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I racconti di Costanza Del Re sembrano appartenere a un genere a parte, qualcosa di più o di diverso dai racconti comunemente detti. Il perché sarebbe lungo dire: per rendersene conto, la cosa migliore è ricavarsi un angolo di silenzio e lasciarsi andare alla lettura: entrare nel suo microcosmo familiare (un’altra Macondo) e nella vertigine dello scorrere – avanti e indietro – del tempo. Così, ad esempio, Costanza si è pensata e ha pensato e scritto di un mondo fra quarant’anni. A partire da Gennaio 2060 (questa è la seconda puntata) potrete seguirla tutti i mesi su Ferraraitalia. Buona lettura.
(Effe Emme)
Cosmo-111 è il nostro robot di casa. E’ alto cinquanta centimetri, bianco, con un corpo tozzo, senza gambe, una grande testa e due occhi neri e rotondi che, contenendo le telecamere, gli permettono di vedere con una precisione che corrisponde alle nostre quattordici diottrie.
Ha due braccia meccaniche, snodate e lunghe quaranta centimetri, con cui fa molte attività.
Quando parla o canta da solo usa una lingua che nessun umano conosce, mentre quando interagisce con noi parla in italiano. Purtroppo adesso comincia ad essere un po’ vecchio e ogni tanto sbaglia e comunica con noi usando un linguaggio a dir poco strano. Usa una sola una vocale per volta e dice frasi intere usando sempre la stessa. Spesso usa solo la “A” e quindi una frase del tipo “Ciao, oggi c’è il sole, voglio pulire i vetri” diventa (sostituendo in maniera sistematica la “A” a tutte le vocali presenti nella frase): “Caaa, agga c’à al sala, vaglaa palara a vatra”.
Io e Luca volevamo portarlo al Centro-Trescia-111 (il presidio di assistenza per i robot), per vedere se lo potevano curare. Ma ad Axilla e Gianblu piace da matti quando parla a quel modo, si divertono e ridono. Hanno imparato a parlare come lui e non lo vogliono portare in assistenza. Quando hanno un po’ di tempo per divertirsi, lo sfidano al “gioco delle vocali” che a casa nostra sostituisce la Playstation e Gugyweek. Ad esempio Gianblu dice a Cosmo-111: “Dai Cosmo, giochiamo al gioco delle vocali. Comincio io. Vediamo chi è il più veloce. Uso solo la U”.
“Curu Cusmu,sunu davvuru fulucu chu tu sua cun nuu nun su cusu furummu sunzu du tu” (caro Cosmo sono davvero felice che tu sia con noi, non so cosa faremmo senza di te), e Cosmo-111 risponde “Curtu chu nun suputu sturu sunzu du mu, uu sunu unduspunsubulu u vu uutu sumpru!” (Certo che non sapete stare senza di me, io sono indispensabile e vi aiuto sempre!). E vanno avanti così, seri alla prima frase, sorridendo alla seconda, ridacchiando alla terza, ridendo alla quarta, ridendo sguaiatamente dalla quinta in poi.
Vista la situazione, Cosmo-111 non pensa affatto di essere ammalato ma è convinto di avere una qualità buffa e molto utile, che gli permette di allietare le giornate dei suoi due umani preferiti: quei due bambini ormai cresciuti che corrispondono ai nomi di Axilla e Gianblu.
Guardarli mentre giocano a quel modo, mi fa sempre molto riflettere; a volte le menomazioni possono essere uno svantaggio e a volte si trasformano nell’esatto contrario. E’ così anche nel mondo animale e anche in quello vegetale. La tigre bianca è albina. L’albinsmo è una anomalia congenita. E’ una deficienza causata da un difetto o da un’assenza dell’enzima tirosinasi, enzima che è coinvolto nella sintesi della melanina. Potrebbe quindi essere considerato una malattia. Ci sarebbe un enzima da ripristinare. Eppure la tigre bianca è pregiatissima, considerata bellissima e una rarità. A nessuno verrebbe mai in mente che sia malata.
