciadin non partecipò al carnevale ma andò in chiesa a pregare San Girolamo, il santo del giorno.

Casalrosso aveva una grande piazza coi portici. La piazza dava sulla chiesa parrocchiale che era raggiungibile attraverso una scalinata.
Le case erano abitazioni di campagna su due o tre piani imbiancate e con i tetti spioventi.  Quasi tutte di proprietà. Sotto i portici della piazza c’erano tre negozi: il cappellaio, la merceria e il panettiere. La domenica mattina la piazza si riempiva di banchi del mercato e i commercianti dei paesi vicini andavano là per fare affari di vario genere. Nelle mattine di mercato, era presente un notaio che redigeva i contratti.

Nel 1930 in quella piazza era stato arrestato un fratello della nonna Adelina perché aveva guidato una sommossa, cappeggiando i mercanti al fine di ottenere una diminuzione del pagamento del pedaggio necessario al posizionamento dei banchi con le merci da vendere. Eravamo in pieno fascismo, lo zio fu portato in caserma e minacciato.
La nonna Adelina, in perfetto stile Giovanna d’Arco, andò a riprenderselo e, di fronte alla intraprendenza di quella donna, il gerarca fascista rilasciò il fratello.

Ventotto anni dopo, in quel freddo giorno di carnevale del 1958, mia madre e le sue amiche fecero colpo su un gruppo di ragazzi che stazionavano in quella stessa piazza.
Mia madre se ne ricorda due. Uno era piccolo, moro, gli occhi scuri, gli occhiali, chiacchierone. Anni dopo è diventato medico di base e ha aiutato molte persone. Il secondo si chiamava Rino era alto, magro, con i capelli castani ed è diventato un esperto di gestione del personale. Due lauree e due carriere decisamente brillanti per il tempo. Le ragazze di Cremantello avevano “pescato” bene.

C’erano maschere, carri sui cui erano posizionati personaggi di cartapesta, oppure persone vere travestite.  Ad un certo punto vennero accese delle girandole infuocate che zittirono la piazza. Brillarono per un po’ nel cielo come fiamme di fuoco scagliate in alto da un vento improvviso e poi si spensero nel grigio ghiacciato di quel cielo invernale.
Ma la cosa che mia madre e le sue amiche ricordano meglio furono i ragazzi con cui si fermarono a parlare. Diventarono loro amici e si frequentarono per molti anni. Mia madre ha visto Rino l’ultima volta dieci anni fa.

Questa è la vita e questo è ciò che fa la differenza. Le persone che incontri valgono più di mille girandole, di mille maschere, di cento cesti di frittelle e “panadì” (le castagnole di carnevale). Valgono più dell’oro, più di un bel cinema all’aperto e di un grande concerto. Le persone che diventano “amiche” valgono ancora di più. Sono le persone a cui ti puoi rivolgere quando hai bisogno, che avranno una parola di conforto in caso di accidenti negativi, che faranno il tifo per te quando dovrai dimostrare che sei quello che vale di più o, più semplicemente e molto più eticamente, il più onesto.

Anche in quel mese successero nel mondo degli eventi che segnarono la storia.
Il 2 Febbraio ci fu l’incidente di Passo Dyatlov. Quella notte nove escursionisti accampati nella parte settentrionale dei monti Urali morirono per cause rimaste sconosciute. Un altro grave lutto avvenne il giorno dopo. Il 3 Febbraio del 1959 persero la vita tre giovani musicisti: Richie Valens, Buddy Holly e J.P. “The Big Bopper” Richardson (per molti anni fu ricordato come “il giorno in cui morì la musica”). Il 13 Febbraio iniziò la commercializzazione di una bambola che rivoluzionò il mercato dei giocattoli per l’infanzia ed ebbe un successo clamoroso. Si chiamava, e si chiama tutt’ora, Barbie. Il 15 Febbraio in Italia prese il via un nuovo governo presieduto da Antonio Segni e il 19 Febbraio Cipro divenne indipendente con il trattato-anglo-greco-turco.

Ho chiesto a mia madre quando le fu regalata la prima Barbie e lei mi ha risposto: “Io non ho mai avuto una Barbie. Quando ero una ragazzina a Cremantello nessuno sapeva della sua esistenza. Da piccola avevo una sola bambola che si Chiamava Vilma, aveva il viso di Ceramica e il corpo di pezza. Era bellissima. Me l’aveva regalata una zia che abitava in città e faceva l’ostetrica (uno dei pochi lavori che permettevano a una donna di essere indipendente a quei tempi). Ho scoperto le barbie quando eravate piccole voi. Nel 1975 sono stata molto indecisa se comprarvele o no, perché mi sembravano molto brutte, ma poi ho visto che tutte le bambine le avevano e ve le ho prese. Vi sono piaciute subito!.

Già, le barbie, una trovata commerciale di grande portata e fortemente rivoluzionaria. Ma a Cremantello la rivoluzione delle barbie arrivò vent’anni dopo.

N.d.A. I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

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Costanza Del Re

E’ una scrittrice lombarda che racconta della vita della sua famiglia e della gente del suo paese, facendo viaggi avanti e indietro nel tempo. Con la Costanza piccola e lei stessa novantenne, si vive la storia di un’epoca con le sue infinite contraddizioni, i suoi drammi ma anche con le sue gioie e straordinarie scoperte.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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