Anche nel mondo vegetale è così. Il Tambalo, fiore che cresce d’estate in mezzo al granoturco, ha una strana colorazione nera con striature argentate dovuta a un difetto di pigmentazione. Eppure tutti lo raccolgono, lo mettono nei vasi, lo regalano, lo portano addirittura in chiesa. Nessuno vorrebbe il Tambalo di un colore diverso e a nessuno viene in mente di considerarlo una stranezza o una malattia, invece che una eccellente rarità.
Anche nel mondo umano è un po’ così. Ci sono modelle albine, modelle affette da pitiriasi che trasforma la loro pelle in un manto simile a quello delle mucche pezzate (un po’ del colore normale e un po’ bianco candido). Ci sono modelle calve e magrissime. Sono considerate malate? Macchè, sono considerate bellissime.
A volte la malattia si connota per sofferenza a tutti gli effetti, dolore muscolare, osseo, febbre, vomito, cefalea, mal di denti, astenia, stanchezza. Forse tutto questo può essere considerato patologia, anche se bisogna fare dei notevoli distinguo. La diversità, in quanto tale, quando può/deve essere considerata malattia? Quando provoca sofferenza?
Un bambino con i capelli rossi, che si trova in una classe di tutti bambini mori, è ammalato in quanto vive una reiterata situazione di sofferenza causata dal colore dei suoi capelli, che è diverso da quello di tutti gli altri? Credo che la definizione di malattia non sia univoca, che non lo sia la definizione di sofferenza, come non lo è la definizione di normalità.
In questo tempo che ha superato abbondantemente l’inizio degli anni 2000 d.c., io, mio marito e i miei due figli viviamo con Cosmo-111 e ci sembra normale che sia così. Ci mancherebbe se dovesse essere rottamato e soffriremmo della sua assenza. Eppure Cosmo-111 è un assemblaggio di parti meccaniche e elettroniche, non ha di certo un’anima, anche se in maniera semi-empatica (per imitazione), sa rispondere alle sollecitazioni emotive degli umani che vivono con lui e sa piangere, facendo uscire un po’ d’acqua dalle telecamere che ha al posto degli occhi.
Un giorno parlavo con la zia Costanza di Cosmo-111 e degli strani giochi che fanno con lui i ragazzi. Lei, che di solito ha sempre qualcosa da dire, è rimasta pensierosa e poi ha commentato: “E’ davvero strano che ora stia succedendo tutto questo. Sembra fantascienza e invece è realtà. Il bello è che Cosmo-111 piace anche a me. Ci siamo tutti affezionati a esseri che non sono umani e che non appartengono nemmeno al regno animale o a quello vegetale. E’ nato una specie di “regno di mezzo”, che non so nemmeno se si possa considerare un regno di esseri viventi o un regno “altro”. Sicuramente non lo si può considerare un regno morto. Chi lo dice a Gianblu che Cosmo-111 appartiene a un regno morto? Si arrabbierebbe di sicuro. Questo strano “mondo di mezzo” lo descriverei come un regno di proiezioni. Un mondo di esseri che vivono grazie ai sentimenti che noi attribuiamo loro, grazie alla componente emotiva traslata dagli esseri umani ai robot. Riconosciamo questa componente emotiva come uguale alla nostra, perché è la nostra. Proprio questo ci fa affezionare a questi esseri che sono come noi, sentono quello che sentiamo noi, reagiscono come noi, sia alle avversità, che alle sorprese. E’ facile stare con loro perché non sono oppositivi, non sono imprevedibili, non vanno controcorrente, sono molto servizievoli. Questo “mondo di mezzo” è la vera novità di questi ultimi decenni, è un luogo di rifugio per le nuove generazioni, è uno spazio che si sta affrancando dalla artificialità e si sta legittimando come possibile, alternativo e in qualche modo “vero”. Mi chiedo dove ci porterà tutto questo. Fino a quando questo “mondo di mezzo” resterà tale. Non mi piacerebbe che questo spazio di proiezioni-umane prendesse il sopravvento sul mondo che conoscevamo prima, fatto di relazioni vere, di sentimenti autentici, di rapporti che nascono crescono e finiscono, ma che non sono mai animati da sentimenti riflessi”.
Come sempre la zia Costanza, che pur avendo ottantotto anni è ancora molto lucida, ha ragione. Ma poi ripenso a Cosmo-111 e mi rendo conto che il mondo è già cambiato, che la “terra di mezzo” è già legittimamente al suo posto.
A cosa porterà tutto questo non lo so, lo scopriremo cammin facendo e, soprattutto, lo scopriranno Axilla e Gianblu che considerano Cosmo-111 una parte della famiglia e che, da questo sentire, non si affrancheranno per tutto il tempo della loro lunga esistenza.
Mentre cerco di immaginare com’era la vita quando mia madre e la zia Costanza avevano vent’anni e i robot erano ancora allo status nascendi, sento il campanello di casa suonare. E’ Axilla che torna dall’università, apre la porta con la sua chiave elettronica, si disinfetta le mani e si toglie il piumino verde con il collo di pelliccia. Poi si siede sullo sgabello all’ingresso e si toglie le scarpe. Cosmo-111 arriva con le ciabatte e le dice: “Maattala sana calda a camada” (mettile sono calde e comode).
“Grazaa, Casma-111, saa straardanaria (Grazie Cosmo-111, sei straordinario)” lo ringrazia Axilla e poi gli dà un bacio sulla testa. Cosmo-111 sorride e poi dice divertito: “Questa volta ti ho fregato, ho usato tutte A solo per farti ridere”. Axilla sorride, ancora più divertita di prima e Cosmo-111 se ne va, cantando la canzone che gli piace tanto, in quella lingua che solo lui conosce, perchè esclusiva degli abitanti del “mondo di mezzo”, che lo accompagna nei momenti solitari e di non-umanità.
Quel modo di parlare e cantare è il sintomo del mondo che cambia, della realtà che si affranca da se stessa per inglobare dento di sé la tecnologia come estensione di un po’ di vita, come paradigma del progresso che cammina, senza troppi pregiudizi, a servizio dell’umanità.
“Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” canta Cosmo-111 e io lo guardo mentre se ne va.
N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.
Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.
Se già frequentate queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica dell’oggetto giornale [1], un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.
Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani. Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito. Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.
Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare il basso e l’altocontaminare di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta. Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle “cose che accadono” dentro e fuori di noi”, denunciare il vecchio che resiste e raccontare i germogli di nuovo, prendere parte per l’eguaglianza e contro la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo..
Con il quotidiano di ieri, così si dice, ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Tutto Periscopio è free, ogni nostro contenuto può essere scaricato liberamente. E non troverete, come è uso in quasi tutti i quotidiani, solo le prime tre righe dell’articolo in chiaro e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.
Sembra una frase retorica, ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni” . Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come quelli immateriali frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e ci piacerebbe cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e ogni violenza.
Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”, scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori) a tutti quelli che coltivano la curiosità, e non ai circoli degli specialisti, agli addetti ai lavori, agli intellettuali del vuoto e della chiacchera.
Periscopio è di proprietà di una S.r.l. con un azionariato diffuso e partecipato, garanzia di una gestitone collettiva e democratico del quotidiano. Si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.
Nato quasi otto anni fa con il nome ferraraitalia [2], Periscopio naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Conta oggi 300.000 lettori in ogni parte d’Italia e vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma anche e soprattutto da chi lo legge e lo condivide con altri che ancora non lo conoscono. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante. Buona navigazione a tutti.
Francesco Monini
[1] La storia del giornale è piuttosto lunga. Il primo quotidiano della storia uscì a Lipsia, grande centro culturale e commerciale della Germania, nel 1660, con il titolo Leipziger Zeitung e il sottotitolo: Notizie fresche degli affari, della guerra e del mondo. Da allora ha cambiato molte facce, ha aggiunto pagine, foto, colori, infine è asceso al cielo del web. In quasi 363 anni di storia non sono mancate novità ed esperimenti, ma senza esagerare, perché “un quotidiano si occupa di notizie, non può confondersi con la letteratura”.
[2] Non ci dimentichiamo di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno il giornale si confeziona. Così Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto.
Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it
L'INFORMAZIONE VERTICALE